martedì 31 maggio 2011

EDDIE VEDDER: “Ukulele Songs” (2011, Universal)

Eddie Vedder si diverte a spiazzare. Lontano anni luce da tempeste elettriche e da furori in larsen il beautiful loser del grunge, armato solo di ukulele o ibridi simili lascia la sua voce profonda libera di creare i suoi canti orfici straniti e stranianti, leggeri come brezza, ma pronti a divenire uragano. Si diverte e sorprende il Signor Vedder, come da sempre ha fatto e continua a fare il suo padre spirituale, il divino Neil che i giovani eroi con la casacca a quadroni riconobbero come loro re nel bene e nel male, certi che è meglio bruciare che spegnersi lentamente. Il grunge ha ridato vita al rock ed è morto giovane, ma l’energia e la poesia di quegli anni lontani brillano tra i solchi di questo "Ukulele songs", bizzarro omaggio alla musica e alla vita intese come continua prova e sperimentazione.
Ora che gli anni sono passati e tanti compagni di viaggio si sono fermati lungo la via, Eddie ci ricorda il senso profondo e ultimo della vita, il mettersi sempre continuamente in gioco, pronti a rinascere ogni volta ricchi del bagaglio delle vite passate, di nuovo sulla strada perché l’importante è andare, non importa dove, con un biglietto di sola andata per il proprio destino, ben consci che una gran parte di esso è creato da noi stessi. Un maestro Eddie, dopo essere stato un allievo. Un umile e venerabile maestro Zen che, con i suoi haiku, indica la via che ognuno di noi liberamente sceglierà. Ma la via che porta all’illuminazione può essere impervia e a tratti difficile da seguire. Dopo lo stupendo "Into the wild", ecco l’ostico e irriverente secondo capitolo del Vedder solista che, tra brani già presenti nel catalogo Pearl Jam, covers e soprattutto inediti, punta tutto sulle quattro corde frequentate e amate ormai da molti anni. Can’t keep, Sleeping by myself e la preziosa More than you know sono gioiellini da rimirare e custodire con cura; così come Broken heart e Dream a little dream si rivelano più che gradevoli nella loro delicata intensità. Ma è con Longing to belong e con la Sleepless night degli Everly Brothers, qui cantata in coppia con Glen Hansard, che il disco raggiunge le sue vette più alte. Sedici brani scarni e diretti, di cui due strumentali, per complessivi trentacinque minuti di musica nuda, senza difese se non la musica stessa e la passione di chi la suona. Trentacinque minuti in cui un musicista si spoglia della sua leggenda per offrirsi nella sua disarmante e meravigliosa purezza.
Maurizio Galasso
Longing To Belong
Eddie Vedder

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