giovedì 28 luglio 2011

MUSICAL BOOK REVIEWS - "Read the Beatles" di June Skinner Sawyers (2010, Arcana)

Sui Beatles è già stato scritto di tutto. In quanto icona intramontabile della storia della musica, il gruppo è stato oggetto di ogni genere di antologia e pubblicazione. Eppure il libro "Read the Beatles", curato da June Skinner Sawyers e pubblicato in traduzione italiana dalla Arcana Editrice riesce ad emergere per l'originalità del punto di vista con cui affronta il fenomeno Beatles. Come ben spiega il sottotitolo, si tratta di “un'antologia di scritti d'epoca sull'impatto, l'influenza e la modernità dei Fab Four”, dunque una raccolta di saggi, articoli di riviste e quotidiani, interviste, poesie uscite negli anni in cui i quattro di Liverpool sorprendevano il mondo e scombinavano gli assetti musicali e culturali fino ad allora dominanti.
Potrebbe sembrare un punto di vista come tanti, ma non lo è, soprattutto per chi quegli anni non li ha vissuti direttamente e dalla lettura delle oltre cinquecento pagine del volume potrà ricavare con grande chiarezza un'idea di quanto dirompente sia stato il fenomeno Beatles.
Nonostante la mole consistente del volume la lettura risulta agevole poiché suddivisa in capitoletti che possono essere fruiti anche singolarmente, sebbene vi sia un percorso logico piuttosto preciso e coerente nella loro strutturazione. Si comincia con gli esordi pre-Beatles, di Quarryman e Silver Beatles, per poi percorrere cronologicamente la carriera del gruppo, attraverso i saggi e gli articoli raccolti nella prima parte che ha il titolo “Insieme”, mentre una seconda parte dal titolo “Divisi” presenta contributi dedicati a ciascuno dei Fab Four nella loro esperienza post-Beatles. Naturalmente, come accade sempre per i fenomeni di così grande impatto, non tutti accolsero la novità con entusiasmo e difatti molti dei contributi raccolti nel volume della Sawyers dimostrano perplessità o addirittura sono vere e proprie stroncature della loro musica e delle loro abitudini off-stage, ma proprio questa pluralità di approccio permette al libro di restituirci la complessità del l'universo Beatles, non solo e non tanto dal punto di vista strettamente musicale ma piuttosto da quello culturale. Così, per esempio, Paul Johnson in un articolo pubblicato sul numero del 28 febbraio 1964 del “New Statemen” rispondeva in maniera critica a un commento di William Deeds, ministro del governo britannico che aveva dichiarato che i Beatles “preannunciano un movimento culturale … che potrebbe entrare a far parte della storia del nostro tempo".
Scrive Johnson nell'articolo:
"Gli adolescenti di oggi sono forse differenti? Certo che no. Quelli che si ammassano attorno ai Beatles, che gridano fino all'isteria, le cui facce assenti ondeggiano al di là degli schermi televisivi, sono i meno fortunati della loro generazione, i meno intelligenti, gli oziosi, i perdenti: il fatto che ce ne siano così tanti non è affatto motivo di orgoglio ministeriale, bensì un terribile atto d'accusa per il nostro sistema scolastico, che in dieci anni riesce a malapena ad alfabetizzarli. Ciò che il signor Deeds non riesce a capire è che la vera crema del popolo degli adolescenti, i ragazzi e le ragazze che saranno i veri creatori e leader della società di domani, non si avvicinano neanche a un concerto di musica pop".

Col senno del poi, ovvero dell'oggi, molte delle definizioni e dei commenti contenuti nei capitoli del libro appaiono mastodontiche nella loro ingenuità, ma proprio la possibilità che ci è data di leggerle ai nostri giorni, con il mito dei Beatles ancora ben vivo e vegeto, ci permette di cogliere appieno lo spaesamento che i quattro di Liverpool producevano in molti giornalisti e studiosi di fenomeni musicali e di costume. Andrew Sarris, nella sua recensione del film “A Hard Day's Night” comparsa su “The Village Voice” del 27 agosto 1964, spiega che la musica gli è piaciuta moltissimo e poi scrive: "I Beatles sono uno scaltro gruppo di anarchici antiestablishement, ma sono troppo furbi per far capire alle autorità quali siano le loro vere intenzioni. Chi li ha visti intrattenersi col pubblico e con la stampa afferma che farebbero sembrare Frank Sinatra e il suo clan una banda di zoticoni a una festa di paese. […] Forse tra sei mesi non varrà più la pena di dedicare loro neanche un paragrafo, ma per ora il loro divertente messaggio è che tutti siamo “persone”, sia i Beatles sia il loro pubblico urlante, come pure le donne e gli anziani, e che per quanto simili possano sembrare le “persone” in un gruppo, in una massa o in uno stereotipo, in ogni anima resta sempre un'individualità unica e irriducibile".

Com'è ovvio, il libro offre anche uno spaccato del panorama musicale nel quale i Beatles si muovevano, tra bands che il gruppo di Liverpool ha ispirato e bands dalle quali hanno tratto ispirazione loro stessi. Così William Mann, critico di musica classica per il “Times” di Londra ed entusiasta sostenitore dei Beatles ce ne offre un esempio nell'articolo “I Beatles ravvivano le speranze di un progresso della musica pop”, comparso sul “Times” il 29 maggio 1967, in occasione dell'uscita dell'album "Sgt. Pepper's Lonely Hearts Club Band", uno dei più discussi della band. Nell'articolo Mann spiega di aver riscontrato delle tendenze emergenti nella musica pop, in quanto i giovani adolescenti del 1963 sono ormai cresciuti e "mods, rockers, intellettuali, ribelli, indulgenti, ambiziosi, tutti traggono piacere e ispirazione da musiche diverse, e i Beatles hanno mantenuto la propria supremazia grazie al fatto che riescono a attingere a tutte queste fonti con risultati altrettanto evidenti”. In particolare, rispetto a Sgt. Pepper's, Mann spiega che “la definizione di moda è 'musica psichedelica'".
Poi aggiunge che "la maggior parte dei gruppi si accontenta di rifilare qualcosa di festoso che abbia un suono forte e rumoroso, sebbene i Rolling Stones, gli Hollies, i Moody Blues, i Manfred Mann e gli Who (gli ultimi due per ora un po' meno) hanno mostrato, come i Beatles, che la musica beat può essere variegata come tutte le altre".
Tra i predecessori dai quali i Beatles hanno tratto ispirazione, ricorre spesso il debito esplicito che John Lennon ha più volte dichiarato nei confronti di Elvis Presley, riportato tra gli altri in un'intervista rilasciata con Yoko Ono e pubblicata su “Playboy” nel 1981, un mese dopo la sua morte: "non avevo mai pensato che fare musica potesse diventare uno stile di vita, finché il rock'n'roll non mi ha colpito", spiega al giornalista David Sheff che poi gli chiede che cosa in particolare l'ha colpito: "Rock Around the Clock credo. Mi piaceva Bill Haley, ma non sono rimasto proprio travolto da lui. Ci è voluta Heartbreak Hotel per conquistarmi". E, difatti, come racconta Cynthia Powell, la prima moglie di Lennon, in un altro dei contributi del libro, quando conobbe John, era "un perfetto esemplare di teddy boy". Tra gli articoli a carattere prevalentemente musicale merita una nota quello del compositore di musica classica Ned Rorem che in un articolo comparso sulla «New York Review of Books» il 18 gennaio 1968 entra nel merito del discorso musicale dei Beatles, paragonandoli in modo positivo ai grandi compositori classici come Monteverdi, Schuman e Poulenc. Rorem spiega come i germogli della musica dei Beatles erano già presenti negli anni '50 con
"sex symbol maschili come Elvis Presley in America e Johnny Halliday in Francia", i quali sono stati i progenitori di una serie di cantanti più sofisticati e “impegnati”, come Dylan e Donovan, che a loro volta hanno generato un'orda di discendenti che comprendono gemelli (Simon & Garfunkel, i più istruiti), quintetti (Country Joe & The Fish, i più esotici), sestetti (The Association, i più nostalgici) e persino gruppi di sette elementi (Mothers of Invention, i più folli e satirici)",
oltre ad alcune donne come Janis Jan, Bobbie Gentry e le Supremes. Aggiunge poi Rorem che i Beatles rispondono a un bisogno che "non è né sociologico né nuovo, ma artistico e antico, e precisamente la necessità di un rinnovamento del piacere", e lo fanno senza inventare nulla di nuovo ma semplicemente utilizzando in modo sapiente, e sovvertendo in maniera originale, i tre fondamenti che costituiscono una melodia: il ritmo, l'armonia e il contrappunto. Per entrare nel dettaglio Rorem spiega come "l'armonizzazione, al massimo dell'audacia, come nel caso dell'insistente dissonanza di I Want To Tell You, è praticamente impressionista e non arriva mai più avanti di Chansons Madécasses di Ravel. Il ritmo diventa sempre più fantasioso in Good Day Sunshine
ma ricade quasi sempre in un quattro quarti più semplice del più semplice Bartók di cinque anni fa. Le melodie, come Fixing a Hole e Michelle, sono costruite in modo squisito, ma evolvono da modi standard, con le terze e le settime abbassate tipiche del blues. Il contrappunto, quando è rigoroso come nel caso di She's Leaving Home, non risulta più complesso di quello di Three Blind Mice, mentre quando è usato in modo più disinvolto come in Got To Get You Into My Life ha la libertà di Hindemith, vale a dire un Bach senza i problemi, senza lo sforzo di trovare delle soluzioni reso necessario dal rigore della partitura del diciottesimo secolo (le Supremes, per non parlare di strumentisti come Ornette Coleman, si spingono ben oltre rispetto ai Beatles in questo campo)".
Numerosi altri contributi raccolti nel volume della Sawyers entrano negli aspetti culturali, oltre che in quelli strettamente musicali, come per esempio l'articolo di copertina del “Times” del 22 settembre 1967 a firma Christopher Porterfield.
"Il reverendo B. Davie Napier, decano della cappella della Stanford University, dice che “nessuna entità ha mai colpito tanta gente sensibile come fanno questi ragazzi”. Napier, che nel corso di qualche sermone si è già soffermato su Yellow Submarine ed Eleanor Rigby, è convinto che SGT. PEPPER, “metta a nudo la totale solitudine e il terrore dei nostri tempi” e prevede di concentrarsi sull'album in un discorso che dovrà tenere davanti alle matricole. Lo psichiatra di Atlanta Tom Leland afferma che i Beatles “parlano in modo esistenziale dell'insensatezza del mondo attuale”. Abbiamo anche un'analisi dal punto di vista intrauterino: lo psichiatra di Chicago Ner Littner crede che “il ritmo serrato” delle canzoni dei Beatles “sembra risvegliare ricordi di significative esperienze prenatali, come la serenità del feto che riecheggia in modo ripetitivo il ritmo del battito cardiaco della madre”.
Psichiatri, sociologi, musicologi, religiosi, tutti impegnati a cercare di definire (e a volte anche di arginare) il fenomeno Beatles. Le vicende musicali che si intrecciano agli avvenimenti culturali che hanno in modo diretto o indiretto coinvolto i Fab Four e che hanno segnato la storia culturale occidentale, sono tutte ripercorse tramite i contributi nel volume della Sawyers. C'è la presa di posizione del mondo cattolico quando Lennon dichiara che i Beatles erano più popolari di Gesù, c'è la leggenda della presunta morte di Paul McCartney che sarebbe stato sostituito da un sosia, c'è il dossier che dal 1971 l'FBI ha tenuto su Lennon, c'è l'incontro di George Harrison con Ravi Shankar e l'attentato nella casa di Harrison nel 1999 che ha messo a rischio la sua vita e quella della moglie Olivia, c'è il massacro compiuto da Charles Manson e dai suoi seguaci nell'agosto del 1969, ispirato dall'ossessione di Manson per il White Album, nel quale perse la vita anche Sharon Tate, la moglie di Roman Polanski. Chiudono e completano il libro tre appendici con la discografia, una selezione della bibliografia sterminata uscita sui Beatles e un riassunto cronologico delle vicende che li hanno riguardati.
Rossana Morriello

Nelle foto, in ordine dall'alto in basso: William Mann, David Sheff, Ned Rorem

Good day sunshine
Fixing a hole

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