venerdì 20 ottobre 2006

Recensioni / Esteri ; NEW YORK DOLLS - One day it will please us to remember even this (roadrunner records 2006)

Vi risparmierò nel recensire ONE DAY IT WILL PLEASE US TO REMEMBER EVEN THIS quei quesiti triti e ritriti che certamente avrete già incontrato negli articoli usciti di recente sulla stampa nazionale sulla reunion delle NEW YORK DOLLS : quelli circa il senso di un nuovo disco delle bambole a 32 anni da Too Much Too soon, delle bambole senza Johnny Thunders, e cosa Johansen, Sylvain ed i loro nuovi soci possano ancora dire nel contesto attuale del rock internazionale.
Tutte masturbazioni critiche : le Dolls erano tornate già nel 2004 sotto l’egida del loro super-fan inglese Morrissey con un cd ed un dvd ottimi registrati al Royal Festival Hall di Londra durante il Meltdown Festival quando ancora l’originario bassista Arthur ‘Killer’ Kane era vivo anche se agli sgoccioli, nei quali rivisitavano alla grande i loro immarcescibili inni di strada come se 30 anni non fossero mai passati.
DAVID JOHANSEN a 50 anni e passa si dimostra in quest’occasione il saltimbanco istrione di sempre con quel vocione imperativo e sardonico che chi si è fatto le ossa sul rock-punk degli anni ’70 conosce bene!
Ma veniamo al nuovo lavoro : chiunque ami il rock nel senso più pieno del termine capirà già dalle prime note di WE’RE ALL IN LOVE che qui c’è di che esaltarsi e gioire come ventenni in calore : l’età che avevo quando nel 1973 fu stampato dalla Mercury il primissimo NEW YORK DOLLS prodotto dal geniaccio Todd Rundgren: il primo vero album suburbano della storia del rock che anticipava quello che abbiamo oggi tutti sotto gli occhi nelle nostre città, anche se erano già usciti il primo dei Velvet Underground, degli Stooges e degli MC5; l’album delle pillole, dell’immondizia, della crisi di personalità, delle ragazze cattive.
A differenza delle bands sopra citate, nelle canzoni e nel sound delle NEW YORK DOLLS di David Johansen, Johnny Thunders e c. c’era spazio oltre che per l’impietosa chirurgia delle perversioni metropolitane anche per un sano, caotico e dissacrante senso del divertimento, trasudante blues, glam e rock& roll in un cocktail micidiale e travolgente che non avevano né i Velvet, né gli Stooges, né gli MC5 ( seminali ed unici per altri motivi ) , che annunciava gli splendori punk di lì a qualche anno :
….questo spirito rock&roll sfrontato ed irriverente andò purtroppo perduto nel punk degli anni ’70 e tanto più nel troppo irrigimentato hardcore di lì a venire...’
Non sono parole mie ma dello stesso Johansen, che, intervistato recentemente, insiste in più occasioni sui concetti di ‘swing’ e rock “for fun” che rappresentavano una componente essenziale delle N.Y.D., da lui mai abbandonata nel corso della sua carriera solistica oltre che come Johansen, sotto gli pseudonimi di Buster Poindexter ed Harry Smiths.
Ed è sempre lui con la sua armonica e quella voce che ti inchioda che dopo l’attacco fulminante di WE’RE ALL IN LOVE subito conduce le danze, perentorio, coadiuvato da Sylvain e da una band formidabile guidata dal potente chitarrista Steve Conte. Già da questo primo brano appare questione futile etichettare: punk? metal? hard? trash? glam?
No: semplicemente sporchissimo ed attualissimo DOLLS-ROCK&ROLL di strada, che ti ubriaca senza aver bevuto una goccia e cancella di prepotenza quella maledetta depressione ondivaga che ti viene a trovare un giorno sì ed uno no!Il miracolo (perché di miracolo si tratta!) si ripete in RUNNIN’ AROUND, PUNISHING WORLD, DANCE LIKE A MONKEY, GIMME LUV AND TURN ON THE LIGHT, GOTTA GET AWAY FROM TOMMY, tutte songs che ripropongono l’insolenza ed il sound stordente e pieno delle N.Y.D. originali degli anni ‘ 70 ma con una freschezza esecutiva che stupisce.Non siamo di fronte quindi ad uno sterile dejà-vu: Johansen non ha mai smesso di lavorare dopo le Dolls, ha interpretato generi diversissimi tra loro: blues, salsa, r&b, mambo, cabaret ed è diventato soprattutto un crooner efficacissimo nelle slow-ballads.
In ONE DAY IT WILL PLEASE US TO REMEMBER EVEN THIS mette a frutto tutto ciò in ballate lente e mid-tempo come AIN’T GOT NOTHIN’, RAINBOW STORE, MAIMED HAPPINESS, FISHNETS AND CIGARETTES, PLENTY OF MUSIC, TAKE A GOOD LOOK AT MY GOOD LOOKS che se da un lato arginano la forza d’urto devastante delle street-songs sunnominate ( con un pò di dispiacere da parte nostra) dall’altro ammaliano per le mature capacità interpretative di David e si dimostrano essenziali nel rendere questo ritorno inaspettato delle Dolls godibile in ogni sua sfaccettatura.

giovedì 19 ottobre 2006

Recensioni / Esteri; PAUL WELLER - CATCH-FLAME! (2CD) Live at the Alexandra Palace ( 2006 / Yep Roc )



CATCH-FLAME ! Doppio live registrato all’Alexandra Palace di Londra in una sola notte, quella del 5 dicembre 2005, rischia di diventare nella più che trentennale carriera di PAUL WELLER una vera e propria consacrazione, nonché di essere annoverato in prospettiva tra i più grandi ‘live’ rock di tutti i tempi.
A cominciare dai fumiganti e frenetici dieci minuti di In The Crowd (ripresa dal repertorio Jam) che aprono il secondo cd: sembrano un’appendice dell’epico Live At Leeds degli Who; un fiero ribadire del grande Paul in età più che matura le sue profondissime ascendenze mod, così come nella finale Town Called Malice, ancora Jam sugli scudi, di sfacciatissima matrice ritmica Tamla Motown, che si trasforma in un vero coro da stadio. Terzo gioiello Jam l’indimenticabile That’s Entertainment (i fedelissimi in sala si fanno ancora sentire…), una delle ballate più intense scritte da Paul in quegli anni intensi e gloriosi, qui in versione ruspante ed indurita.
Essa è posta all’interno di una sequenza di ballate da brividi tratte dai suoi album solisti degli anni ’90 e del nuovo millennio ( Heavy Soul, Stanley Road, Wild Wood, Illumination, Studio 150, As Is Now ) nei quali Weller ha forgiato ed approfondito attraverso versatili sfaccettature rock, soul, r&b, folk e country un inconfondibile pop moderno ma al tempo stesso ricchissimo di sapori antichi, di straordinaria intensità ed emozionante come pochi altri, sia nel coté febbrile e duro che in quello lirico e più introverso.
Si va dalla decadente ed elegiaca You do something to me ( dalla saccheggiata Stanley Road, 1995) ) alla romantica e sognante Wishing on a star (Studio 150, 2004) , dal folk intrigante ed interiorizzato di Wild Wood che ad un certo punto Paul lascia cantare all’audience, all’evocativa e trascendentale The Pebble & the boy, dall’ultimo lavoro in studio del 2005 As Is Now ( come l’urgente Come on let’s go), attraversata da un’ispiratissima solista che pare disegnare la curva di un arcobaleno; dal r&b attendista di Broken Stones, dove il carisma soul di Weller è quantomai vicino a quello dell’indimenticabile Steve Winwood, alla lirica Foot of the mountain, trasfigurata qui da un’implacabile progressione elettrica.Ma Paul e la sua formidabile band, puntuale e travolgente macchina rock ( Steve White, Steve Cradock, Damon Minchella e Seamus Beaghan ) non tralasciano all’Alexandra Palace nemmeno gli stilosi trascorsi Style Council, oggetto per alcuni fans di qualche perplessità. L’ipnotica e sonnolenta Long Hot Summer e la disinvolta gioiosa Shout to the top, dimostrano essere dei tasselli di passaggio gustosi anche se non imprescindibili nell’economia creativa trentennale di questo eccelso songwriter.
Raccontato praticamente tutto il secondo cd di CATCH-FLAME ! andiamo a dire delle altre meraviglie elettriche contenute nel primo cd : innanzitutto i palpitanti estratti di As is now, Blink & you’ll miss it e From the floorboards up, nervosi e percorsi da un’urgenza mod-punk quasi di matrice Jam.L’ineffabile beatlesiana Savages con tanto di mellotron, nuovo gioiello dell’ispirazione più pacata di Weller; quindi lo swing perentorio e notturno di Paper Smile, una sorta di intrigante blues dai fascinosi risvolti armonici.Si torna al materiale Stanley Road con l’inossidabile inno epico The Changingman, quasi un autoritratto umano ed artistico, immancabile nei suoi shows.
La delicata elettro-acustica Up in Suzes’ room (ancora mellotron-graffiti) resuscitata dal formidabile Heavy Soul, 1997, come la torbida Peacock Suit.Culmine esecutivo del primo cd la lenta e liquida epopea hard di Porcelain Gods eseguita in medley con il torrido classico I Walk on gilded splinters di Dr.John /Creaux (qualcuno ne ricorda la versione di 24 minuti degli Humble Pie dell’amato Steve Marriott, sul doppio Performance Rockin’ the Fillmore del 1971?) : in questi 11 minuti ritroviamo l’anima rock più bollente del Weller anni ’90, rivolta al recupero in chiave pop delle sonorità più hard della band inglesi anni ’70 ed americane di matrice southern.
Sempre da S.Road la rocciosa ed indianeggiante Out of sinking, anch’essa greve di smagliante energia live Who come la già citata Peacock suit.Infine l’oasi serena e poetica di Going Places (Illumination, 2002), giocata su morbidi chiaroscuri Style Council e l’estasi flower-power in salsa mod dell’energica The Weaver, dal capolavoro Wild Wood (1993).Credo che di carne al fuoco ce ne sia davvero tanta nei quasi 110 minuti di CATCH-FLAME ! da soddisfare i fruitori più ingordi.Ma si sa, Weller non si è mai risparmiato in tutti questi anni, rifiutando fieramente lo status di icona rock acquistato sul campo, e continua in tale direzione senza cedimento alcuno.
PASQUALE BOFFOLI www.paulweller.com

Recensioni / Esteri; BRUCE SPRINGSTEEN - We Shall overcome the seeger sessions (Columbia / Sony – 2006 )


BRUCE SPRINGSTEEN non finirà mai di stupirci ! Perché ? Perché nonostante sia da tempo un artista affermato che certamente non deve dimostrare niente a nessuno, si lascia ancora consumare come un giovincello di primo pelo da una passione di autentico rocker .
Con tale fuoco sacro rimasto intatto attraverso gli anni ha affrontato a più riprese anche la materia ‘roots ‘, folk e country, americana . Già gli scarni ‘Nebraska’ e ‘The ghost of Tom Joad ‘ pur vivendo di uno stile asciutto ed ombroso erano corroborati da iniezioni vitali di rock inquieto. Nel recente ‘Devils and Dust ‘ uscito poco più di un anno fa Springsteen aveva ripreso alla grande la strada sempreverde della tradizione musicale americana : si trattava di un disco eclettico ma particolarmente vibrante proprio in alcune ballate folk/country crepuscolari che giganteggiavano sugli altri pur efficaci episodi del disco.
A questo punto i soliti criticoni e malpensanti hanno pensato che Bruce con questo nuovo WE SHALL OVERCOME – THE SEEGER SESSIONS abbia voluto cavalcare la tigre buttandosi a corpo morto, magari dietro indicazione di qualche discografico, sul revival dei padri del folk americano ; questa premeditazione sarebbe confermata dalla vendite lusinghiere che sta facendo We Shall Overcome, a differenza di quelle non proprio esaltanti di Devils and Dust .
Ragazzi, questi umori e maldicenze, che purtroppo ho avuto modo di tastare anche di persona, sono tutte balle, perché le Seeger Sessions di Springsteen sono verosimilmente il tributo più vitale, intenso e disincantato che l’artista potesse dedicare al maestro Pete Seeger, insieme a Woody Guthrie, padre putativo delle american roots e della clamorosa rinascita della traditional music in atto .
Al di là di sterili e tendenziose ragioni di mercato .
E questo si respira e percepisce sin dai primi due brani, OLD DAN TUCKER e JESSIE JAMES, scoppiettanti e festaioli . C’è di tutto in questi solchi nei quali Bruce è accompagnato da un generoso stuolo di strumenti e strumentisti ( banjo, violino, fisarmonica, fiati a iosa e cori) : folk, country, bluegrass, zydeco, blues , dixieland, il tutto affogato e shakerato in modo arruffato e ruspante in un grande pentolone, speziato alla grande da un’urgenza espressiva decisamente figlia dei giorni nostri ed addirittura punkoide Pogues-style in qualche caso (OLD DAN TUCKER, PAY ME MY MONEY DOWN) .
E’ Bruce che non reinterpreta il Seeger di MY OKLAHOMA HOME, JOHN HENRY o JACOB’S LADDER pedissequamente ma lo rivitalizza con il suo tipico piglio di rocker caciarone; si fa dolente al contrario in EYES ON THE PRIZE, la gemma più rilucente della raccolta, SHENANDOAH e OH, MARY, DON’T YOU WEEP, con i fiati strabordanti che ricordano antiche funeral-marchs di colore .
Per non parlare della delicata e tenera versione di WE SHALL OVERCOME, nella quale Bruce aggira alla grande il pericolo dell’enfasi che era dietro l’angolo .
Il tutto suona dolorosamente in sintonia con un’America che non è decisamente più orgogliosa di chi siede nella stanza dei bottoni .
Riportare alla ribalta (ed invogliare a (ri)scoprire) il passato artistico di un gigante del passato come PETE SEEGER dai ‘sani’ valori decisamente alternativi a quelli del sign. Bush può suonare più punk del punk stesso !

mercoledì 18 ottobre 2006

Recensioni / Esteri ; DAVE ALVIN – “ West Of The West “ (YepRoc / I.R.D. 2006 )




Ne è passato di tempo da quando DAVE ALVIN, insieme al fratello Phil, già rivisitava con i BLASTERS il rock&roll ed il r&b degli anni ’50, caso più unico che raro all’interno della scena californiana degli anni ’80, dominata dal punk dei Germs, degli X, dei Flesheaters , Slash Records sugli scudi. Ricordo un loro live in particolare, Over There – Live At The Venue, London ( Slash, 1982) , davvero incandescente nel quale Dave Alvin sfoggiava eloquenti qualità di chitarrista caldo ed incisivo . Ma la sua carriera solista già iniziò nel 1987 con Romeo’s Escape (Epic) e con essa la sua preziosa ed instancabile opera di riscoperta delle ‘roots’ della traditional music americana .
Anche i suoi shows degli anni ’90 erano divisi nettamente in una prima parte unplugged e fascinosamente country/folk ed una seconda elettrica ed arroventata . Su tutto un vocalismo vibrante e personale . Ebbi modo di vederlo in azione verso la metà degli ’90 in una sua data italiana, all’epoca dell’ottimo live Intestate City ( 1996/ Hightone ) .
Non mi stupisce quindi questo suo ultimo lavoro WEST OF THE WEST, nel quale Dave con piglio vocale da perfetto crooner rivisita songwriters e songs delle ultime quattro generazioni della sua terra, quella California che dai ’60 in poi è stato crogiuolo inesauribile di calde vibrazioni rock .
Alcuni autori coverizzati sono famosi : Jackson Browne, John Fogerty, Tom Waits, Jerry Garcia, Brian Wilson , Los Lobos ; altri molto conosciuti presso gli aficionados del country americano : Jim Ringer, Merle Haggard, John Stewart ; altri ancora meno conosciuti : Kate Wolf, Richard Berry, Blackie Farrell .
Alcune delle ballate più suadenti e corpose di West Of The West sono opera propria di questi ultimi : Here in California, I’m Bewildered, Sonora’s death Row . Ma tutto il disco si attesta su livelli molto alti : dalle pulsanti Redneck Friend ( J.Browne), Don’t Look Now (J.Fogerty) alle notturne Blind Love ( T.Waits) e Down on the Riverbed ( Hidalgo/Perez ), entrambe sapidi blues interpretati alla grande.
Dalla pastorale e bellissima California Bloodlines (J.Stewart) all’altrettanto evocativa Kern River (M.Haggard).
L’unico brano a firma Dave Alvin ( con Tom Russell) è Between The Cracks (in origine su Blackjack David, 1998 / Hightone), dal forte sapore tex-mex. Discorso a parte per Loser (J.Garcia / R.Hunter), contenuta sul primissimo disco del leader dei Greatful Dead.
Dave la coverizza interiorizzandola alla grande e giocandola su diversi livelli strumentali : finalmente in Loser sfodera senza riserve per la prima volta nel disco le sue smaglianti ed eclettiche doti chitarristiche.
Unica riserva personale per la finale Surfer Girl, ballatona di Brian Wilson & Beach Boys dei primi anni ’60, qui resa un po’ melensa. Ma è un piccolo neo in un disco che si può considerare un piccolo prezioso manuale ed un sentito tributo di Dave Alvin alla fertilissima vena musicale della sua terra natia, la California.
PASQUALE BOFFOLI http://www.davealvin.com/
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