sabato 26 marzo 2011

DIRTYFAKE: "TumorRow" (2010, Mediafake/ 2000JD Records)

Per ora noi lo chiameremo indie rock, in attesa che qualcuno trovi un termine più appropriato, ma forse si dovrebbe partire da un brano come Plumfake per cogliere da subito la complessità di questo disco, il suo fuggire da semplici tentativi di catalogazione: una partenza jazzata, notturna ed onirica (ubriaca?), che si incastra alla perfezione con una struttura post-rock, dilatata e sbilenca al tempo stesso. Una voce che assume toni e registri differenti, che sperimenta senza strafare, che recita fino a farsi morbida e leggera sopra un finale in crescendo, rumoroso ed apocalittico. Ecco, questo ci offre la traccia numero quattro di "TumorRow", probabilmente la più spiazzante dell' album ma anche, lo ripeto, la sua chiave di volta.
E pensare che il tutto si era aperto con My Indiecation, un robusto noise-pop tipicamente 90's, vagamente psichedelico e quasi giocoso, un brano nel quale melodia e rumore trovano il loro equilibrio apparentemente senza fatica. Poi ci si era avventurati nel glam secondo i Dirtyfake (Glampire): riff memorabile puntellato da un ottimo lavoro basso/batteria, uno stomp ritmico che mi fa pensare ai Gun Club di Run Through The Jungle, un hard-blues filtrato da tonnellate di ascolti post-hardcore, come dimostra il muro di chitarre sopra il quale tenta di emergere la voce nella parte conclusiva.
Hollywould è wave psichedelica "moderna", straniante, con un ritornello di grande effetto, ed è qui che troviamo l' utilizzo, ottimo, delle due voci (maschile/femminile). Alienation si mantiene in territori wave ed onirici, con una sezione ritmica in grande evidenza a sostenere le evoluzioni canore di Fabrizio "Byron". Si prosegue con Esc(ape), che picchia duro dall'inizio, forte di una bella melodia ed efficacissimo, di nuovo, nel proporre la doppia voce: si potrebbe azzardare, ascoltando la parte conclusiva, di trovarsi al cospetto di un brano post-core, almeno per quanto riguarda l' intensità emotiva sprigionata. Heaven't raccoglie l'eredità lasciata dalla psichedelia radioheadiana, una sensazione di smarrimento, un naufragio da terzo millennio. Splendida, ancora una volta, la parte a due voci.
My Histeric è ancora post-rock, pochi accordi sulla voce di Fabrizio ed un controcanto femminile a sgolarsi, fino ad un coro finale ubriaco. L' album si chiude con Code:In, un omaggio (fin dal titolo) allo slo-core codeinico. Quasi una marcia funebre ad accompagnare quello che si trasforma in un lamento Yorkeiano, per ciò che ritengo il capolavoro della band. Una ballata lenta ed inesorabile, il passato che non spiega nulla ed un futuro assente.

Andrea Fornasari

DirtyFakeMySpace

1 commento:

Antonio ha detto...

sembra interessante, di tutte le recensioni questi non li conoscevo. Indago...

Si è verificato un errore nel gadget