sabato 12 febbraio 2011

JOE JACKSON: "Beat Crazy", "Rain" and other stuff


Joe Jackson é da sempre uno degli artisti inglesi da me preferiti: un vero genio musicale sbocciato in piena era punk (il suo primo album "Look Sharp!" risale al 1979, A&M) ma con presupposti e referenti mod, che ha saputo progredire attraverso una carriera lunga ormai più di 30 anni, dall'essenzialità anfetaminica dei primi tre albums alla rivisitazione di differenti scomparti dello scibile musicale.
Intelligente, curioso, sensibile, come dovrebbero essere tutti gli artisti, ma anche sottilmente polemico e sarcastico nei testi; cantante, pianista, raffinato compositore, non si é mai curato di ciò che i fans ed il suo pubblico si aspettavano dai suoi dischi, rischiando sempre in prima persona in esperimenti (non sempre riuscitissimi) con il jazz, musica classica, colonne sonore, cultura latina e circondandosi di ottimi musicisti come il bassista Graham Maby e la percussionista Sue Hadjopoulos. Dischi come "Look Sharp!", "I'm a Man", "Beat Crazy", "Night And Day", "Laughter And Lust" rappresentano quanto di meglio prodotto dal rock anglosassone dalla rivoluzione punk degli ultimi anni '70 in poi, e sfido chiunque a dimostrarmi il contrario!
L'ultimo ottimo disco in studio di Joe Jackson, "Rain", uscito per la Rykodisc, risale al 2008; del 2009 invece é "At the BBC" (Spectrum Music), delle Peel e Radio Sessions risalenti al periodo d'oro di Jackson, tra il 1979 ed il 1983, con brani tratti da Look Sharp!, I'm A Man e Night & Day registrate dal vivo in tre occasioni diverse nel 1980, 1982 e 1983: una vibrante, imperdibile testimonianza dell'energia e della poliedricità dell'artista e della sua formidabile band, colti al culmine della loro espressività.
Da allora poche notizie e vi confesso che mi manca molto un nuovo lavoro in studio di Joe: le ultime nel suo sito parlano di una partecipazione al progetto "Music" di Andrew Zuckerman, un libro e film-ricognizione nella creatività ed ispirazione di più di 50 eterogenei artisti contemporanei.
Ho pensato quindi di comporre su J.Jackson un pezzo, nell'attesa di novità discografiche, unendo capo e coda: la mia recensione di "Rain" del 2008 con linkati alcuni tra i suoi brani migliori e la trascrizione/recupero ( rivisitare il passato non fa mai male!) di un articolo sempre del sottoscritto su "Beat Crazy", uno dei tre capolavori di Joe Jackson & Band risalente allo scoccare degli anni '80, uscito sulla mia fanzine cartacea Blacks Radio nel dicembre 1980/gennaio 1981 e naturalmente non rintracciabile in rete. "Beat Crazy", come leggerete, fu un fulgido esempio della meravigliosa fase di sincretismo musicale tra punk/mod-music e cultura giamaicana (ska, reggae, rocksteady)che coinvolse tra la fine dei '70 e l'inizio degli '80 artisti e bands inglesi come Clash, Specials, Madness e Selecter.
Se leggere non é la vostra occupazione preferita potete fare una puntatina anche su uno solo dei pezzi di questo bricolage storico/musicale: mi auguro che anche a distanza di trent'anni gli straordinari brani di Jackson vi esaltino ancora come esaltano me.

Rain (2008, Rykodisc)
A cinque anni di distanza da "Volume 4", suo ultimo doppio album in studio Joe Jackson, l’eclettico geniaccio del pop britannico (solo Elvis Costello é al suo livello!) ritorna con "Rain", un lavoro che riesce a centrare l’obiettivo non facile di fondere energia ed eleganza compositiva. Jackson conferma un ennesima volta uno stile inconfondibile affinato in trent’anni di esplorazione di aree espressive a volte molto distanti tra loro, dal punk alla classica, dal jazz alle colonne sonore. Molti i richiami in Invisibile Man, Good Bad Boy, Citizen Sane, King Pleasure Time ai suoi primi indimenticabili albums fine anni’70/inizi ‘80 trasudanti aggressività mod, ma non ci credereste, le chitarre
in "Rain" sono completamente assenti: a farla da padrone ed a tessere tutte le linee armoniche é il pianoforte dell’artista, strumento che già da tempo Jackson aveva mostrato di prediligere e nel quale si è perfezionato. In Solo (So Low) accompagna addirittura in perfetta solitudine la performance vocale di Joe priva di sbavature.
Complice uno combo straordinario comprendente il fedelissimo bassista Graham Maby, Jackson elargisce raffinate melodie simil Bacharach (Wasted Time) e continua nella sua affascinante ed ormai interminabile esplorazione dell’armonia e dell’arte pop.


Beat Crazy (Jan. 1980, A&M)
Joe Jackson é sempre stato artista istintivo, sincero, di quelli per cui i testi ed i ritmi devono essere specchio reale della vita, della quotidianità spicciola come dei grossi problemi esistenziali. Lo avverti nel suo stile vocale teso, inquieto, che vuole comunicarti gli stupori repentini e le amare disillusioni che colpiscono l'uomo in prima persona. Il nostro torna alla ribalta con un terzo microsolco, "Beat Crazy", preceduto da un e.p. live contenente il brano di Jimmy Cliff They Harder They Come.
Non si tratta certo di un episodio isolato nella produzione di Joe: sin dall'esordio fenomenale "Look Sharp!" molti brani contenevano forti coloriture reggae ed andamenti sincopati; l'artista stesso ha dichiarato più volte l'influenza che ska, reggae, rocksteady e tutta la musica giamaicana hanno avuto sulla sua formazione artistica.
"Beat Crazy" non smentisce queste prerogative, anzi le amplifica e sviscera sino in fondo: c'é addirittura un brano dedicato a Linton Kwesi Johnson, un poeta-musicista giamaicano residente a Londra, impegnatissimo nella lotta per la difesa dei giamaicani trapiantati nella capitale britannica. In Battleground adottando lo stile vocale-recitativo di Linton Joe accomuna 'black nigger' e 'white nigger' sul terreno della lotta, in nome di una fratellanza emotiva e sociale che affonda le radici in iniziative come Rock Against Racism. A fronte di bands come Police, che del reggae ha adottato solo le componenti ritmiche per la costruzione di un personale successo internazionale, tra gli artisti bianchi per fortuna c'é anche chi come Joe Jackson (e Clash), pur filtrando il genere con la sua sensibilità 'white nigger', non ne devitalizza l'aderenza più autentica di musica-ritmo-life problems-frustrations.
Anche In every dream home (a nightmare) e Beat Crazy presentano cadenze reggae accentuatissime: della prima segnaliamo l'interpretazione di Joe sofferta ed accorata, alle prese con un 'guy' afflitto da problemi esistenziali; nella seconda si alternano alle voci Jackson ed il fido bassista Graham Maby: i toni sono distesi e concitati, il risultato pulsante come un cuore tachicardico!
One to one é uno dei capolavori melodici dell'album: Joe ed il suo piano fanno miracoli: é il bisogno d'intimità con la sua donna ad ispirare il brano, perché 'one to one is real and you can't hide ...' e più in là 'you're beautiful when you get mad, or that's a sexist observation!', sottile ma significativa ironia.
In "Beat Crazy" Jackson approfondisce il suo rapporto con le tastiere e fa delle cose egregie: ascoltate Crime don't pay, costruito sul suo suo organo corrosivo che viene su lentamente, il piano che vi si aggiunge nel finale, tutto molto bello. L'album precedente "I'm a Man" (1979, A&M) rischiava di farne a detta della stampa soprattutto un musicista da hits radiofonici: l'orecchiabilità di On Your Radio, Geraldine & John, Different For Girls, fece pensare a molti che Joe stava diventano un 'animale' da classifica: brani maturi e complessi come Biology e Fit in questo terzo disco dovrebbero mettere a tacere anche i più perfidi detrattori. Songs costruite con maestria esemplare: le interprepretazioni di Joe sono in crescendo, appassionate ed angosciate, roba da brividi!
Ascoltare per credere Biology, tutta basata sul maledetto dualismo corpo-anima che ossessiona Jackson: ' Nothing to do with their hearts, with their heads, with their homes, with their beds ...it's just B-I-O-L-O-G-Y'. In Fit punta lo sguardo sull'omosessualità rimproverando il suo interlocutore, ma infondendo poi speranza 'Don't laugh, but there are people in this world, born as boys and fighting to be girls ...but don't cry, kid yourself you're fighting for life, kid yourself you fight for love'.
Someone up there pone l'interrogativo dell'esistenza di un essere supremo: 'Someone up there makes the sun and sea, brought my girl to me, makes the wind and rain...no messing with the hand of fate!'. Con Pretty Boys e The Evil Eye si torna all'artista mod nervoso che ci aveva sedotti con i due lavori precedenti, "Look Sharp" e "I'm A Man": straordinaria la coordinazione strumentale della band, così come in Battleground e Beat Crazy. Mad At You é il brano probabilmente più costruito in studio, con tutti quegli echi alla voce ed agli strumenti, forse un pò lungo nel finale, dove pare andar fuori di testa. Pregevole il delizioso solo di melodica di Jackson in Pretty Boys. La produzione dell'album é di Joe Jackson e come esordio merita trenta e lode, la copertina-cartoon simpaticissima da un'idea dello stesso artista. Nelle note interne di copertina si legge: 'Quest'album rappresenta un tentativo disperato di dare un senso al rock&roll', forse per questo nei solchi si avverte costantemente un senso di affanno e sottile angoscia?
Wally Boffoli

venerdì 11 febbraio 2011

MOGWAI: “ Hardcore Will Never Die, But You Will” (2011, Rock Action/Sub Pop)

I Mogwai possono certamente essere annoverati tra le band che più di altre hanno dato consistenza e corpo al rock strumentale post-moderno (comunemente noto anche come post-rock). Il loro suono, le cui influenze si possono ricercare nelle sonorità anticipatrici degli Slint, si è trasformato nel tempo in un marchio di fabbrica contrassegnato da lunghi brani strumentali che tessono linee melodiche all’interno di una trama di rumore e distorsioni, in un alternarsi di quiete ed improvvisi crescendo. La loro è una musica istintiva ed anti-intellettuale, così come più volte confermato dal chitarrista Stuart Braithwaite. Questa concezione colloca i Mogwai in una posizione diametralmente opposta rispetto a quella dei Godspeed you! Black Emperor, altra band che insieme ai Mogwai sono da considerarsi tra i maggiori ispiratori della scena post-rock del XXI secolo. La spontaneità e la naturalezza emerge in maniera chiara anche nell’ultimo lavoro dei Mogwai, "Hardcore Will Never Die, But You Will", settimo album della loro quindicennale carriera.
Il disco è stato registrato e mixato nell’estate del 2010 e l’uscita ufficiale è prevista il 14 febbraio in Europa (Rock Action) ed il 15 febbraio negli USA (Sub Pop). Questo album non aggiunge nulla di nuovo rispetto a quanto sinora fatto di buono dalla band scozzese. E’ un lavoro maturo, ben suonato, che mette in mostra tutta l’esperienza della band, senza cali di tensione o segni di stanchezza, che conferma quell’approccio musicale basato sulla semplicità, senza eccessi o barocchismi. Un disco con un’anima pop. Dieci brani che si ascoltano con molto piacere e che scivolano via con leggerezza e vitalità, come nell’avvio White Noise, nei suoi momenti di serenità (Death Rays), di introspezione (Letters to the Metro) , di tensione (Rano Pano) , di malinconia (Too Raging to Cheers).
Tra i brani più intriganti, va aggiunto l’accattivante e veloce George Square Thatcher Death Party.
In definitiva un album decisamente post-moderno nei suoni, nei momenti, nei (non) luoghi, nelle smitizzazioni. Il senso dell’humour affiora costantemente nei titoli bizzarri e spesso spiritosi (“è inutile cercarci significati reconditi”, ci avverte Stuart Braithwaite). Questo vale anche per l’ultimo splendido brano intitolato (curiosamente) You're Lionel Richie. L’album è un insieme di storie e situazioni diverse (probabilmente è anche lo specchio delle varie anime della band, sparse geograficamente tra la Scozia, Berlino e New York) miscelate tuttavia in un solido, ricercato e riuscito equilibrio.
E’ disponibile anche una edizione limitata che include una bonus track di 26 minuti dal titolo The Singing Mountain The Singing Mountain (parte I) e The Singing Mountain (parte II). Un buon album. Consigliato.
Felice Marotta

I Mogwai saranno in Italia a Bologna il 9 marzo e a Milano il 10 marzo 2011.

gli altri brani dell'album:
Mexican Grand Prix
San Pedro
How to Be a Werewolf

JUSTIN BROADRICK, dai Godflesh ai Jesu: Il percorso che porta alla divinità.

Quando diversi anni fa ascoltai per la prima volta The Endless Path (2005) capii che la vita di Justin Broadrick era definitivamente cambiata. Il percorso musicale di Justin Broadrick è un viaggio nelle zone più buie e dolorose dell’animo umano, un percorso che inaspettatamente risale sino alle soglie delle regioni celesti, una esplorazione coraggiosa delle fragilità e delle speranze degli uomini.

La macchina ed il corpo: Godflesh

Justin Broadrick è un musicista inglese, polistrumentista, conosciuto per aver fondato nel 1988 i Godflesh e successivamente nel 2002 i Jesu. Ha dato vita e collaborato ad una infinità di progetti collaterali e paralleli tra cui Final, Blood Of Heroes, Council Estate Electronics, God, Grey Machine, Ice, Pale Sketcher, White Static Demon.
Justin visse una infanzia piuttosto deprimente nella Birmingham degli anni ’70 e ‘80, una città industriale piena di fabbriche e quartieri popolari. Nel 1985, all’età di 15 anni, prese parte alla creazione dei Napalm Death, una band grindcore seminale che mescolava post-punk e metal in una mistura estrema che segnò l’hardcore degli anni ‘90.
Profondamente influenzato dal post-punk dei Killing Joke e dalle sonorità industriali dei Throbbing Gristle, decise di abbandonare la monotonia dello speedmetal per dar vita nel 1988 (insieme all’amico G. Christian Green) ad un progetto denominato Godflesh che fece deviare prepotentemente il corso del rock più estremo ("heaviest band in existence" dirà qualcuno). Si parlò allora di industrial metal, una categoria che non coglie pienamente l’essenza di questa band che invece ha sempre avuto nell' aggressività e nella depressione del post-punk un riferimento costante.
Nel 1988, a soli 19 anni, Justin realizza insieme ai Godflesh il primo album capolavoro: "Streetcleaner" (1988), una pietra miliare del rock. Streetcleaner è una visione dura e desolata dell’esistenza umana.
Le sonorità industriali, caratterizzate dall’assenza di una batteria e dall’uso massiccio delle drum machine, saranno decisive nella definizione di quel rumore brutale, evocazione di un mondo totalmente meccanico ed inumano, che oltrepassa la naturalità dell’uomo. La religione, il continuo rimando agli elementi trascendenti, ma soprattutto l’ ossessione per la figura di Cristo, sono elementi che segnano costantemente la produzione di Justin Broadrick. Il Cristo rappresenta l’elemento di congiunzione tra l’uomo e dio, sostanza che è nello stesso momento umana e divina e come tale predisposta ad assorbire inesauribili sofferenze. Una visione angosciante e profondamente pessimistica.
Se la musica da sola non bastasse a descrivere tanta brutalità, ci pensa l’immagine di copertina ripresa da una scena del film “Altered States” (“Stati di allucinazione”) di Ken Russel, che non fa altro che aumentare il senso di una sofferenza sconfinata (Christbait Rising) (1988)
Quella dei Godflesh è certamente una religione che intimorisce ed impaurisce. Il tema del corpo/carne/macchina è sempre stato centrale nella musica di Broadrick. Non è la mente, ma il corpo l’elemento con cui l’uomo entra in contatto con la trascendenza. Il corpo in quanto luogo di raccolta delle affezioni costituisce lo spazio d’incontro privilegiato con la divinità. Il martirio del Gesù ne è la rappresentazione più tragica ed autentica.
Ma quella dei Godflesh non è una violenza sonora fine a se stessa, è l’effetto di un vero e proprio manifesto nichilista, che troverà l’espressione più piena nell’affascinante EP "Cold World" del 1991.
Il martirio della carne non porta ad alcuna salvezza, conduce direttamente al nulla, annienta. Il suono industriale, in quanto completamente estraneo a qualsiasi naturalità, amplifica l’effetto di disumanità ed alienazione di questo percorso che accompagna all’autodistruzione. Nihil (1991) è una sorta di parentesi nel cammino dei Godflesh, una apertura introspettiva, una finestra aperta sul mondo interiore, mondo che Broadrick non smetterà mai di esplorare. "Cold World" è il passaggio dall’anarchismo al nichilismo, il passaggio dalla rabbia/dolore alla paura/rassegnazione. Non vi è speranza alcuna.
'Il vostro dolore non ha alcuna credenziale qui / E' solo un ombra della mia ferita' (dirà in Mothra, 1992).
E’ una completa sconfitta Defeated (2001), l’atto finale di un processo di annullamento, un passaggio inevitabile, un percorso obbligato. Verso la fine degli anni ‘90, i Godflesh sono ormai riconosciuti come una band seminale nel panorama hardcore, avendo esercitato una profonda influenza su una intera generazione di musicisti, come espressamente riconosciuto da band quali Korn, Metallica, Danzig, Faith No More, Fear Factory, Converge, Isis, Pitchshifter, Ministry. Siamo nel 2002 quando, dopo 14 anni di attività, G. Christian Green abbandona i Godflesh per andare a suonare nei Killing Joke, contribuendo di fatto alla fine della band. Justin Broadrick subirà un duro contraccolpo psicologico che lo porterà ad un lungo periodo di auto-isolamento alla ricerca di un nuovo equilibrio interiore. Tra i brani scritti per "Hymns" ce n’era uno denominato Jesu, brano che Broadrick riteneva potesse costituire il nucleo di un nuovo progetto parallelo, non pensando mai che sarebbe stato invece il progetto che avrebbe sostituito del tutto i Godflesh.

Il sentiero che porta alla divinità: Jesu

Justin descrive il periodo che va dal 2001 al 2004 come uno dei periodi più duri ed impegnativi della sua vita, caratterizzati da un completo isolamento nel quale maturerà un profondo cambiamento esistenziale. Oramai Justin ha mani libere per esplorare la propria interiorità e cercare di superare l’esperienza nichilista dei Godflesh. Tra dubbi e continui riscritture dei pezzi, nel 2004 darà vita ad un bellissimo EP, "Heart Ache" (2004), costituito da un incredibile viaggio, che parte da sonorità industriali per cambiare rotta esattamente a metà del brano ed approdare ad una melodia spiazzante, malinconica, una sorta di sospensione, un momento di spiazzante bellezza. Un brano incredibile, ispirato, evocativo. Non c’è più l’esaltazione della sofferenza, traspare invece tra le pieghe la ricerca di una speranza. Un cambio di rotta definitivo, la percezione di una luce sottile, un manifesto di quel che sarà Jesu.
Nel 2005 esce l’album "Jesu" (2005), che definisce le coordinate del nuovo progetto, con una forte accentuazione della ricerca spirituale. “Sono una persona totalmente spirituale”, dirà Broadrick in una recente intervista. C’è sempre un interesse ossessivo per la figura di Cristo, che tuttavia in questo caso appare nella sua umanità, nelle sue paure, nei suoi dubbi. Mentre nei Godflesh la corporeità di Cristo rappresentava l’unico modo con cui l’uomo poteva accedere alle forme trascendenti della divinità, in Jesu la ricerca di dio si sposta nel versante più immateriale del rapporto. Il corpo appare trasfigurato e sublimato. Le sonorità diventano meno meccaniche, più introspettive. E’ come se Broadrick avesse preso coscienza della capacità salvifica della trascendenza. Scompare l’odio e la rabbia, rimane la sofferenza e la malinconia ma aggrappata questa volta ad una sottile linea luminosa di speranza.
La ricerca nella trascendenza non è un problema di fede, ma è una ricerca interiore, uno sguardo profondo nel proprio inconscio. E’ un modo per esorcizzare e sconfiggere le ombre della propria coscienza, per allontanare i propri demoni, per proiettare se stesso verso regioni più luminose. Dopo una parentesi nebbiosa e nostalgica con la splendida "Silver" (2006), è tuttavia "Conqueror" (2006) che completa quel cambio di rotta iniziato cinque anni prima. "Conqueror" è davvero un album capolavoro. L’oscurità è oramai vinta. L’odio e la rabbia sono stati definitivamente annullati, l’aggressività si è tramutata in malinconia, la brutalità sonora si è trasfigurata in un rumore di fondo costante ma rassicurante. Justin Broadrick è un nuovo Virgilio dantesco, che dopo averci accompagnato nelle zone più buie e dolorose dell’animo umano, ci riporta nelle regioni del riscatto, alle soglie delle regioni celesti. (Mother Earth) (2006). Certo è difficile affermare che ""Conqueror" (2006) sia un album pop, nonostante Justin Broadrick lo abbia più volte definito tale, dovendo riconoscere le profonde influenze che band quali My Bloody Valentine, Red House Painters e Codeine avevano esercitato su di lui in tutti questi anni. Vi è emotività e introspezione mescolata ad una densa malinconia e ad una cosciente solitudine, ma non c’è più nichilismo, non vi è più spazio per l’oscurità dell’odio, ma solo per una luminosa tristezza (Brighteyes) (2006). Una tristezza che tuttavia consente di andare avanti, di non fermarsi. Una grande solitudine certo, ma forse è un pedaggio, un costo necessario per percorrere quel sentiero che porta alla divinità. "Lifeline" (2007).

Felice Marotta


Discografia completa di Justin Broadrick, dei Godflesh, dei Jesu e dei suoi innumerevoli progetti paralleli

Alcuni progetti paralleli di Justin Broadrick:

Pale Sketcher - Can I Go Now (2010)
Final - My Body Is A Dying Machine (2010)
Pelican - Angel Tears (JK Broadrick Version, 2005)

giovedì 10 febbraio 2011

THE NAZZ (1967-1971): La meravigliosa meteora Pop di Todd Rundgren

Quattro ragazzi, provenienti da piccoli progetti musicali della Pennsylvania (Woody’s truck shop, Munchkins, Elisabeth), nel 1967 formano un gruppo power-pop dall’alto potenziale commerciale. Nessuno ha concesso a questi ragazzetti della Pennsylvania una foglia di trifoglio, neonata speranza di fortuna, nemmeno il loro manager, che li cataloga fin da subito ‘teenybopper’, ossia ‘giovane teenager che segue i trends del marketing, della musica, cultura e moda’. I Nazz, subito etichettati come i ‘Nuovi Monkees’, presenza fissa ancor prima di incidere un disco, sulle riviste per adolescenti come ‘16’ e ‘Teen Beat’, si trovano a dover fronteggiare una grossa attesa . Attesa prontamente disillusa.
”Nazz”, il debutto sulla lunga distanza è un insuccesso, eppure non si direbbe, possiede tutte le carte in regola del disco pop per eccellenza : melodia, armonia, leggerezza. Ma nel 1967 il pop è fuori dal tempo, è razionale, prevedibile, siamo in pieno ‘flower power’, va di moda la psichedelia che apre la mente (13th floor elevators,The Blues Magoos, Jefferson Airplane), purtroppo solo accennata nella musica del gruppo, dedito alla ricerca del gioiellino pop, tesoro da nascondere gelosamente.
Il gruppo si muove tra le retrovie del rock, cerca di seguire la scia, l'ombra di gruppi come gli Yardbirds, ma spesso inciampa. La british pop invasion è storia passata: ormai anche i Beatles, dei della spensieratezza pop e idoli delle ragazzine urlatrici, navigano con il sottomarino giallo verso il magico mondo della psichedelia. La scialuppa dei Nazz nel primo omonimo album del 1968 viaggia controcorrente: segue le dolci romantiche onde delle armonie vocali easy-listening, sublimate dal leggiadro tocco dei tasti del pianoforte (Crowded, If that’s the way you feel, Hello, it’s me, reincisa poi dal Todd Rundgren solista).
Ed è proprio la presenza nella band di Todd Rundgren, futuro grande compositore/cantante/strumentista/
produttore della scena pop-rock americana, uno dei motivi principali per cui i Nazz saranno ricordati a posteriori nelle cronache rock.
I Nazz, da bravi marinaretti pop, riescono a non affondare nelle melodie, galleggiando tra ritornelli indimenticabili come quelli di When I get my plane e See what can you be. Poi la marea cresce e le atmosfere si fanno più movimentate: c’è spazio per sperimentazioni all’insegna del blues (Wildwood blues) e dell’hard- rock, seppur soft di Back of your mind. Dopo questa esperienza dalle mille sfaccettature e prospettive, i Nazz fiduciosi nelle proprie possibilità , ipotizzano di dar alla luce un ambizioso disco doppio, dal titolo fantomatico “Fungo Bat”.
Il progetto non va in porto, cominciano i primi diverbi nella band. Dopo l’uscita nel 1969 dell’ album, con lo scontato titolo “Nazz Nazz”, Todd Rundgren, seguito poi a ruota dal bassista Carson Van Osten, lascia il gruppo nel 1970 (anche se posa ufficialmente nella foto di copertina).
La band si scioglie per ragioni mai chiarite, probabilmente a causa di dissidi tra i due. Chiusa l'esperienza flop dei Nazz Todd Rundgren, chitarrista-cantante e maggiore compositore del gruppo, continua (come già detto) la carriera artistica da solista con un buon successo di critica. Nella confusione, la melodia dei Nazz si elettrifica, svicola sempre di più verso sonorità hard, dolcemente furiose, tenendo sempre presenti origini e background. Il disco parte in quarta con la sfacciata anti-pop tune Forget all about it e la blues-psichedelica Rain rider. Il lupo si sa, perde il pelo ma non il vizio, ricascando nei profondi abissi della melodia: Gonna cry today, Letters don’t count, sino alla misteriosa, criptica Meridian Leeward (‘I’m a human being now, but I used to be a pig’/ ‘ora sono un essere umano, ma ero un maiale’).
Il ghiaccio è sciolto, irrompe l’anima hard-rock dei Nazz: Under the ice, un vero tripudio in grande stile di chitarre sostenute dalla folle rabbia delle percussioni . Ormai le armonie sofisticate del debutto sono un ricordo lontano: emerge la vena rock’n’roll dei Nazz, tra facili motivetti mod-freakbeat come Hang on Paul, ritmi blueseggianti (Kiddie Boy) e chitarre agguerrite (Featherbedding Lover).
In chiusura, dopo aver sperimentato diversi stili, i Nazz concludono con un brano strumentale A beautiful song, caratterizzato da atmosfere oniriche, ed immaginifiche. Nel 1971 la casa discografica Sgc riesuma il cadavere, anche se ha ormai smesso di respirare: quando ormai la band è sfasciata, senza il consenso di tutti i componenti del gruppo, dà alle stampe “Nazz III", ossia il materiale inedito proveniente dalle sessions registrate per il doppio disco “Fungo Bat“, mai pubblicato. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Una riproposizione di vecchio materiale, spacciato come nuovo. L’unica novità è la presenza della voce di Stewkey Antoni sovraincisa su quella del dimissionario Rundgren.

Monica Mazzoli

Nondimeno il materiale inedito pubblicato in "Nazz III" é di fattura superlativa: contiene dei veri piccoli gioielli pop, come Take the Hand, la fragile ed eterea Resolution, It's Not That Easy/Take The Hand (Todd on vocals), Resolution & Only One Winner (Todd On Lead Vocals).
A chi non avesse nulla dei Nazz e volesse documentarsi consigliamo l'ottima antologia uscita nel 2002 "Nazz: Open Our Eyes - The Anthology" (Castle/Sanctuary), il meglio dei tre lavori descritti nell'articolo in 2 CD più un paio di ottime 'unreleased songs': i classici Train Kept A-Rollin'(Bradshaw, Mann, Kay) e Kicks (Mann, Weil), resa immortale dalla versione di Paul Revere & The Raiders. Wally Boffoli


Line-up:
Todd Rundgren (chitarra, voce), Robert “Stewkey” Antoni (piano, organo, voce),
Thom Mooney (batteria),
Carston Van Osten (basso)


Discografia:
“Nazz” (1968, Sgc), “Nazz Nazz” (1969, Sgc),
“Nazz III” (1971, Sgc),
"Open Our Eyes - The anthology (2 cd)" (2002, Castle Music/Sanctuary)

DISTORSIONI ora e' anche su GaragePunk Hideout

Grazie a Federico Porta, ora DISTORSIONI dispone di una propria pagina-profilo anche sul network GaragePunk Hideout.

"La pagina condivide gli argomenti di genere garage, sixties, punk, rock’n’roll e lo-fi, essendo GaragePunk Hideout un sito tematico. Che dispone inoltre di un player, su cui vengono periodicamente aggiornati gli episodi di una trentina circa di podcast differenti, inerenti ai generi trattati. Chi fosse interessato può iscriversi al sito tra gli oltre 5000 membri e disporre di una propria pagina-profilo con relativo blog, per scambiare informazioni, condividere musica e anche promuovere la propria (purchè inerente)" (Federico Porta)

Il profilo di DISTORSIONI è raggiungibile a questo indirizzo http://garagepunk.ning.com/profile/Distorsioni oppure tramite il badge sulla colonna di destra di questa pagina digitando poi DISTORSIONI nel motore di ricerca interno. E' inoltre possibile iscriversi e creare la propria pagina utilizzando la registrazione già effettuata in altri socialnetwork, tra cui Facebook, previa accettazione dell'iscrizione da parte degli amministratori

mercoledì 9 febbraio 2011

LIVE EVENTS: Primus, 26 e 27 giugno 2011

Prima volta in Italia per i Primus, gruppo californiano capitanato dal bassista e cantante Les Claypool, che saranno nel nostro paese a giugno per due date con la formazione originale. Dediti  dal 1984 a un genere che mescola sapientemente punk-rock e funk-metal, con incursioni frequenti nella  psichedelia, i Primus sono diventati una band cult proprio grazie al carismatico bassista e al suo modo assolutamente personale e unico di suonare lo strumento, creando una ritmica potente e originale attorno alla quale ruota tutta la loro musica.
Nel 2011 è prevista l'uscita del nuovo, atteso album, che arriva dopo ben 12 anni di assenza di lavori in studio, anticipato dal brano The Last Salmon Man (Fisherman Chronicles, parte 4) che il gruppo ha già proposto dal vivo e nel quale le sonorità psichedeliche sono spinte al massimo. Se – come promette Les Claypool sul sito web del gruppo – tutto l'album sarà nello stile di questo brano, possiamo dire che la lunga pausa di riflessione è stata davvero molto produttiva.
 Rossana Morriello

26 giugno 2011Vigevano (PV), Castello Sforzesco
27 giugno 2011Roma, Pala Atlantico

martedì 8 febbraio 2011

TUXEDOMOON : "Half Mute" (1980, Ralph) "Desire" (1981, Ralph) - '70 Early Tuxedomoon : Mutanti da San Francisco

Immaginate la sala da ballo de "Il Gattopardo" popolata degli scheletri della Danse Macabre. In un angolo del salone un’orchestra che suona note intagliate nel ghiaccio, sputando aria gelida sui brandelli di macramè, sui divani broccati, sulle radiche di noce, sugli specchi e sui lampadari di ambra e cristallo. Sembrano venire da un altro pianeta.
O forse da un po’ più vicino, dalla Luna. Fanno musica da camera pensando a quelle del Castello di Elisabetta Bàthory, su a Cachtice. Nei salotti perbene dell’Old Europa, all’ epoca, non li conosce ancora nessuno anche se il gruppo (che in realtà viene da San Francisco, e non dai crateri lunari) ha più di un riferimento con certa musica elettronica europea di stampo krauto. E difatti lì finiranno, dopo pochissimi mesi. Prima a Rotterdam, quindi a Bruxelles. A musicare balletti, pièce teatrali, set d’ avanguardia, mostre d’ arte e altri dischi. Tutti assieme, divisi, in duo, in trio. Molti belli, qualcuno brutto. Altri inutili. Ma sono i primi anni, come accade quasi sempre, quelli per cui vale la pena spendere tutto. Piccoli capolavori sospesi tra decadentismo, avanguardia, jazz ed elettronica.

"Half Mute"
“Half Mute” è la prima compiuta sintesi espressionista tra gli studi di musica elettronica che Blaine L. Reininger e Steven Brown stanno seguendo con profitto al City Collage di San Francisco e le avanguardie free jazz e la pre-wave di Brian Eno, Roxy Music, John Cale, Kraftwerk e David Bowie con cui ammazzano i loro pomeriggi mentre i loro coetanei scendono in strada a sventrare carcasse di auto e pisciare dalla ringhiera del Golden Gate Bridge.
Un disco che oggi soffre il peso degli anni ma che all’epoca, all’alba degli anni Ottanta e dopo le brucianti escoriazioni del punk, suonava come un delirante, illogico assalto alla musica contemporanea. “Half Mute” rappresentava allora un nuovo modo di essere ostili, utilizzando a proprio favore gli elementi della musica colta e cameristica ma ricontestualizzandola dentro le cornici inox delle nuove avanguardie giovanili. Con distacco, freddezza e imperturbabile cinismo.
Una rappresentazione moderna, una Biennale di arredamento musicale.
“Half Mute” è, oggi come allora, un disco che non scalda. “Half Mute” è una tormenta di neve sintetica, come quella delle riprese del Dottor Zivago.
Agghiaccianti canzoni come 59 to 1, Loneliness o 7 Years sembrano suonate da un reparto della Schutzstaffeln. Senza l’ ombra di un sorriso, senza nessuna concessione al gioco. Il preludio alle ambientazioni meno raccapriccianti del secondo disco sono raffigurate dalla tromba che si stende sopra il basso sferico di Fifth Column, il pop meccanico di What Use?, il violino che batte le ali come una falena dentro Volo Vivace, e il convulsivo cigolio meccanico di KM/Seeding the clouds.
La band porta il disco sui palchi del Vecchio Continente mostrandosi permeabile alle drammatizzazioni del ballo contemporaneo e del teatro di avanguardia con cui viene in contatto e a cui ruba nuovi elementi che elaborerà nel secondo album.

"Desire"
La musica che abita “Desire" è una musica da ballo che annienta il movimento, che ti strangola. Ma lo fa con l’ eleganza di un elastico da papillon.
Ha queste curve discendenti come quelle di East e Again che debbono suonare un po’ come il rumore dell’ acqua dentro le orecchie di chi sta decidendo di affogare dentro il Danubio blu. C’ è quest’ aria di frac sporcati di tamarindo e succo di pera che si muovono dentro il vortice del valzer annoiato di Jinx.
Ci sono i loro cadaveri che gemono su Victims of the dance. C’ è il retrobottega da emporio cinese di Music # 1.
C’è la musica algida da Spazio 1999 di Incubus e In the name of the talent. C’è il siparietto da film muto di Holiday for Plywood. E c’è l’ elettronica nera della title track, fitta come la pioggia dell’ ultimo fotogramma di Blade Runner. Piove, dentro la musica dei Tuxedomoon, come sugli zigomi di Roy Batty. E i nostri cuori ne raccolgono. Come grondaie sotto cieli di piombo. E di silicio.

Franco “Lys” Dimauro



Prima di "Half Mute"
Pinheads on the move / Joeboy...(the electronic ghost)
(7", 1978, Tidal Wave Rec. and Time Release Rec.)











I primi incerti, trafelati, confusi, balbettii meta-punk di Blaine L. Reininger (keyboards, violin) Steven Brown (keyboards, saxes & other instruments), Peter Principle (bass, synth) e Winston Tong (vocal); trafficano già con drum-machine ed electronics, gli stupri jazz e free-jazz sono ancora lontanissimi: nel 1977 'La luna in Frac' nasce ai piedi del Golden Gate Bridge .


"No Tears" (1978, Time Release Rec.):
New Machine, Litebulb Overkill, Nite & Day, No Tears


Prima delle codificate fredde geometrie di "Half Mute": gli spasmi notturni, il robotico post-punk senza speranza di No Tears: "...no tears for the creatures of the night". Le glaciali disquisizioni di New Machine sulla tomba disadorna della 'freakerie' S. Francisco anni '60. I primi esercizi 'cameristici' su ritmi artificiali di Litebulb Overkill. L'esasperato, paradossale omaggio cibernetico a Cole Porter di Nite And Day, estremo epitaffio delle utopie, vanificate da nuove allucinazioni suburbane.


The Stranger/Love - No Hope  (
7", 1979, Time Release Rec.)






"Scream With A View" 
(
12", 1979, Tuxedo Moon Rec.)
Nervous Guys, Where Interests Lie, Special Treatment For The Family Man, Midnite Stroll

Ancora qualche vestigia di ribellismo 'punk' nei rantoli vocali di Where Interests Lie (una chitarra che assedia i sensi!) soffocati dai ritmi sintetici. Special Treatment For The Family Man é resa incondizionata, sax 'umanoide' (Steven Brown)/macchine supplicanti, pietà reclamata, fragilità esistenziale strappata all'intimità.
Di lì a poco firmano per la Ralph Records (l'etichetta dei Residents) ed incidono "Half Mute".
Wally Boffoli




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