venerdì 29 luglio 2011

JACO PASTORIUS (1951 - 1987) nelle parole della figlia Mary

Jaco Pastorius, geniale e rivoluzionario bassista, compositore e produttore discografico muore nel 1987 in seguito ad un brutale pestaggio, a soli 35 anni. Non mi soffermo sulle sue eccezionali capacità strumentali e sulla sua prodigiosa carriera, c'è in questo magazine chi saprà farlo molto meglio. Quello che mi preme presentarvi qui é un documento lungo e 'forte' sulla sua esistenza molto discussa, attraverso le parole della figlia Mary, affetta dalla sua stessa patologia: parole piene di rabbia, risentimento quelle di Mary Pastorius ma alla fine anche di speranza nel futuro e di redenzione attraverso la Sua musica.

Mary Pastorius ha ora 35 anni ed un'intensa attività artistica: é modella, attrice, musicista, ballerina, Film & Stage Crew, fotografa; ha inciso nel 2007 "From Then Until Almost Now", un lavoro che Allmusic etichetta pop-rock. Ringrazio di cuore l'amico musicista mio conterraneo Antonio Manzari per avermi segnalato questo documento: come mio vizio/ossessione ormai incancreniti non ci ho messo molto a decidere di ricontestualizzarlo; i miei vivi ringraziamenti anche al sito Aretaeus News (Anno III, n° I) , fonte di questo articolo, per avermi concesso il permesso di usarlo. Spero le parole di Mary Pastorius vi tocchino come hanno toccato me, e servano soprattutto ad aprire un più giusto squarcio sull'inquieta, tragica esistenza di Jaco Pastorius (wally boffoli)


Jaco
"Papà, solo papà per me. È stato molto difficile per me scrivere questo testo. Ho molto procrastinato, nonostante percepissi il grande bisogno di farlo. Vedete, le parole che sto per scrivere, riguardano l'evento più doloroso della mia vita. La mia reazione iniziale, quando ho cominciato a scrivere di mio padre, era entusiasta. Mi sono sentita forte e contenta di render note la mia realtà e le mie verità, accanto ai malintesi e le varie stupidaggini che sono state dette a lungo, prima che mio padre morisse davvero. Ma ci sono delle cose che vanno dette, e io sento che nessuno le dice. E c'erano cose che volevo urlare, ma non l'ho mai fatto; quindi mi sono sentita obbligata, e anche felice di scrivere questo pezzo.
Ho sentito tantissime storie su "Jaco". Difatti, Pastorius non è un nome comune, quindi quando uso il mio cognome per incassare lo stipendio o adoperare la mia carta in biblioteca, vi è ampia possibilità di ascoltare una storia su Jaco. Spesso sono incontri molto felici, perché le persone mostrano interesse e sensibilità per il fatto che l'uomo di cui stanno parlando è scomparso e la donna a cui stanno parlando è sua figlia. Mi piacciono molto queste persone. Sembrano davvero commosse dalla musica di mio padre e vogliono parlarmi anche per un minuto o persino soltanto guardarmi, cercando qualche somiglianza. Lo capisco. Mio padre ha lasciato un marchio indelebile in questo mondo e ha profondamente toccato tante persone. Sarei molto triste se nessuno riconoscesse il mio nome, perché sono incredibilmente orgogliosa di mio padre e del suo contributo alla musica. Forse sono prevenuta, ma le canzoni più belle che ho mai ascoltato, le ha scritte mio padre. Nessuno è in grado di offrirmi melodie così contagiosamente stupende come quelle cantate in Las Olas, Village of The Angels, Portrait of Tracy, per nominarne solo alcune. Sono incantata dalla sua musica, oggi più che mai, perché, crescendoci insieme, mi appariva normale. Pensavo che tutti suonassero così. Quindi, comprendo davvero quando molti mi incontrano e impazziscono, perché, anche loro, sono ancora incantati. Queste persone desiderano soltanto esprimere il loro apprezzamento, o l'impatto che lui ha avuto sulle loro vite. Non posso dire che mi capitano le stesse esperienze felici con tutti i fan che mi fermano. Ci sono stati alcuni che mi hanno raccontato le storie più terribili, che tentavano a tutti i costi di mostrarmi che erano suoi amici o che gli erano tanto vicini perché avevano passato insieme un paio di giorni a New York. Ciò che mi sconvolge è la maniera casuale con la quale queste storie sono raccontate ancora e ancora. La nonchalance di questi racconti. Queste persone, in realtà, mi raccontano le loro storie su "Jaco il folle", dando comunque per scontato che mi faccia piacere incontrare qualcuno che "conosceva" mio padre. Non posso più digerire neanche una di queste storie. Non le trovo divertenti. Sono enormemente dolorose. Le persone non sanno proprio quello che in realtà stava succedendo a mio padre. Non lo sapevamo nemmeno noi.
Jaco Pastorius era un essere umano. Sto dichiarando ciò che è ovvio, ma a volte l'ovvio ha bisogno di essere riaffermato. Ci si riferisce sempre a mio padre in maniera disumana. Come fosse un oggetto. È diventato un'icona, questa Jaco "cosa". Si, era un fenomeno, ma non una cosa. Nemmeno una macchina. Né un dio. Le storie riguardanti il suo comportamento sempre più mutevole, durante i suoi ultimi anni, sono diventati folklore, quasi mito. Ma la realtà è che mio padre era solo un uomo e, certe volte, un uomo molto malato, che aveva bisogno di aiuto. Non c'è nessun mito in ciò. Niente eccitazione e nemmeno romanticismo, ma solo la verità.

Posso ricordarmi di aver notato cambiamenti in mio padre proprio all'inizio degli anni '80, sebbene fossero molto sottili. L'argomento è anche difficile da calibrare, perché normalmente non passavo le giornate con lui, dal momento che i miei genitori avevano appena divorziato. Non è stato prima dell'autunno del 1982 che ho passato un periodo concentrato di tempo con lui. Fu durante il tour della sua big band in Giappone, quando compresi che c'era qualcosa che non andava affatto bene. In realtà, fu evidente già da prima che raggiungessimo l'aeroporto, quando lui mi venne a prendere con una Rolls Royce Silver Cloud bianca, indossando un abbigliamento tutto indiano Miccosoukee, dalla testa (rasata) ai piedi. L'intero viaggio fu come trovarsi in un parco a tema "ai confini della realtà". Avevo appena compiuto 12 anni allora, quindi, sicuramente, non sapevo cosa aveva causato un incredibile e radicale cambiamento nella sua personalità. Tutto ciò che sapevo era che papà non era più papà. Gli somigliava un po', ma questa persona era bizzarra, irresponsabile, fuori di sé e i suoi occhi avevano un aspetto strano. Mio padre era stato l'antitesi di queste qualità, quindi questa improvvisa trasformazione era davvero sconcertante. Non ho mai assistito a qualcosa di più strano delle sue abitudini durante quel tour.
In effetti, mio padre è riuscito a cavarsela con i suoi comportamenti oltraggiosi, perché lui era Jaco. Una persona "regolare" non avrebbe mai potuto essere così tanto fuori controllo e, allo stesso tempo, ricevere le libertà che ha ricevuto lui. Questo sembrava operare in suo favore, ma, col senno di poi, credo che gli giocasse contro. Gli ha difatti impedito di ricevere l'aiuto di cui aveva disperatamente bisogno.
Credo che tante persone abbiano considerato mio padre anche un fallito, etichettandolo nella categoria "genio/musicista jazz autodistruttivo", che non riesce a gestire i propri successi e creatività, per darsi all'alcool e alle droghe e finire con l'impazzire. Questo non era papà, sebbene superficialmente possa corrispondere al profilo. La verità è che mio padre era malato di mente. Stava soffrendo di un duro squilibrio bio-chimico, chiamata sindrome maniaco-depressiva. Non aveva fatto niente per prenderla o causarla, sebbene l'abbia aggravata con i suoi abusi. Le sue percezioni deformi della realtà e tutti i comportamenti bizzarri che ne seguivano, possono essere attribuiti ad episodi maniacali che, a volte, raggiungevano livelli psicotici. Qualcuno non può o non vuole crederci. Le tante persone che lo hanno messo su un piedistallo, non possono accettare che lui abbia avuto tale "difetto". Qualcuno, invece, pensa che mio padre era "fuori di testa" che non intendeva gestire la sua vita utilizzando le "scuse" maniaco-depressive. Beh, vi giuro che questa malattia è "legittima". È una cosa seria, e ne so qualcosa in prima persona.

Mary

Vedete, oltre ad aver ereditato le lunghe braccia di mio padre, le sue grandi labbra, e il tocco per il fashion, ho anche ricevuto il suo squilibrio chimico. Dal momento che non può farci lui il suo personale resoconto, mi piacerebbe spiegarvi la malattia maniaco-depressiva attraverso le mie esperienze personali. Voglio scrivere di questo, soprattutto per le persone che la stanno vivendo da soli, perché io ci sono passata, e so quanto era importante per me identificarmi con qualcun altro che aveva vissuto la stessa esperienza ed era ancora vivo per raccontarlo. La prima volta, è successo dal nulla, senza nessun avviso. Tutto quello che sapevo era che io non ero più me. Ero completamente distaccata, disconnessa. Niente sembrava reale, tranne per la vera presenza di qualcosa di nuovo ed estraneo all'interno del mio essere, che non mi apparteneva. Avevo sentito il termine "depressione maniacale" aggirarsi un paio di volte quando mio padre era vivo, ma non sapevo cosa significasse. Non era stato mai discusso. Certamente lui non l'ha mai nominata, quindi nessuna connessione era stata stabilita. A differenza di mio padre, la mia iniziazione nel mondo dei disordini dell'umore è stata la depressione clinica, non la mania. Non ci sono parole, nemmeno un linguaggio per esprimere accuratamente la follia, la perdita e il terrore vuoto che è la depressione. Penso a questa come un luogo. È il luogo dove sei lasciato a vagare, senza scopo, dopo che tutto quello che sei ti è stato strappato via e la tua anima è stata catturata da predatori invisibili. Mi ricordo chiaramente quando ho capito che questo doveva essere il posto dove papà viveva. Soltanto questo aveva intensificato il mio terrore sempre presente, sempre crescente. Non avevo alcun indizio su questa tortura. Non ero per niente in funzione. Il lavoro e la scuola non erano nemmeno nell'elenco delle possibilità. Non potevo mangiare o dormire. Avrei vagato per casa piangendo, singhiozzando finché sarebbe arrivato il giorno in cui non avrei potuto nemmeno piangere. Mi sedevo, paralizzata, come se qualunque cosa nel mondo continuasse a funzionare bene anche senza di me. Non sapevo più chi ero. Ero costantemente terrorizzata, consumata dalla sconosciuta paura. Avevo timore di uscire di casa. Temevo che qualcuno mi avrebbe guardata dritto negli occhi, avrebbe visto la mia follia e mi avrebbe rinchiusa. Non avevo sentimenti. Ero una zombie. Ero il nulla. Potevo appena ricordarmi che prima ero qualcuno che esisteva. Avevo le fotografie, i vestiti, e i quaderni per provarlo-ma lei se ne era andata. Lei se ne era andata in fretta e aveva dimenticato la sua roba. La malattia sembra auto-nutrirsi, prendere vita propria (o piuttosto, usurpare l'ospite) il più a lungo possibile, finché tu sei ancora lì. Dopo due mesi pieni all'inferno, i miei crolli psicotici erano di norma. Non potevo più distinguere tra sogno e realtà. Decisi, quindi, che dovevo essere morta. Come altro potevo continuare ad esistere in uno stato di totale assenza di vita? Ironicamente, penso che questi pensieri storpiati mi aiutavano a tenermi viva, perché se fossi stata già morta, non avrei potuto uccidermi. Ero consumata dalla morte. Qualcosa stava cercando di uccidermi dall'interno e non potevo più cercare di capire come essere viva nuovamente. Fortunatamente, dopo varie esperienza traumatiche con dottori inetti, mia madre chiamò il medico che aveva curato papà al Bellevue Hospital di New York, e lui consigliò un dottore a Miami. Era Novembre del 1988 quando fui ammessa al Centro di Neuroscienze del St. Francis Hospital, dove fui ufficialmente diagnosticata come portatrice del disturbo affettivo bipolare. Non ero stata magicamente curata, ma almeno ora sapevo cosa non andava in me e che esisteva una cura. Mi avevano dato del litio e degli antidepressivi. Queste piccole pillole mi avevano salvato la vita. Ma, anche se prendevo le medicine e avevo ritrovato la consapevolezza, ci voleva ancora tanto tempo per guarire. È dura scuotere quella sensazione di malattia. Continuo a prendere il litio da allora. Mi piacerebbe tantissimo smettere di prendere le medicine e vedere come me la cavo senza, ma, senza una rete di sicurezza, non posso correre il rischio di ammalarmi di nuovo. So di cosa sia capace questa malattia. So cosa ha fatto a me. Ho visto quello che ha fatto con mio padre. Ho avuto altri due episodi dopo il primo, nonostante io sia una gran brava ragazza. Prendo il litio ogni giorno, non bevo, non fumo, né prendo droghe. Non bevo nemmeno caffè! Eppure mi sono ammalata ancora. Garantito, non così gravemente, ma può succedere; e, anche se ci sono già passata, la seconda volta e ancora la terza, la malattia è riuscita ancora a prendermi a calci in culo. Ogni volta ho pensato che non sarei mai migliorata. È la natura della malattia e l'intelletto può essere inutile. Sto provando a esprimere la forza di questa malattia. Una volta che questa retrocede, è sotto controllo e diventa una battaglia per riprendersi indietro la propria normalità. Se ne possono combattere i sintomi, ma personalmente credo che tutto ciò che si può fare davvero è aspettare che l'episodio faccia il suo corso, e provare a restare vivo nel frattempo. Ma, in quei momenti, le medicine sono davvero la prima linea di difesa. Non riesco a esprimere abbastanza la gravità della malattia maniaco depressiva. Ma, considerando che è davvero seria, devo sottolineare che non è necessariamente una condizione permanente. Gli episodi sono ciclici, secondo la chimica di ogni individuo. Esistono persone che rispondono così bene al litio, che i loro episodi cessano permanentemente. Altri hanno bisogno di una combinazione di terapie. Non esiste una formula prestabilita, ma sono disponibili diverse cure di successo. Quindi, se sei al settimo cielo o negli abissi infernali, puoi sempre rimetterti in pari.

Jaco
Non c'è alcun dubbio, nella mia mente, che mio padre sarebbe migliorato. Avrebbe avuto bisogno di tanto tempo per curarsi, dopo la guerra chimica che aveva distrutto il suo cervello per tanti, tanti anni, ma lui non ha mai avuto quest'occasione.Avrebbe dovuto avere il tempo di una vita intera per guarire e imparare. Si, mio padre continuava a commettere errori, tutti lo fanno. Sfortunatamente, durante gli spasmi della crisi maniaco depressiva gli sbagli che si commettono sono su scala più grande e con conseguenze molto più gravi. In ogni caso, non è stata la depressione maniacale ad uccidere mio padre. Anche questo, non finirò mai di sottolinearlo abbastanza. Mio padre è stato ucciso da un uomo che gli ha strappato via la vita, usando le proprie mani. Non c'è assolutamente alcuna giustificazione della violenza selvaggia di cui è stato oggetto mio padre, eppure il suo assassino è stato soltanto quattro mesi in prigione. Viviamo di certo in una società che condanna gli infermi di mente e perdona le violenze contro di loro. È rivoltante. Posso solo chiedermi quante persone malate, la mia gente, vengono uccise nelle strade, senza che nessuno lo sappia proprio perché queste persone non sono famose. Sono sicura che mio padre è stato considerato dal suo assassino come un poco di buono. Probabilmente non gli è mai passato di mente che stava per uccidere un uomo brillante. Un padre. Un fratello. Un figlio. Abbiamo tutti perso tantissimo, ma mai quest'uomo ha espresso alcun rimorso, né una scusa, o ha tentato di aiutare la mia famiglia in alcun modo.
Due dei miei tre fratelli non conosceranno mai il loro padre. I miei nonni hanno dovuto assistere al seppellimento del loro primogenito, dopo solo 35 anni di vita. Un giorno, mi sposerò, ma non camminerò verso l'altare stringendo orgogliosamente il braccio di mio padre. Un giorno avrò dei figli, e loro non conosceranno mai il loro nonno. Ma, nonostante la perdita, il dolore e la tragedia, ho ancora miei i bellissimi ricordi di papà, pieno di vita e di sorrisi. Arrampicarsi sugli alberi, rubare i mango, giocare a frisbee sulla spiaggia, il mio primo viaggio in aereo, i biscotti sulla strada per Central Park, ascoltare Stevie Wonder, i weekend delle partite di softball, nuotare e giocare a ping-pong da nonna, le cartoline da ogni parte del mondo, nascondermi dal mostro del solletico, ascoltarlo suonare il piano, ascoltarlo suonare la batteria, ascoltarlo suonare qualunque cosa, tutto il cibo nel backstage ai concerti dei Weather Report, guardare Star Trek, farmi tagliare le unghie e pulire le orecchie, il venerdì al Burger King, insegnarmi come cantare al microfono, portarmi da mangiare a casa, comprare pina colada, una performance da solo quando ero in quarta elementare per il giorno dei genitori, stringerlo forte quando mi veniva a prendere a scuola con la sua moto, darmi il bacio della buonanotte. Questi sono alcuni dei miei ricordi e nessuno può portarmeli via. Questo è ciò che darò ai miei figli, perché lo conoscano attraverso me e la sua musica. Ti amo papà.”
Mary Pastorius 

(traduzione di Pier Paolo Festa)

Come On, come over
Opus Pocus
Joni Mitchell Jaco Pastorius - The Dry Cleaner From DesMoines
Goodbye Pork Pie Hat

Fonte: Aretaeus News, Anno III, n° I
AipsiMed: Associazione Italiana Psichiatri Medici
Si ringrazia vivamente il sito sunnominato per aver gentilmente concesso a Distorsioni il permesso per la pubblicazione dell’articolo.

3 commenti:

ivan ha detto...

non esistono parole che dicano più di quello che ho letto..purtoppo per diventare e rimanere un mito c'è bisogno di un sacrificio...non dimenticherò mai jaco...pensare a lui e come pensare a qualcosa di nuovo a qualcuno che non verrà mai eguagliato...ciao jaco se esiste un'aldilà spero di incontrarti!!!!

Anonimo ha detto...

Jaco. Il mio tocco, il mio suono, la mia costante ricerca di sensibilità senza passaggio intermediario dello strumento, tra l'intuizione ed il suono. Ascoltarlo e sentire riecheggiare in te ogni singolo tocco sulle corde ed il mistero di un genio ora dentro me comprensibile. Jaco era un Padre biologico, ma anche uno che ha generato figli nelle dita e nel cuore di altri musicisti, certo consci che mai arriveremo lassù, ma che quel lassù è entrato dentro di noi, inesorabilmente nella parte più profonda del nostro essere regalandoci un paradiso verso cui tendere. Un grande abbraccio Jaco e grazie per un dono senza prezzo.

cismax ha detto...

che dire...bellissime parole di una figlia per un grande musicista che, in fondo, era "solo" suo padre.
Da brividi, specialmente, l'elenco dei ricordi alla fine...penso alle mie bambine, penso ai miei ricordi di mio padre e penso che i legami genitori-figli, spesso così tribolati e complicati, siano qualcosa che vada al di là della comprensione dell'intelletto. Amore, e basta.

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