venerdì 8 ottobre 2010

THE MUFFS: "Blonder And Blonder" (1995, Reprise), by Wally Boff

Kim Shattuck non è in giro da poco: insieme a Melanie Vammen nei tardi anni ’80 militò nella band garage losangelina delle Pandoras, guidata dalla talentuosa Paula Pierce, prima di formare con la stessa Melanie The Muffs nel 1991; quindi di esperienza sui palchi rock di locali e localacci americani la terribile ‘riot girl’ (ma quanti anni avrà?) ne avrà accumulata parecchia.
Lo si capisce subito anche solo vedendo i video girati durante i suoi concerti italiani d’inizio ottobre 2010, che Music Box vi ha regalato in calce al live-report di Marco Colasanti: strapazza la chitarra con quel minimo di tecnica che la vecchia ‘cara’ ottica punk richiede, canta con voce roca ed insolente da ‘monella’ ormai trentenne, ‘guastando’ le sue performances vocali con frequentissime urla strozzate!
Quindi The Muffs suonano punk rock direte voi ! Beh sì, ma non proprio e non solo: se ascoltate uno qualsiasi dei loro sei albums pubblicati tra il 1993 ed il 2004 ("Really Really Happy" è l’ultimo ma pare che ne stiano ultimando uno nuovo in studio) dovreste accorgervi che in realtà il loro rock ed i loro brani, tutti firmati dalla Shattuck, sono il risultato di una sapiente ricetta tutta americana e non certo nuova:
si ascolti l’album "Blonder And Blonder" di ben quindici anni fa (1995-Reprise), probabilmente il più riuscito, e scoprirete (se avete buone orecchie) come è abile Kim, coadiuvata da due ottimi e spericolati strumentisti quali Ronnie Barnett al basso e Roy McDonald (ex Red Kross) alla batteria, ad incrociare interpretazioni tirate allo spasimo pepate dai suoi immancabili ‘histeric shouts’ a tirate melodiche contagiose: il power pop nettissimo di brani come Sad Tomorrow (very radio friendly, la mia preferita!), Won’t Come Out To Play, I’m Confused, End It All , Laying On A Bed Of Roses, temperano gli eccessi punk di Oh Nina, Red Eyed Troll (song ultra-arrogante), Funny Face, Ethyl My Love.
Punk più melodia, insomma come il punk-pop dei Green Day et similia direte voi: no, non ci siamo; le ascendenze melodiche power-pop di bands gloriose e seminali come Beat, Pop, al femminile come Runaways, si sentono tutte nel rock di Muffs, e che abbiano inciso ed in repertorio brani come Rock’n’Roll Girl dei Beat di Paul Collins la dice lunga sulle loro preferenze artistiche.
The Muffs sono riusciti a rivestire lo scheletro ed il tiro di un punk tipicamente californiano (Avengers, Nuns) con la polpa pop-melodica delle bands suddette: e Kim Shattuck non sarà la terribile Wendy O. Williams dei Plasmatics ma le sue songs insolenti e le sue interpretazioni angry sono davvero un bel sentire!
Wally Boff

Video/brani
Sad Tomorrow Oh Nina
Rock'n'Roll Girl
MuffsBlogspot
MuffsMyspace

LIVE REPORT: THE MUFFS - 1° ottobre 2010, Roma, Mads (supporter: The Intellectuals, Killtime), by Marco (Marcxramone) Colasanti

Finalmente ci siamo. Dopo un paio di mesi dall'annuncio della data dei Muffs  e aspettando trepidamente di vedere la bella Kim Shattuck e soci, finalmente il gran giorno è
arrivato.
Iniziano The Intellectuals con il loro grezzo garage punk: bene, del selvaggio rock'n'roll per iniziare ci sta' tutto. Molto bravi.
Finito il loro set si passa al caro vecchio punk rock dei Killtime.
Ormai saranno decine di volte che li vedo e riescono sempre a stupirmi: il loro set scivola via in una mezz'oretta e alla fine il buon Stevo mi regala due belle covers, Walking Out On Love dei Beat di Paul Collins e Surrender dei Cheap Trick.
Okay, ci siamo: piazzo il fedele Mozza con la videocamera in un posto tranquillo per riprendere il concerto, e mentre in prima fila aspetto che arrivino sento una mano che mi tocca la spalla e una vocina che mi dice: "... sorry!".
E' Kim che scavalcandomi letteralmente si accinge a montare sul palco.
Si parte subito con Happening dall’album "Hamburger", poi Lucky Guy ed Oh Nina, stupende per continuare con brani tratti da "Blonder And Blonder" (l'album piu' saccheggiato della serata e secondo me il loro capolavoro).
Rimango incantato dalla grazia di Kim e per un'attimo ritorno indietro di 20 anni quando in epoca grunge e college rock le casse del mio stereo sparavano canzoni come queste. Per loro il tempo non è passato .
Il gruppo si diverte e tra una battuta e l'altra snocciola tutti i suoi cavalli di battaglia con qualche pezzo nuovo (un nuovo album?).
Dopo l’esecuzione di Ethil My Love (perfetto garage punk) si arriva alla fine, ma la gente ne vuole ancora. Loro ci accontentano subito con altri 2 pezzi, la splendida Honeymoon e Big Mouth .
Poi ci salutano e sorridendo se ne vanno.
La gente si avvia verso l'uscita e qualcuno si dimena alla musica del dj di turno : noi aspettiamo di entrare nel camerino per fare qualche foto assieme al gruppo.
Grazie a Suze (Susanna Motta) dopo un po' entriamo e loro, disponibilissimi e divertititi ci assecondano.
Ci salutiamo e ci avviamo nella notte romana che ci accoglie in un caldo surreale, sudati, stanchi ma come sempre in questi casi felici di aver passato una notte indimenticabile.
Marco (Marcxramone) Colasanti


Foto e video di Marco Colasanti

Muffs live Roma, Mads 1/10/2010
Muffs1 live Roma, Mads 1/10/2010
Muffs2 live Roma, Mads 1/10/2010

giovedì 7 ottobre 2010

THIRD EAR BAND (Harvest, 1970 - Gottdiscs, 2005)

Third Ear Band é un golem d'incontaminata sacralità uditiva che riemerge da un passato profondissimo, senza alcun aggancio all'attualità, per il semplice fatto che qualcuno nella massa senza volto sente di aver bisogno di nutrire la sua anima con qualcosa di assolutamente 'alieno' ed 'altro': che sia Walter, un 'giovane' di ventisette anni mi riempie di attonito stupore; quasi mi pento del veleno vomitato in questi anni sulle 'empty new generations'.
Quello che segue é un esperimento, una non 'recensione', un bollettino emozionale stilato in dangerous equilibrio tra stati d'animo indefiniti, confusi, ma straordinariamente concreti, ectoplasmizzati da un retaggio sensoriale ancestrale piantato in fondo all'inconscio.
Se l'esperimento sia riuscito e degno di un seguito tocca solo a voi dirlo: in caso contrario perdonateci, abbiamo solo ceduto ad un irragionevole richiamo dell'anima (Wally Boff)


THIRD EAR BAND: § Glen Sweeney:tablas § Paul Minns:oboe § Richard Coff:viola § Mel Davis:violoncello

Impossibile definire questi mostri sacri, imprigionarli in una categoria, atipici, unici, innovatori.
Nella loro musica tutto respira: world music, free folk, psichedelia, acid rock, progressive, space rock. La loro musica è letteralmente un ''laboratorio” di idee e proposte: free folk d'avanguardia, privo di schemi.
Non vi resta che accomodarvi ed addentrarvi nell'ascolto (meglio se leggendone i commenti) di quella che possiamo chiamare davvero un'esperienza dei sensi e della mente. Un inno ai quattro elementi.

Air (10:29)
Air si tocca, un soffio d'aria, di vento ci sfiora i sensi attraverso la musica ed un'eco lontano si dilata: ritmi tribali, esoterici. Sono da solo al centro di una terra senza nome: questa musica, quei passi li sento io, solo io, insistono. Un misto di inquieto sentire e ricerca interiore? Forse. E’ musica per lo spirito? Sì, forse. Ma lo è soprattutto per i sensi, per dire ci sono, sono qui; l'aria mi circonda, un tutto con gli elementi che vengono in successione come una cascata.

Earth (9:52
)

Tocchiamo il suolo con la seconda suite Earth. Sulla terra si danza, si ama, si fanno follie: ecco cosa trasmette questa atmosfera dal mood medioevale. Il ritmo si fa incalzante, le donne invitano gli uomini a danzare, ad amare, a vivere; la terra è carne, vita, sentire e amare! Il ritmo e l'incidere della suite, non invita a meditare: invita ancor di più a sentire il godimento degli elementi attorno, a farsene irradiare. Una terra senza nome, ma che può diventare la mia terra, la tua e di chiunque ascolti questa suite evocativa.

Fire (9:19)
Chi sente la vita manifestarsi, qui e ora, sulla terra, sin dall'inizio della terza suite Fire si sentirà fremere dentro, perchè l'incedere iniziale è davvero un grido della foresta, l'urlo che sembra rimanere strozzato in gola a chi vuol cantare ed urlare al mondo la sua presenza; echi lontani e sussurrati da strane creature (uomini o donne?) si sentono venire da un dove indefinito, inquietudine e lato oscuro della natura, un fuoco che scalda solo chi sa vivere prima sulla terra. L’incedere è sinistramente monotono e cavernoso, si levano poi lontane voci, richiami che destano, che disorientano. La terza suite è davvero una chiave di volta, così tanto misteriosa, impenetrabile, ossessiva, ma allo stesso tempo ipnotica: di chi sono quelle voci? questo fuoco? è una minaccia? la terra in pericolo?

Water (7:04)
Si ascolti e si attenda in silenzio l'ultima suite Water in cui la voglia di sperimentare il free folk si sposa ancora misteriosamente con spunti acidi! Il rumore della cascata, i suoni sinistri, il senso di smarrimento, ingredienti essenziali, da brivido!
Assolutamente la suite migliore dell'album che chiude un autentico capolavoro!
Essenziale, da avere ed ascoltare.
Walter Pasero

ProgArchives
Psychedelicfolk
Thehistoryofrockmusic

mercoledì 6 ottobre 2010

RECENSIONI: THE DISCIPLINES, “Smoking Kills” (2008 Second Motion Rec. - Italia 2010), di Claudio Decastelli

Smoking kills” è il primo lavoro discografico di The Disciplines, la band messa in piedi da Ken Stringfellow dei Posies e alcuni componenti del disciolto gruppo pop norvegese Briskeby, già titolare di successi commerciali in patria. 

Uscito nel 2008 proprio in Norvegia, con il progressivo estendersi del raggio di azione del gruppo il cd e' poi stato via via pubblicato in altri paesi europei e negli Stati Uniti, fino a trovare casa anche in Italia grazie alle etichette Inconsapevole e Tubular Records. “Smoking kills” non e' un disco di rock norvegese (ammesso che esista) e neppure un sottoprodotto dei Posies, di cui Stringfellow è co-fondatore e co-leader. E neppure di garage, come qualcuno ogni tanto cataloga la band, tratto in inganno forse dalle provenienze scandinave (che altrove nella penisola significano appunto quel genere) e forse dal giro di chitarra del primo brano del cd (e video piu' circolante in rete), Yours for the taking. Che appunto inizia e prosegue ispirato a quello stile, per poi pero' trasformarsi brevemente nel ritornello in un mezzo reggae e ritornare quindi con violenza sul riff iniziale fino a un'accelerazione di chiusura quasi punk. 

(foto: Enrico Laguardia)
Difficile con questi riferimenti farsi un'idea univoca di cosa sia quella musica. Perché poi il tutto ha una strutturazione curata, varia, a tratti anche non prevedibile negli sviluppi: pop, tutto sommato, nella migliore accezione del termine. Pero' chitarra e sezione ritmica suonano potenti, ma tenute “sotto controllo” da una produzione di studio attenta a usare la potenza in funzione del pezzo e a non lasciarla prevalere. Ken Stringfellow poi canta con irruenza e forza, senza comunque sacrificare per questo le sfumature espressive che richiede l'interpretazione: il risultato alla fine e' una 'killer song', di soli 2,19 minuti. Ma neppure la successiva Wrong lane arriva ai 2 e mezzo, fatti di accelerazioni e rallentamenti, stop, ritmiche e chitarra un po' storte e una strofa '”ruffiana” che controbilancia le punte piu' acuminate di un'altra canzone difficile da classificare. Lo stesso vale per Get it wrong, che finisce in neanche 3 minuti, con la strumentazione da power-trio virata all'hard e tanto di (breve) assolo di chitarra. Che tende invece verso il punk-rock nei refrain e nel bridge di Bad mistake, 150 secondi totali in cui il ritornello fa in tempo a infilarsi in qualche anfratto del cervello, ben distinguibile dall'andamento invece un po 'glam' e melodico della strofa. 

(foto: Enrico Laguardia) 
Gli altri sette brani del cd si susseguono con le stesse caratteristiche: 3 o 4 superano i 3 minuti, tutti si presentano con qualcosa, un riff o il cantato, che vuole farsi ricordare. Qualcuno ha anche aspirazioni da hit e uno, Oslo, lo è stato davvero, in Norvegia: ed è anche l'unico dall'atmosfera melanconica e l'andamento slow di ballata, con un ritornello che cresce a ogni ascolto: ma pure questo  non aiuta a collocare The Disciplines su una delle strade del rock che meglio si conoscono. 

I componenti della band non sono di primo pelo e nelle loro esperienze musicali hanno sicuramente potuto assimilare dagli stili e dalle idee con cui sono venuti a contatto parti che sono poi confluite nello stile personale loro proprio. “Smoking kills” sembra quindi il risultato, guidato e ricercato, di capacità e ispirazioni accumulate nel tempo e restituite tutte assieme dopo essere state, piu' o meno inconsciamente, selezionate e amalgamate. Senza l'ambizione di inventare qualcosa, ma magari pero' con quella di non porsi limitazioni, nella migliore tradizione, questa volta, del rock.

Claudio Decastelli

VIDEO


FILIPPO ANDREANI: "La storia sbagliata" (2010, Autoproduzione/Venus/Lunatik), by Ruben

“Muore giovane chi è caro agli dei”.
Le parole del poeta greco Menandro si addicono certo al Neri e alla Gianna,
due giovani partigiani comunisti innamoratisi e morti sullo sfondo della Resistenza. Ma chi erano costoro?
Il comasco Filippo Andreani ha avuto l’idea – bella – di esordire con un concept basato sulla storia – vera – di Luigi Canali, nome di battaglia “Capitano Neri” e di Giuseppina Tuissi, nome di battaglia “Gianna”.
La vicenda dei due è nota. Gianna e il Neri si conoscono durante la lotta partigiana e s’innamorano. Catturati dai fascisti e torturati, si rifiutano di collaborare. Riescono a fuggire. Vengono però processati per tradimento (sulla base di semplici sospetti, ma le testimonianze dei repubblichini presenti agli "interrogatori" concordano che non parlarono).
Nessuno dei partigiani crede al tradimento dei due, Neri riprende il suo ruolo di comandante. Il suo nome lo ritroviamo poi nelle oscure vicende legate alla fine di Mussolini e al cosiddetto "mistero del tesoro di Dongo", oro di Stato che, secondo una non provata supposizione, il segretario della Federazione comunista di Como, Dante Gorreri, contro il parere di Neri, voleva fosse incamerato dal PCI.
Neri viene ucciso da ignoti. Gianna cerca la verità sulla fine del suo amato, ma viene uccisa anche lei. I loro corpi non furono mai trovati.
Vennero poi assassinati il padre di Gianna, tre sue amiche e due amici, nonché un giornalista. Nessuna luce è mai stata fatta su queste morti.
Detto in sintesi della cupa storia, possiamo ora affermare che il concept è costruito veramente bene. I testi si fanno apprezzare sia sul piano dei contenuti, per come Filippo ripercorre la storia dei giovani amanti guerrieri trascendendo con la forza della poesia la durezza della realtà della guerra, sia sul piano formale, per il lirismo del linguaggio e l’uso della rima baciata (scrivere testi in rima è più difficile che farlo in versi liberi …).
Gli arrangiamenti convincono, e soprattutto in A te che dormi, forse il
miglior brano della raccolta, e in Mi chiamo nessuno, resoconto dell’esperienza carceraria di Neri, sono particolarmente efficaci rispetto alla narrazione.
Semmai in tutti i brani non avrebbe guastato un minor numero di strumenti impiegati, che avrebbe fornito anche più incisività al racconto. Ma, si sa, nelle opere prime si tende ad aggiungere più che a togliere, e quindi il peccato è veniale.
Al di là dei dati “tecnici”, il disco è emozionante. Credo - mi auguro per l’autore - che susciterà ovunque grandi consensi. Soprattutto per l’originalità del tema trattato, fra storia, memoria civile e mito.

Ruben

FILIPPO ANDREANI LIVE IN COMO, 26 MARZO 2010
FILIPPO ANDREANI IN CONCERTO, COMO 2 MARZO 2010
MySpaceFilippoAndreani

martedì 5 ottobre 2010

"LIVE REPORT": STEVE WINWOOD - Roma, 3 ottobre 2010 - Auditorium (by Andrea Angelini)

Un artista come Steve Winwood ha bisogno di poche presentazioni: polistrumentista di valore, in particolare eccellente all’organo e alla chitarra, cantante fenomenale dalla vocalita’ soul-blues influenzata dal suo idolo Ray Charles ma del tutto personale, e autore di dozzine di classici entrati ormai da decenni nel vocabolario della musica Rock.
Steve si e’ sempre mantenuto su livelli dignitosi persino negli indegni anni ’80, commercializzando solo in minima parte il suono delle sue produzioni, e dalla meta’ degli anni ’90 con la riproposta dei Traffic e alcuni azzeccati album solisti, e’ tornato a far parlare di se’ e della sua musica.
Sull’onda della celebrata recente tournée con l’amico Eric Clapton, Steve torna in Italia e la curiosita’ di ascoltarlo ancora una volta mi ha spinto insieme ad altre centinaia di persone ad affollare la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma la sera del 3 Ottobre.
Sul palco belle luci essenziali e formazione minimale in puro stile Traffic: Steve si alterna all’Hammond e alla chitarra, Tim Cansfield alla chitarra, Satin Sinoe alle percussioni, Paul Booth al Sax, flauto e all’organo, Davide Giovannini alla batteria.
Si nota quindi, come spesso nei Traffic dal vivo, la mancanza di un bassista, lasciando all’organo il compito di coprire le frequenze basse.
La scaletta ha il pregio di scorrere fluida attingendo a vari periodi musicali e privilegiando esecuzioni ed arrangiamenti “aperti” dei brani, per valorizzare le capacita’ esecutive e garantire il divertimento dei musicisti della band.
Cosi’ oltre ai piacevoli brani del recente "Nine Lives", dalle marcate ritmiche e percussioni latine, si ascoltano le immortali I’m a Man, Can’t Find My Way Home, The Low Spark Of High Heeled Boys, Empty Pages, il mega-successo degli anni ’80 Higher Love, e una versione di 20 minuti di Light Up Or Leave Me Alone, con bellissimi assoli in stile jazzistico e senza ombra di autocompiacimento o noiosita’ da parte di tutti i musicisti a turno.
Quello che apprezzo di piu’ e’ sentire Steve e i suoi completamente immersi nelle note che generano, dare spazio a tutte le loro influenze stilistiche e trasmettere gioia, energia e calore con la musica.
La voce di Winwood e’ assolutamente splendida ed integra, capace di vette altissime e potenza come 45 anni fa, forse ancor piu’ calda ed avvolgente in certi passaggi.
Tutti i componenti della band suonano in modo eccellente, come una formazione ben assortita e rodata, nessuno ha la freddezza o il distacco del turnista.
Gli ultimi 20 minuti del concerto sono da brividi: per i due bis finali acclamati dal pubblico Steve torna in scena con il solo batterista e il saxophonista che si siede all’organo.
Con Steve alla chitarra suonano una versione micidiale di Dear Mr.Fantasy, con un assolo di sei minuti di chitarra celestiale, caldo, sinuoso, infuocato come
l’originale del 1967.
Poi l’apoteosi finale: con la band al completo si scatena in una Gimme Some Loving come il co-autore e produttore originale Jimmy Miller avrebbe gradito, un orgia di percussioni e parti ritmiche serratissime, l’Hammond in bella evidenza e la voce di Steve perfetta, grintosa ed esuberante come quando cantava questo inno nel 1966 a 17 anni.
Bellissima serata, musica d’altri tempi come concezione ed esecuzione e la conferma della purezza artistica di Steve Winwood , davvero 'forever young'.

Andrea Angelini
(fotografie  di Andrea Angelini)

Steve Winwood live
Steve Winwood - Live - Roma 03/10/10: Can't Find My Way Home
Steve Winwood - Dear Mr. Fantasy - Live Milano 02/10/2010
Steve Winwood - Low spark of high heeled boys -- AB Brussels 17 October 2008
Steve Winwood Live Concert: I'm A Man -- November 20 2008, Academy of Music of Milan
Steve Winwood Live - Empty Pages, 1/22/2008, Lancaster PA

Folk, Acid Folk, Prog Folk e dintorni: artisti e brani scelti e commentati da Walter Pasero

Continuiamo il nostro viaggio nell'impervio ed affascinante labirinto dell'acid e prog folk, generi per lo più sconosciuti ai più, con altri quattro brani magici, che vi procureranno brividi di arcana malinconia.
Questa volta a farci da maestro di cerimonie (aspettando le nuove proposte del guru acid-folk Marcello Rizza) un giovane amico, Walter Pasero, altrettanto motivato ricercatore di straordinari episodi sonori che riescono sempre ad aprirci le porte dell'inconscio. (W.B.)



Perry Leopold - The Windmill (Christian Lucifer: 1973/Gear Fab)

Americani. Stiamo parlando di una le perle più fulgide di acid-folk psichedelico di tutti i tempi! Un inizio inquietante e sinistro a evocare una folata di vento solitario e disorientante, con echi e rumori di fondo ad aumentare la sensazione di pathos e mistero; poi dentro questa cornice folk acida, che ricorda i Comus di "First Utterance" si inanella la voce magnifica e mesmericamente folk di Leopold, accompagnata per tutto il brano da un tappeto sonoro alienante e terreo.
Voce e chitarra di Leopold in alcuni momenti sono capaci di evocare tutte le facce del prisma emozionale umano: paura, angoscia, attesa e liberazione.
La fine del brano riprende quasi come un lamento folk acido tutto il suo umore da sottobosco: inquietudini che solo certi effetti sonori sono capaci di evocare.
Il brano si chiude come è iniziato, con quella misteriosa e sinistra folata di vento che turba l'ascoltatore e lo tiene desto.
Assolutamente da ascoltare, essenziale!

Time - Sad Benjamin (Before There Was...Time: 1968/Shadoks)

Canadesi. L'album fu clamorosamente mai licenziato ufficialmente: incredibile, trattandosi di un gioiello di straordinario impatto lisergico/psichedelico; folk ipnotico, mesmerico, un vero viaggio per la mente.
Emozioni che saranno una piacevole sopresa per chi non conosce questo album e una grande esperienza di riascolto per chi invece già lo conosce.




Circus Maximus: Hansel And Gretel (Neverland Revisited:1968/Vanguard)
Questo capolavoro country/folk psichedelico degli americani Circus Maximus si chiude con un omaggio onirico e personale al mondo delle favole, Hansel and Gretel: atmosfere pacate, sommesse che chiudono degnamente un album strepitoso, privo a mio parere di momenti di stasi e quindi altamente raccomandato a tutti gli amanti dei momenti più densamente e genuinamente acidi dei sixties.


Third Ear Band - Fleance(Music From Macbeth: 1972/Beat Goes On)
Inglesi. Impossibile definire questi mostri sacri, imprigionarli in una categoria: atipici, unici, innovatori. Nella loro musica si respira world music, free folk, psichedelia, acid rock, progressive, space rock.
La loro musica è letteralmente un laboratorio di idee e proposte.
Free folk d'avanguardia, privo di schemi.
Sacrale, solenne la loro colonna sonora per il Macbeth di Roman Polansky, divisa in 16 pezzi d'ispirazione elisabettiana: un esperimento che fatalmente soggioga la fluida ispirazione della T.E.B caratterizzante le altre loro opere.

lunedì 4 ottobre 2010

DISCHI STORICI (3) by Gianluca Merlin and Wally Boff

JOHN MAYALL: "Bluesbreakers with Eric Clapton" (1966/Deram)

Definito anche The Beano Album perchè Eric Clapton legge l'omonimo comic a fumetti in copertina.
John Mayall, il grande leone del blues di Manchester ha nella band Hughie Flint (futuro Blues Band) John McVie (futuro Fleetwood Mac) e ovviamente Eric Clapton appena uscito dagli Yardbirds. Si tratta di uno dei dischi più amati e noti di John Mayall, uscito in 2 edizioni, la prima in mono nel 1966 e la seconda in stereo nel 1969. La rivoluzione che porta qui John è la esplosiva chitarra di Clapton che imbraccia una Gibson Les Paul attaccata ad un ampli Marshall . L'effetto su covers blues e pezzi originali è dirompente, con conseguente scalo delle classifiche. Clapton é protagonista di alcuni brani strumentali quali la rocciosa Steppin' Out e la cangiante Hideaway; voce nel traditional blues Ramblin' on my mind di Robert Johnson. I suoi soli creativi ed affilati in brani come Little Girl ed Have You Heard hanno fatto scuola. La mia preferita (Gianluca) è Key to love, dove un riff killer, una sezione fiati e una batteria treno ti porta al massimo.
'...Clapton is God': questa scritta apparve sui muri di Londra.
Notevoli anche il blues lento Have You Heard con una magistrale interpretazione vocale di Mayall, la sua eclettica performance all'harmonica in Parchman Farm e la sentita rivisitazione di All Your Love (Willie Dixon/Otis Rush). Un classico epocale del British Blues!

3 video/brani: All Your Love Hideaway Parchman Farm


COLOSSEUM: "Valentyne Suite" (1969/Fontana-Essential Records)

Un capolavoro e il primo numero dell'etichetta Vertigo.
Basterebbero The Kettle o Elegy per far capire che questi musicisti hanno creatività ed incisività strumentale enormi.
Avevano tutti nel loro background musicale jazz e blues e poi una grande voglia di sperimentare: con questi presupposti prima o poi qualcosa di pazzesco l'avrebbero tirato fuori. Ed é successo puntualmente nel 1969 con "Valentyne Suite": stesso titolo della seconda facciata, divisa in tre movimenti, una vera opera d'arte rock-jazz con squisiti riferimenti classicheggianti, contraddistinta da potenti riffs strumentali, moods sempre cangianti di grande atmosfera e soli strepitosi di tutti i strumentisti.
Aggiungiamoci le liriche di Pete Brown (già paroliere dei Cream) e una band composta da John "doppia grancassa" Hiseman, Dick Heckstall "doppio Sassofono" Smith, Tony Reeves al basso, James Litherland alla voce e chitarra superelettrica e Dave Greenslade all'hammond; otteniamo uno dei dischi più atomici e originali del progressive rock, infarcito però di british blues.
Dopo questo disco i Colosseum cambieranno line up e continueranno con buoni risultati, ma senza eguagliare questo mostruoso disco.

3 video/brani: Elegy The Kettle RARE Colosseum Live 1969 - Valentyne Suite Part-2/2


SANDY DENNY:"The North Star Grassman and the Ravens" (1971/Hannibal)

La leggendaria voce dei primi Strabws, dei Fairport Convention e dei Fotheringay ha pubblicato solo 4 dischi da solista, spesso trascurati dal pubblico o marginalmente ascoltati.
Altresì difficile stabilire quale sia il migliore.
Questo è il primo, realizzato nel 1971 col contributo di membri dei Fairport Convention ed incentrato molto sulla cantante. Infatti quasi tutte le canzoni tranne una hanno il tipico incedere delle murder ballads tradizionali rilette in chiave folk rock, repertorio in cui Sandy Denny ha la totale padronanza.
Tra queste John The Gun, che poi riprenderà con i Fairport Convention anche live, e poi The Sea Captain, Late November, Next Time Around, The Optimist, The North Star Grassman and the Ravens sino ad una cover di Bob Dylan, Down in the Flood . Sicuramente un disco dalle emozioni intense (affiorano anche qua e là dei tappeti di archi molto belli), molto difficile x chi ascolta rock tradizionale ma una occasione per andare alle radici della musica inglese.
Copertina stile Good Old England, che suscita sempre forti emozioni e che all'epoca in quasi tutti i dischi di questo genere era d'obbligo.

3 video/brani: The North Star Grassman and the Ravens (Vinyl 1971) The Sea Captain (Vinyl 1971) John The Gun

domenica 3 ottobre 2010

"LIVE EVENTS": GRINDERMAN, 6 e 7 ottobre 2010

E' dal 2005 che Nick Cave/ Warren Ellis/Martin Casey/Jim Sclavunos calcano i palchi con questa formazione ridotta dei Bad Seeds: é il loro lato oscuro e feroce che Grinderman incarna dal 2007, anno della prima apparizione della strana 'inquietante' bestia e della pubblicazione del primo omonimo sorprendente album.
A metà settembre é uscito "Grinderman 2", altrettanto oscuro e grandioso: sono ora in giro anche in Italia per proporre entrambi i lavori; l'attesa per la conferma 'live' é spasmodica! 
Wally Boffoli

mercoledi' 6 ottobre: LIVE CLUB, Trezzo sull'Adda (Ml)
giovedi' 7 ottobre: ATLANTICO LIVE, Roma 


(seguirà il live report del concerto di mercoledi' 6 ottobre)

"LIVE REPORT" - SLOVENLY RECORDINGS: 'IL CENTESIMO DISCO' PARTY!!" - Cagliari, 2 ottobre 2010 (by Aaron Sid)


In occasione della pubblicazione del suo 100 disco, "Sick Of Love" di J.C. Satan, Pete Menchetti, boss dell'etichetta americana Slovenly Recordings, etichetta cui abbiamo dedicato uno special in agosto, ha organizzato il 2 ottobre scorso allo Sleepwalkers beat club di Guspini, in provincia di Cagliari, una serata all'insegna del garage più sfrenato che ha visto la partecipazione di bands appartenenti alla scuderia Slovenly, più qualche ospite: naturalmente era lui il d.j., insieme a Bone, Spik Jagger Agitated.
Ospitiamo con piacere Aaron Sid, un nostro Facebook amico, assiduo lettore di Music Box e naturalmente appassionato di punk-garage, che era lì: abbiamo raccolto e trascritto il suo succinto racconto della serata.

"All'inizio della serata hanno suonato the Oops, gruppo hardcore sardo, subito dopo i greci Acid Baby Jesus : hanno sfoderato un gran bel punk distorto; a tratti mi hanno ricordato i Clone Defects, peccato che abbia sentito solo i loro ultimi 5 brani a causa del mio ritardo.
Dopo è toccato ai Rippers: solita impeccabile performance rhythm'n'punk ultra veloce, forse un pò scontata per chi li ha visti in concerto più di una volta
Dopo i Rippers è toccato ai Davila 666. Portoricani, hanno inciso un lp su In The Red Records e svariati singoli per varie etichette tra cui la Slovenly.
In realtà erano solo 2 membri dei Davila 666: il cantante e il chitarrista, gli altri 4 avevano perso l'aereo a New York; comunque hanno suonato tre pezzi con il batterista e il tasterista passato al basso degli Wau y Los Arrrghs!!! ...
Hanno suonato solo 3 pezzi perchè gli spagnoli non li conoscevano e hanno improvvisato: è stato davvero un gran peccato che non fossero al completo perchè sicuramente avvrebbero spaccato.
Dopo di loro è toccato ai già citati Wau y Los Arrrghs, spagnoli di Valencia: ho assistito a uno dei live più belli che io ricordi.
Sono riusciti a coinvolgere tutti: la gente cantava insieme alla band, pogava, una performance garage davvero selvaggia. Tra l'altro il cantante degli Anomalys (sempre presente agli eventi della Slovenly) ha suonato l'armonica con loro nel brano Piedras.
Alla fine la band spagnola ha fatto un omaggio spettacolare al grande maestro Link Wray, uno dei più grandi artisti e maestri rock mai esistiti, una Viva LINK WRAY da infarto.
Ho assistito a uno show davvero fenomenale e memorabile".

Many thanks Aaron ...

Video/Brani
Wau y los Arrrghs - It's Great
Wau Y Los Arrrghs-Carrera Especial

PhotobucketSleepwalkers
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THE MODERN LOVERS: "The Modern Lovers" (1976, Beserkley/Rhino Rec.) by Franco Lys Dimauro. Intro di Wally Boff

Questo é un disco che consiglierei di ascoltare subito al neofita o a chi ha vissuto sino all'altro ieri su un'isola deserta, che mi chiedesse cos'é stato il punk in musica. Registrato nello stesso anno in cui usciva il primo album delle New York Dolls, il 1973, sarebbe stato stampato tre anni dopo, quasi in contemporanea col primo Ramones, un anno prima "Never Mind The Bollocks" dei Sex Pistols giusto per inquadrarlo storicamente.
A differenza dagli inni smargiassi delle Dolls all'immondizia ed alle pillole, e della stringatezza 'seminale' dei Ramones, il proto-punk dei primissimi Modern Lovers (che é immortalato in questo pezzo 'unico') era disegnato dentro coordinate malate e torbide: chitarra ed organo serialmente 'minimali'e velvetiani introducevano i vocalismi biascicati (dannatamente intriganti!) e restii di Jonathan Richman, divisi tra le affabulazioni suburbane anfetaminiche di Roadrunner e She Cracked ed i toni morbosamente affranti di Hospital e Pablo Picasso.
Un disco leggendario, inquietamente sospeso nel tempo.
(Wally Boff)



Sfregiare i libri di storia del rock con un disco postumo.
Non un disco qualsiasi ma uno degli album nodali della storia del rock americano.
I Modern Lovers sono quattro ragazzini irrequieti rimasti intrappolati dentro il primo album dei Velvet Underground. E’ anche per questo che quando si presentano alla Warner Bros che ha posato gli occhi su di loro, chiedono che sia John Cale a produrre i provini per quello che dovrebbe essere il loro album di debutto.
E sia. Ma Jonathan Richman è furbo, o crede di esserlo. Perché si presenta pure alla A&M e anche a loro chiede paghino un buon produttore per andare a registrare a Los Angeles. Si accordano per Alan Mason.
Registrano un po’ di roba e il resto lo spendono a donne, droghe e cibo spazzatura. Insomma, le solite cose.
Come se non bastasse, Kim Fowley, in una pausa di lavoro per la colonna sonora di American Graffiti, corteggia la band e la raggiunge a casa loro, a Boston. E lì registrano ancora una volta. Ma la cosa ha dei risvolti incredibili.
Da un lato la Warner che alla fine ha siglato il contratto, si sente presa per il culo. Quando la band va a chiedere la data di uscita del loro disco, trovano l’ ufficio di Stuart Love blindato.
Dall’ altro Jonathan Richman ha suonato così tante volte quei pezzi che non vuole più sentirli. Nel Febbraio del 1974 i Modern Lovers non esistono già più: Jerry Harrison si è trasferito nei Talking Heads, David Robinson mette su i Cars, Ernie Brooks sbarca il lunario come session man per la gente che ha conosciuto in tour, David Johansen dei New York Dolls e Elliott Murphy in primis.
E Jonathan? Ah, già.
Jonathan è rimasto molto amico di un tizio della A&M che adesso ha messo su una nuova label chiamata Home of The Hits, presto ribattezzata Beserkley. Così si presenta con dei Lovers non più moderni ma ri-modernati e inizia una lunga carriera di menestrello un po’ burlone e un po’ Peter Pan che dura sino ai giorni nostri. Matthew King Kaufman dà un’altra chance a Richman. Solo che, non potendo ancora contare sui nuovi Modern Lovers, preferisce investire sui vecchi, obbligandolo a firmare la liberatoria per pubblicare il vecchio materiale, quello del 1972.
Jonathan Richman storce la bocca, finge un crampo alla mano destra, poi accetta.
Del resto non gli viene chiesto altro che limitarsi a disconoscerlo per il resto della sua vita. Cosa che farà puntualmente per 35 anni, anche dopo essere stato inserito nella lista dei 500 album più influenti della storia del rock redatta da Rolling Stone.
"The Modern Lovers" nasce dunque, oltre che dopo parto travagliato, orfano.
Sarà per quello che è più scontroso di tutti quelli che saranno i suo fratellastri.
Pieno di tic e di bile nera.
Un po’ claudicante per via di una leggera deformazione agli arti inferiori.
Con una vistosa scoliosi.
Va in giro scapigliato e preferisce sandali e vestiti trasandati ai bermuda e alle camicie hawaiiane che affollano il guardaroba di famiglia.
Quando passa per strada molti si girano dall’ altra parte.
Ma i punk no, i punk lo accolgono nella loro comunità e gli offrono rifugio.
Roadrunner gira ininterrottamente sul juke-box della boutique di Malcolm McLaren e viene adottata dai Sex Pistols.
Negli anni diventerà una delle palestre più frequentate dalle garage band di ogni dove per questo suono rudimentale, sciatto e svogliato. Più demente dei Ramones e più irrequieto dei Velvet, con un piccolo solo di organo doorsiano suonato da un bimbo alla recita dell’oratorio.
E con la voce di Jonathan inflessibile e piatta. Noiosa ed annoiata. Non accenna una nota che sia una, non modula, non armonizza. Semplicemente, parla.
Ma la vera canzone proto-punk del disco si intitola She Cracked, altra traccia prodotta da John Cale. Un solo accordo suonato con intento omicida e ripetuto fino all’ ossessione maniacale. Come una Venus in Furs sotto anfetamine.
Un’assillante marcia velvetiana come quella che chiude la prima facciata del disco e dedicata a Pablo Picasso, risolta con le analoghe dislessie chitarristiche care a Lou Reed e il ticchettìo alienante del piano di John Cale su un'unica nota di Mi.
Sarà proprio lui ad inciderla per primo e ufficializzarne l’ esistenza, su quella meraviglia di "Helen of Troy", nel 1975.
Someone I care about è l’altra spiritata garage song prodotta da Cale che sta sulla seconda side dell’album, stretta fra il primissimo provino della band (la Hospital registrata a Boston nel 1971 e ceduta da Jerry Harrison per l’ occasione, NdLYS) e una piccola canzone d’amore suonata al piano e intitolata Girlfriend.
E sarà con questo titolo, per qualche assurdo motivo che nessuno ha mai spiegato, che finirà sulla bella raccolta vintage "23 Great Recordings" della Beserkley.
Un altro piccolo capolavoro dell’ epoca è Dignified & Old, risalente alle sessions con Alan Mason ed esclusa dal disco fino alla successiva ristampa del 1989.
Una canzonetta stonata e sgualcita che vale quanto un intero scaffale di indie-rock.
Guided By Voices, Jazz Butcher, Pavement, Sebadoh raccontati in 2 minuti e mezzo.
Per raccontare di tutti gli altri scaffali ci metterà qualche minuto di più.
Ma davvero qui dentro ci stavano praticamente quasi tutti, dalle Violent Femmes a Beck, dai Neutral Milk Hotel ai Television Personalities, dai Feelies agli Half Japanese, dalle Shonen Knife a Ben Lee.
Ricordatevene, quando vi chiederanno i nomi delle dieci band fondamentali degli anni Settanta


Franco Lys Dimauro


Video/Brani
Someone I Care About
She Cracked
Hospital
Dignified And Old
Pablo Picasso
Roadrunner

TheOriginalModernLoversMyspace
Discogs
A History of Rock Music/Scaruffi

Cult Records / D.R. HOOKER: The Truth - 1972 (On/XPL) by Paolo Casiraghi


Sembrera’ strano che un amante della psichedelia americana come me parli quasi sempre di album degli anni ’70, notoriamente associati alla fine del genere stesso:
diro’ una cosa che molti vedranno come un insulto alla propria intelligenza.
I seventies negli States hanno partorito dischi piu’interessanti rispetto agli anni sessanta, che spesso trovo pieni zeppi di clichés triti e ritriti, inni alla ribellione, ai capelli lunghi, al sesso libero e via dicendo.
I seventies hanno partorito dischi altrettanto psichedelici rispetto agli anni sessanta. Una psichedelia diversa, of course, ma a mio modo di vedere piu’ personale, introspettiva e unica.
Molti di voi si saranno gia’ strappati i capelli, meglio, tanto non vanno piu’ di moda e poi sono poco pratici. I pochi invece che sono riusciti a resistere magari piu’ per curiosita’ che per reale convinzione a quello che ho detto, si staranno chiedendo: ma questo stonato dove vuole arrivare? Al disco di D.H. Hooker: "The Truth".
Allora mettiamola così: non voglio tenervi piu’ sulle spine, secondo me e’ il piu’ grande vinile di rock psichedelico degli anni ’70 e potrebbe spazzare via tranquillamente qualsiasi disco trovasse sulla propria strada.
Un affermazione cosi’ necessita di spiegazioni, non credete? Vediamo se saro’ convincente.
Prima di tutto, non assomiglia a niente e quando dico niente intendo..niente.
Potrebbe non bastare, quindi aggiungero’ un grandissimo songwriting, canzoni memorabilmente originali, una voce unica o scazzata a seconda dei punti di vista, un egocentrismo senza pari, testi meravigliosi.
Ma quello che fa la differenza sta nel fatto che nonostante abbia una produzione al di sopra dello standard per un vinile underground, e’ un disco scritto e suonato con l’anima. E non e’ poco, scusate.
Parlare singolarmente delle canzoni e’ pressoche’ inutile talmente sono diverse una dall’altra, l’eterogeneita’ di questi album non fa altro che rafforzare la mia tesi sulla grandiosita’ di parecchi dischi degli anni ’70.
D’altronde quanti di voi si sono lamentati di albums fatti di canzoni tutte uguali?
The sea, Weather girl, Forge your own chains e This thing sono le mie preferite, ma l’album va ascoltato per intero senza pause, poi giudicherete per conto vostro.
Ho dimenticato un piccolo particolare, D.R.Hooker era cristiano, alla faccia di tutti quelli che ancora oggi continuano a pensare che tutti gli hippies fossero di sinistra.
Cari miei, vi sbagliate.
Se per voi l’aspetto politico e’ cosi importante forse e’ meglio che cambiate genere, se invece pensate che l’era psichedelica e’stata una svolta non solo sociale ma soprattutto culturale e musicale allora questo potrebbe essere il disco della vostra vita.
D.R.Hooker ne sarebbe felice, lo sarei anch’io.
Stavolta sono serio.
Paolo Casiraghi

Video/brani
Fall In Love

The Sea
Forge Your Own Chains
Kamala
Weather Girl
This Thing

D.R.Hooker/The Truth
D.R.Hooker

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