domenica 3 ottobre 2010

THE MODERN LOVERS: "The Modern Lovers" (1976, Beserkley/Rhino Rec.) by Franco Lys Dimauro. Intro di Wally Boff

Questo é un disco che consiglierei di ascoltare subito al neofita o a chi ha vissuto sino all'altro ieri su un'isola deserta, che mi chiedesse cos'é stato il punk in musica. Registrato nello stesso anno in cui usciva il primo album delle New York Dolls, il 1973, sarebbe stato stampato tre anni dopo, quasi in contemporanea col primo Ramones, un anno prima "Never Mind The Bollocks" dei Sex Pistols giusto per inquadrarlo storicamente.
A differenza dagli inni smargiassi delle Dolls all'immondizia ed alle pillole, e della stringatezza 'seminale' dei Ramones, il proto-punk dei primissimi Modern Lovers (che é immortalato in questo pezzo 'unico') era disegnato dentro coordinate malate e torbide: chitarra ed organo serialmente 'minimali'e velvetiani introducevano i vocalismi biascicati (dannatamente intriganti!) e restii di Jonathan Richman, divisi tra le affabulazioni suburbane anfetaminiche di Roadrunner e She Cracked ed i toni morbosamente affranti di Hospital e Pablo Picasso.
Un disco leggendario, inquietamente sospeso nel tempo.
(Wally Boff)



Sfregiare i libri di storia del rock con un disco postumo.
Non un disco qualsiasi ma uno degli album nodali della storia del rock americano.
I Modern Lovers sono quattro ragazzini irrequieti rimasti intrappolati dentro il primo album dei Velvet Underground. E’ anche per questo che quando si presentano alla Warner Bros che ha posato gli occhi su di loro, chiedono che sia John Cale a produrre i provini per quello che dovrebbe essere il loro album di debutto.
E sia. Ma Jonathan Richman è furbo, o crede di esserlo. Perché si presenta pure alla A&M e anche a loro chiede paghino un buon produttore per andare a registrare a Los Angeles. Si accordano per Alan Mason.
Registrano un po’ di roba e il resto lo spendono a donne, droghe e cibo spazzatura. Insomma, le solite cose.
Come se non bastasse, Kim Fowley, in una pausa di lavoro per la colonna sonora di American Graffiti, corteggia la band e la raggiunge a casa loro, a Boston. E lì registrano ancora una volta. Ma la cosa ha dei risvolti incredibili.
Da un lato la Warner che alla fine ha siglato il contratto, si sente presa per il culo. Quando la band va a chiedere la data di uscita del loro disco, trovano l’ ufficio di Stuart Love blindato.
Dall’ altro Jonathan Richman ha suonato così tante volte quei pezzi che non vuole più sentirli. Nel Febbraio del 1974 i Modern Lovers non esistono già più: Jerry Harrison si è trasferito nei Talking Heads, David Robinson mette su i Cars, Ernie Brooks sbarca il lunario come session man per la gente che ha conosciuto in tour, David Johansen dei New York Dolls e Elliott Murphy in primis.
E Jonathan? Ah, già.
Jonathan è rimasto molto amico di un tizio della A&M che adesso ha messo su una nuova label chiamata Home of The Hits, presto ribattezzata Beserkley. Così si presenta con dei Lovers non più moderni ma ri-modernati e inizia una lunga carriera di menestrello un po’ burlone e un po’ Peter Pan che dura sino ai giorni nostri. Matthew King Kaufman dà un’altra chance a Richman. Solo che, non potendo ancora contare sui nuovi Modern Lovers, preferisce investire sui vecchi, obbligandolo a firmare la liberatoria per pubblicare il vecchio materiale, quello del 1972.
Jonathan Richman storce la bocca, finge un crampo alla mano destra, poi accetta.
Del resto non gli viene chiesto altro che limitarsi a disconoscerlo per il resto della sua vita. Cosa che farà puntualmente per 35 anni, anche dopo essere stato inserito nella lista dei 500 album più influenti della storia del rock redatta da Rolling Stone.
"The Modern Lovers" nasce dunque, oltre che dopo parto travagliato, orfano.
Sarà per quello che è più scontroso di tutti quelli che saranno i suo fratellastri.
Pieno di tic e di bile nera.
Un po’ claudicante per via di una leggera deformazione agli arti inferiori.
Con una vistosa scoliosi.
Va in giro scapigliato e preferisce sandali e vestiti trasandati ai bermuda e alle camicie hawaiiane che affollano il guardaroba di famiglia.
Quando passa per strada molti si girano dall’ altra parte.
Ma i punk no, i punk lo accolgono nella loro comunità e gli offrono rifugio.
Roadrunner gira ininterrottamente sul juke-box della boutique di Malcolm McLaren e viene adottata dai Sex Pistols.
Negli anni diventerà una delle palestre più frequentate dalle garage band di ogni dove per questo suono rudimentale, sciatto e svogliato. Più demente dei Ramones e più irrequieto dei Velvet, con un piccolo solo di organo doorsiano suonato da un bimbo alla recita dell’oratorio.
E con la voce di Jonathan inflessibile e piatta. Noiosa ed annoiata. Non accenna una nota che sia una, non modula, non armonizza. Semplicemente, parla.
Ma la vera canzone proto-punk del disco si intitola She Cracked, altra traccia prodotta da John Cale. Un solo accordo suonato con intento omicida e ripetuto fino all’ ossessione maniacale. Come una Venus in Furs sotto anfetamine.
Un’assillante marcia velvetiana come quella che chiude la prima facciata del disco e dedicata a Pablo Picasso, risolta con le analoghe dislessie chitarristiche care a Lou Reed e il ticchettìo alienante del piano di John Cale su un'unica nota di Mi.
Sarà proprio lui ad inciderla per primo e ufficializzarne l’ esistenza, su quella meraviglia di "Helen of Troy", nel 1975.
Someone I care about è l’altra spiritata garage song prodotta da Cale che sta sulla seconda side dell’album, stretta fra il primissimo provino della band (la Hospital registrata a Boston nel 1971 e ceduta da Jerry Harrison per l’ occasione, NdLYS) e una piccola canzone d’amore suonata al piano e intitolata Girlfriend.
E sarà con questo titolo, per qualche assurdo motivo che nessuno ha mai spiegato, che finirà sulla bella raccolta vintage "23 Great Recordings" della Beserkley.
Un altro piccolo capolavoro dell’ epoca è Dignified & Old, risalente alle sessions con Alan Mason ed esclusa dal disco fino alla successiva ristampa del 1989.
Una canzonetta stonata e sgualcita che vale quanto un intero scaffale di indie-rock.
Guided By Voices, Jazz Butcher, Pavement, Sebadoh raccontati in 2 minuti e mezzo.
Per raccontare di tutti gli altri scaffali ci metterà qualche minuto di più.
Ma davvero qui dentro ci stavano praticamente quasi tutti, dalle Violent Femmes a Beck, dai Neutral Milk Hotel ai Television Personalities, dai Feelies agli Half Japanese, dalle Shonen Knife a Ben Lee.
Ricordatevene, quando vi chiederanno i nomi delle dieci band fondamentali degli anni Settanta


Franco Lys Dimauro


Video/Brani
Someone I Care About
She Cracked
Hospital
Dignified And Old
Pablo Picasso
Roadrunner

TheOriginalModernLoversMyspace
Discogs
A History of Rock Music/Scaruffi

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