sabato 26 marzo 2011

SHIT AND SHINE (2004-2010): Primitive Noise!

Shit and Shine sono un collettivo anglo-americano, dedito a quello che definire rumore abrasivo, sarebbe semplice eufemismo. Noise puro quindi, vera e propria ossessione dei nostri. Ancora una volta, e come sempre, nulla piove dal cielo, nemmeno nel caso di queste scintillanti scorie industriali. I riferimenti vanno al solito cercati fra le pieghe della storia musicale, e in questo caso il pensiero corre ai pionieri della industrial music: Throbbing Gristle, Einsturzende, Chrome e compagnia martellante. E se proprio devo fare un nome direi che la scuola psichedelica-industriale di Helios/Creed è senza dubbio la più frequentata dai ragazzi. Un approccio estremamente tribale, percussivo e rumorista funge da tappeto sonoro per le divagazioni chitarristiche assolutamente iperdistorte e amanti del puro feedback.
Pensare, in questo caso, ad una band come i Dead C potrebbe aiutare a farsi un'idea del livello di rumore raggiunto dagli Shit And Shine nelle loro jammistiche incursioni sonore. Free form è dunque la seconda componente utilizzata, insieme, dicevamo, all'ossessiva ritmica percussiva. Spesso le incursioni di voce effettata, insieme ai campionamenti di rumore di ogni genere, rendono davvero problematica l'analisi di una seppur minima forma canzone. Lo stesso concetto di psichedelia va preso con cautela: qui non si tratta di una Sister Ray appena più cattiva, siamo piuttosto nel regno dell'estremo, dove l'astrazione si fonde con la carne e il metallo fuso.
La differenza sostanziale rispetto alle bands sopracitate, è probabilmente l'assenza di qualsiasi contesto cerebrale: qui non si omaggia niente e nessuno, tanto meno movimenti artistici dai contenuti bizzarri. Esiste soltanto il rumore della modernità che sposa il primitivismo della giungla: jet supersonici e tamburi nella foresta. Ci si potrebbe dunque chiedere quanto possa valere la pena di un ascolto tanto disturbante. Posso solo dire questo: sembra difficile da credere, ma esiste una "terapia del rumore", una via crucis per i condotti uditivi, un calvario benefico e purificatore. Resistere non è poi così difficile, via via che l' ascolto prosegue subentrano nuovi percorsi, si scoprono strade impensabili, fino a raggiungere una piccola e inaspettata epifania.

Andrea Fornasari

Recommencons
Charm and Counter Charm
Practicing to be a doctor

Shit and Shine Discography

You're Lucky To Have Friends Like Us (2004)
Ladybird (2005)
Toilet Door Tits (2006) (mini)
Jealous of Shit and Shine (2006)
Cunts With Roses (2007)
Cherry (2008)
Kuss Miche Meine Liebe (2008)(anthology)
229-2299 Girls Against Shit (2009)
Bass Puppy (12", Badmaster, 2010)

DIRTYFAKE: "TumorRow" (2010, Mediafake/ 2000JD Records)

Per ora noi lo chiameremo indie rock, in attesa che qualcuno trovi un termine più appropriato, ma forse si dovrebbe partire da un brano come Plumfake per cogliere da subito la complessità di questo disco, il suo fuggire da semplici tentativi di catalogazione: una partenza jazzata, notturna ed onirica (ubriaca?), che si incastra alla perfezione con una struttura post-rock, dilatata e sbilenca al tempo stesso. Una voce che assume toni e registri differenti, che sperimenta senza strafare, che recita fino a farsi morbida e leggera sopra un finale in crescendo, rumoroso ed apocalittico. Ecco, questo ci offre la traccia numero quattro di "TumorRow", probabilmente la più spiazzante dell' album ma anche, lo ripeto, la sua chiave di volta.
E pensare che il tutto si era aperto con My Indiecation, un robusto noise-pop tipicamente 90's, vagamente psichedelico e quasi giocoso, un brano nel quale melodia e rumore trovano il loro equilibrio apparentemente senza fatica. Poi ci si era avventurati nel glam secondo i Dirtyfake (Glampire): riff memorabile puntellato da un ottimo lavoro basso/batteria, uno stomp ritmico che mi fa pensare ai Gun Club di Run Through The Jungle, un hard-blues filtrato da tonnellate di ascolti post-hardcore, come dimostra il muro di chitarre sopra il quale tenta di emergere la voce nella parte conclusiva.
Hollywould è wave psichedelica "moderna", straniante, con un ritornello di grande effetto, ed è qui che troviamo l' utilizzo, ottimo, delle due voci (maschile/femminile). Alienation si mantiene in territori wave ed onirici, con una sezione ritmica in grande evidenza a sostenere le evoluzioni canore di Fabrizio "Byron". Si prosegue con Esc(ape), che picchia duro dall'inizio, forte di una bella melodia ed efficacissimo, di nuovo, nel proporre la doppia voce: si potrebbe azzardare, ascoltando la parte conclusiva, di trovarsi al cospetto di un brano post-core, almeno per quanto riguarda l' intensità emotiva sprigionata. Heaven't raccoglie l'eredità lasciata dalla psichedelia radioheadiana, una sensazione di smarrimento, un naufragio da terzo millennio. Splendida, ancora una volta, la parte a due voci.
My Histeric è ancora post-rock, pochi accordi sulla voce di Fabrizio ed un controcanto femminile a sgolarsi, fino ad un coro finale ubriaco. L' album si chiude con Code:In, un omaggio (fin dal titolo) allo slo-core codeinico. Quasi una marcia funebre ad accompagnare quello che si trasforma in un lamento Yorkeiano, per ciò che ritengo il capolavoro della band. Una ballata lenta ed inesorabile, il passato che non spiega nulla ed un futuro assente.

Andrea Fornasari

DirtyFakeMySpace

BOOK REVIEWS: Paolo Ganz, “Venice Rock'n'Roll” (2011, Fernandel)

Paolo Ganz, veneziano, è un musicista blues, maestro di armonica ma anche chitarrista e cantante della mod-band anni '80 Go-Karts ed è l'autore del libro “Venice rock'n'roll. Avventure e vigliaccate di pirati della Laguna”, da poco uscito per l'editore Fernandel, sua terza prova come scrittore. Lo incontro a Venezia, al Caffé Rosso in Campo Santa Margherita, una delle poche zone della città dove ancora si può trovare qualche locale aperto la sera fino a tardi. Ho vissuto sette anni a Venezia e non ho avuto percezione dell'esistenza di una grande scena rock, non certo nella parte lagunare della città, per cui, dopo le presentazioni, la prima cosa che chiedo all'autore è proprio dov'è il rock'n'roll a Venezia. Non ho ancora letto il libro e quindi non so che è ambientato in gran parte negli anni '70 quando – mi spiega Paolo Ganz – Venezia era piena di locali in cui si poteva suonare, così come nel decennio prima, gli anni '60 e ancora fino al decennio dopo, gli anni '80, mentre oggi non è più possibile, bisogna andare fuori, perché a Venezia non ci sono più locali dove poterlo fare e in ogni caso bisognerebbe suonare di giorno dato che di sera ogni tentativo di squarciare il silenzio che la caratterizza, per assenza di traffico automobilistico e altri rumori, viene stroncato sul nascere. Scrive nel libro:
«La musica, di qualsiasi genere e provenienza, è considerata alla stregua dei peggiori rumori molesti e invadenti: non arte o svago quindi, ma semplicemente chiasso e disturbo!».
E' una cosa che purtroppo ho sentito spesso a Venezia, questo rimpianto per una città vivace e vitale, in una parola vissuta, che oggi non esiste più.
Nel romanzo "Venice rock'n'roll" c'è tutto questo. C'è da un lato la storia di un gruppo di ragazzini, ventenni negli anni '70, che inseguendo la loro passione per la musica mettono su una band e cominciano a suonare con strumenti da quattro soldi, senza amplificatori e con dei fustini del Dixan a fare da batteria. E' una storia che accomuna molti ragazzi e che potrebbe quindi essere ambientata ovunque, ma il fatto che si svolga a Venezia, città unica al mondo, la rende in qualche modo una storia speciale. C'è la musica nel libro e c'è Venezia, oggi «quinta di cartapesta sempre più inzuppata e macera, merletto nella boccia di vetro», ma un tempo più aperta e vivibile. Ed essendo una storia veneziana è infarcita di frasi in dialetto, dal momento che i veneziani parlano molto il dialetto fin da bambini, il che contribuisce a creare quello sguardo ironico, ma allo stesso tempo benevolo, con cui l'autore guarda alla sua città e che coinvolge ancora di più il lettore in una scrittura molto fluida e piacevole. Il libro è comunque opportunamente corredato da un dizionarietto finale con la traduzione dei termini dialettali e delle espressioni gergali in italiano.
«Da noi – forse a memoria dell'ancestrale legame tra vita lagunare ed elemento liquido – anche le vecchiette più decrepite sanno calcolare con precisione degna di uno studio balistico traiettoria ed effetti del contenuto di un secchio, riuscendo a valutare l'anticipo con cui lanciare. E ben sanno inquadrare il bersaglio, tanto da poter scegliere se colpire in pieno (in questo caso – appunto – si ritorna a casa bòmbi) o semplicemente sgianzàr, e quindi avvisare che al prossimo baccano non ci sarà più pietà alcuna».
Il protagonista del romanzo, Paolo “Catfish” Ganz, comincia la sua esperienza musicale influenzato dai Beatles, come accadeva a molti in quegli anni.
«Da ragazzini adoravamo i Beatles, e appena scoprimmo sfogliando Ciao 2001 (per inciso, quella data inglobata nel titolo ci appariva inarrivabile, impossibile e addirittura cosmica) che i nostri eroi si erano esibiti a Londra, dall'alto della terrazza della Apple, cercammo di emulare a ogni costo le loro gesta […]"
Ma naturalmente nemmeno allora era così facile suonare a Venezia e spesso i tentativi di provare in strada, sui tetti o negli androni dei palazzi finivano bruscamente alla comparsa di una qualche vecchietta arrabbiata alla finestra.
«La mia prima formazione musicale fu minata da una costellazione di sfratti e diffide per rumori molesti. In un primo tempo il complessino con cui mi esercitavo ottenne ospitalità a casa mia, perché l'intento dei miei era quello di controllarmi in ogni momento, e ci fu messa a disposizione la polverosa soffitta di calle dei Bombardieri. Si provava solo al sabato pomeriggio, durante la mia settimanale scarcerazione dal collegio di Treviso, ma erano disturbi da poco: due chitarre collegate a un aplificatore di appena dieci watt di potenza, un basso (senza amplificatore) e la batteria composta da fustini del Dixan».

Il libro percorre le vicende dei ragazzi dagli anni '70 a tempi più recenti, procedendo per flash-back alternati e ricomposti, con episodi legati alla musica ma anche alle prime esperienze con le ragazze, alle serate passate a bere ombre, e alle «avventure e vigliaccate» varie che spesso hanno lo scopo di procurarsi qualche soldo per gli strumenti.
«Un basso, mi ci voleva un basso! Di chitarre bene o male ne avevamo una a testa, ma nel gruppo mancava il basso, e io QUELLO volevo suonare! Erano ancora i tempi bui del collegio a Treviso, quando aspettavo smaniando la liberazione del sabato pomeriggio per ritrovare la musica, le ragazzine e gli amici. Nei brevi momenti di libertà quotidiana – durante la cosiddetta libera uscita, insomma – le mie mete erano invariabilmente le vetrine dei tre negozi di strumenti musicali in città. E proprio nel più modesto acquistai per quindicimila lire, dopo furiosi e disperati risparmi, il mio primo strumento a quattro corde. Era una bottega all'antica proprio sotto i portici di via Santa Margherita, una strada tutta ciottoli che scendeva a precipizio verso il Sile; con le pareti gialline dipinte a olio e una quantità impressionante di anticaglie a imbandire la vetrina. Il proprietario, un tipo tracagnotto e distinto che tutti chiamavano il colonnello, indicò tra gli strumenti appesi quanto poteva propormi nel nuovo e nell'usato di marca; ma quando depositai sul banco tutti i miei averi cambiò espressione e cavò dal magazzino una 
specie di pagaia marca Bigson, in vaga forma di mezzaluna sghemba e fortemente asimmetrica. Che si trattasse di uno strumento povero e strausato lo si capiva al volo, ma quello che stupiva – oltra a una foggia che nemmeno Frankenstein avrebbe saputo immaginare – era il colore: giallino, lo stesso giallino delle pareti a olio».
Dunque Paolo compra il suo primo basso, presto denominato “il basso dei turchi” per la sua forma e il suo colore. Carico di eccitazione per l'acquisto fa la sua trionfale entrata in sala prove il sabato pomeriggio accolto dagli amici festanti:
«con la Galanti verde bottiglia di Nano Pavàn, la batteria dei Cadaveri, il microfono RCF tipo altare di Capodistria e questo nuovo acquisto eravamo un vero complesso!»
Ma sorge subito un problema: come si accorda un basso?
«Collegammo l'aggeggio all'amplificatore da chitarra (a volume basso, bassissimo, perché si raccontava a mezza voce che collegando un basso a un amplificatore da chitarra l'altoparlante poteva anche esplodere) e ne uscì un borbottio sordo, ovattato e privo di dinamica: dov'erano i bei suoni di John Entwistle in My Generation che mi avevano stregato? Ma un altro grave problema attanagliò le nostre giovani menti: come si accordava un basso? L'accordatura standard del basso elettrico è identica a quella del contrabbasso, cioè un'ottava sotto alle quattro corde più gravi della chitarra...Oggi sarebbe bastato accedere a internet per trovare la soluzione, ma il magico mondo in linea, dove tutto sembra a portata di mano, in quel lontano 1973 era ancora a una distanza siderale. Cosa avrei pensato allora se qualcuno mi avesse detto che in un prossimo futuro avrei avuto in casa un elettrodomestico (cos'altro è oggi un computer?) per mezzo del quale in pochi minuti avrei scaricato più o meno legalmente le musiche che tanto desideravo? Ricordo con nostalgia le fiere natalizie dove furbi ambulanti spacciavano 45 giri contraffatti: sui due lati c'erano due canzoni entrambe famose, praticamente due lati A, ma eseguite alla buona da cantani sconosciuti, in un inglese distorto e claudicante. I nostri genitori si accontentavano di quel due per uno, anche perché il famoso lato B – che a noi ragazzi appassionati in fregola spesso svelava inconsueti arrangiamenti da discutere e provare – per loro era solo una canzone di seconda».
Dunque a quei tempi il problema dell'accordatura del basso andava risolto diversamente e i ragazzi si rivolgono al nonno di Capodistria, maestro di banda, per avere lumi. Capodistria proviene da una famiglia musicalmente aperta e proprio grazie alla madre i ragazzi scoprono la loro strada musicale.
«Fu proprio sua madre, una bella donna di orgini istriane, a farci casualmente conoscere la musica che sarebbe stata la pietra d'angolo per la nostra formazione. Accadde che per il quattordicesimo compleanno del
figlio decise di acquistare un quarantacinque giri (eh sì, erano anni in cui non si largheggiava!), così andò al negozio e chiese candidamente un disco di musica moderna. Il fato guidò la mano del commesso verso 5:15 degli Who, brano incluso in "Quadrophenia", l'album più famoso della band inglese. Appena l'amico arrivò in carbona e lo fece girare sul giradischi avuto in regalo con Selezione, il nostro mondo cambiò».
I brani da citare potrebbero essere ancora molti poiché la lettura di Venice rock'n'roll è davvero trascinante. Ma se vi siete riconosciuti nelle vicende raccontate in questi passaggi, oppure se non avete idea di come fosse il mondo non in linea o se semplicemente volete leggere un bel romanzo a sfondo musicale, questo libro fa decisamente al caso vostro.
Rossana Morriello

TRUE WIDOW: "As High as the Highest Heavens and from the Center to the Circumference of the Earth" (March 29 2011)

Le notti del Massachusetts dovevano essere lunghe e solitarie. Tempo per riflettere al suo passato e ritrovare le giuste corde che lo facevano vibrare. Lontano dalla sua Dallas, Dan Philips, non aveva dimenticato l’impatto del punk-rock degli Slowride, suo precedente progetto. Ma c’era una voglia di decelerare e di ricercare delle nuove e impercettibili vibrazioni del suo intimo. Un arduo processo catartico al quale si contrapponeva una melodia leggera vista forse come via d’uscita o redenzione.
Due anni dopo, Dan Philips ritorna a Dallas con il suo progetto e quando incontra la talentuosa bassista Nicole Estill e la possente macchina ritmica di Timothy Starks, i True Widow hanno finalmente ragione di esistere.
Martedì 29 marzo uscirà il loro secondo album “As High as the Highest Heavens and from the Center to the Circumference of the Earth”: una perla. Stranamente l’ho ascoltato il primo giorno di primavera e ho capito che si preannuncia una calda estate. Forse un’estate calda come quelle del Texas dove l’umidità fa salire il termometro fino ai 47 gradi. Quando fa troppo caldo per riuscire a muoversi e tutto attorno assume una dimensione quasi onirica, un sentimento di immobilità e di aspettativa ci invade, come se da un momento all’altro possa scoppiare un temporale o qualcosa di terribilmente bello. Chiamatelo stonegaze, chiamatelo breakcore, rimane evidente che in questo disco c’é una forte influenza dello slowcore dei Low e dei Galaxie 500. Le voci di Dan e Nicole s’interscambiano durante tutte le canzoni, regalando all’album una dolcezza infinita. Provate ad ascoltare Jackyl, Blood Horses, Skull Eyes, e sarete rapiti.
Quello dei True Widow è uno slowcore molto più affilato, molto più pesante che sconfina nel desert rock. Il disco chiude con l’apoteosi di Doomseer. Dei profeti dello stonegaze americano, che imparerete ad amare.
Myriam Bardino
True Widow Album 1 Spot

venerdì 25 marzo 2011

SOPHYA BACCINI: “Aradìa” (2009, Black Widow Records)

Anche se Sophya Baccini è “una ragazza tutta prog” in questo suo “Aradìa” uscito nel 2009 il termine rock progressivo sembra piuttosto riduttivo visto l’ampio spettro di colori e armonie tra cui si muove l’artista napoletana. Certo, la base è quella di una musica atmosferica e suggestiva di retaggio sicuramente prog, ma la gamma di sfumature cromatiche e le molteplici sonorità ampliano la collocazione in una musica ancora più universale e diversificata. Facendo il paragone azzardatissimo che mi viene stranamente in mente si potrebbe affermare che Aradia sta al prog come i My Dying Bride stanno al metal.
L’affascinante mini suite La Pietra che apre il CD ricorda certe cose di Orfeo 9 di Tito Schipa Jr., (è un complimento s’intende), mitico album degli anni settanta anch’esso inserito (a forza?) nel calderone prog dell’epoca, atmosfera che si ripete nella bellissima Non è l’amore il tuo destino, cantata a due voci con Lino Vairetti degli Osanna.
La componente “operistica” (termine che anche qui azzardo perché potrebbe apparire fuorviante) della musica della Baccini si rivela soprattutto nelle parti cantate dalla spendida voce di Sophya che spazia senza apparente difficoltà tra registri bassi e acuti con momenti di magnificenza che raggiungono lo status di soprano naturale nei brani più ricchi di liricità; e chi, ascoltando questo disco e ammaliato dalla vocalità della cantante campana vorrà ripetere l’esperienza, potrà farlo ascoltando anche gli album dei Delirium, Il nome del vento, e degli Osanna con David Jackson, Prog Family dove Sophya Baccini offre il suo contributo vocale.
I testi di Aradìa cantati in tre diverse lingue (inglese e francese oltre all’italiano) che si intersecano a volte in una stessa canzone, sono interessanti e mai banali a differenza della povertà linguistica cui certo prog nostrano ci ha (quasi) sempre abituato e ogni brano, che come nella musica classica è più sostenuto da un tempo piuttosto che da un ritmo inizia quasi sempre con un intro di piano suonato dalla stessa Sophya che poi si disperde e si confonde mirabilmente con l’intreccio degli altri strumenti e della sua voce in un magma sonoro magicamente accattivante. L’unico brano con un ritmo deciso e preciso è proprio quello che contiene la parola anche nel titolo: Il Ritmo della Storia, con la batteria suonata da Aurelio Fierro jr., nipote del popolare e omonimo cantante napoletano, mentre When the Eagles Flied, di cui il cd offre anche il videoclip, è il brano più facilmente assimilabile di un album, per fortuna, non meramente commerciale e che non merita un approccio distratto, ma che richiede invece ripetuti e attenti ascolti e che una volta entrato in testa rivela tutto il suo fascino.
Straordinarie la delicatezza, l’accuratezza dei suoni e delle sfumature che arricchiscono i magnifici brani dell’ex cantante dei Presence, e oltre a quelli già citati svettano per bellezza: Studiare Studiare, Elide e Nei Luoghi.
Splendida conclusione con la cover, “a cappella” con la sola voce sovraincisa più volte, di una delle più belle canzoni di Joni Mitchell: The Circle Game.
Martin Grice dei Delirium suona flauto e sax in due brani, la produzione offre un suono pieno e ricco e la confezione è lussuosa e accuratissima col digipack che si apre in tre parti contenendo un sostanzioso libretto con tutte le note, i testi, e molte foto alcune delle quali scattate dalla stessa Sophya Baccini.

Maurizio Pupi Bracali

Black Widow

DAKOTA SUITE/DAVID DARLING/QUENTIN SIRJACQ: "Vallisa" (Sep 2010, Glitterhouse)

Ci sono dischi di cui è quasi difficile parlare. Bisogna semplicemente ascoltarli.
Poche parole su questo lavoro di Dakota Suite, alias Chris Hooson, accompagnato per l'occasione dal violoncello di David Darling e dal pianoforte di Quentin Sirjacq: "Vallisa" si intitola, come la chiesa della purificazione, meglio conosciuta come la "Raveddise" e cioè dei ravellesi, che sorge a Bari. Un monumento di origine romanica che nel 1962 fu sottoposta ad un radicale intervento di restauro terminato nel 1986 grazie al quale si è consentito il recupero di uno dei più antichi luoghi di culto della città, un prestigioso contenitore culturale. Una struttura polifunzionale, che serve da auditorium per la musica, da centro di cultura e arte, da luogo di raduno, di incontro e di sperimentazione. Ed è in questo splendido contesto che si svolge il 20 novembre del 2009 l'esibizione dei tre musicisti, che viene successivamente impressa su disco. Scrive Chris Hooson nel sito di Dakota Suite:

"Suonare con il mio eroe musicale è sempre stato il mio sogno fin dall'età di dodici anni, da quando per la prima volta ascoltai "Journal October", 1980. Nel 2008, in un momento non troppo bello della mia vita, la sua musica divenne per me una sorta di meditazione interiore. Quando iniziai a scrivere le musiche per "The End Of Trying", 2009, nella mia mente immaginavo di suonare insieme al violoncello di David. Una volta concluso il lavoro inviai una mail a David chiedendogli di aiutarmi a portare a fine il mio progetto.
David accettò la mia richiesta di aiuto e lavorò per addizione al disco. La sera del 20 novembre 2009 ho incontrato David per la prima volta. Questa esibizione rimarrà la più commovente e spirituale esperienza della mia vita"
.

"Vallisa" si presenta con dieci composizioni che ci proiettano in un mondo di cristallo dove tutto può sembrare fragile.
Provate ad ascoltare The North Green Down oppure One Day Without Harming You. Ogni nota di Vallisa è una pennellata di emozioni. La musica si alterna al silenzio, i colori scuri si alternano ai colori chiari. Un disco sensibile, capace di fermare il tempo. Da ascoltare e riascoltare perchè fa bene all'anima.

Michele Passavanti

AAA ... AVVISO: CAMBIAMENTO NELLA FORMATTAZIONE DEI TESTI

Per snellire il lavoro necessario per la  pubblicazione dei testi,  e' stato deciso di semplificare la formattazione dei caratteri  eliminando i grassetti: così facendo ovviamente non si compromette la comprensibilita' dei contenuti, ma in compenso si rende possibile mantenere la frequenza di uscita e la quantità  degli articoli e delle recensioni. 

FOREST WORDS: "Dagger Phats" (2010, Olde English Spelling Bee)

Già pubblicato lo scorso anno e passato del tutto inosservato a molti, "Dagger Phats" ci mostra un autore straordinario, di quelli che sicuramente faranno parlare di sè nei prossimi anni. Matt Barnes, in arte Forest Words è l'autore di questo splendido impasto sonoro dai vari sapori musicali. Psych-folk, trip hop, post punk, dub, ambient, r & b, post rock sono tasselli di un grande puzzle che si mixano per creare un suono unico. Etichettare questo album è cosa veramente difficile. Lasciamo perdere quindi le banali etichette e concentriamoci sull'ascolto di questo lavoro. Si tratta di un disco lento ed evocativo, che s'insinua nella mente come un sogno. In Miarches, la prima traccia, un basso possente accompagna il suono lancinante della chitarra elettrica.
In Hoylake Mist una batteria tribale e ripetitiva suona tra gli echi di un tempo lontano. In Glory Gongs il folk prende le vesti del dub. In The Light: sembra Morricone proiettato nel futuro. Se si chiudono gli occhi le immagini scorrono da sole. Paesaggi notturni avvolti dal bianco della luna, boschi di brughiera tinti dalla luce stellare, tramonti dal sapore autunnale. Immagini suggestive che richiamano i paesaggi del Wirral, una penisola a nord ovest dell'Inghilterra.E' da qui che Matt Barnes ha dato vita al suo progetto Forest Swords. Dal Wirral insomma le spade della foresta cercheranno di trafiggere i nostri cuori.
Michele Passavanti

giovedì 24 marzo 2011

CREATIVE JAZZ - JOHN TCHICAI, "Solo plus Albert Mangelsdorff" (1977, Free Music Production, SAJ-12)

Per inaugurare l'annunciata serie di articoli sul 'Jazz Creativo' americano ed europeo esploso tra la seconda metà degli anni '70 e gli '80 e tuttora attivo ho scelto una recensione ritrovata nel mio ricco e ingiallito materiale cartaceo vecchio di decenni, scritta orientativamente tra il 1977 e il 1978 da un 'addetto ai lavori' barese di cui ho perso le tracce ormai da tantissimo tempo. E' stata anche un'ottima e malandrina occasione per 'recuperare' (e delinearne il profilo biografico ed artistico, offrendovi dei preziosi filmati/brani d'epoca) uno dei protagonisti di una splendida stagione di libertà espressiva, invecchiata benissimo e che inizio così a riproporre alle vostre orecchie sperando non abbiano preclusioni né temporali né estetiche (wally)


John Tchicai
John Tchicai ha oggi 75 anni. Nato a Copenhagen nel 1936 da madre danese e padre congolese il sassofonista Tchicai é conosciuto per essere diventato dapprima uno dei protagonisti dell'avanguardia nordeuropea sin dai tardi anni '50. A partire dal 1963 fece parte del giro Free Jazz a New York durante la sua esplosione, fondando con Archie Shepp e Don Cherry il New York Contemporary Five, ed in seguito con Milford Graves e Roswell Rudd il New York Art Quartet. Registrò anche con Albert Ayler e John Coltrane ("Ascension").
Tornato in Danimarca nel 1966 si fece promotore di un workshop ensemble coordinandone le attività per alcuni anni, Cadentia Nova Danica. Dal 1977 inizia un'intensa attività di studio in proprio e di ricerca avant-garde (tra i primi dischi incisi il "John Tchicai Solo Plus Albert Mangelsdorff" recensito in questo articolo) collaborando anche al sax tenore con la Pierre Dorge's New Jungle Orchestra; attività di studio che continua per tutti gli anni '80 e '90 sino ad oggi. Il suo ultimo album in studio é "In Monk's Mood" (2009, Steeplechase). Nel 1990 fu premiato come artista jazz dal ministero danese alla cultura; l'anno dopo si trasferì nella Bay Area in California fondando con la moglie, la tastierista Margriet, il combo John Tchicai & the Archetypes.
(Wally Boffoli, from AllMusic' Steve Huey - John Tchicai biography)


JOHN TCHICAI: "Solo plus Albert Mangelsdorff" (1977)
Recensire un disco di John Tchicai é cosa estremamente piacevole. La sua musica é infatti così aperta e comunicativa che il recensore diventa un umile amanuense nello scriverne. E ciò vale soprattutto per questo disco registrato a Berlino il 16 Febbraio 1977. In tre delle quattro performances contenute nel disco Tchicai suono 'solo' alternando uno dei suoi wood-flute con i saxes alto e soprano. Nella quarta é in duetto con Albert Mangelsdorff al trombone. La tecnica usata é quella a lui più cara: quella basata sullo studio di una frase musicale smembrandola in tutte le sue componenti più minute e riunendola ogni volta con nuova veste. Egli usa la reiteratività non come momento contemplativo, ma come base costante di sempre nuovi e diversi slanci di ricerca.
La sua musica avvolge l'ascoltatore in una spirale di suoni, ognuno dei quale possiede tutta l'esperienza del suono precedente e nuove possibilità per il successivo, lasciandolo infine come stupito dalle numerose immagini ricevute. Da ciò appare chiara l'impossibilità di graduatorie di valore tra questi brani, e d'altra parte essi sono situati ad un livello artistico così alto da far perdere il senso a questo tentativo.
Nel duetto con Mangelsdorff le emozioni si raddoppierebbero se solo ciò fosse possibile. E questo perché, se ci si sente ricchi nell'ascoltare un uomo che ha fatto corpo unico del suo cuore col suo strumento, figuriamoci nell'ascoltarne due. E Mangelsdorff é sempre stato attento cultore del suo strumento, sempre aperto alla ricerca sonora. In conclusione questo é un disco essenziale per chiunque pensi che la musica sia un mezzo di crescita e di conquista di nuove posizioni.
Amleto Tardio
 John Tchicai Free Music Production

John Tchicai, "Solo"
John Tchicai, soprano & alto saxophone, flute;
Albert Mangelsdorff, trombone
(one duo piece only)

Recorded live by Jost Gebers on February 16th,1977 during
a Free Concert at the Townhall Charlottenburg in Berlin.
Produced by John Tchicai and Jost Gebers.

Tracklist:
SIDE A: 1 Exercise 13 (6:36) --- 2 På tirsdag (16:22)
SIDE B: 1 Snakebite (11:11) --- 2 One soft-one hard (8:44)
All compositions by John Tchicai,
except "One soft-one hard" by John Tchicai & Albert Mangelsdorff.

COVER: Design and photographs by Dagmar Gebers.
REMARK: All Music Guide: 4 Stars

PROSSIMI ARTICOLI ONLINE SU DISTORSIONI

In arrivo nei prossimi giorni e mesi:

RICHARD HELL (nuovo collaboratore)
CHROME (Romina Baldoni)
MEAT PUPPETS (Wally Boffoli)
DAVID CRONENBERG (Felice Marotta)
TALK TALK (Leonardo Di Maio)
REPLACEMENTS (Leonardo Di Maio)
JAMES CHANCE (Wally Boffoli)
NO NEW YORK (Enrico Quatraro)
BAUHAUS (Franco Lys Dimauro)
MOODY BLUES (Gianluca Merlin e Wally Boffoli)
PIER PAOLO PASOLINI (Alfredo Sgarlato)
PAOLO GANZ (Rossana Morriello)
DAKOTA SUITE (Michele Passavanti)
CANNED HEAT and ALAN WILSON (Rebecca Davis Winters e Wally Boffoli)
NUGGETS: Original artyfacts from the first psychedelic era 1965-1968 (Andrea Fornasari)
CANTERBURY TALES (Caravan, Hatfield & North, Matching Mole) (Luca Sanna)
OPAL (Andrea Fornasari)
FRANCO BASAGLIA (Alfredo Sgarlato)
COME (Andrea Fornasari)
JOHN MAYALL (Wally Boffoli)
UNSANE (Andrea Fornasari)
SAVOY BROWN BLUES BAND (Wally Boffoli)
UNWOUND (Andrea Fornasari)
NIRVANA (Alf. Sgarlato, Alb. Sgarlato, Pupi Bracali)
SHIT and SHINE (Andrea Fornasari)
JOHN TCHICAI (Amleto Tardio)
BLACK FLAG (Andrea Fornasari)
KLAUS SHULZE (Pupi Bracali)
AGENT ORANGE (Andrea Fornasari)
BRECKER BROTHERS (Luca Sanna)
GEORGE ORWELL (Pupi Bracali)
SOPHYA BACCINI (Pupi Bracali)
FOREST SWORDS (Michele Passavanti)
FRANK ZAPPA -Waka Jawaka (Antonio Erriquenz)
KEITH JARRETT (Luca Sanna)
  ... and other things

BOOK REVIEWS - BORIS VIAN: “Musika & Dollaroni - Contro l'industria della canzone" (2008, Stampa Alternativa)

BORIS VIAN  (Ville d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959)
La sincope è un’alterazione in medicina: il cuore smette di battere, i sensi ti abbandonano. In musica è il cambiamento, il tempo va dal forte al debole. Inizio questa recensione parlando della sincope perché è il termine che più facilmente e diffusamente si può accostare a Boris Vian. Non solo perché morì per il suo cuore sincopato, ma perchè trascorse tutta la sua breve vita ad un ritmo irregolare, frenetico. Lontano dal clichè dell’artista maledetto, morì a 39 anni in un cinema, maledicendo gli americani rei di aver travisato a loro piacimento la trasposizione su grande schermo del suo romanzo “Sputerò sulle vostre tombe”. Una morte carica d’ironia, visto il cammino parallelo tra Vian e la cultura americana. Vian ne era attratto visceralmente, sapeva cogliere il meglio di ciò che offriva l’America e sapeva essere un beffardo amico con lei. Un rapporto patafisico per eccellenza, prendeva i dettami americani e li rovesciava, li accettava e poi li esorcizzava. Si finse scrittore afro americano, Vernom Sullivan, e scrisse alcuni romanzi sulla scia dei noir-hard boiled facendo quasi una parodia degli stessi romanzi americani. Il primo ad uscire sotto pseudonimo fu proprio “Sputerò sulle vostre tombe”, romanzo in cui Vian gioca d’anticipo sulla mitizzazione dell’era adolescenziale dipinta su un telo nero. La vendetta di un nero sulla pelle bianca si gioca sul sesso, sulle macchine, sul ballo, sull’alcool, in uno stile asciutto, secco e crudo. Ma anche qui il tutto è il contrario di tutto, vista la finalità denunciatrice del razzismo che ha il libro. Esattamente come da perfetto ingegnere riesce a manipolare le parole e crearne di nuove (pianocktail forse vi dirà qualcosa), così riesce a manipolare e filtrare con perspicace ironia e sarcasmo i messaggi delle sue opere. Un comun denominatore della vita artistica di Vian sembra essere la critica sagace contro un mondo che si sforza di apparire perfetto dopo quel terribile virus conosciuto come seconda guerra mondiale. Prende in prestito la missione degli artisti Bebop, genere jazz che introdurrà in Francia, facendo suonare i suoi amici Duke Ellington, Miles Davis e Charlie Parker, scrivendo di jazz (celebri le sue critiche per la rivista Le Jazz Hot), suonandolo con la sua fedele tromba tascabile ("trompinette") nel Les Saint-Germain Club Tabou e producendolo come direttore artistico del reparto jazzistico della Philips prima e poi della Fontana Records.

“Musika & Dollaroni - Contro l'industria della canzone”
La simbiosi antropologica che ebbe Boris Vian con la musica era di una lucidità disarmante e prova ne dà l’ultimo saggio che scrisse “En avant le zizique”, pubblicato in Italia come “Musika & Dollaroni – Contro l’industria della canzone”. C'è un elemento che dovete tenere in considerazione quando iniziate la lettura di questo saggio: 1958, anno di stesura. Sarà un dato che metterete in dubbio quando terminerete. In un centinaio di pagine Vian regala una critica al vetriolo contro l'industria discografica, impegnata all'epoca a gettare le basi per edificare il suo potere. Quale futuro avrebbe avuto la canzone quando le logiche aziendali e commerciali sarebbero divenute le coordinate su cui dirigerla? La risposta non prefigge vincitori o vinti, ma solo variabili volte a contrastare la mediocrità, colpevole di piegarsi al volere della massa e non del pubblico. Un capitolo, una parte dell'ingranaggio intorno alla musica: interpreti, editori, disc jockey, musicisti, critici, tecnici di registrazione, nessuno sfugge al tiro di Vian. L'intero processo produttivo intorno a quei tre minuti schizzanti di note è passato al setaccio, deriso e analizzato con un occhio proiettato avanti di decenni. Il nostro scriveva già nei primi anni cinquanta un concetto straordinariamente d'avanguardia:

“(...) il pubblico ha diritto di esigere che gli venga fornita, se lo chiede, la registrazione dell'opera completa di Duke Ellington o di Fats. Ciò fa parte del patrimonio musicale umano, ed è intollerabile che se un tizio non vuole ristampare un disco non si possa mai più ascoltare quel disco. Insomma, viva i pirati; come nei film in technicolor, sono i più simpatici”
.

Inconsapevolmente, Vian aveva messo nero su bianco i nomi di coloro che avrebbero compiuto la vendetta contro il sistema discografico. Tra le pagine di "Musika & Dollaroni", condite di accenni sulla cultura e la società francese e sempre quel delizioso sberleffo, si respira la necessità di ridare libertà alla musica, sbarazzarsi del dettame “perchè si venda deve essere una m ...”.
La cultura dell'uomo incolto doveva stare lontana da processi fordisti, da ministri pronti a sbattere i musicisti nel gradino più basso della scala evolutiva, da

“un insieme di falliti, impotenti e cacasotto, che si basano sul disgusto che ispirano ai creativi e truccano le loro piccole combine con impudenza”,

da una stampa non libera sempre preoccupata di accontentare e non di rischiare pur di non perdere lettori, dai suoi critici che sprigionano ego autocelebrativo dalle loro penne, doveva invocare una rivoluzione in nome del microsolco. Questa era la fotografia scattata da Vian nella sua epoca, un obiettivo che sembra oggi puntato su una scala di tempo statico. Nonostante alcuni degli auspici invocati da Vian si siano avverati, come la creazione di congegni elettronici capaci di avvicinare espressioni musicali tra loro lontane o l'adozione della cultura del Do It Yourself da parte degli artisti, l'industria musicale non ha rinunciato a costruire le sue pentole d'oro, dimenticando i coperchi essenziali per non annegare. Sia chiaro, non è un messaggio utopico quello che troverete: Vian conosce troppo bene la vita per non sapere che i compromessi sono talvolta necessari. Ma il compromesso non è una giustificazione per gli errori e per la scarsa qualità di ciò che abbiamo tra le mani, piuttosto è il momento in cui mettersi in gioco e saper creare e vendere un prodotto discreto, ma ragionevole. Un po' come nella vita cerchiamo di adeguarci ai compromessi rimanendo leali a noi stessi. O almeno lo speriamo. "Musika & Dollaroni" è un promemoria essenziale per chiunque ami la musica e si innalza ogni giorno a novello Don Chisciotte in suo nome.
Crizia Giansalvo
Boris Vian

Selezione di brani di o scritti da Boris Vian:
Le Déserteur
La Java Des Bombes Atomiques
Les Joyeux Bouchers
Le Petite Commerce
Magali Noel – Alhambra Rock
J'suis snob
Live at Saint Germain At Presse

mercoledì 23 marzo 2011

CONTRIBUTI - PHIL SPECTOR, GEORGE MARTIN, JIMMY MILLER: "Tre grandi produttori: le beautiful minds che cambiarono la musica"

Dal rock nel penitenziario alle sinfonie tascabili
 Il lungo percorso, ormai cinquantennale e passa, della musica giovane nelle sue mille accezioni riunite sotto il comune denominatore della definizione "Rock" è costellato da decine di artisti fondamentali per capire la storia, i mutamenti, e l'evoluzione degli stili e dei suoni che nel tempo hanno fatto tendenza. Ma una figura chiave, dalla insospettata importanza nel processo creativo della musica, spesso rimane nell'ombra, relegata alle laconiche note di copertina dei dischi, tutt'al più nota agli specialisti di settore o ai cultori di un determinato artista: quella del Produttore Discografico. Chi era costui e come agiva ai primordi del Rock'n'Roll?
Il ruolo del produttore alla metà degli anni ‘50 e' spesso una sola cosa con quello del fonico: la dote di base richiesta era quella di capire e catturare con gli sparuti mezzi tecnici dell'epoca (un paio di microfoni e un registratore ad uno o due canali) tutta l'energia e la carica di un'esibizione istantanea, per forza di cose Live in studio, per poi mixarla in un'unica traccia monofonica, cercando di enfatizzare l'aspetto comunicativo della canzone, fosse essa una languida ballata come Love Me Tender di Elvis Presley o un assalto sonoro come
Train Kept 'a Rolling di Johnny Burnette. Sam Phillips, demiurgo delle prime incisioni di Presley, e Cosimo Matassa, deus ex machina della discografia Jazz e Rock'n' Roll di New Orleans degli anni ‘50, sono fra le figure di spicco dell'epoca, capaci di trasferire concretamente sul nero vinile la rauca e onesta vitalità e purezza del Rock delle origini.

Phil Spector

Ma già nel 1958, seppur nelle provvisorie vesti di musicista teen-ager, autore del mega successo To Know Him Is To Love Him, appare sulla scena americana colui che cambierà le regole e, a buon diritto, e' considerato il primo vero rock producer cioè una figura che al pari dell'esecutore possa aggiungere un contributo creativo, scaturito da un'idea, un progetto, una visione sonora, all'esecuzione musicale stessa. Il suo nome è Phil Spector. Musicalmente colto, autore, cantante e strumentista di valore egli stesso, manifesta da subito uno smisurato ego e perfezionismo, e cieca convinzione nelle proprie intuizioni creative, inventando un modus agendi in sala d'incisione poi largamente imitato e uno stile definito "Muro del Suono" (Wall of Sound). A pieno e assordante volume vengono registrati più strumenti dello stesso tipo e genere, comprese le parti orchestrali, a formare un  tessuto sonoro denso e compresso dall'impatto prorompente, con largo uso di effetti quali eco e riverbero che creano spazialità e profondità.
Su queste basi si inseriscono melodie vocali e ritornelli semplici e accattivanti ma sempre scrupolosamente eseguiti da cantanti e coristi costretti da Spector a ripetere le parti dozzine di volte, all'estenuante ricerca dell'esecuzione perfetta. La formula funziona a meraviglia e nei primi anni ‘60 una lunga serie di successi testimonia l'efficacia della visione wagneriana di Spector e del suo fido arrangiatore Jack Nitzsche: una tempesta sonica dai crescendo impetuosi che lascia il segno nella mente dell'ascoltatore.

George Martin
Sull'altra sponda dell'Atlantico nel frattempo, i giovani talentosi Beatles si avvalevano della assistenza creativa di George Martin che, in particolare dall'album "Rubber Soul" (dicembre 1965) in poi, diventa de facto in studio il quinto elemento della band. Proveniente da studi classici, ma con un'apertura mentale e una curiosità sonora assoluta, Martin avrà il doppio merito di curare egregiamente l'aspetto tradizionale della pulizia e brillantezza acustica delle incisioni dei Fabs e al contempo di capire, assecondare e realizzare le intuizioni estreme, innovative e follemente sperimentali dei baronetti di Liverpool.



La comparsa di strumenti alieni alla tradizione dei dischi rock, le tecniche di registrazione inusuali o di nuova invenzione, l'incisione di parti strumentali eseguite al contrario, i collage sonori da frammenti casuali di nastri magnetici, e la richiesta continua di produrre sonorità ed effetti mai sentiti da parte dei Beatles avrebbero messo a dura prova personalità ben più navigate, ma George Martin con geniale creatività e spirito pionieristico semplicemente realizzò le magie tecniche richieste, valorizzando i quattro Beatles al massimo delle loro possibilità e mettendo alla prova egli stesso la propria competenza sulle macchine di studio e la propria immaginazione di arrangiatore per i capolavori che tutti conosciamo. L'impronta indelebile lasciata da Martin nella storia della produzione discografica e' quella di chi riconosce e apprezza la statura dell'artista con cui collabora e il valore in nuce di una composizione, mettendo la propria esperienza tecnica e il proprio giudizio critico a servizio della canzone stessa, senza imporre all'artista una propria visione prestabilita, ma collaborando fino a trasformare l'idea iniziale in un classico senza tempo.


Jimmy Miller
 Accanto al nobile pop sperimentale che di lì a poco virerà nella psichedelia sulla scia dei Beatles, l'altro stile musicale dominante nell'Inghilterra del 1966 era basato sulle serrate ritmiche del rhythm and blues, ormai metabolizzato e modernizzato dalle migliori band britanniche dell'epoca.









La componente ritmica, il beat primitivo e viscerale che invita al ballo, al divertimento e al rituale della socializzazione fra i sessi è alla base del Rock fin dalle origini, e con il progresso delle tecniche e apparecchiature di registrazione in stereofonia sul finire degli anni ‘60 è possibile finalmente ottenere suoni ben distinti per il basso e la batteria.
Jimmy Miller, batterista, produttore ed arrangiatore di nascita e cultura musicale americana sbarca a Londra nel 1966 e scrive e produce un classico immortale come Gimme Some Lovin', canzone dall'impatto esplosivo e dallo stile percussivo martellante incisa dallo Spencer Davis Group di Steve Winwood; sempre del 1966 è l'altro grande hit single dello Spencer Davis Group, I'm A Man, prodotto da Jimmy Miller, un altro classico senza tempo. Negli anni a seguire Miller collaborerà, fra gli altri, con i Rolling Stones e i Traffic segnandone profondamente le sonorità e le attitudini stilistiche.
Il suo approccio e' precisamente quello di enfatizzare le parti ritmiche, il battito della Madre Terra, mediante l'inserimento di diversi tipi di percussioni, di varia provenienza geografica, che oltre a creare swing variano e colorano le tessiture armoniche, creando una sorta di "musica etnica", tre lustri prima che questa definizione fosse coniata. Il suono delle sue produzioni coinvolge istantaneamente sul piano della vibrazione corporea, si segue il ritmo fino ad essere stimolati al ballo. La collaborazione di Miller con i migliori ingegneri del suono inglesi dell'epoca, Glyn Johns ed Eddie Kramer, veri maestri della complessa arte della microfonazione di studio, rende inoltre i suoi lavori ricchi di calore nella resa degli strumenti acustici (chitarre acustiche e pianoforte) e ci regala un suono di batteria ben definito, corposo e difficilmente migliorabile. Molti altri personaggi di spicco e di genio caratterizzeranno le produzioni discografiche dei decenni successivi, ma quasi tutti, fosse anche in maniera inconscia e subliminale, attingeranno alle diverse lezioni stilistiche, concettuali e tecniche dei tre caposcuola qui celebrati.


APRITE LE VOSTRE ORECCHIE

Phil Spector
The Ronettes: "Be My Baby", (singolo, 1963): insieme al gemello Baby I love You l'epitome del "muro del suono" spectoriano, impatto sonoro devastante con voci femminili melodiche e coretti dalle parti del paradiso.
The Righteous Brothers: "You've Lost That Loving Feeling", (singolo, 1964) ripete la formula con un gruppo maschile, la durata inusuale oltre i 4 minuti ne fa una piccola sinfonia da tasca.
Ike &Tina Turner: "River Deep, Mountain High", (singolo, 1966), la sua produzione più ambiziosa e perfetta, ma il muro del suono qui si espande fino a diventare prigione: dopo il flop di vendite Spector si chiuderà per anni in un isolato, deluso e paranoico ritiro spirituale nei meandri delle proprie ossessioni.


George Martin
The Beatles: "Rubber Soul" (album 1965), dove la musica giovane diventa adulta: qui si fa sul serio, l'ambizione artistica prende il sopravvento sulla innocente Beatlemania, e la critica mondiale la legittima.
The Beatles: "Revolver" (album 1966), ormai il confine stilistico e' legato solo alla libertà e al coraggio della propria creatività e alle esplorazioni ed invenzioni mentali e tecniche perpetrate in studio.
The Beatles: "Sgt.Pepper" (album, 1967), insieme a "Pet Sounds" dei Beach Boys l'album che definisce, riassume e caratterizza la nuova avanguardia giovanile degli anni ‘60.


Jimmy Miller
The Spencer Davis Group: "Gimme Some Lovin'"/Blues In F (singolo 1966)
The Spencer Davis Group: "I'm A Man"/I Can't Get Enough Of It (singolo 1966). Due canzoni da ballare fino all'oblio, primi esempi del connubio Milleriano fra tradizione Rhythm and Blues e futuribili passi etno-dance.
The Rolling Stones: "Beggars Banquet" (album 1968): Miller inaugura il suo sodalizio con gli Stones riportandoli sugli antichi binari del Blues delle origini, meravigliose tessiture acustiche, country blues d'altri tempi, ma anche il manifesto rock-samba Sympathy For The Devil e la rabbia barricadera di Street Fighting Man.
The Rolling Stones: "Let It Bleed" (album 1969): la formula e' simile, ma la visione acquista tinte gotiche negli intrecci ritmici di chitarre blu notte, romanticismo da vita on the road, nei polverosi soul-blues e maestoso lirismo nel gospel pagano You Can't Always Get What You Want.
Traffic: "Mr.Fantasy" (album, 1967)
Traffic: "Traffic" (album, 1968) (No Time to Live)

Andrea Angelini
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