venerdì 4 febbraio 2011

THE SLITS: La New Wave al femminile!

La ormai sconfinata Spoon River del rock dal 20 ottobre scorso comprende anche Ariane Forster, meglio nota come Ari Up, fondatrice delle Slits. Ari era cresciuta letteralmente nel mondo del rock: Ion Anderson era stato il suo padrino di battesimo e sua madre Nora, amica di Hendrix, aveva sposato John Lydon. A soli 14 anni aveva fondato le Slits (le “fessure”) insieme ad altre tre ragazze, Tessa Pollitt (basso), Viv Albertine(chitarra) e Paloma Romero(batteria), che Mick Jones ribattezzò Palm Olive. L'inquieta Paloma lasciò il gruppo per formare un'altra all girls band, le Raincoats e per le incisioni del disco fu sostituita da un batterista maschio, Budgie, già coi Big in Japan e poi con Siouxsie and the banshes. Il loro unico album, “Cut” (1979, Koch Rec.), che colpisce fin dalla copertina, con le tre ragazze vestite, o meglio svestite, da selvagge, è una coinvolgente miscela di punk, reggae e funky, che non ha i consueti toni cupi dell'epoca ma è invece molto allegro e pieno di ritmo. Brani come Ping pong affair e New town in un mercato musicale meno asfittico sarebbero stati 'hits'.
Una cover di I heard thru the gravepine
di Marvin Gay chiude il disco, a mostrare come la new wave non era poi così drastica nei confronti della musica del passato.
Dopo uno split EP a metà col Pop Group, "In the beginning there was rhythm" (1980, 3D), nell'81 le ragazze pubblicano un nuovo album “Return of the Giant Slits” (Sony), di cui ricordo la tremenda stroncatura su una rivista dell'epoca. In realtà il disco non è così terribile, ma è meno ispirato rispetto a "Cut", i brani sono più lunghi e lenti.
Quindi la band si scioglie e Ari vive in giro per il mondo, salvo collaborare coi New Age Steppers, gruppo reggae con cui collaborano anche musicisti di estrazione jazz come Steve Beresford e coi grandissimi Rip rig + panic. Qualche anno fa Ari Up e Tessa Pollitt avevano riformato le Slits, con la figlia di Paul Cook dei Sex Pistols ed altre nuove entrate, incidendo un paio di singoli, "Revenge of the giant Slits", e "Grown Ups", un ritorno al punk dalle origini.
Poi la morte di Ari ha messo la parola fine. Certamente le Slits non sono state il più grande gruppo dell'epoca, ma la loro musica suona ancora fresca.
Fecero parte di un nutrito movimento di new wave al femminile (Prag Vec, Raincoats, Pink Industry, Martha and the muffins e molti altri), che visto nel suo complesso appare fondamentale per capire la musica degli anni '80 e l'alternative dei decenni seguenti.


Alfredo Sgarlato

QUATTRO GRANDI DISCHI DALL' ARCIPELAGO ROCK ITALIANO ANNI '70: Claudio Rocchi, Alan Sorrenti, Franco Battiato, Juri Camisasca

CLAUDIO ROCCHI: "Volo magico n. 1" (1971, Ariston)
ALAN SORRENTI: "Aria" (1972, Harvest)
FRANCO BATTIATO "Sulle corde di Aries" (1973, Bla Bla)
JURI CAMISASCA: "La finestra dentro" (1974, Bla Bla)


Intro
Quella che vi racconto è una bella favola dell'epoca d'oro del Rock Italico, in piena epoca Progressive, con milioni di appassionati che ascoltano Genesis, VDGG, Gentle Giant, Yes e naturalmente Pink Floyd, quelli dei primi anni '70, di "Atom Heart Mother" e "Meddle" per intenderci. Tra i tanti personaggi che hanno segnato questa magica era italiana anni '70, quattro a mio avviso hanno lasciato il segno più di altri, chi più chi meno: Claudio Rocchi, Alan Sorrenti, Franco Battiato e Juri Camisasca.
Bisogna sottolineare come le carriere dei 4 hanno preso direzioni future assai differenti e il solo Battiato ha avuto negli anni il riconoscimento che merita: tutt'ora regolarmente pubblica uno se non due dischi all'anno, mentre gli altri si sono persi in carriere solistiche non proprio entusiasmanti, Alan Sorrenti in particolare. Qui voglio parlarvi di 4 dischi: sì dischi, mi piace chiamarli così perchè sono un vinile-dipendente e perché questi album hanno splendide confezioni nelle loro edizioni originali.

CLAUDIO ROCCHI, "Volo magico n. 1" (1971)
Dopo l'eccellente album d'esordio "Viaggio" del 1970 il milanese Claudio Rocchi pubblica l'anno seguente il suo disco capolavoro, il magnifico "Volo magico n. 1", uno dei dischi cantautoriali più intensi ed emozionanti di tutto il panorama rock nostrano. Avvalendosi di una band con i controcazzi, tra cui Alberto Camerini (chitarre), Donatella Bardi (voce) e Ricky Belloni (chitarre, voci) Claudio mette su un
disco stupendo con soli 4 brani; anche qui presente una lunga suite, cosa molto frequente in tempi di progressive rock. La copertina del disco originale, molto bella, ha un apertura a finestra di un muro ed una bella foto di Claudio Rocchi sul retro. La title track Volo magico n. 1 parte I" (18:33) apre in maniera straordinaria l'album, chitarre acustiche e belle percussioni di Lorenzo Vassallo introducono la bella voce di Claudio "Mente, cuore, mani, occhi, braccia, bocca, gambe, nome"
Poi "C'e' sempre tempo per cantare, il cielo, l'acqua, un corpo, tutti; poi puoi andare dove vuoi, poi puoi essere come vuoi, poi puoi stare con chi vuoi, poi puoi prendere o lasciare, poi puoi scegliere di dare" davvero bellissimi versi.
Pianoforte in sottofondo e cori celestiali, qualcuno adesso lo chiamerebbe
folk-psichedelico, e chitarre di Camerini e Belloni in un crescendo fantastico che porta a conclusione questa suite capolavoro (Volo Magico n. 1 parte 2). Il secondo lato si apre con la canzone forse più nota di Rocchi, la bellissima e intimistica La realtà non esiste (2:11), il pianoforte magico di Eugenio Pezza poi la voce di Claudio fa la differenza: "Quando stai mangiando una mela tu e la mela siete parti di Dio, quando pensi a Dio sei una parte di ogni parte e niente e' fuori da tutto" per poi concludere quasi con un invocazione "Quando gridi la realta'non esiste hai deciso di essere Dio e di creare. Quando chiami tutto questo reale hai trovato tutto dentro ogni cosa".
Davvero una canzone che mi lascia senza fiato tutte le volte che l'ascolto pur nei suoi soli 2 minuti di durata, un gioiello.
Il terzo pezzo è ancora un lunga song Giusto amore (10:59) ed è segnata dalla chitarra 'californiana' di Alberto Camerini, e la voce gentile di Claudio Rocchi.
"Io, io che un giorno sono nato imparando nel respiro la mia vita; poi tu, lei, bimba, magica d' incenso che mi porti dritto in fondo, dritto, fino a me; sole occhi al centro di ogni fronte, quattro simboli segnati, la tua fine no, non e' in te. Dio passa sopra, lo puoi pensare uomo,lo puoi pensare uomo con la faccia di un maestro di saggezza Dio".
Un brano che forse senza volerlo anticipa la svolta mistica del nostro che avverrà a breve. Chiude l'album la dolce nenia di Tutto Quello Che Ho Da Dire (4:06) altra gemma purissima con un testo da ninna nanna psichedelica: "Lascia volare chi vedi sopra di te, lascia che vada a ritrovarti piu' in su, tu qui, che adesso stai cantando".
Sono passati 40 anni dalla pubblicazione di "Volo Magico n. 1" e solo adesso grazie anche alla passione e l'interessamento degli appassionati del genere, oltre alla diffusione facilitata dal web, sta ottenendo finalmente i riconoscimenti che merita.


ALAN SORRENTI, "Aria" (1972)
L'appellativo di Tim Buckley italiano, Alan Sorrenti lo deve principalmente a questo stupefacente disco d'esordio "Aria" (1972), uscito addirittura su etichetta Harvest, quella dei Pink Floyd tanto per citare i più famosi, con una bella copertina apribile tipica della label inglese con Alan Sorrenti in versione viandante. Nel disco Alan si avvale della partecipazione di grandi strumentisti, tra i quali Tony Esposito alle percussioni e il grande Jean-Luc Ponty, dal giro di Frank Zappa fra gli altri.
Il disco si apre alla stessa maniera di quelli di Battiato e Rocchi,con una lunga suite che dà anche il nome al disco Aria (19:45): in questo pezzo in splendida evidenza lo straordinario violino di Ponty ma ovviamente è Alan che fa la differenza, un crescendo vocale straordinario che si dipana lungo i quasi venti minuti di durata del pezzo. Qui davvero non è improprio il paragone col grande Tim Buckley, Shawn Philips, ma anche e soprattutto con Peter Hammill dei Van Der Graaf.
"Aria, in ogni angolo della mia stanza io ti sto cercando Aria, nei labirinti della mia mente io ti sto inseguendo.
Principessa della mia carrozza resta con me,
dormi nella pace di questa sera dentro di me,
bianca la tua pelle, bianca la tua veste, danza, canta per me,  il tuo viso brilla come una candela aprendo la mia finestra nella sera."

Aria ovviamente è il nome di una donna, il nostro sembra rincorrerla per tutto il brano con la voce, qui usata come vero e proprio strumento alla maniera dei grandi improvvisatori free del tempo.Capolavoro!
Cambiando lato si viene colpiti dalla dolcezza della stupenda Vorrei Incontrarti (4:56) un brano intimista con la magica voce di Alan: "Vorrei incontrarti fuori i cancelli di una fabbrica.
Vorrei incontrarti lungo le strade che portano in India
Vorrei incontrarti ma non so cosa farei
Forse di gioia io di colpo piangerei"
Che dire? Commovente!
Seguono due lunghi brani La Mia Mente (7:34) ancora con vocalizzi buckleyani, fiati ed il piano di Albert Prince, che arrangiò anche il disco, e la finale Un Fiume Tranquillo (7:57) aperto da una linea di basso, di Vittorio Nazzaro, che sembra uscito da un disco dei Soft Machine, le tastiere di Albert Prince e la voce di A.S.che si libra altissima: "È solo il fiume di un paese morto,
riporta nel suo letto tranquillo il mio povero scrigno,
un fiume tranquillo che cancella i ricordi, una verde barella
dove un corpo stracciato si dichiara un fallito"

Bella anche la tromba di Andrè Lajdli anche se è sempre Sorrenti che conduce le danze in altro inarrestabile delirio vocale: "Amore ti amo, non voglio dormire, amo la notte con il tuo cuscino amo le sue stelle con il tuo sorriso, amo i fiori del nostro giardino"
"Aria" avrà anche un valido seguito nel seguente "Come un vecchio incensiere all'alba di un villaggio deserto"(1973) sempre su Harvest anche se la magia stava già svanendo.


FRANCO BATTIATO "Sulle corde di Aries" (1973)
Dopo due dischi molto sperimentali come "Fetus"(1972) e "Pollution" (1973) ancora acerbi e nonostante tutto molto belli e molto avanti rispetto alla scena nazionale, Franco Battiato nello stesso anno dà alle stampe per l'etichetta di culto Bla Bla, il suo capolavoro, "Sulle corde di Aries" (1973), contenente 4 brani di cui uno, la suite Sequenze e frequenze Part 1, Part 2 occupa l'intera prima facciata. In questo disco l'artista siciliano giunge a piena maturazione, citando a piene mani i maestri della musica contemporanea che tanto ama, da John Cage, Stockausen, passando per Terry Riley e con frequenti richiami al Kraut Rock.
"Aries" si apre con la suite Sequenze e frequenze (16:22), suoni sinistri da film dell'orrore spiazzano inizialmente l'ascoltatore, poi subentra come per magia il bellissimo refrain del brano con il piano VCS3 modificato in evidenza e la voce di Franco che canta:
"La maestra in estate ci dava ripetizioni nel suo cortile. Io stavo sempre seduto sopra un muretto a guardare il mare. Ogni tanto passava una nave. Ogni tanto passava una nave".
Dopo entrano le tablas dentro un mare di sintetizzatori vorticanti molto rileyani che portano il brano alla sua lunga conclusione.
Il secondo lato si apre con Aries (5:27), nome dettato sembra dal segno zodiacale di Franco, ariete appunto; ancora suoni percussivi e soffici tastiere e un bell'assolo molto free jazz di Gianni Bedori, recentemente scomparso nel 2005 a 74 anni. Il brano che segue è sicuramente il capolavoro del disco, la bellissima Aria di rivoluzione (5:02), uno delle perle più scintillanti del rock italico di sempre.
Un breve giro di synth introduce l'etereo canto di Battiato "Quell'autista in Abissinia guidava il camion fino a tardi, e a notte fonda si riunivano. A quel tempo in Europa c'era un'altra guerra e per canzoni solo sirene d'allame."
Quindi lo spettrale recitativo in tedesco di Jutta Nienhaus, cantante degli Analogy, (chi se li ricorda?). "Passa il tempo, sembra che non cambi niente. Questa mia generazione vuole nuovi valori e ho già sentito aria di rivoluzione. Ho già sentito chi andrà alla fucilazione" Un testo che forse sembrerà ingenuo e utopistico a qualcuno(non a me) ma che purtroppo è terribilmente attuale anche in questi nostri(tristi) giorni.
Il disco arriva così a conclusione con Da Oriente ad Occidente (6:33), altro magico pezzo abbastanza simile al precedente con la voce di F.B. che narra "Riduci le stelle in polvere e non invecchierai, mi appare in sogno Venere, tu padre che ne sai?".
Il cantato è qui arricchito da begli effetti di eco e sovrapposizioni, poi suoni di oboe e mandoloncello chiudono alla grande un capolavoro senza tempo.


JURI CAMISASCA "La finestra dentro" (1974)
Personaggio schivo, sempre ai margini della scena nazionale Juri (vero nome Roberto) scuote l'ambiente musicale italiano pubblicando, con l'aiuto dello stesso Franco Battiato lo sconvolgente album "La finestra dentro" ovviamente per la Bla Bla di Franco Massara. Quello che colpisce fin dall'iniziale Un Galantuomo sono la crudezza dei testi,(inclusi nell'edizione originale del vinile):
"Nel mio corpo ci sono delle fognature, tutti quanti le chiamano vene ma dentro ci sono dei topi che corrono, ma dentro ci sono dei topi che corrono. E come un cane che ha le pulci io mi gratto continuamente, mi gratto la schiena mi gratto la pancia."
La voce ha intonazioni particolarissime, frequenti richiami ed echi del Buckley più sperimentale quello di "Lorca" e "Starsailor" per intenderci. Dopo la quasi normale Ho un grande vuoto nella testa molto bella è la seguente Metamorfosi, omaggio kafkiano, in evidenza qui anche le percussioni del grande Lino Capra Vaccina, un altro 'giusto' del giro Battiato:
"Mia madre entra nella stanza ed io salgo sulle pareti, mi nascondo tra i fiori tappezzati per non farmi vedere in questo stato animalesco", con quell' 'animalesco' tirato allo spasimo.
La seguente intensa Scavando col badile, vede il bel piano di Pino Massara e il synth di Battiato oltre al solito testo allucinato:
"C'era un bove seduto all'ombra di un ciliegio che fumava la pipa" e poi "I maiali tritavano la carne umana per fare i salami, le bistecche ed i roastbeef.", semplicemente pazzesco! Il quinto brano John si apre con la magica voce di Juri, con belle chitarre e tastiere 'krautiane' di Battiato:
"Portava le calze d'argento però non luccicavano, ma i capelli biondi lunghi fino ai seni finti gli stavano bene."
Un fiume di luce e Il regno dell'Eden chiudono degnamente questo incredibile album d'esordio di Camisasca, a livello vocale sullo stesso piano di "Aria" di Alan Sorrenti: notevoli spesso le similitudini fra le 2 voci; lavoro purtroppo rimasto senza un seguito immediato a parte altri 2 singoli sempre per la Bla Bla nel 1975, contenenti le inedite La musica muore e Himalaya , visto che Juri interruppe la sua carriera musicale per ritirarsi in convento, prima di riemergere 14 anni dopo con "Te Deum"(1988) ed altri 2 dischi, "Il Carmelo di Echt" (1991) e "Arcano Enigma" (1999)sempre nell'indifferenza generale. Questo disco chiude meravigliosamente un poker di dischi che hanno segnato e marchiato a fuoco una stagione bellissima del rock di casa nostra.
Ricardo Martillos

giovedì 3 febbraio 2011

REG KING - "Reg King" (1971, United Artists)

Non compro più riviste di musica scritte e stampate in Italia, nemmeno quelle su cui scrivo. Per cui non ne ho la certezza matematica, solo quella morale: nessuno ha parlato della morte del Re. Perché, in spregio di quanto scritto anni prima da un altro nobile (stavolta autentico, NdLYS), non si è uguali nemmeno dopo la morte. Ci sono dipartite che fanno rumore e audience, e altre che rimangono nel silenzio. E le riviste hanno i loro morti. E devono avere i vestiti adatti alle tirature.
Reginald King non ce li aveva quei vestiti, nonostante sia stato in vita uno dei più eleganti artisti dell’ Inghilterra moderna. Per quattro anni, dal ’63 al ’67, era stato il vocalist di una delle più talentuose mod bands inglesi, capaci nel volgere di pochi mesi di passare da un raffinato Motown-sound a un’elaborato pastiche psichedelico. Si chiamavano The Action (The Boys dal 1963 al 1965, due 45 giri all'attivo) e vantavano fans accaniti come Phil Collins e Paul Weller.
Evaporata quella stagione con l’ arrivo degli anni Settanta e con gli Action diventati Mighty Baby di Reg si perdono un po’ le tracce. Sta lavorando ad un disco elaborato e complesso per il quale chiede l’ aiuto di qualche vecchio amico: Roger Powell, Brian Godding, Doris Troy, Berry Jenkins, Danny McCullogh, Sua Maestà Brian Auger e Sua Santità Steve Winwood tra gli altri. Ci lavora per qualche anno e alla fine lo pubblica il 2 Luglio del 1971 senza titolo, nonostante la copertina rimanga quella pensata per il titolo iniziale del progetto Horror Movie.

L'esplosione dell’ hard rock e dell’hard blues che nel frattempo ha invaso il continente ha lasciato i suoi sedimenti. Un episodio come Savannah, con i suoi dodici minuti di fuochi d’ artificio chitarristico e il dinamitardo Hammond di Auger ne sono la testimonianza più evidente ma anche lo splendido pezzo d’ apertura è una roba che potrebbe tranquillamente infilarsi senza sfigurare tra un Humble Pie, un Guess Who e un Ten Years After qualsiasi mentre That ain ‘t living è un tirato boogie degno dei Creedence Clearwater Revival in cui si aprono fenditure prog che la voce di Reg scalda di calore blue-eyed soul. In my dreams è recuperata dalle ultime cose degli Action e mostra grandi intuizioni zeppeliniane. Anche la Little Boy preferita alla bellissima You go have yourself a good time (un pezzo che, se amate Rod Stewart non potete esimervi dal conoscere, NdLYS) come singolo per rappresentare l’ album risale ai tempi di “Rolled Gold” ed infatti brilla delle stesse vibrazioni psych
dell’ ultima fase Action.
L’ album, nonostante sia un gioiellino di arte pop con l’ anima, è un flop commerciale che trascina Reg nell’oblio (e giù dalle scale) da cui emergerà solo moltissimi anni dopo nel 2000 in occasione della reunion degli Action e della sua partecipazione nell’ album di debutto di Andy Lewis, poco prima della ristampa su Circle Records (2006, 7 bonus tracks) di questo suo disco e di altra memorabilia col suo nome. Poi la malattia lo divorerà come un wafer, fino all’ ultimo morso dell’ 8 Ottobre 2010. Ma la sua morte non farà notizia. Quella di Solomon Burke, uno dei suoi idoli, avrebbe avuto miglior fortuna, due giorni dopo.

Franco Lys Dimauro

TonyFaceBlogspot

MUSICAL BOOK REVIEWS - INDIGESTI: "Osservati dall'inganno" (2010, Shake Edizioni) libro + cd audio + extra video

Cosa cantasse Rudy Medea dietro il muro di fuoco degli Indigesti era duro da capire, se non avevi in mano il foglio fotocopiato dal buon Stiv Valli e infilato a mano dentro ogni copertina della stampa originale di “Osservati dall’ Inganno”, anno di grazia 1985, su etichetta T.V.O.R. on Vinyl. Prezzo d’ epoca: 7000 Lire.
Preistoria, si sarebbe tentati di dire, se non fosse che “Osservati dall’ inganno” invece è un documento. Un documento che urla. E che come tale ha fatto la Storia, quello
dell’ hardcore italiano. Mass Media
Insidioso, esasperato ed ermetico, anche se quelle parole missate per scelta “dentro” e non sopra la musica, fossero state registrate con le classiche due tacche di led in più. Mai
C’ era qualcosa di stranamente poetico dentro le parole degli Indigesti. Parole schizzate con una biro su un pezzo di carta come se si stessero usando un pennello e una tela. O un rasoio e una tela, se preferite. E so che lo preferite. Senso di Abitudine
Anche il disgusto vivo di quegli anni veniva rielaborato attraverso il canale dell’ introspezione, a velocità stratosferica. Una zolletta di mannitolo mandata giù per ripulire l' intestino da ogni scoria. Ingoi indigesti.
L' Italia bruciava sotto le dita di giovani frotte di piromani.
Fragile Costruzione Mobile La periferia del mondo diventava per un attimo il suo centro. Il mondo ci stava a guardare, perchè l' hardcore italiano aveva una furia difficile da domare: la furia del branco. “Osservati dall' inganno” esporta
l' hardcore tricolore. Sono concerti veloci, bruciano come bottiglie molotov. Uno scoppio, un dilaniare di fiamme, vampate, poi solo cenere. Ci si veste con quello che si trova, si va sul palco, lo si incendia. Si va via. E' lo stesso spirito che domina le registrazioni in studio. Dischi nati in fretta, con gente che si chiede cosa stia succedendo dietro la cabina in vetrocamera, che si tappa le orecchie sperando che tutto finisca presto. Dischi aggiustati con qualche piccolo settaggio, con qualche manopola che va su, qualche cursore che scende. Dischi come questo. Dodici randellate sulla schiena, dodici manganellate da togliere il fiato.
Shake! lo riedita adesso con un breve spezzone di
video registrato a Chicago nell’ Agosto del 1986, dopo la pubblicazione del singolo The sand through the green, qui riproposto e un libretto dove sono accatastati liriche, foto e ricordi. Per chi lo ha vissuto, roba da rizzare i peli. Gli altri non capiranno, come molti non capirono allora.

Franco “Lys” Dimauro

Shake Edizioni NdA
MySpace Indigesti

EFFERVESCENT ELEPHANTS: "From end to the beginning" (2010, Psych-Out Records)

Sono stati uno dei gruppi più significativi dell'ondata neo-psichedelica che ha caratterizzato l'Italia negli anni Ottanta gli Effervescent Elephants. Formatisi alla metà degli di quel decennio ad Alice Castello, paese in provincia di Vercelli, dall'iniziativa del cantante e chitarrista Lodovico Ellena, hanno pubblicato un album “Something to say” nel 1987, oltre ad alcuni 45 giri ed altro materiale a circolazione limitata (demo tape e materiale allegato a riviste e fanzine), prima di sciogliersi nel 1990 e dar vita successivamente a vari altri progetti dei singoli componenti, tra cui Mirrors, Astral Weeks, Folli di Dio, Looking Glass Alice.
L'etichetta brindisina Psych-Out, che aveva già pubblicato il loro album “16 pages” in edizione limitata nel 1995 (in pratica il secondo album pronto fin da prima dello scioglimento), dà ora alle stampe molto di questo materiale d'annata, attingendo direttamente agli archivi della band e riproponendo attraverso le 17 tracce del cd “From the end to the beginning” un percorso che si dipana lungo tutta la vita del gruppo dalla nascita allo scioglimento.
Sono inclusi infatti nel cd alcuni dei brani più noti, come la bella Radio muezzin, uscita proprio sul primo EP pubblicato nel 1986, insieme a tracce tratte dagli ultimissimi lavori e soprattutto demo tape e tracce “perse” negli archivi della band e oggi ritrovate e recuperate per l'ascolto.
I punti di riferimento del gruppo sono evidenti fin dal nome scelto, una citazione - seppur modificata - della fiaba psichedelica Efferveshing Elephant di Syd Barrett, e le loro sonorità sono difatti molto affini principalmente ai musicisti cui hanno dedicato un esplicito tributo con tale scelta, quindi Barrett e i Pink Floyd (il primo EP del 1986 contiene peraltro una cover di Interstellar Overdrive).
Tuttavia, il gruppo vercellese preferisce coniugare soluzioni sonore non troppo dilatate ma che scivolino piuttosto verso suoni morbidi, con atmosfere rarefatte che caratterizzano molti brani dell'album, anche se non sono infrequenti i ritmi incalzanti e decisi come nella splendida It's raining o nella suggestiva e ipnotica Mistic Eyes costruita su un testo di Van Morrison.
Sui chiari riferimenti psichedelici si innestano poi strumenti provenienti dalla tradizione orientale che contribuiscono ad espandere l'orizzonte sensoriale, ma anche interessanti sperimentazioni che affondano le radici nella nostra musica antica occidentale, come nel pur breve episodio Elephants' trip in the MDCC a.D.
Con questa operazione la Psych-Out ci offre l'occasione di scoprire - o di riscoprire – la band vercellese, i cui lavori sono altrimenti di difficile reperibilità e in ogni caso di ascoltare dell'ottima psichedelia made in Italy.

Rossana Morriello

Altri brani dall'album:
All tomorrow's parties (live)
LSD

Psych-Out
AliceCastello

mercoledì 2 febbraio 2011

SOUTH CONSPIRACY “Akira | Kiko” (2010, Magic Shop Records)

Il sospetto che la "Cospirazione" si sarebbe manifestata da un momento all'altro era una cosa alla quale, tutto sommato, eravamo preparatI. Ma I “Cospiratori”sono tornati, dopo il sesto album, con un lavoro che prende un po’ le distanze dalle loro precedenti produzioni.
"Akira | Kiko", prodotto dal sempre presente Morph che questa volta ha fatto sentire più decisa la sua zampata musicale, trasferisce il gruppo e tutto "l'ambaradan" che lo circonda alla punta estrema della sua Puglia: Santa Maria di Leuca. Là, dove la terra finisce, la South Conspiracy crea il suo lavoro più affascinante! Il filone dark ambient/trip hop viene 'posato'” nel vecchio studio e dal nuovo 'centro dell'universo' ci sembra d’intraprendere un viaggio intimista nella dolce quotidianità di due menti pure. Questo è quello che ci sembra d’intuire, così come ci sembra d’intuire anche che nella South Conspiracy ci sia più luce, come se un raggio di sole fosse penetrato in una stanza piena di polvere e di ombre.
Già con l'intro, quasi una spiazzante cover di Mother dei Pink Floyd, si dissipa ogni dubbio: il gruppo in studio è più rilassato. Si diverte.
Le tredici tracce scivolano su di un mood che è un’eco di "Magia", l'album di Morph che ha spiazzato un po’ tutti con le sue sonorità. In “Akira | Kiko” il pianoforte prevale su tutti gli altri strumenti ed i tappeti armonici ricordano ai più esperti e, perchè no, anche ai più fantasiosi ascoltatori, melodie dei Queen, di Franco Battiato, ma, per non rovinarvi l'ascolto, non rivelerò in quali tracce. Rimane il desiderio di esprimere concetti con l'inserimento di frasi estrapolate da celebri pellicole cinematografiche, una caratteristica propria della South Conspiracy, che festeggia con questo cd il suo decimo anno di vita dietro un pesante velo di mistero.
Dieci anni e sette album senza mai perdersi nei suoni dell'ovvio e senza mai rivelare i propri volti, solo quello di Morph (o Dark Phader) che sorride mentre ci racconta di questa nuova 'fatica' con gli amici di sempre e per l'occasione ci regala una confessione che scoprirete solo ascoltando “Akira | Kiko”. (M.)

Camillo Fasulo

Dj Gruff - T'Amo (rmx esclusivo south conspiracy).wmv

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DIRTBOMBS: “Party Store” (February 1th, 2011, In The Red Records)

Detroit, la Techno, Dirtbombs

Detroit, la città non solo dei motori, è stata almeno altrettanto famosa per il suo vivaio musicale e sia in passato che in tempi più recenti un importante riferimento. Ultimamente un documentario dal titolo "It came from Detroit” ha rimestato tra le ceneri ancora ardenti di una scena classificata come garage che in parte si è già relativamente fatta conoscere e il focolaio di un’altra più recente, che partendo con gli stessi presupposti incorpora elementi di art-punk e waves. Ma Detroit non è solo la Rock City. Non si può ignorare l’importanza che il suo contributo ha avuto in ambito techno, quando a metà anni ’80 alcuni tra quelli che poi sono diventati tra i suoi principali iniziatori, Derrick May, Kevin Saunderson, Juan Atkins, campionando suoni di Italo-Disco, Electro-pop anni’80, Kraftwerk e Parliament, in perfetta attitudine DIY diedero origine alla dance music di “scuola detroitiana”, poi ripresa negli anni a seguire ed evoluta da altri eredi come Jeff Mills e Carl Craig. A travalicare questi due mondi apparentemente distanti, ci pensa “Party Store”, ultimo parto dei Dirtbombs, band che sembra essere rimasto l’unico impegno di Mick Collins, quando dai tempi dei Gories ha fatto perdere il conto di tutte le sue collaborazioni e progetti paralleli.
La capacità di questo gruppo di masticare e digerire qualsiasi genere musicale è già stata dimostrata nel corso di una discografia, in cui oltre ad alcuni albums dedicati in modo specifico, alla black-music, al glam-rock (come Collins stesso aveva definito “Dangerous Magical Noise anche se qui si tratta perlopiù di composizioni originali che non di rifacimenti), spicca quella doppia raccolta “If you don’t already have a look” (In The Red 2005) dove il contenuto recuperato da compilations e singoletti vari, viene diviso in due capitoli, uno dei quali interamente di covers. La scelta dei brani reinterpretati è alquanto bizzarra nella sua varietà: si va dai Rolling Stones, Elliot Smith, Stevie Wonder, Gun Club, a Yoko Ono, Soft Cell, Flipper, Bee Gees, Adult, e altro ancora.


Party Store

In “Party Store” Mick Collins ha aggiornato il suo tributo alla musica afro-americana, contemplando in una sorta di percorso essenziale, almeno otto tra i brani più rappresentativi della Detroit Techno. Di nuovo di black music si tratta, ma questa volta la sfida intrapresa dal gruppo è quella di decontestualizzare questi patterns dal loro ambiente originale e portarli in ambito più tradizionalmente rock e quanto più possibilmente ad una forma canzone.
In questo senso le due batterie della sezione ritmica si prestano maggiormente al gioco, passando un po’ in primo piano rispetto alla voce di Collins piuttosto assente nelle numerose suite strumentali. Su tutte si fa sicuramente notare, per la durata di 21 minuti abbondanti, Bug in the bass bin che riprende in maniera dilatata l’originale di Carl Craig (Innerzone Orchestra), special guest in questo stesso pezzo dal carattere space-jazz, corroso da feedback di chitarra. Ma proseguiamo con ordine. Il brano con cui, è il caso di dirlo, si aprono le danze è nientemeno che Cosmic Cars dei Cybotron, che verranno ripresi anche più avanti con Alleys of your mind rispettivamente i due singoli di esordio del duo con Juan Atkins. Entrambe interpretate con un cantato gutturale e una componente soul che, se non riesce a scaldare, quantomeno intiepidisce le fredde trame degli originali. In Shari Vari la temperatura sale decisamente, e la mirror-ball che sovrasta la pista comincia a roteare su di un funky ipnotico, sebbene il mood sia più quello di una pausa drink che di un ballo sfrenato. Non ancora per molto, perché dopo il pezzo che fu degli A Number of Names arriva il riempi-pista Good Life degli Inner City di Kevin Saunderson, in cui i Dirtbombs non stupiscono più di tanto chi già li conosce, in quanto non sono nuovi a questo tipo di situazioni soulful. Decisamente più stucchevoli invece nella successiva Strings of life di Derrick May, altro strumentale rivisitato in versione garage art-punk, uno dei brani più interessanti che fa da preludio a Jaguar (di Dj Rolando) e Tear the club up (Dj Assault). Questi due pezzi sconfinanti in territori P-Funk riportano alla mente gli incastri di Rapture, !!!, Radio 4 e i suoni della DFA Records di James Murphy che con i suoi LCD Soundsystem aveva ben impressa la lezione degli anni ’80 di New Order e P.I.L., che in quegli stessi anni tentavano le prime contaminazioni tra dance, elettronica e rock.
E qui sembra chiudersi il cerchio anche se geograficamente da tutt’altra parte. Se in effetti il rischio di questo esperimento poteva essere quello di ritornare al punto di partenza, ovvero suonare come coloro che erano stati a sua volta i riferimenti iniziali stessi, a conti fatti sembra che i due mondi riescano a convivere bene, tanto nella stessa città quanto in “Party Store”. Ne scaturisce una prospettiva inedita, un circolo che nel suo ripetersi viaggia alla deriva perdendo il controllo nel suo inarrestabile incedere robotico, e che trova la sua estrema sintesi nella traccia conclusiva. Incognita a partire dal nome, titolato a caratteri giapponesi riporta la nota (Detoroito Mix): qui non sono più i due mondi a sconfinare l’uno nell’altro ma un’asse in perfetto equilibrio, una nuova genesi.
Chissà se questo album dei Dirtbombs riempirà più i clubs o i dancefloor: musicalmente non sarei riuscito ad immaginare un modo migliore per iniziare un nuovo decennio. Ancora lui, Mick Collins.

Federico Porta

In The Red Records
Midheaven
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