sabato 2 dicembre 2006

Collaborations / Recensioni / From The Past / THE LOVE : Forever Changes ( Elektra, 1967) by Franco De Lauro





THE LOVE furono un gruppo attivo in California (Los Angeles), nella seconda metà degli anni 60.
In realtà essi furono, sostanzialmente, il gruppo di ARTHUR LEE .
Questi fu l’anima del complesso, che cambiò di compagine ripetutamente a causa della vita spericolata, diremmo oggi, dei suoi componenti. Il disco che si sta esaminando è del 1967.
Epoca e luogo geografico, ovviamente, rimandano all’Estate di amore, pace e libertà (Summer of love) della mitologia pop.
I più pensano alla Summer of love ed ai suoi artisti come ad un qualcosa di ben definito.
Non c’è niente di più sbagliato.
Al di là del fatto di essere immersi in un vago, anche se elettrizzante, clima di protesta ed entusiasmo giovanile verso “nuove” libertà e cose simili, i gruppi vivevano in ambienti diversi e si rivolgevano a diversi tipi di pubblico.
Alcuni gruppi, come i Jefferson Airplane ed i Grateful Dead, avevano il loro humus nei campus universitari. E’ all’immagine di costoro che si associa, solitamente, il fenomeno West coast dell’epoca, immagine di tipo intellettuale o intellettualoide e politicamente impegnata.
Questo genere di gruppo, però, non era affatto rappresentativo dell’insieme.
I Doors non traevano la loro ispirazione dall’ambiente dei campus, semmai dalla strada.
I Byrds ed i Buffalo Springfield, nonostante l’elevato impegno sociale, cercavano semplicemente il successo sulle orme dei gruppi inglesi.
I Lovin' Spoonful ed i Beach Boys vivevano a margine delle spiaggie.
L’ambiente dei LOVE, o meglio di Arthur Lee, erano i club, dove si suonava ancora molto jazz.
Forever Changes, il loro terzo album, fu un parto difficile.
Dopo Da Capo, che ebbe un discreto successo commerciale, il gruppo era virtualmente disbanded, sfasciato. Fu, probabilmente, merito della Elektra se Forever Changes vide la luce.
Con una band nuova, Arthur Lee incise quello che è, secondo trentacinque anni di critica, uno dei primi dieci album di tutti i tempi. Commercialmente, all’uscita, non fu un grande successo.
All’epoca gli artisti, per vendere, dovevano fare delle grandi tournéé ed Arthur Lee non amava queste cose estenuanti.
Nel tempo, però, l’album ha dato le sue brave soddisfazioni alla casa editrice. Difficilmente manca nelle collezioni ben fornite.
La musica del disco, anche se semplice, non è di presa immediata.
La voce di Arthur Lee, oltretutto, pur se benissimo intonata e precisa nelle inflessioni, non era di quelle capaci di muovere la pancia o il cuore dell’ascoltatore. Il disco, però, è splendido.
I pezzi ruotano intorno agli studiatissimi e raffinatissimi giri armonici della chitarra acustica, alla quale quasi a sorpresa si aggiungono gli altri strumenti, sia quelli propri di un complesso rock ovvero chitarra elettrica, basso e batteria, sia quelli tipici dell’orchestra classica, con una particolare citazione per l’uso dei fiati.
Secondo me, tecnicamente, la peculiarità del disco consiste nel fatto che i brani, concepiti in maniera eminentemente intimistica, vengono “aperti” attraverso l’uso jazzato del suono orchestrale.
Il risultato è quel suono che i recensori, spesso, hanno descritto come misterioso e su cui si fonda il fascino di Forever changes.
Eviterei di creare una graduatoria fra i brani.
Se si consultano dieci recensioni, ciascun critico mostrerà di preferire pezzi diversi. Darei, però, una chiave per l’ascolto.
Il disco inizia con Alone again or… .
Il pezzo, suggestivo quanti mai, ha una particolarità che solo un grande musicista poteva porre in essere.
Inizia con un calmo arpeggio di chitarra acustica, per poi aprirsi musicalmente sul cantato.
Il testo riflette gli stati d’animo di un uomo che alterna momenti di rassegnata solitudine ad altri di speranza possibilista.
La musica veste alla perfezione gli stati d’animo comunicati dal testo.
I brani successivi alternano momenti più calmi e più frastagliati, come l’emotiva A House is not a motel, ma con un aumento quasi impercettibile del toni, attraverso la complessa, ispiratissima e fiatistica Maybe the people would be the times or between Clark and Hilldale fino al pezzo finale, l’elettrico bellissimo You set the scene.
Dopo un primo d’ascolto complessivo, sarà più facile enucleare la bellezza dei singoli brani, dal quieto ed enigmatico Andmoreagain al frastagliato The good humor man he sees everything like this, con i fiati in bella evidenza.
Comunque, al di là delle citazioni di singoli brani, il disco è talmente compatto che l’unico approccio consigliabile è quello diretto alla conoscenza ed al godimento dell’insieme.
Per l’eventuale acquisto, vinile a parte, conviene prendere la ristampa Rhino del 2001, con 7 bonus tracks, tra demo, alternate mix ed outtakes .
Hummingbirds, Wonder People, Your Mind And We Belong Together, Laughing Stock sono pezzi rinvenuti negli archivi e resi disponibili per la prima volta.
Forever Changes è uno di quei dischi che può accompagnare per tutta la vita.
Lo si può dimenticare per anni nella propria discoteca, ma al riascolto comunicherà sempre nuovi risvolti e chiaroscuri.


FRANCO DE LAURO

mercoledì 29 novembre 2006

Collaborations / LIVE REPORT / Esteri; DIAMANDA GALAS ( Time Zones, XXI Ed., Bari, Palamartino / 24-11-06) by Nino Antonazzo






DEFIXIONES: WILL AND TESTAMENT, ORDERS FROM THE DEAD, ( l'ultima opera di Diamanda Galas -
Mute / 2004)


MALEDICTION & PRAYER (Live /Asphodel/1998)

E’ davvero con immenso piacere che pubblico questo live-report scritto da Nino Antonazzo del concerto di DIAMANDA GALAS, conclusivo della ventunesima edizione dell’ormai famosa rassegna barese di musica contemporanea TIME ZONES.
Nino Antonazzo è un amico ma prima di tutto probabilmente uno dei più profondi conoscitori baresi se non pugliesi delle multiformi ramificazioni del rock (o sarebbe più appropriato dire musica) d’avanguardia internazionale . Il suo stile di scrittura è preciso ed appassionato allo stesso tempo. Questa singolare, viscerale interprete è uno dei suoi miti da sempre e ciò traspare in modo lapalissiano da questo live-report che è anche un prezioso ‘trattatello’ sull’universo espressivo e sull’evoluzione stilistica dell’artista greca.
Sto iniziando ad apprezzarla anch’io senza mezzi termini (merito di Nino indubbiamente !) mentre ascolto il suo Malediction And Prayer, live del 1998.
Anche perché a tratti e da una diversa prospettiva il suo vocalismo ‘ di ventre ‘ esasperato mi ricorda un’altra ‘chanteuse’ maledetta per antonomasia, pochissimo conosciuta dalle nostre parti, la franco-polacca Mama Bea Tekielsky di cui tratterò spero prestissimo in questo blogspot.
Ladies and gentlemen…. Sua satanicità DIAMANDA GALAS !!!





THE WORLD IS GOING UP IN FLAMES . Il mondo sta prendendo fuoco. Ma queste fiamme non sono nuove per i nostri morti. In quelle fiamme essi hanno urlato la loro preghiera, cantato la loro ultima nenia, invocato il nostro Inaffidabile Dio, sussurrato un ultimo addio alla loro madre “
( da Orders From The Dead )


Non é mai stata una ‘sperimentatrice vocale’ tout-court DIAMANDA GALAS, non ha mai ricercato la purezza primigenia inseguita da Meredith Monk, né le acrobazie virtuosistiche da bambina isterica di Maja Ratkje, né l’algida e provocatoria concettualità del suo pur conterraneo Demetrio Stratos!
Sin da Panaptikon (1982) dedicato alle vittime della dittatura dei colonnelli in Grecia e direttamente ispirato alla tragedia greca classica, il suo è sempre stato una sorta di ‘urlo primigenio’ (“primordiale come il linguaggio degli uccelli o le articolazioni gutturali dei nostri antenati umanoidi “ ha detto qualcuno), che in maniera assolutamente viscerale ha voluto dar voce al dolore di tutti coloro che hanno subito e continuamente subiscono, in questo ‘ mondo in fiamme’ l’oppressione, umana o divina che sia : le donne violentate, i neri d’America, gli Armeni, gli Assiri e Greci vittime di un misconosciuto genocidio in Asia Minore nei primi decenni del secolo scorso (Defixiones – Will and Testament), i malati di Aids, tragedia da cui è stata toccata personalmente in ambito familiare ed a cui ha dedicato una trilogia (The Masque of the Red Death dal titolo di un racconto di E.A.Poe) in cui, insieme ai versi dei suoi cari poeti maledetti, declamava i passi più cupi, oscuri ed ‘oscurantisti’ delle Sacre Scritture.
All’esordio, nel 1981, un’allucinante interpretazione (voce e nastri elettronici) delle Litanie di Satana (da ‘Les Fleurs Du Mal’ di Baudelaire), a voler sin dall’inizio stigmatizzare la sua posizione di artista radicale, scomoda, provocatrice, decisa a risvegliare, anche a pugni nello stomaco, le coscienze di chi da troppo non è abituato a guardarsi attorno al di fuori del proprio rassicurante ed asfittico perimetro vitale.
Sympathy for the Devil” ? Qualcosa di più, decisamente!
La Galas di oggi non è più la ‘ Sacerdotessa degli Inferi’ che nell’ottobre del 1990 celebrava, a seno nudo e grondante sangue, la sua blasfema Plague Mass nella cattedrale di St.John the Divine a New York City. La rabbia iconoclasta di allora si è stemperata ( Nick Cave docet?) nell’immagine di una sorta di una medianica predicatrice laica, che si esibisce con l’ausilio del solo pianoforte (più qualche sporadico electronic-tape), proponendo apocalittici blues e persino sue reinterpretazioni di classici della canzone americana e francese.


E’ questa la Galas che attendiamo stasera 24 Novembre 2006, per la serata conclusiva della ventunesima edizione di Time Zones, in un Palamartino ripieno ahinoi ! solo per metà (…meglio Allevi? Meglio Ghezzi?... mon dieu!). E’ un momento, per chi scrive, atteso da 25 anni, e l’emozione si sente, è inutile negarlo, quando le luci si spengono e dopo 30 interminabili secondi Lei appare statuaria e spettrale, concedendoci persino un rapido cenno di saluto (… ne pas possible!!!) ; ‘… dai Diamanda, inceneriscici tutti!‘, urla qualcuno.

My world is empty without you ( urlo rauco e volutamente sgraziato e pianoforte abissale, a massacrare le Supremes), l’angelo azzurro Marlene evocato in Moi, je m’ennuie, persino un classico come Autumn Leaves, l’Edith Piaf di Padam Padam Padam (…lei, lo sparviero che rifà l’usignuolo…o era il passerotto ? bah !).
Ed in mezzo l’omaggio a Pasolini con la struggente Supplica a mia madre (…italiano approssimativo, svagato ritmo di valzer… ma una grande sensibilità nello scegliere una delle liriche più personali e tormentate del grande friulano).
E l’allucinazione devastante di Birds Of Death ( il testo è suo : LIGHTS OUT – LIGHTS OUT!) con la voce ad evocare dolenti litanie mediorientali.
Il resto è un po’ perso nel ricordo di un’esibizione vissuta in semi-trance ( esagerato! mi direte…ma tant’é.. avete chiesto voi il mio parere, no?).
Un’altra cosa ricordo con chiarezza: il primo bis (prima di The Thrill Is Gone) è proprio la canzone che il cartoon Jessica Rabbit canta nel famoso film di Zemeckis !!!
E poi Lei che si avvicina al pubblico, sorride (per un attimo), applaude…firma persino un autografo ( …ne pas possible! ne pas possibile !) . THANK YOU ! In questo ‘mondo in fiamme’ di mediocrità al potere insieme ai Bush, agli Aiatollah, ai Putin, ai Ratzinger, c’è anche Lei, vivaddio ( !!!) DANNATA GALAS !! LONG LIVE !


NINO ANTONAZZO

www.diamandagalas.com

http://www.timezones.it/

martedì 28 novembre 2006

Interviste /From The Past; ROBYN HITCHCOCK talks about SPOOKED and ..... ( 2004)







Circa due anni fa riuscii ad intervistare grazie alla mediazione di Marco Grompi della I.R.D. ROBYN HITCHCOCK, uno dei più grandi songwriters inglesi a mio parere degli ultimi 30 anni, di passaggio in Italia per un concerto in occasione dell'uscita del suo album inciso in America SPOOKED, davvero consigliatissimo per le sue sonorità particolari e la felice ispirazione di Hitchcock. Ve la propongo sperando possiate trovarci motivi di interesse per riscoprire o scoprire ex-novo questo grande artista, ma anche in occasione della recente uscita del suo nuovo lavoro, OH ! TARANTULA, registrato con la collaborazione dei Venus 3.
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Alla fine di una travagliata gestazione questa intervista via e-mail con ROBYN HITCHCOCK è andata in porto: non potevamo lasciarci sfuggire l'occasione di approfondire con il grande menestrello britannico che ha suonato l'8 Febbraio 2004 a Milano, unica data italiana del tour, soprattutto alcune tematiche riguardanti SPOOKED (Proper Rec./IRD) il suo ultimo stupendo lavoro uscito sul declinare del 2004. Spooked, ricco di fascinose ballate, inciso a Nashville con le preziose collaborazioni di Gillian Welch e David Rawlings, due rappresentanti del folk-revival americano, ci ha restituito un Hitchcock maturo calato ancor più intensamente nel suo tipico songwriting meditabondo ed onirico, ma con un afflato folk / dylaniano accentuato; i voli lisergici sono ormai lontani nel tempo anche se riaffiorano talvolta in Spooked quasi con un piglio nostalgico. Hitchcock ha comunque conservato, almeno dal tenore delle sue risposte, quel proverbiale spirito ironico-surreale che contraddistingue da sempre l'uomo quanto l'artista.Un doveroso grazie per il buon esito di questa intervista a Marco Grompi della I.R.D., Davide Sapienza e Donatella Portoghese per la sua sagacia di traduttrice.
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Robyn, a giudicare dal tuo ultimo lavoro, Spooked, e da brani stupendi come English Girl, Tryin' to get in heaven before they close the door, Sometimes a blonde, sembra che la slow-ballad sia diventata il mezzo espressivo a te più consono. In effetti, più invecchi e più i tuoi tempi rallentano. Ormai suono alcune delle mie vecchie canzoni a metà della loro velocità originale. Sai, quando é giovane, l'universo si espande fino a coprire milioni di chilometri in un lampo secondo, quando è maturo, diventa fisso, immobile, uniforme e pulsa al ritmo di profonde vene emozionali, e poi quando invecchia implode su stesso. Per me è la stessa cosa. Sono come una vecchia colonna romana che aspetta di finire in nella mostra in un museo o di disintegrarsi.


In Demons and friends c'é invece molto sentore di blues e gospel.
Si tratta di una vecchia canzone che ho composto circa vent'anni fa o forse più. Lavorare con Gillian e David me l'ha riportata alla mente, così l'ho ripescata dal fondo della memoria e gliel'ho proposta. Ero sicuro che loro erano perfetti per quel pezzo, come nessun'altro sarebbe stato mai. Mi hanno interrotto pensando che stessi scherzando!


I brani che mi ricordano di più i Soft Boys sono If you know time con quel riff che fa tanto Rain e l'orientaleggiante/psichedelica Everybody needs love, con tanto di sitar .
La "beatle-music" colpisce ancora! Anche senza percussioni e chitarre elettriche, quel particolare ronzio ritorna. Avevo 13 anni nel 1966 e questo resterà sempre un fatto importante. Non si dimentica ciò che ti ha influenzato a quell'età. Ho sempre adorato quel suono, e ce n'è in abbondanza anche nei Soft Boys, no?
Il sitar elettrico è una chitarra con delle corde fatte apposta per creare quel suono, che risuonano proprio accanto ai microfoni, e una corda di metallo sottile o di carta (non so, ero senza occhiali) contro cui le altre corde si strofinano, producendo quel tipico scricchiolio.


Robyn, che succede se '... non si riesce ad entrare in paradiso prima che chiudino le porte ' ?
Dovresti chiederlo a Bob Dylan, ne parla in una delle sua canzoni, no? Probabilmente si perde l'opportunità di una bella cena col Papa. Ma Dylan l'ha incontrato ugualmente e quindi almeno lui è a posto!


Mi spieghi il significato di Spooked, il titolo del tuo ultimo lavoro.
Significa essere ridotto al terrore da un gioco (e da un bel mucchio di soldi), un po' come l'America di oggi. La minaccia potrebbe essere reale, ma la paura assume una dimensione teatrale che fa molto comodo sia al governo sia a coloro che controlano i mass-media.


'Robyn Sings ' comprende registrazioni comprese tra il 1996 ed il 2001 ...quindi é un omaggio di Robyn Hitchcock molto meditato al maestro Bob Dylan ?
Conservavo alcune mie registrazioni mentre cantavo canzoni di Dylan e alcune di questo le ho fatte ascoltare ad alcune persone che mi hanno chiesto se avessi voglia di inciderle ed alla fine ho accettato. Poi sono state aggiunte altri tre pezzi per rendere completa la raccolta. Ne è venuta fuori una gran bella collection, ma per nulla meditata, credimi.
Bob Dylan era il primo autore di cui imparavo le canzoni alla chitarra. Erano facili da suonare, ma difficili da interpretare e soprattutto da eseguire con una voce che non sia quella di Dylan o almeno un'ombra di quella di Dylan. Sto ancora imparando come suonare "Visions of Johanna", anche se sono passati circa quarant'anni dalla prima volta che l'ho ascoltata.
Ma devo dire che la suono meglio di quanto faccia Dylan oggi, forse è un brano che riveste più significato per me che per lui! "Great master" è un termine troppo delicato per definirlo, di solito ci si rivolge a Dylan con termini come "brillante" o "terribile". E' vero che dal vivo, "massacra" le sue vecchie canzoni, ma i suoi due ultimi album sono stati molto buoni.


Anche Television e Full Moon in My Soul ci regalano un Hitchcock molto morbido e meditabondo....ma come sono i tuoi rapporti con il piccolo schermo ?
C'è davvero molto da contemplare intorno a te ed io sono in questo stato contemplativo da quando avevo 12 anni. Ho sempre preferito la dimensione contemplativa al gioco del calcio. Queste due canzoni che tu citi potrebbero essere cantate da una donna ed, in effetti, le canta Gillian Welch, ma anche David Rawlings che è un uomo, come me.
A ciascuno il proprio "media", potrei dire. Per quel che mi riguarda, sono i giornali a stampo liberale e la TV a raccontarmi il mondo come io credo che sia. Altri naturalmente preferiscono il mondo dipinto da Murdoch o da Berlusconi. Grazie a Dio c'è la BBC!E' difficile avere le notizie nel modo giusto in America.


Jewels for Sophia e Star for Bram hanno un rapporto di contiguità ispirativa ?
Bram e Sophia
stavano insieme alcuni anni fa. Non li ho mai incontrati ma avevo sentito che erano delle persone assolutamente speciali. Ma come si può raggiungere delle persone ormai lontane? Avrei voluto incontrarle e dare i loro nomi agli albums che contengono le mie sessions dal 97' al 99'.


Quali sono oggi i tuoi rapporti con gli Egyptians ?
Morris Windsor suona le percussioni e a volte canta anche con me, alle feste o durante gli shows in Inghilterra. Per un bel po', non ho più visto Andy Metcalfe, ma credo stia bene. Il circo degli Egyptians/Soft Boys non è molto socievole, ci siamo sempre solo incontrati per suonare insieme.


Mi parli della tua collaborazione del 1998 con Jonathan Demme ?
Nel 1996 Jonathan Demme organizzò e filmò un concerto in cui suonavo in una vetrina di un negozio sulla 14esima strada a New York. E' bellissimo sia dal punto di vista del suono che da quello delle immagini, anche se io sorrido una sola volta nel video. Deni Bonet suona il violino in alcune canzoni e Tim Keegan si unisce a me con la chitarra verso la fine. Il film si chiama "Storefront Hitchcock" ed è disponibile in DVD.


Il pensiero di Robyn Hitchcock sulle scelte politiche internazionali di Tony Blair ?
Penso che abbia commesso un grosso sbaglio alleandosi così strettamente con l'America di George Bush, specialmente quando ha deciso di invadere l'Iraq. Posso capire il desiderio di legare l'Europa all'America, ma Blair sembra aver semplicemente rimorchiato la Gran Bretagna attraverso tutto l'oceano Atlantico per andarla ad ormeggiare direttamente a Washington DC. Non potrei più votare per lui adesso, sarebbe come votare per Bush. Non riesco proprio capire se Blair si renda conto di ciò che sta facendo?!


Sei stato sempre accostato dalla stampa ad artisti psichedelici ed onirici come Syd Barrett e John Lennon....ma in realtà quanto hanno contato ed in che modo sei stato influenzato da essi in passato ed oggi nel tuo processo creativo ?
Queste sono state sicuramente le mie due maggiori influenze musicali, insieme a Dylan, che a sua volta ha influenzato Lennon e Barret. Non credo di aver avuto nessuna influenza su di loro, ma piuttosto mi vedo come uno di loro, questo si.
Dylan ha liberato il musicista che era in me, Barret mi ha aiutato a forgiare il mio stile e la mia identità e John Lennon è quello che più spesso sento risuonare nella mia voce mentre canto, soprattutto ultimamente.


Esiste un fil-rouge oltre che musicalmente anche nelle liriche di Spooked ?
Non l'ho notato, ma penso che si possa facilmente trovarvi un filo conduttore. Credo immensamente nella verità dell'inconscio.


Grazie per la tua disponibilità Robyn…
Grazie mille! Va bene, ciao


a cura di PASQUALE BOFFOLI


(trad. Donatella Portoghese)


http://www.robynhitchcock.com/


http://www.ird.it/

Recensioni / Esteri; PERE UBU : Why I Hate Women ( Hearpen Rec./Glitterhouse Rec./ Venus ) 2006





I PERE UBU di DAVID THOMAS sono tornati e davvero alla grande ! L’ultimo album, St.Arkansas retrodatava 2002, secondo appuntamento con la loro ossessione geografica dopo Pennsylvania del 1998 .
WHY I HATE WOMEN chiude quindi idealmente una trilogia con ennesimi riferimenti a luoghi dell’immaginario americano… Texas Overture , Flames Over Nebraska .
DAVID THOMAS, maitre-à-penser degli Ubu sin dal debutto punkoide epocale The Modern Dance (1978) ha sempre espresso nei loro dischi una concezione sonora e vocale estremamente ‘umorale’, pericolosamente in bilico tra armonia ed informalità, passando attraverso molteplici arditi ‘esperimenti’ estetici.
A livello individuale poi ha straripato negli ultimi vent’anni siglando diversi lavori solisti e collaborando con importanti artisti sotto varie sigle ( Pedestrians, Two Pale Boys …) . Fuori dalle righe : il suo eclettismo di stampo dadaista è sempre stato di quelli che affascinano o si rigettano !
WHY I HATE WOMEN ribadisce una volta di più questo concetto e per me e tutti coloro che appartengono alla prima categoria è davvero una gioia immensa ritrovare gli Ubu in forma smagliante, graffianti ed obliqui come non mai . La maturità sorprendente di questo disco sta nel saper conciliare le opposte metamorfosi / tendenze delineatesi nel loro sound attraverso gli anni.
Quella più conciliante e ‘pop’ si respira in episodi come Caroleen, Flames Over Nebraska, sature di riffs chitarristici penetranti : Keith Moliné ha dato il cambio a Tom Herman e Jim Jones ed é ormai un fedelissimo di Thomas .
Ma avvince anche la lunga bruciante divagazione solistica di Robert Kidney nei sei minuti e passa di Love Song, emblematica della eventuale comunicabilità cui accennavamo sopra.
Caroleen, urgentemente punk e trasversalmente pop come Mona e l’avvio elettrizzante di Two Girls (One Bar) ci riportano violentemente attualizzandoli agli allarmanti estremismi paranoidi / punkoidi di brani indimenticabili come Non Alignment Pact e Life Stinks .
I notevoli Michele Temple (bass) e Steve Mehlman (drums) hanno l’abilità diabolica di giocare tutti gli undici brani di WHY I HATE WOMEN sul filo di rasoio di una tensione attanagliante; Robert Wheeler appronta sotto gli affilati interventi post-punk della chitarra di Moliné, implementandoli da vero maestro, un perverso sibilante campionario di intrusioni EML synthesizer, theremin degno del grande Allen Ravenstine .
Inquietanti ed emozionali come sempre le interpretazioni / performances vocali di David Thomas : i picchi li tocca nelle conturbanti Babylonian Warehouses, Stolen Cadillac e Synth Farm, vere e proprie torbide rallentate paludi sonore in cui è fatale annegare ; ed in Blue Velvet, sorta di blues alieno corroborato dalla mouth-harp insidiosa di Jack Kidney .
Tutti episodi questi estremamente significativi dell’altra faccia, quella più introversa ed oscura, dell’arte dei Pere Ubu che si riconfermano a quasi trent’anni dal loro esordio ineguagliati terroristi sonici, veri maestri nel blandirci sottopelle .
Si chiude con la sorniona cantilena rap in salsa hard rock di Texas Overture .
PASQUALE BOFFOLI

lunedì 27 novembre 2006

Collaborations / LIVE REPORT / Esteri ; SODASTREAM and JACKIE-O-MOTHERFUCKER ( Time Zones - 22 / 11/ 06, La Vallisa, Bari ) by Antonio Vergari




JACKIE-O-MOTHERFUCKER ' :

2 foto 'live' e la copertina del loro nuovo lavoro

AMERICA MYSTICA ( Very Friendly / Ott.2006)




Il duo australiano SODASTREAM e la copertina del loro
ultimo lavoro, RESERVATIONS
(Hausmusik / Ott.2006)
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Antonio Vergari é un giovane ed entusiasta nuovo collaboratore del mio blogspot.
Si occupa soprattutto di nuove tendenze : gli ho chiesto di scrivere qualcosa sul penultimo concerto della rassegna barese Time Zones, svoltosi nella chiesa sconsacrata La Vallisa nella città vecchia.
Di scena un duo australiano, SODASTREAM che si esprime precipuamente attraverso una seriale malinconia e JACKIE-O-MOTHERFUCKER, americani, di cui mi dicono tutti un gran bene. Io avrei voluto esserci ma non ho potuto.
Antonio...raccontaci tu !

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La Vallisa : il miglior luogo per il rock che noi abbiamo qui in città.
Una chiesa sconsacrata. Ed anche per tutto il resto.Pazzesco e crudele definire e limitare il rock, aspettarsi qualcosa di preciso e pensare di inquadrare le cose e dentro le persone.
Sul palco c'erano: un pianoforte a coda, una batteria minimalmente jazz, un contrabbasso accasciato, due chitarre elettriche, una acustica, un oboe, un trombone, un flauto traverso, pedaliere per un duecento effetti, un esercito di percussioni.
Erano di meno quelli sulle sedie, e disorientati.I concerti sarebbero stati due.I SODASTREAM sono due e sono australiani. Sicuramente amici da molto tempo, ci giurerei sopra, sono quei musicisti che suonavano in simbiosi, una chitarra acustica debolmente elettrificata tenuta sulle gambe di un contrabbasso paurosamente tirato per le corde, un piano che va a piccoli accordi e note veloci fila una trama per una sega da falegname così familiare a un archetto che non sarebbe durato molto.
Forse qualcuno in prima fila li conosce, ha sentito dei loro cd e si aspetta i Kings of Convenience un tantino più veloci, o vedendo una armonica al collo della chitarra-voce intravede un Dylan. E' folk acustico, ma talmente intimista. La colpa é di una decina di fattori incredibilmente mischiati quella sera, la voce ubriaca del contrabbassista, un po' di scuse in italiano, il soffitto a volta, la ballabilità su un piede delle cantilene e l'aria fra gli strumenti e le narici del pubblico che si ispessisce. Un dieci pezzi e finisce .
Tutti li strumenti lasciati se li mangiano i JACKIE-O-MOTHERFUCKER e in cinque se li passano sputandoli.
Viene veramente da dentro quello che hanno fatto: una ora e mezza in tre pezzi. Musica sperimentale per la forma ma tanto primitiva e ancestrale come acid e psichedelia nell'urlo della cantante: ranicchiata su una sedia ricoperta di campanelli, avvolge come il fumo di sigaretta del più vecchio fra loro, tanto vicino al ghiaccio secco dei Doors.
Si poteva essere cullati da un'ancia semplicemente soffiata, sollevati dal sassofono di un nipote di Coltrane, infastiditi dalla dissonanza fra trombone e oboe, mossi a tempo dal picchiettare su charleston e grancassa non a tempo, attorcigliati nelle interiora per effetto del flanger, da coprirsi gli occhi e immaginare tutto, anche il resto.
Non ci si può distrarre , é stupido concentrarsi su un solo strumento e poi magari chiedersi se questi tizi dell'america li sanno veramente suonare tutti i loro strumenti, suonare da orchestra.
Il brodo primordiale di emotività non lo troverai mai in una orchestra convenzionale e i Jackie non é proprio possibile chiamarli con la parola orchestra;
devono essere un progetto esistenziale da sé, oppure uno stupendo quintetto di attori che ha giocato e preso in giro tutti.
Il primo atto é meditativo quanto una presa in giro, il secondo é esaltante come la prima sbornia, il terzo pezzo lascia il piacere racchiuso nel più intimo e quella inusuale contentezza da malati mentali di aver ascoltato una cosa impossibile, il fuori ordinario delle vite qui a Bari e il sapere di doversi rimettere nella stessa vecchia musica che qui impera.
Per sempre.
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