sabato 6 novembre 2010

"Folk, Acid Folk, Prog Folk e dintorni": artisti e brani scelti e commentati da Walter Pasero

Search Party - Speak To Me (Montgomery Chapel: 1969/Century)
Americani. Un grande esempio di acid-folk psichedelico, introdotto e sostenuto
da una sezione ritmica palpitante e frenetica. La canzone rimane perennemente su ritmi indiavolati e 'disordinati’.
A destare l'attenzione dell'ascoltatore è inizialmente la voce solista; atipica e squillante, nell'invocare il suo messaggio forsennato e contornata da uno sfondo cupo e ricco di distorsioni strumentali. La seconda parte del brano esplode definitivamente in un tripudio di anarchia sonora; organo impazzito, tastiere allucinate e una batteria cavernosa creano un andamento dissestato e metallico.


Arthur Gee - Tea Gardens (Arthur Gee: 1968/n/n)
Svizzero. Rarissima e preziosa testimonianza di cantautorato acid/folk. Una delicata passeggiata tra magici giardini contornati da immagini fantastiche. Chitarra e voce accarezzano l'ascoltatore, rendendo 'famigliari’ quei cieli primaverili. Una melodia immaginaria che intende restituire alle nostre esperienze intime bellezza e innocenza in opposizione al predominio di uno sguardo privo creatività.
Alla fine di questa poetica passeggiata musicale ci sentiamo restituire quella dose di innocenza che mai dovremmo smarrire.
Poesia acid/folk di limpida bellezza.




Stone Angel - Stone Angel (1974/n/nSSLP 04)
Stupendo brano di acid folk che intreccia magnificamente atmosfere gotiche con essenze dark-folk.
La matrice acida è stupendamente sostenuta dalla sezione ritmica del pezzo, che evoca sensazioni fuori dal tempo e inquietanti.
La voce possente e sicura lascia nell'ascoltatore un senso di disagio e attrazione che procedono parallele entro un tessuto strumentale dal fascino misterioso. Una chitarra graffiante e acida insieme a una batteria nervosa producono echi folk ipnotici ispirati a un tempo antico.
Capolavoro di psych-folk, assolutamente imprescindibile.



Dawnwind - Canticle (Looking Back on the Future: 1976/ Amron ARN 5003 )
Inglesi. Pezzo da ascoltare in religioso silenzio. Questa canzone comunica la necessità di viaggiare alla ricerca di noi stessi, ma con la mente sempre rivolta al passato, all'infanzia; alle terre verdi in cui eravamo cresciuti e al vento che spirava tra gli alberi.
Malinconia e desiderio si intrecciano in questo brano dal sapore vagamente folk-mistico. Un cantico che narra e suggerisce come la sostanza dei nostri sogni e del nostro futuro è ineludibilmente radicata nei luoghi della memoria.
La voce solista diventa così il narratore ideale di una song nella quale davvero le immagini evocate scorrono nella mente dell'ascoltatore una dopo l'altra come tanti tasselli di un mosaico naturale. Pezzo altamente raccomandato.




Just Others - Close Your Eyes To The Sun (Amalgam: 1974/ n/a Goodwill Records WS1)
Inglesi. Struggente pezzo psych-folk intriso di una linea melodica semplice, che giunge diritta al cuore. Questo duo ci accompagna teneramente in un ’sogno’ musicale. La prima voce invita a chiudere gli occhi sotto il sole, immaginando così la figura amata. Un suono dalla consistenza di un battito d'ali di farfalla: fragile e delicato, la stessa delle terre e sabbia da esso evocate.
Infine s’intreccia, lontana, la seconda voce, eco e memoria perenne di quell'esperienza. Song indimenticabile.

Walter Pasero

LIVE REPORT : "SONGS WITH OTHER STRANGERS" - Torino, Hiroshima Mon Amour 22 ottobre 2010


Songs with other strangers non e' un gruppo, ne’ tantomeno un 'supergruppo', ma invece l'occasione che (cant)autori e musicisti con percorsi e passaporti diversi colgono, da qualche anno a questa parte, per condividere pezzi della propria creativita' individuale, tra di loro e con chi li va ad ascoltare ai concerti, senza operazioni discografiche alle spalle e con un approccio libero nell'imbracciare gli strumenti. 

Marta Collica
L'idea iniziale di Marta Collica (autrice, componente dei Sepiatone e della band di John Parish) è del 2004 e nello stesso anno viene raccolta da Hugo Race (con lei pure nei Sepiatone, fondatore con Nick Cave dei Bad Seeds oltreche' frontman dei True Spirit), Cesare Basile (cantautore, già in Candida Lilith e Kim Squad, di lui collaboratrice storica), John Parish (autore, strumentista, partner musicale di PJ Harvey e suo produttore, ruolo in cui vanta collaborazioni con Eels, Sparklehorses e Giant Sand) e Manuel Agnelli, leader degli Afterhours. Con l'aggiunta di Giorgia Poli al basso (già tra i fondatori degli Scisma e poi nella band di Parish), di un batterista e di una violoncellista il progetto prende vita e nel 2005 si arricchisce della collaborazione di Stef Kamil Carlens, co-fondatore dei dEUS e ora componente di Zita Swoon.
Basile, Agnelli, D'Erasmo, Race, Carlens
Sono questi stessi musicisti a presentarsi sul palco dell'Hiroshima Mon Amour di Torino, senza pero' un batterista vero e proprio, con Rodrigo D'Erasmo degli Afterhours e il suo violino al posto del violoncello e con in piu' Steve Wynn, già leader dei Dream Syndacate
La line-up cosi’ composta durante il concerto varia però di assetto a ogni pezzo: infatti tutti passano dalla chitarra alla tastiera (e viceversa), si scambiano il ruolo di voce solista e si impegnano alle seconde voci o nei cori. Parish e Basile in piu’ a turno siedono anche dietro la batteria.

John Parish
L'inizio e' affidato alla voce di John Parish, con Baby’s coming, scritta da lui appositamente per il tour. Quindi tocca a Hugo Race con High in love, dei True Spitrit, seguito da Marta Collica che presenta la sua Anger. Con il brano “urlato” da Basile, Strofe della guaritrice e l'entrata sul palco di Steve Wynn alla chitarra, il concerto s'infuria: e prende poi fuoco con Manhattan fault line di Wynn medesimo, seguito da Stef Kamil Carlens in una versione blues-psichedelica di This is love di PJ Harvey.

Steve Wynn
Poi è la volta di Race con Shallow tears e quindi di John Parish con Rachel, dopodiché il microfono principale passa all'attesissimo Manuel Agnelli: che esegue Pelle, degli Afterhours, naturalmente accompagnato da Rodrigo D'Erasmo (alle prese, durante il resto del concerto, anche con chitarra, tastiera e cori). Ritorna quindi alla voce Basile per L'orvu, in dialetto siciliano e prosegue Carlsen in una cover della dylaniana Big city sorretta da eterei pizzicati di chitarra elettrica. Tocca poi a Marta Collica duettare con John Parish in Just water, di sua composizione, giusto prima della versione inglese di Ballata per la mia piccola iena, sempre degli Afterhours, cantata da Agnelli e sorretta da D'Erasmo con solidi e avvolgenti tappeti di violino.
Kamil Stefen Carlens
Resolution, song recente di Wynn, ipnotica e tirata nella tradizione Dream Syndacate, chiude poi ufficialmente la scaletta: ma dopo i saluti e il solito richiamo da parte del pubblico, non intenzionato ad andarsene subito, arrivano ancora il dark-blues Mida's touch di Race, l'altrettanto scura To speack of love di Basile, cantata con Race all'unisono e, per ultima, una versione corale ed energetica della Everybody knows di Leonard Cohen. Che nonostante le apparenze non conclude pero’ ancora  la serata: perché, dopo essere usciti nuovamente dal palco, i musicisti rientrano ed eseguono, passando dallo psichedelico allo psicotico, tra vuoti e pieni, una Black eyes dog di Nick Drake che si conclude con un crescendo noise strumentale.
Giorgia Poli
La sequenza di canzoni, ognuna frutto delle differenti individualità artistiche presenti sul palco, ha trovato un comune denominatore nelle sonorità costruiteci attorno dal lavoro dei musicisti, lavoro che ha  ridotto le differenze stilistiche tra un brano e l’altro dando al tutto un senso di assieme. Forse risultati ancora diversi (e ancora migliori), nell’opera di condivisione delle singole creatività, avrebbe dato il far cantare i brani non dai rispettivi autori, aggiungendo così anche nuovi punti vista non solamente strumentali.

Cesare Basile
Songs with other strangers non è sembrata pero’ una jam session a cui ognuno contribuiva sul momento: le singole parti sembravano strutturate e studiate per essere funzionali le une alle altre, con margini per l’improvvisazione limitati e individuati. Per ottenere questo si sarà reso un lavoro preparatorio adeguato, che andrebbe ulteriormente esteso se coinvolgesse altri aspetti delle esecuzioni: ll 2010 ha visto solo quattro date, in Italia, ma per il 2011 si è sentito parlare di tour europeo e chissà che questo non possa voler dire altri e più ampi sviluppi nel repertorio e nelle esecuzioni.
Rosalba Guastella e Claudio Decastelli


fotografie di Rosalba Guastella


John Parish e Manuel Agnelli
con Rosalba Guastella e Claudio Belletti (Rubbersouldischi, Torino)


"Songs with other strangers: un progetto fatto da - e - di gente vera, alla mano e semplice, di persone che non se la tirano affatto e credono in quello che fanno ... con l'amore per la musica e per la condivisione"
  (Rosalba Guastella)


Songs With Other Strangers live in Ravenna 20ott2010 - My Little Hyena
Songs With Other Strangers - Everybody Knows (Leonard Cohen) - Roma - 24 Ottobre 2010
Songs With Other Strangers - This is Love (PJ Harvey) - Roma - Teatro Palladium - 24 Ottobre 2010


venerdì 5 novembre 2010

"Folk, Acid Folk, Prog Folk e dintorni": artisti e brani scelti e commentati da Marcello Rizza

Vashti Bunyan - Train Song (side B 45 giri “Train Song”, Columbia Emi, 1966)
Splendida canzone che può giustamente introdurre questa nuovo appuntamento con Acid Folk e dintorni. Amo la voce di Vashti Bunyan e la sua delicatezza artistica. Alcuni singoli e un solo album, non subito capiti, sono poi assurti a must del panorama folk. Da poco ha composto un nuovo album.
Meraviglioso e bucolico, di più … sognante invece, l’album di esordio, "Just Another Diamond Day" del 1970. La ritroveremo alla fine di questa selezione.


Meg Baird - Maiden in the Moor Lay (Dear Companion CD/LP: 2007/Drag City/Wichita/P-Vine)
Meg Baird è un’artista che introdusse elementi nuovi nel folk, stante che ha suonato già nel nuovo millennio. Ad ascoltare questo splendido brano, però, non possiamo che ricordare una meravigliosa interprete dei sixties, ovvero la magica Linda Perhacs ed il suo capolavoro acid folk "Parallelograms". Splendida voce di questa cantante che co-fonderà un altro gurppo folk molto interessante: gli Espers. Conoscete gli Espers?


Espers - Travel Mountains (Espers: 2004/Locust)

Gruppo U.S.A. formato dal trio Brooke Sietensons, Greg Weeks e Meg Baird che è molto influenzato dal sound sixties dei Fairport Convention e dei Pentangle, ma anche qui parliamo di un album recente. Le arie risultano dark e ricordano anche la trilogia folk-oriented dei Current 93. Già, i Current 93, ma questa è un'altra (bella) storia!




Trader Horne (Judy Dyble) - Velvet To Atone (Morning Way: 1970/Dawn)

La splendida voce di Judy Dyble ci trascina nella dimensione onirica dove volano i suoi pensieri e dove si esprime la sua poesia. Notare il finale col pianoforte che impreziosisce ancor più il brano. Tutte le song di quest'album terminano con arricchimenti preziosi musicali, veri elementi psichedelici, messi lì come un invito o un preludio al piacevole ascolto del brano successivo. Grazie, Judy!



Pearls Before Swine - Translucent Carriages (Balaklava: 1968/Esp-Disk)
Qui ci troviamo più su arie che, nemmeno poi vagamente, ricordano l'opera meravigliosa di Tim Buckley. Voce e chitarra non possono che ricondurre al compianto menestrello mentre in alcuni tratti sovviene qualcosa dell'opera di Neil Young. Tutto l'album dei Pearls Before Swine si caratterizza per l'intensità e la bellezza dei brani.





Bellissima questa favoletta che ci porta in un paesino nordico all'interno di un negozio che vende menta e chissà quali altre erbe e zuccheri filati! I Sunforest li abbiamo già incontrati in questa rubrica, e confrontando i due brani, che provengono dallo stesso album, si capisce cosa s'intende quando viene definito l'album come colmo di brani molto diversi uno dall'altro. Andare a riascoltare anche l'altro, please ... e confrontare!


Karen Dalton - Something on your mind / How Sweet it is (It's So Hard to Tell Who's Going to Love You the Best: 1969/Capitol)
Una grande musicista con una voce stupenda e condotta con maestria. Un repertorio, il suo, che ammicca romantico e pervaso da una malinconia contagiosa.
E' stupendo il CD con annesso DVD della Megaphone Music. Questa proposta include due suoi brani, ma il primo è quello che più sinceramente mi coinvolge.
Non può comunque che essere, tutto, un ascolto raffinato e buono.


Vashti Bunyan - Love Song (side A 45 giri “Train Song”: 1966/Columbia Emi)
Come promesso, chiudo la mia rassegna di proposte folk-oriented ancora con Vashti Bunyan che, nei primi suoi cimenti musicali, ci recita, accompagnata dalla chitarra, una dolce canzone d'amore. Ho fatto la scelta di fornire pochissime informazioni tecniche, affidandomi più alle sensazioni che questi brani mi danno. Ai maestri le considerazioni specialistiche. Agli altri ... buon ascolto.


Marcello Rizza

MADNESS: "One step beyond" (1979), "Absolutely" ('80), "7" ('81), "The Rise & Fall" ('82), "Keep Moving" ('84), "The Madness" ('88), "Wonderful" ('99) (Salvo 2010)

Ascoltare la musica dei Madness è come infilarsi in biblioteca e imbottirsi di letteratura inglese.
C’è qualcosa di così visceralmente patriottico nella musica del gruppo londinese da risultare epico. Come per i Kinks prima di loro e come per i Blur negli anni Novanta, la musica dei Madness è totalmente impregnata di gusto sassone. La metti su e il tuo merdoso appartamento si trasforma magicamente in una casa in stile georgiano con tanto di comignoli, mattoni rossi e finestre a nove lastre. Dalla cucina arriva un dolce odore di tè indiano e biscotti al burro mentre dalla strada salgono rumori di double decker bus che si spartiscono i turisti e lo strombazzare di vecchi black cabs che si fanno largo tra le auto.
Provateci da voi.
Mettetevi dentro queste incredibili sette ristampe e organizzatevi questa vacanza virtuale. E se le orecchie non dovessero bastarvi perché difettate di fantasia, aiutatevi con i video a corredo di ogni volume.
O scorrete i titoli e i testi delle canzoni dove vengono elencati posti (Victoria Gardens, Primrose Hill) e personaggi veri (Michael Caine) o presunti (Mrs. Hutchinson, Benny Bullfrog, Reverend Green) come dentro un Cluedo ambientato nella capitale inglese.
Un viaggio organizzato cui è difficile rinunciare, soprattutto se sei cresciuto negli anni Ottanta. Se eri adolescente in quegli anni non potevi sottrarti alla follia idiota dei Madness.
Cominciata con la demenza di un ballo a passo d'anatra e finita con alcune pagine classiche del pop britannico.
I primi due dischi sono quelli legati al periodo ska, e questo lo sapete.
Meglio il secondo del primo, aggiungo io. Più convincente e meno didascalico.
E poi, va be', One step beyond (il pezzo) io non l’ho mai sopportato.
Ma credo che ognuno abbia la sua canzone dei Madness da odiare.
La svolta ‘pop’ avviene con “7”, l’album del 1981.
Il gioco comincia a farsi più complesso e anche più amaro.
Sin dall’iniziale battito cardiaco che annuncia l’infarto di cui è vittima il protagonista di Cardiac Arrest alla beffarda Mrs. Hutchinson che veste coi caldi colori del calypso il freddo dramma del cancro è come stare seduti davanti alle farse cariche di umor nero dei Monty Python.
Ironia delle ironie, i Madness lo registrano nelle Bahamas eppure suona come il più inglese dei dischi che hanno registrato finora, con questi ritratti di vita ordinaria e amara come Grey Day o When dawn arrives dove la malinconia si insinua sottile a gonfiare quei baggy trousers che prima sembravano solo pieni di ritmo.
Quando tornano a Londra questa nostalgia scoppia nella consapevolezza dell’ età adulta. I Madness cominciano a fare i conti col proprio passato, con la propria fanciullezza. Di questo è intriso “The Rise & Fall”, che si apre con un omaggio di Suggs a Liverpool, la sua città natale e a Casey Street, la sua Via Gluck. E’ un disco pieno di immagini domestiche, fino all’ apoteosi di Our House, uno dei vertici della loro produzione. Una torta di mele.
“Father's wears his Sunday best,
Mother's tired, she needs a rest.
The kids are playing up downstairs.
Sister's sighing in her sleep (ahhhh).
Brother's got a date to keep.
He can't hang around.”



Cheeeeeese! Ritratto di famiglia con cane.
Clive Langer e Alan Winstanley impongono un tappeto di archi a sostenere il piano gongolante e tutto il resto. E non sbagliano.
La casa è il tema che ricorre anche nel singolo coevo e che segna il loro primo e unico trionfo in classifica: House of fun. Un parziale ritorno al nutty sound delle origini, ma con la maturità di una band che riesce a rimodularne la timbrica con un’estetica da pop band.
Ovviamente, anche in questo caso, trovate tutto stipato qui dentro: album, singoli (compreso quella genialata per clacson ed orchestra latina di Driving my car, NdLYS), video, session radiofoniche, testi e un’ ottima prefazione stavolta firmata da Gavin Martin,
l’ideatore di Alternative Ulster (la fanze, non il pezzo) e ora collaboratore per il Daily Mirror.
“Keep Moving” torna all’idea di movimento che è cara all’ iconografia della band. Ed è un album ancora una volta ricco di intuizioni, genio e sregolatezza.
Come Victoria Gardens o Samantha che sembrano un provino dei Blur, dei Suede o dei Kaiser Chiefs. Con molti anni di anticipo. E con molto, molto più ritmo.
“The Madness” esce sotto l'egida della Virgin Records con la formazione ormai disintegrata e segna le vendite meno numerose nella carriera del gruppo, nonostante la sovraesposizione televisiva riservata ai video estratti dal precedente “Mad Not Mad”, inciso per la stessa label messa su dalla band. È un disco piatto e impersonale dove la band sembra davvero aver perso il mordente, oltre che qualche vecchio compagno.
In studio chiamano qualche turnista, dal vivo si fanno bastare una drum-machine, per i video telefonano al vecchio compare John Hasler. Era stato il loro primo batterista e poi era diventato il loro primo manager. E a lui avevano dedicato la bellissima Bed & Breakfast Man, dieci anni prima. Ma, come precisano anche loro al Friday Night Live, “for the last time ... we are not nutty!”.
Sono stanchi e cominciano a suonare di plastica. E dopo sei mesi di inutile promozione, gettano la spugna. Che non è nemmeno così piena di sudore come dovrebbe.
Il fenomeno Madness viene sfruttato all’ inverosimile: raccolte, antologie, ristampe. Insomma, le solite cose. Finchè la band decide di riunirsi per un doppio concerto londinese. L’evento assume proporzioni spaventose e One Step Beyond provoca un’autentica scossa di terremoto e parecchie telefonate ai centralini dei pompieri e della polizia di Londra.
I Madness rientrano nel mondo dorato dello star-system. E dalla porta principale.
Così alla fine del decennio decidono di entrare nuovamente in studio con la vecchia squadra. Non sarà l’ultima volta.
“Wonderful” torna a divertire pisciando anche fuori dal vasino con una canzone da battello ebbro come Drip Fed Fred dentro la quale scorazza anche, nel suo ultimo cameo, il vecchio amico Ian Dury ma pure con un pezzo straccione come Johnny The Horse, che sembra una versione da Mulino Bianco di Tom Waits o dei Popes ed è un disco di classe, malgrado i Madness siano ormai fuori tempo massimo per le aule. Ma pur sempre troppo giovani per gli ospizi.
To be continued ...
Franco “Lys” Dimauro

Baggy Trousers
Cardiac Arrest
Mrs.Hutchinson
Grey Day
When Dawn Arrives
Our House
House Of Fun
Driving My Car
Victoria Gardens
Samantha
Drip Fed Fred
Johnny The Horse



TheMadnessUK
MadnessOfficialMySpace

giovedì 4 novembre 2010

BOOK REVIEWS - Patti Smith: "Just Kids" (2010, Feltrinelli)

Venezia, 1° Agosto 2010: il concerto
Vedo Patti Smith dal vivo il 1° agosto 2010 a Venezia, nella splendida cornice di Piazza San Marco, in un concerto acustico a favore di Emergency. Il concerto è davvero emozionante, sarà per il contesto della spettacolare piazza nel quale si svolge, sarà per il susseguirsi di quei pezzi che sono diventati così famosi da poter essere cantati anche da chi non è fan della rocker, dei veri e propri inni per più d'una generazione, come People Have the Power, Because the Night, Gloria, Frederick, Dancing Barefoot e così via.
Patti Smith è accompagnata dalla sua band con l'amico di sempre, il chitarrista Lenny Kaye, e la figlia, Jesse Paris Smith, al pianoforte, e non nasconde di essere anche lei emozionata di cantare proprio in quel luogo suggestivo nel quale, spiega al pubblico, mai avrebbe immaginato di poter fare un concerto un giorno.
Strana e rara sensazione alla fine del concerto, quella di aver assistito a un evento memorabile che ne richiama subito alla mente un altro, di molti anni prima ma indimenticabile per chi l'ha vissuto, il live dei Pink Floyd in quella stessa città, suonato da un palco galleggiante posto di fronte a Piazza San Marco. Una sensazione che rimane per tutto il giorno dopo ed è ancora viva quando vengo a sapere, un po' all'ultimo momento, che Patti Smith terrà un incontro allo IUAV, l'Istituto Universitario di Architettura di Venezia. Per fortuna non ho ancora lasciato la città e mi precipito all'incontro con un'amica.

La conferenza
Siamo in prima fila e assistiamo alla conferenza a pochi passi da Patti Smith, percependone tutta l'aura di vera icona del rock, le immancabili trecce, lo sguardo dolce e sereno, nonostante le diverse vicende tragiche che hanno caratterizzato la sua vita (la morte prematura del fratello, Tod, e del marito, Fred 'Sonic' Smith, già chitarrista degli MC5 e poi dei Sonic's Rendezvous Band). Lei si presenta puntuale con la chitarra a tracolla che le servirà per accompagnare l'ora abbondante di conversazione con alcuni brani cantati, e con lo stesso abbigliamento della sera prima: giacca nera, jeans e maglietta che noto essere bucata, il che mi stupisce per una star del rock; forse, penso, è l'abito di scena, ma forse no perché lei dà proprio l'impressione di non essere stata cambiata dal successo e di essere la stessa ragazza che nella primavera del 1967 lascia la città in cui vive con i genitori, Philadelphia, e un destino di insegnante, per raggiungere New York in autobus, senza nemmeno avere i soldi sufficienti per il biglietto.

The book: "Just Kids"
E' uno degli episodi della sua vita che racconta al pubblico venuto a sentirla alla conferenza di Venezia ma che descrive anche nel suo libro appena uscito in Italia per Feltrinelli con il titolo "Just Kids".
L'incontro veneziano è difatti l'occasione per presentare il libro. Il volume, davvero una lettura bella e intensa, è dedicato a Robert Mapplethorpe, fotografo estremo, e racconta dell'incontro dei due artisti a New York, della loro storia d'amicizia e d'amore e del loro percorso artistico, fino alla morte di Mapplethorpe per Aids il 9 marzo 1989.
Patti Smith spiega che prima della sua morte aveva promesso a Robert che avrebbe scritto la loro storia e con questo libro mantiene la promessa.
Alla conferenza veneziana Patti Smith racconta con naturalezza, come fosse tra amici, il loro incontro e la vita in comune tra le mille difficoltà economiche degli inizi e i lavoretti per tirare avanti, le loro passioni condivise, i libri, la musica, l'arte, l'amicizia con Allen Ginsberg, Gregory Corso, William Burrroughs, l'incontro con la scena musicale rock e underground degli anni '60 a New York, il periodo al Chelsea Hotel.

Il tutto è descritto ampiamente nel libro, come per esempio le serate al El Quixote, il bar-ristorante adiacente all'hotel, dove trova gli artisti là riuniti per partecipare a Woodstock:
"Al tavolo alla mia sinistra Janis Joplin teneva banco con la sua band. Più lontano, sulla destra, c'erano Grace Slick e i Jefferson Airplane, assieme ai componenti di Country Joe and the Fish. All'ultimo tavolo di fronte alla porta c'era Jimi Hendrix, il capo chino, mangiava col cappello in testa dirimpetto a una bionda".
Bastano queste poche frasi per capire come il libro proietti il lettore nell'atmosfera unica di quegli anni. Anni in cui si poteva incontrare Allen Ginsberg alla tavola calda, dove Patti Smith un giorno si reca per prendere un sandwich con i soldi contati ma scopre che il prezzo è aumentato di dieci centesimi che lei non ha e sarà proprio Ginsberg, che lei conosce solo di fama, ad aggiungere quei centesimi. Anni in cui si assisteva ai concerti dei gruppi sopra citati nei locali newyorkesi, ma anche dei Velvet Underground, The Band e soprattutto dei Doors che danno una prima consapevolezza alla giovane venuta da Philadelphia:
"Ricordo quella sensazione meglio del concerto in sé. Mentre guardavo Jim Morrison, sentii che anch'io avrei potuto fare una cosa del genere. Non so dire perché mi venne da pensare così. Nella mia vita non c'era nulla che potesse lasciarmi credere che esistesse una tale possibilità, eppure mi ritrovai con quella presunzione. Nei suoi confronti provai affinità e disprezzo. Percepivo il suo imbarazzo e contemporaneamente la sua estrema fiducia in sé. Emanava un misto di bellezza e disgusto nei propri confronti, un malessere mistico, come un San Sebastiano della costa occidentale".

Poi l'incontro con Jimi Hendrix all'inaugurazione del locale rilevato da Hendrix per farne uno studio di registrazione.
"Morivo dalla voglia di andarci. Mi misi il cappello di paglia e mi diressi in centro, ma una volta arrivata non me la sentii di entrare. Per puro caso Jimi Hendrix, salendo le scale, mi trovò seduta come una campagnola che se ne stava lì a fare da tappezzeria. Sogghignò. Doveva prendere un aereo per Londra e partecipare al Festival dell'Isola di Wight. Quando gli dissi che avevo troppa fifa per entrare rise dolcemente; al contrario di ciò che le persone potrebbero credere, era timido, e le feste lo rendevano nervoso. Mi fece un po' di compagnia sulle scale e mi parlò di ciò che avrebbe voluto realizzare grazie allo studio. Sognava di radunare a Woodstock musicisti da tutto il mondo, di farli sedere in un campo, in cerchio, e di farli suonare e risuonare"
.
Un sogno che Hendrix non farà in tempo a realizzare poiché in quello stesso anno, il 18 settembre 1970, sarà trovato morto nella sua camera d'albergo a Londra. Destino che lo accomuna ad altri musicisti dell'epoca come Janis Joplin, a cui Patti Smith deve il soprannome 'la poetessa', Brian Jones e Jim Morrison.

Ancora il libro racconta l'incontro con Sam Shepard, il commediografo, a un concerto degli Holy Modal Rounders, i primi reading di poesia e i primi concerti, già con Lenny Kaye, le esperienze teatrali, la relazione con Allen Lanier, tastierista di una band che sarebbe diventata successivamente i Blue Öyster Cult, fino all'incisione del primo singolo, la cover di Hey Joe, proprio negli Electric Lady Studios creati da Jimi Hendrix. In parallelo, vi è la crescita artistica di Robert Mapplethorpe e il suo legame con il collezionista d'arte e mecenate Sam Wagstaff che durerà fino alla morte del fotografo. Ciò che traspare comunque da tutta la narrazione, sempre interessante e molto scorrevole, è il rapporto intenso, quasi simbiotico, tra Patti Smith e Robert Mapplethorpe, un rapporto fatto di sostegno e incoraggiamento reciproci che di certo ha contribuito alla crescita artistica e personale di entrambi e al loro successo. L'aveva intuito forse quell'anziana signora che nell'estate del 1967 insieme al marito vide i due ragazzi in Washington Square:
“Oh, fagli una foto” disse la donna al suo amato marito. “Penso che siano degli artisti”. “Oh, avanti,” fece lui scrollando le spalle. “Sono soltanto ragazzini”. Just kids.

Rossana Morriello
Foto di Rossana Morriello

Dal concerto per Emergency,
Venezia, Piazza San Marco, 1 agosto 2010
People Have the Power
Because the Night
Dancing Barefoot
Gloria
Frederick
Free Money

Mother Rose
Wing
Ghost Dance
Play With Fire
My Blakean Year
Redondo Beach

Just Kids

mercoledì 3 novembre 2010

METHOD OF DEFIANCE: "Nihon" (RareNoiseRecords, 2010)


L’assunto è: ascoltare "Nihon" significa rendersi conto che frasi come " ... nel rock, nella musica é stato già detto tutto" sono per fortuna a volte dei luoghi comuni: a compiere questo piccolo miracolo è un musicista di illustri trascorsi come Bill Laswell e non mi stupisce più di tanto; era da un po’ che non ne sentivo parlare.
Le note di agenzia mi dicono che nel corso nelle ultime due decadi ha prodotto e lavorato con musicisti di disparata provenienza come William S. Burroughs, Afrika Bambaataa, John Zorn, George Clinton, Mick Jagger, Rammellzee, Zakir Hussain, Paul Bowles, Hakim Bey, The Last Poets, John Lydon, The Dalai Lama, Ryuchi Sakamoto, Motorhead, Brian Eno, Tony Williams, Sting, Carlos Santana, Pharoah Sanders, Bootsy Collins: ho riportato pedissequamente questa lista impressionante affinché possa già illuminarvi (ci) sulla genialità del personaggio.
La prima volta che mi rapportai con questo eclettico bassista/produttore fu negli anni '80, quando faceva sfracelli con il suo basso dalle sonorità profonde e minacciose con i Material, dediti ad un genere transumante che attingeva dal jazz quanto dalle sonorità più estreme del rock: cosa che già allora poneva in seria difficoltà il solerte recensore alla ricerca disperata di etichette o neologismi che sapessero compendiarne i bollenti contenuti .
Ebbi poi l’opportunità di vederlo ‘live’ in Puglia quasi una decade dopo durante una delle primissime edizioni di Time Zones, benemerita rassegna di musiche possibili con i Praxis; il concerto fu un evento sonico che definire ‘heavy’ si avvicina alla verità: l’importante è non associare quest’etichetta a generi scontati come il metal, ma inquadrarla in una prospettiva decisamente non ortodossa e mutante.
Ritrovo (e mi ci crogiolo) i timbri cupi ed ammorbanti del basso di Laswell e la sua estetica dangerous nei brani di Nihon (ascoltate la trapanante performance in Dark Heat), creature inquietanti come Wootwo, Cosmic Slop e Dark Heat.
Si tratta del quarto disco del suo nuovo progetto Method Of Defiance, il primo nato in casa RareNoise, etichetta molto intrigante già resasi meritevole recentemente di prodotti tutto meno che ortodossi come il disco dei Brainkiller.
Anche nel caso di "Nihon" si sprecano i tentativi di etichettarlo: drum & bass, dub, avant funk, black noise, futurists rock, ambient, metal, roots reggae, mutant dance hall; la fantasia certo non manca a chi stila le info per cercare di indirizzare bene il recensore o addirittura di influenzarlo.
Chi è un po’ smaliziato all’ascolto però si rende subito conto dall’iniziale Woobou Volunteer Slavery che Method Of Defiance (oltre a Laswell, il tastierista Bernie Worrell, Toshinori Kondo trombettista giapponese, il batterista Guy Licata, i vocalists Dr. Israel, Hawk/Hawkman e DJKrush) sono impegnati a forgiare musica svincolata da qualunque etichetta limitante, ‘creativa’ la chiamerebbero Franco Bolelli e Riccardo Bertoncelli, utopisti indimenticabili (ed indimenticati) dei ‘70/’80, come scrissero in quegli anni a proposito di un manipolo di jazzisti fuori dai canoni che provenivano dai loft di New York. "Wildflowers" venivano definiti, come l’omonima serie di vinili che li magnificava: profumatissimi ‘fiori selvaggi’ sono anche Method Of Defiance, artisti provenienti dai quattro angoli del mondo, fieramente impegnati in meraviglie stordenti come Method Plan One, Black Rain , Chamber Seven a sfidare estetiche obsolete ed approntare bricolage sonici in studio e ‘live’ avvinghiati l’uno all’altro dall’unica labile/ferrea logica dell’improvvisazione (almeno in apparenza).
Le linee spossanti drum & bass di Laswell e Licata sono il ricettacolo nel quale gli eleganti ectoplasmi/intuizioni "Bitches Brew" di Davis (allora innovativi), Jon Hassell, i Weather Report di "I Sing The Body Electric" sino al Robert Wyatt visionario di "End Of An Ear", sono stritolati da soprassalti di rock cattivo ed elettronica mutante.
Si arriva così, tra spasmi jazz trumpet/keyboard ai tredici appassionanti minuti finali di Method Exit Dub, assediati da drum&bass ancestrale e tromba ritoccata, agonizzante a sfidare infine la dea musica in suoni strozzati e conturbanti, unica meta l’infinito.
Se amate ‘anche’ rischiare in musica siete (siate) i benvenuti: la vostra forza d’animo sarà ben ricompensata dai M.O.D., altrimenti continuate a rilassarvi con tisane brit-pop e confortevoli poltrone ‘sixties, nessuno vi serberà rancore.


Wally Boffoli


Cosmic Slop
Dark Heat
Method Exit Dub
Method Plan One
Black Rain


RareNoiseRecords
MethodOfDefiance

domenica 31 ottobre 2010

LIVE EVENTS: VIBRATORS - 7 novembre, Baba Club (Pescara)

I Vibrators sono una delle band storiche del punk-rock britannico. Formatosi nel 1976, rilasciano il primo album “Pure Mania” nel 1977, dopo una tourneè come supporter di Iggy Pop. La carriera della band sembra terminata all'inizio degli anni '80, dopo una manciata di singoli e vari cambi di formazione. Nel 1982 si riforma la line-up originale, che dura fino all'86. Seguono vari cambi di formazione e altri album. L'ultima fatica è del 2009 “Under the radar”, dopo tre album di cover (da segnalare “Garage Punk”). Costantemente in tour, tornano in Italia per una manciata di date, in una formazione che comprende il fondatore della band Ian "Knox" Carnochan (chitarra, voce), Art Gody (basso) e il batterista storico John "Eddie" Edwards.
Crizia Giansalvo

Pescara, 7 novembre  (a cura di Mutiny)

4 Novembre: Torino, United Club
5 Novembre: Schio (VI), Mach 2
6 Novembre: Bergamo, Paci Paciana
7 Novembre: Pescara, Baba Club
8 Novembre: Bologna, Lazzaretto

LIVE EVENTS: GLEN MATLOCK, 7 novembre, Init (Roma)


Arriva in Italia per due date Glen Matlock, lo storico bassista dei Sex Pistols (sostituito poi da Sid Vicious) e dei Rich Kids
Assieme ai Philistines presenterà perl’occasione il nuovo album, uscito fresco fresco lo scorso settembre e intitolato “Born Running”.


Marco “marcxramone” Colasanti

6 novembre: Milano, Ligera
7 novembre: Roma, Init

LIVE EVENTS: OZRIC TENTACLES, 18 - 23 novembre 2010

Dopo 26 anni dall'esordio al free festival di Stonehenge, gli inglesi Ozric Tentacles continuano imperterriti a spargere a piene mani la loro psichedelia infarcita di progressive, elettronica, suoni dallo spazio e dagli angoli della Terra. Il disco nuovo "Yum Yum Tree" li accompagna in una tournèe che arriva a toccare l'India, passando  per l'Italia:

18 novembre: Firenze, Viper 
19 novembre: Roma, Jailbreak
20 novembre: Modugno (Ba), Demodè
22 novembre: Segrate (MI), Magnolia
23novembre: Trieste, Teatro Miela

Condividi