martedì 22 marzo 2011

PIETRE MILIARI - SEX PISTOLS, “Never mind the bollocks (here's the Sex Pistols)" (Oct 1977, Virgin Rec.)

Ancora un articolo (del 2006) tratto dal cartaceo savonese Kontaminazioni scritto ad otto mani, quattro pareri separati dall'arco temporale di una decade su un disco ed una band seminali che nel bene e nel male hanno fatto la storia del Punk, l'anti-rock per eccellenza, e che continueranno (ne son sicuro) a far parlare di sé, anche per una serie di 'fatali' contraddizioni insite nei fatti di cui si parla: quattro pareri diversi e qualche volta del tutto antitetici, ben inseriti (col senno di poi) nel clima assolutamente 'democratico' ormai vigente in Distorsioni. Probabile, ed anche non poco, che alcune affermazioni ed alcune frasi possano 'irritare' l'integralismo punk di qualche collaboratore e lettore: ma se si elimina la componente provocatoria allo scrivere di rock non credete lo si privi di parecchio? (wally)


Verso la metà degli anni settanta l'ipertrofismo musicale delle band di rock progressivo e le opere sbiadite e opache dei gruppi storici inglesi che denotavano una notevole freschezza rispetto ai primi album ebbero come effetto provocare un senso di accentuata stanchezza nel pubblico che cercò nuove emozioni in altre direzioni: i concerti jazz videro per la prima volta un pubblico giovane, non più ingessato ed elitario, ma formato da grandi masse variopinte e lisergiche impensabile sino a pochi anni prima. In ambito rock contemporaneamente si alzava la bufera del Punk che inserito in un contesto fenomenologico sociale denunciava il nichilismo anarchico delle nuove generazioni e la voglia di spazzare via il vecchiume imperante. Pur esistendo dal 1975, i Sex Pistols diedero alle stampe "Never Mind The Bollocks" nel 1977, anno che non ha bisogno di presentazioni. Le canzoni, brutte sporche e cattive (Bodies) sembrano un pò tutte uguali ma poco importa. Importa l'urgenza di dimostrare che si può far musica senza saper suonare, che in un paio di minuti intensi si può dire qualcosa di bruciante senza gigantismi e virtuosismi, recuperando un'essenzialità energetica naturale, accompagnata dalla forza e dall'eversività che certo rock dovrebbe sempre avere. (E.M.I.)
La voce sguaiata, strascicata e dalla erre arrotata di Johnny Rotten é tra le cose più emozionanti di quegli anni così come la sua figura tremendamente lacerata ed aggrappata al microfono, coi capelli dritti dipinti di arancione e gli occhi spiritati che paventano un 'no future' che esce disperato ed urlato dalla sua gola. Per non parlare del bassista Sid Vicious, divenuto da morto (sin troppo presto!) l'icona punk per eccellenza di quel nichilismo (su accennato) e 'nausea' di vivere (No Feelings) trascinata sino all'autodistruzione.
L'album scorre via veloce e per una volta non é un difetto: quattro o cinque di quelle dodici canzoni sono e resteranno inni generazionali memorabili (Problems). Un album pietra miliare della musica rock, un angolo di svolta, un simbolo di inversione di tendenza, un'invenzione. Johnny Rotten allo scioglimento dei Pistols scriverà pagine molto più belle con i Public Image Limited ma di inferiore importanza epocale. Un album da far riscoprire ai giovani (insieme ai Clash prima di tutti) che credono che il Punk sia quello finto, edulcorato ed immotivato socialmente dei Green Day e degli Offspring.
Maurizio Pupi Bracali (53)


I Sex Pistols sono stati il punk. I Clash erano un grandissimo gruppo, ma non erano punk. I Ramones erano un grandissimo gruppo, ma non erano punk. Gli Stooges “non erano punk erano Dio” (Christian Zingales, Blow Up). I Sex Pistols erano 3 teppistelli, Steve Jones, Glen Matlock e Paul Cook, che suonavano strumenti rubati, più un quarto ragazzo con un’infanzia disastrata dalla povertà e dalla meningite la cui vita fu salvata dal rock’n’roll: Johnny “Rotten” Lydon. É vero che un furbo manager situazionista, Malcom Mc Laren, seppe manovrarli astutamente nella giungla del business, ma sul palco c’erano loro. A quel tempo il rock, benché solo ventenne, rischiava già la morte per arteriosclerosi, ma i Pistols seppero tirarsi dietro torme di ragazzini che, diversamente da loro, impararono a suonare e riscoprirono il jazz, la psichedelia, il krautrock, ed il rock ebbe una seconda giovinezza. Ma il disco? Ci sono 3 o 4 brani fantastici, Pretty vacant su tutte, poi God save the Queen, Anarchy in U.K. e Holydays in the sun (cioè i singoli), un paio carine e molti riempitivi.
Alfredo Sgarlato (63)


La società postindustriale del ‘900 ci ha insegnato che qualsiasi cosa è commerciabile, vendibile o svendibile, massificabile. Così accadde che anche i Sex Pistols, nati per cancellare con il loro look tutto-pelle nera, i loro testi politici e nichilisti, le loro songs di 3minuti - 3accordi tutto il sognante immaginario freakkettone fatto di camicioni, capelli lunghi, fiori e suite dilatate fino a 20 minuti, finirono nelle mani del crudele trend-maker Malcolm McLaren (allora marito della stilista Vivienne Westwood) che subito capì che questi giovanotti potevano essere spesi come accattivante boy-band. A breve termine, il ciclone-Pistols ci diede i capolavori della new-wave, che comunque erano molto figli degli anni '70, gli stessi Japan, Simple Minds o Bauhaus non hanno mai nascosto il proprio amore per Bowie, Roxy Music, King Crimson o Van Der Graaf (non ci crederete ma John Lydon, in un'intervista rilasciata poco dopo la nascita dei Public Image 'confessò' il suo amore di lunga data per l'ineffabile songwriter Peter Hammill!) e a lungo termine le miriadi di ignobili bands di gagni punk-pop che oggi infestano Mtv (a riprova, con vent'anni di ritardo, che forse McLaren ...). Personalmente i Pistols "are not my cup of tea", e se penso al 1977, il mio cuore e la mia mente vanno ad album come "Wind and wuthering" dei Genesis, "Going for the one" degli Yes, "A farewell to kings" dei Rush, "Leftoverture" dei Kansas, "Grand Illusion" degli Styx, proprio quei "dinosauri" che il punk si proponeva di far estinguere. E a McLaren son ben più grato per averci regalato, a fine anni '80, una certa Lisa Marie, una formosa brunetta che cantava una innocua canzoncina eroto-pop dal titolo Something's jumpin' in my shirt. Fu un vero fiasco commerciale, non lasciò alcuna memoria di sè e di certo non cambiò il corso della storia del rock. Ma almeno aveva due tette enormi.
Alberto Sgarlato (73)


Credo che il più grande pregio del disco sia la forza prorompente e distruttiva del pre-costituito in tutti i sensi. E qui sta anche il suo più grande difetto: il suo essere troppo poco apprezzabile e comprensibile al di fuori del suo contesto. Il suo essere così limitato al periodo nel quale fu concepito. il suo non essere universale come le opere di certi gruppi che il punk si prefiggeva di togliere dalla circolazione. Sia chiaro: la storia c'insegna che ogni movimento nasce in risposta (per lo più antitetica) alla cultura dominante, con il preciso scopo di succedergli, con quella sana rivendicazione al cambiamento, alla trasformazione. E quindi il punk é stato un movimento onesto e che realmente occorreva. Se poi gente come McLaren grazie al loro intuito hanno fiutato un cambio di guardia epocale-generazionale-artistico-di costume, e ci si é arricchita é un altro discorso. Il punk ha svolto un ruolo importante all'interno del secolo scorso (Sex Pistols e Ramones in testa), un ruolo di congiunzione fondamentale per traghettare in un periodo di forte transizione il mondo dal prog e comunque dalla cultura seventy alla New Wave e dalla caduta di valori della Summer of Love al tipico cinismo degli '80. il punk ha le caratteristiche della meteora proprio per la sua assenza di contenuti, di cui andavano nichilisticamente fieri i sostenutori del genere. Gli stessi Sex Pistols sono sorti, hanno brillato e si sono spenti nel giro di un solo anno: il 1977! tutti questi revivals cotonati ed edulcorati del punk che si fondano su vuoti luoghi comuni, sono figli dell'industria musicale che sforna a suo piacimento gruppi ed artisti di cui la storia non si interesserà minimamente. Perché il punk é finito nel momento in cui é nato.
Roberto Lucido (83)

Sex Pistols


Si ringrazia vivamente per la gentile concessione dell'articolo gli autori dell'articolo e il Mensile cartaceo di Culture e Idee KONTAMINAZIONI (n. 7 - marzo 2006) dal quale è stato trascritto.

2 commenti:

URSUS ha detto...

Mi trovo abbastanza d'accordo sulle recensioni,tranne che su pochi particolari trascurabili...sarebbe poi interessante vedere come in ITALIA,il punk attecchì ben poco sui gusti e sulle tendenze giovanili,al contrario del beat e del prog che invece muovevano grandi masse di fans e di fatto cambiarono il costume sociale.In questo senso,pur avendolo vissuto da vicino,trovo che quel periodo abbia lasciato ben poco di POSITIVO,anche se non nego la sua importanza...ma a livello NOSTRO è durato ancora meno che in UK e in USA (che già mostravano differenze tra loro) anche se per fortuna molti di noi hanno evoluto in altre direzioni.I ragazzotti che vanno in giro con la cresta e i pantaloni stracciati oggi,però,fanno abbastanza sorridere e non rappresentano davvero più nulla di eversivo o di dissacrante,meno che mai i gruppi di neo-punk che infestano i canali tv privati.

Anonimo ha detto...

Ricardo Martillos says:
se siete superfanatici di questo leggendario anche se forse sopravvalutato gruppo, 1 solo disco ufficiale (postumi esclusi) all'attivo non dimentichiamolo, ci sarebbe anche il monumentale box set da 3 cd, 64 tracce...mah fate voi..

http://www.sexpistolsofficial.com/index.php?module=discography&discography_item_id=40&discography_tag=albums

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