sabato 26 marzo 2011

BOOK REVIEWS: Paolo Ganz, “Venice Rock'n'Roll” (2011, Fernandel)

Paolo Ganz, veneziano, è un musicista blues, maestro di armonica ma anche chitarrista e cantante della mod-band anni '80 Go-Karts ed è l'autore del libro “Venice rock'n'roll. Avventure e vigliaccate di pirati della Laguna”, da poco uscito per l'editore Fernandel, sua terza prova come scrittore. Lo incontro a Venezia, al Caffé Rosso in Campo Santa Margherita, una delle poche zone della città dove ancora si può trovare qualche locale aperto la sera fino a tardi. Ho vissuto sette anni a Venezia e non ho avuto percezione dell'esistenza di una grande scena rock, non certo nella parte lagunare della città, per cui, dopo le presentazioni, la prima cosa che chiedo all'autore è proprio dov'è il rock'n'roll a Venezia. Non ho ancora letto il libro e quindi non so che è ambientato in gran parte negli anni '70 quando – mi spiega Paolo Ganz – Venezia era piena di locali in cui si poteva suonare, così come nel decennio prima, gli anni '60 e ancora fino al decennio dopo, gli anni '80, mentre oggi non è più possibile, bisogna andare fuori, perché a Venezia non ci sono più locali dove poterlo fare e in ogni caso bisognerebbe suonare di giorno dato che di sera ogni tentativo di squarciare il silenzio che la caratterizza, per assenza di traffico automobilistico e altri rumori, viene stroncato sul nascere. Scrive nel libro:
«La musica, di qualsiasi genere e provenienza, è considerata alla stregua dei peggiori rumori molesti e invadenti: non arte o svago quindi, ma semplicemente chiasso e disturbo!».
E' una cosa che purtroppo ho sentito spesso a Venezia, questo rimpianto per una città vivace e vitale, in una parola vissuta, che oggi non esiste più.
Nel romanzo "Venice rock'n'roll" c'è tutto questo. C'è da un lato la storia di un gruppo di ragazzini, ventenni negli anni '70, che inseguendo la loro passione per la musica mettono su una band e cominciano a suonare con strumenti da quattro soldi, senza amplificatori e con dei fustini del Dixan a fare da batteria. E' una storia che accomuna molti ragazzi e che potrebbe quindi essere ambientata ovunque, ma il fatto che si svolga a Venezia, città unica al mondo, la rende in qualche modo una storia speciale. C'è la musica nel libro e c'è Venezia, oggi «quinta di cartapesta sempre più inzuppata e macera, merletto nella boccia di vetro», ma un tempo più aperta e vivibile. Ed essendo una storia veneziana è infarcita di frasi in dialetto, dal momento che i veneziani parlano molto il dialetto fin da bambini, il che contribuisce a creare quello sguardo ironico, ma allo stesso tempo benevolo, con cui l'autore guarda alla sua città e che coinvolge ancora di più il lettore in una scrittura molto fluida e piacevole. Il libro è comunque opportunamente corredato da un dizionarietto finale con la traduzione dei termini dialettali e delle espressioni gergali in italiano.
«Da noi – forse a memoria dell'ancestrale legame tra vita lagunare ed elemento liquido – anche le vecchiette più decrepite sanno calcolare con precisione degna di uno studio balistico traiettoria ed effetti del contenuto di un secchio, riuscendo a valutare l'anticipo con cui lanciare. E ben sanno inquadrare il bersaglio, tanto da poter scegliere se colpire in pieno (in questo caso – appunto – si ritorna a casa bòmbi) o semplicemente sgianzàr, e quindi avvisare che al prossimo baccano non ci sarà più pietà alcuna».
Il protagonista del romanzo, Paolo “Catfish” Ganz, comincia la sua esperienza musicale influenzato dai Beatles, come accadeva a molti in quegli anni.
«Da ragazzini adoravamo i Beatles, e appena scoprimmo sfogliando Ciao 2001 (per inciso, quella data inglobata nel titolo ci appariva inarrivabile, impossibile e addirittura cosmica) che i nostri eroi si erano esibiti a Londra, dall'alto della terrazza della Apple, cercammo di emulare a ogni costo le loro gesta […]"
Ma naturalmente nemmeno allora era così facile suonare a Venezia e spesso i tentativi di provare in strada, sui tetti o negli androni dei palazzi finivano bruscamente alla comparsa di una qualche vecchietta arrabbiata alla finestra.
«La mia prima formazione musicale fu minata da una costellazione di sfratti e diffide per rumori molesti. In un primo tempo il complessino con cui mi esercitavo ottenne ospitalità a casa mia, perché l'intento dei miei era quello di controllarmi in ogni momento, e ci fu messa a disposizione la polverosa soffitta di calle dei Bombardieri. Si provava solo al sabato pomeriggio, durante la mia settimanale scarcerazione dal collegio di Treviso, ma erano disturbi da poco: due chitarre collegate a un aplificatore di appena dieci watt di potenza, un basso (senza amplificatore) e la batteria composta da fustini del Dixan».

Il libro percorre le vicende dei ragazzi dagli anni '70 a tempi più recenti, procedendo per flash-back alternati e ricomposti, con episodi legati alla musica ma anche alle prime esperienze con le ragazze, alle serate passate a bere ombre, e alle «avventure e vigliaccate» varie che spesso hanno lo scopo di procurarsi qualche soldo per gli strumenti.
«Un basso, mi ci voleva un basso! Di chitarre bene o male ne avevamo una a testa, ma nel gruppo mancava il basso, e io QUELLO volevo suonare! Erano ancora i tempi bui del collegio a Treviso, quando aspettavo smaniando la liberazione del sabato pomeriggio per ritrovare la musica, le ragazzine e gli amici. Nei brevi momenti di libertà quotidiana – durante la cosiddetta libera uscita, insomma – le mie mete erano invariabilmente le vetrine dei tre negozi di strumenti musicali in città. E proprio nel più modesto acquistai per quindicimila lire, dopo furiosi e disperati risparmi, il mio primo strumento a quattro corde. Era una bottega all'antica proprio sotto i portici di via Santa Margherita, una strada tutta ciottoli che scendeva a precipizio verso il Sile; con le pareti gialline dipinte a olio e una quantità impressionante di anticaglie a imbandire la vetrina. Il proprietario, un tipo tracagnotto e distinto che tutti chiamavano il colonnello, indicò tra gli strumenti appesi quanto poteva propormi nel nuovo e nell'usato di marca; ma quando depositai sul banco tutti i miei averi cambiò espressione e cavò dal magazzino una 
specie di pagaia marca Bigson, in vaga forma di mezzaluna sghemba e fortemente asimmetrica. Che si trattasse di uno strumento povero e strausato lo si capiva al volo, ma quello che stupiva – oltra a una foggia che nemmeno Frankenstein avrebbe saputo immaginare – era il colore: giallino, lo stesso giallino delle pareti a olio».
Dunque Paolo compra il suo primo basso, presto denominato “il basso dei turchi” per la sua forma e il suo colore. Carico di eccitazione per l'acquisto fa la sua trionfale entrata in sala prove il sabato pomeriggio accolto dagli amici festanti:
«con la Galanti verde bottiglia di Nano Pavàn, la batteria dei Cadaveri, il microfono RCF tipo altare di Capodistria e questo nuovo acquisto eravamo un vero complesso!»
Ma sorge subito un problema: come si accorda un basso?
«Collegammo l'aggeggio all'amplificatore da chitarra (a volume basso, bassissimo, perché si raccontava a mezza voce che collegando un basso a un amplificatore da chitarra l'altoparlante poteva anche esplodere) e ne uscì un borbottio sordo, ovattato e privo di dinamica: dov'erano i bei suoni di John Entwistle in My Generation che mi avevano stregato? Ma un altro grave problema attanagliò le nostre giovani menti: come si accordava un basso? L'accordatura standard del basso elettrico è identica a quella del contrabbasso, cioè un'ottava sotto alle quattro corde più gravi della chitarra...Oggi sarebbe bastato accedere a internet per trovare la soluzione, ma il magico mondo in linea, dove tutto sembra a portata di mano, in quel lontano 1973 era ancora a una distanza siderale. Cosa avrei pensato allora se qualcuno mi avesse detto che in un prossimo futuro avrei avuto in casa un elettrodomestico (cos'altro è oggi un computer?) per mezzo del quale in pochi minuti avrei scaricato più o meno legalmente le musiche che tanto desideravo? Ricordo con nostalgia le fiere natalizie dove furbi ambulanti spacciavano 45 giri contraffatti: sui due lati c'erano due canzoni entrambe famose, praticamente due lati A, ma eseguite alla buona da cantani sconosciuti, in un inglese distorto e claudicante. I nostri genitori si accontentavano di quel due per uno, anche perché il famoso lato B – che a noi ragazzi appassionati in fregola spesso svelava inconsueti arrangiamenti da discutere e provare – per loro era solo una canzone di seconda».
Dunque a quei tempi il problema dell'accordatura del basso andava risolto diversamente e i ragazzi si rivolgono al nonno di Capodistria, maestro di banda, per avere lumi. Capodistria proviene da una famiglia musicalmente aperta e proprio grazie alla madre i ragazzi scoprono la loro strada musicale.
«Fu proprio sua madre, una bella donna di orgini istriane, a farci casualmente conoscere la musica che sarebbe stata la pietra d'angolo per la nostra formazione. Accadde che per il quattordicesimo compleanno del
figlio decise di acquistare un quarantacinque giri (eh sì, erano anni in cui non si largheggiava!), così andò al negozio e chiese candidamente un disco di musica moderna. Il fato guidò la mano del commesso verso 5:15 degli Who, brano incluso in "Quadrophenia", l'album più famoso della band inglese. Appena l'amico arrivò in carbona e lo fece girare sul giradischi avuto in regalo con Selezione, il nostro mondo cambiò».
I brani da citare potrebbero essere ancora molti poiché la lettura di Venice rock'n'roll è davvero trascinante. Ma se vi siete riconosciuti nelle vicende raccontate in questi passaggi, oppure se non avete idea di come fosse il mondo non in linea o se semplicemente volete leggere un bel romanzo a sfondo musicale, questo libro fa decisamente al caso vostro.
Rossana Morriello

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