venerdì 29 aprile 2011

PRIMO & SQUARTA: "Qui è selvaggio", (2011, Latlantide)

Da Cantano tutti traccia numero tre: "(…)  Lo stato sociale delle cose per come si vedono, dalle luci dei Talent Show, al buio di Stefano Cucchi (…)”.    Passato, futuro, presente e l’adesso nei confini informali e nei multi-direzionali territori in fermento che bollono nel terzo album a firma Primo & Squarta dei Cor Veleno “Qui è selvaggio”, fiele e realtà combinate in un unico corollario di vene gonfie e muscoli ad elastico che attraverso il verbo del “potere alla parola” anticipatamente urlato il secolo scorso da un Frankie Hi-NRG MC ante-Sanremo, arrivano dritte come lance all’intelligenza, come frecce nel cervello, quest’ultimo se se n’è provvisti di serie, no  optional. Il duo Hip-hopper della grande scena HH-rap romana ci va giù di brutto, morde poesia urbana tra beat, sint, flow, processori, drum, scrathching e turntablism fino ad arrivare ad un timbro narrativo corale che scalza – come un piede di porco a ritmo – la rassegnata ineluttabilità di più di uno strato di società moderna; e se poi  si mette insieme una guests-crew di beati “selvaggi” esterni a dar manforte a questo duo di “incivili di pregio”, gente del calibro di DJ Mike, Masito (Colle der Fomento), Ghemon, Ill Grosso (Bling Beatz), Tormento, Grandi Numeri (Cor Veleno) e Canesecco degli Xtreme Team, il contenuto non si limita al potenziale scoppio, ma alla devastazione sottile, di quella che ti fa a pezzi senza sentire nessuna frattura. Una dimensione sonora che inquadra ogni spazio, forte nel disco, caustica dal vivo, che sobilla, infervora a riprendersi in mano la gestione della propria vita e  rialzare la testa velocemente; quattordici tracce che danno la “rota” per chi cerca in un disco hip-hop non solo l’abbigliamento oversize delle idee, ma anche quella scossa intelligente e raffinata che la tradizione stradaiola spesso camuffa in effettistica glamour dal basso; all’interno c’è posto per tutti, Dio, l’ingiustizia, la droga, le basi che sostengono sogni, riscatti, debolezze ed ironie in lingua “de noantri” che escono ogni tanto tra le manipolazioni e mix  che frisano i flauti dai ghirigori prog e un Morandi fugace Nun me fanno entra, la denuncia feroce sul giovane martire Stefano Cucchi Cantano tutti, il drum’n’bass fosco e cadenzato sopra una chitarra acustica latin Macumba Santa, l’organo soul 60,s che vibra con la Leslie e fa vento caldo a  In nome del padre e più in basso la filastrocca isoscele di Supercazzola che tira la riga per una formulazione soddisfacentemente alta sull’osservazione attenta di questo ottimo terzo lavoro di Primo & Squarta. Una produzione perfetta ed un suono parabolico che esprime dolori di pancia e finalmente quel taglio ombelicale che rigetta finalmente il cappio doppio con l’America assoluta del rap, e per fare festa mano alle cartine e via a scaldare il ciocco de fumo, Quello che fa stare bene è pronta a farsi rollare e fumare alla salute di tutti, senza paura e senza “pula”!
 Max Sannella   

FOO FIGHTERS, “Wasting light” (2011, RCA)

Rieccoli gli ultimi eroi senza macchia del rock’n’roll, puri e duri cavalieri analogici nell’era della digitalizzazione di massa. Asserragliati nel garage di Dave Grohl i cinque Foo Fighters (Pat Smear è nella formazione ufficiale) tornano a tre anni di distanza dal pluridecorato "Echoes, Silence, Patience & Grace" con undici nuove tracce registrate come rock comanda, su nastro analogico, da quel vecchio bucaniere di Butch Vig, già produttore del leggendario "Nevermind". Il video di White Limo vede la Foo Mobile guidata da Sua Maestà Lemmy  “Mr. Motörhead” in persona che, con Jack Daniel’s in una mano e volante nell’altra, conduce i nostri in una tellurica, anfetaminica eruzione sonora punk-metal. Il sipario si apre su Bridges Burning, adrenalinico up-tempo tra Beatles e Queens of The Stone Age fiondati in un refrain degno del Neil Young elettrico più ispirato. In Rope gli spettri di "Presence", antico capolavoro Zep, abbracciano le ombre pulsanti degli ultimi Nirvana. La prima grande e gradita sorpresa ci viene offerta in Dear Rosemary nella persona di Bob Mould, mente e corpo dei gloriosi Hüsker Du, che si unisce alla Grohl’s Band in un’acida ballata elettrica che richiama alla memoria i mitici Long Ryders. Arlandria è quasi Tom Petty nel ritornello, Back & Forth è quasi Cheap Trick, brividi di nostalgia e ritornello da pelle d’oca e lucciconi. La splendida These Days è travolgente mainstream rock F.F. style al 100%. Se A Matter Of Time riverbera echi di certi Soundgarden, Miss The Misery trasfigura Dave & Foo Fighters in Neil & Crazy Horse, i santi protettori del grunge in questo e altri mondi, in un devastante, orgasmico sabba sonoro. La seconda grande e graditissima sorpresa è Kris Novoselic in I Should Have Known, struggente omaggio alla memoria dell’amico d’infanzia e roadie Jimmy Swanson, morto per overdose nel 2008, che inevitabilmente diventa anche elegia per Kurt Cobain (“avrei dovuto sapere che sarebbe finita così, stringi le mie mani, ma non posso ancora perdonarti per aver lasciato il mio cuore in debito”). Walk, intro quasi U2, ci precipita in una valanga sonica fra i primi Radiohead e i Social Distortion con un inedito e improbabile passaporto melodico. Il bambino di Warren, Ohio, diventato ragazzo per le strade di Washington e ora rockstar planetaria, vuole restare ben ancorato alle sue radici più profonde. "Wasting Light" si aggrappa al passato pur offrendo basi per il futuro ed elementi armonici interessanti e di grande suggestione. Come sempre emozionanti e sinceri, i Foo Fighters ci accompagnano lungo la strada condividendo con noi le loro storie, come dei vecchi cari amici pronti ad accarezzarci l’anima e il cuore. E in tempi come questi non è poco.
Maurizio Galasso

giovedì 28 aprile 2011

PIETRE MILIARI -THE DOORS : "The Doors" (1967, Elektra Records)


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1. Break On Through (To the Other Side)
2. Soul Kitchen
3. The Crystal Ship
4. Twentieth Century Fox
5. Alabama Song
6. Light My Fire
7. Back Door Man
8. I Looked At You
9. End Of The Night
10. Take It As It Comes
11. The End



È il 1967, il nuovo continente è in piena esplosione e grida al mondo, dall’East alla West Coast, la vorticosa rivoluzione musicale e sociale che cambierà la storia del rock. Tra hippies, vapori psichedelici, contestazioni pacifiste e sesso libero, si fanno largo sulla scena californiana, James Douglas “Jim” Morrison e The Doors. Sono appena nati (1965), ma già vengono acclamati come indiscussi protagonisti delle serate decadenti nei locali più underground di Los Angeles: nel clima mite di un gennaio californiano turbano gli animi cavalcando il rock psichedelico come nessuno aveva ancora osato. Esce "The Doors" omonimo album di debutto, prodotto dalla Elektra records, etichetta di un giovane e scaltrissimo Jac Holzman. Un lavoro forte, di rock intimo e sensuale, gridato in una sala da thé dove si serve soltanto fumo e veleno, letterario, sconcertante, psichedelico, decadente.
Droga sesso e rock è il diktat assoluto di un album inquieto, denso come la pece, luminoso come il bagliore che riusciamo solo a percepire, fortissimo e lontano, oltre le porte della percezione di Blake. Un colpo diretto e netto: Break On Through (To the Other Side)apre l’album e ci scaraventa attraverso una nebbia densa, facendoci a brandelli sotto i colpi martellanti di un rock duro, nuovo, gridato come un manifesto. L’organo di Ray Manzarek apre picchiettando Soul Kitchen, soft, masticabile, quasi conversabile, il sound assume i toni di un rock blues psichedelico ma confortevole che ti mette a tuo agio ad assaporare un brivido sulla schiena, soft e sensuale, un raccontarsi visionario che scioglie le catene, attraverso il dolore e il godimento, su un ritmo lento e narrativo, in cui le tastiere ipnotiche lasciano il posto ad un piano dolente. Si torna al rock duro, ammiccante, gaudioso. Twentieth Century Fox è rocambolesca, tenuta alta dalla batteria incalzante di John Densmore, da far girare la testa. Alabama song è un gioco, in cui le parole di Brecht, già musicate da Kurt Weill, prendono corpo sul teatrino di un sordido bar del porto, un sipario sincopato di mandolini, ubriachi marci, di coralità noir. L’organo riprende il sopravvento e il Re Lucertola sfoggia tutta la sua carica erotica con Light my fire. 7 minuti incessanti di hard rock, violentati dalla voce morbida e intensa di Jim, che intona il grido di battaglia “Come on baby light my fire”. Chi avrebbe potuto resistere?
Tutto il lato B è scuro, onirico, ti guarda dritto negli occhi e ti ipnotizza, il blues Back door man di Willie Dixton diventa graffiante e soffuso e spiana la strada a I looked at you, easy,ritmata, che non ti aspetti. I toni si fanno più cupi e fitti in End of the night, la chitarra di Robby Krieger respira sott’acqua, una dimensione visionaria e vaneggiante che è solo un effetto morgana, un preludio, l’inizio della “Fine”. Take it as it comes ti sommerge come un’onda gridata che arriva dopo la bassa marea ed esplode, nella voce di Jim Morrison e in quell’organo impazzito che è come un’impronta digitale e ti si ficca dritto nello stomaco. Siamo alla fine. Un giorno di pioggia fitta che non si vede fuori, i vetri sono appannati dal calore di una casa, un dedalo di corridoi e stanze scrutate attraverso una telecamera a mano, i muri sono morbidi che ci passi dentro. The End è il manifesto, la rottura dei cliché, la liberazione, la ribellione, Edipo e Huxley si danno la mano “Father I want to kill you, mother I want to fuck”. La frattura e l’inizio. Una visione allucinata di un’epoca che ha battuto solo il primo colpo.

Selena Palma

The Doors: The End

Articolo tratto e pubblicato per gentile concessione di Beat Bop A Lula

DIRTY TRAINLOAD: "Trashtown" (2011, Otium Records


Il chitarrista Bob Cillo é non é certo l'ultimo arrivato nella scena rock-blues barese e pugliese: negli ultimi vent'anni e più ha siglato e marchiato con la sua chitarra incandescente numerosi progetti, Public Health, Trinity, Backdoor Friends sino ai Dirty Trainload, un duo che lo vedeva accompagnato nel primo buon lavoro, "Rising Rust" dall'armonicista/cantante Marco Del Noce. Un'intensa attività concertistica nazionale ed internazionale negli ultimi due anni ha evidenziato i Dirty Trainload quale una delle più belle realtà blues pugliesi, anche se questa etichetta tout-court sta loro un pò stretta. Già "Rising Rust", lavoro prodotto da Fabio Magistrali nel suo studio salentino cercava di abbandonare certa ortodossia blues avvicinandosi ad un'ottica lo-fi d'estrazione americana, che ad ogni modo salvaguardava le roots-blues dei grandi del delta, ben stampate nel dna chitarristico di Cillo.
"Trashtown" persevera in questa direction: anche questa volta Magistrali ha saputo infondere nei 13 brani del nuovo lavoro un'intrigante 'mood' fangoso e primitivo che riesce a farsi apprezzare, soprattutto nel trattamento delle performances vocali dell'italo-californiana Livia Monteleone (Noisance), che ha sostituito da tempo Del Noce (qui presente all'armonica), impegnata anche alle percussioni ed in qualche brano al banjo. E' proprio lei a cercare di iniettare nei nuovi brani composti dal duo una nuova 'urbana' linfa vocale viscerale, cosa che le riesce alla grande nell'iniziale martellante Trashtown - l'unico brano del cd forse a giustificare l'etichetta punk/garage loro appioppata - con accenti addirittura Patti Smith-iani, ed in episodi come Gotta go e Hard Working Time, ma che non regge alla lunga distanza dei 13 brani, soccombendo ad una incalzante monotonia espressiva. Anche i moduli compositivi a volte sembrano non essere bene a fuoco, come in The Mayor's Son e nello strumentale Wigdance. Probabilmente é in queste due direzioni che i Dirty Trainload dovrebbero lavorare per il futuro: il lavoro chitarristico di Bob Cillo invece non offre il fianco a critiche di sorta, risultando corposo e ben calibrato tra accenti più aggressivi ed hard ed altri più avvolgenti, sempre al servizio dell'economia generale dei brani; il suo fraseggio (soprattutto slide), significativamente progredito, si fa ammirare nella lenta Lullaby, nella finale morbosa This Jail, uno degli episodi più felici del lavoro, ed in Mad Ride. Immancabile l'omaggio ai padri del delta-blues: le belle rivisitazioni di Stranger's Blues (Elmore James) e 44 (Chester Burnett).
Wally Boffoli
GOTTA GO/HAD IT COMING/THIS JAIL/TRASHTOWN

Dirty TrainloadMySpace
OtiumRecordsMySpace

BRITISH BLUES - SAVOY BROWN BLUES BAND Early Days 1965 - 1970, "Una sporca faccenda blues"

Il boom inglese del blues, Londra ed i blues-clubs degli early sixties


Una delle storie più gloriose e durature del British Blues é di certo quella della SAVOY BROWN BLUES BAND, che partendo dalla seconda metà degli anni '60 giunge sino ai giorni nostri. L'ultimo album pubblicato dalla longevissima band capitanata a tutt'oggi dal suo fondatore, il grande chitarrista Kim Simmonds, é del 2009, "Too Much Of A Good Thing" (Panache Rec.): stiamo parlando dell'unico combo sopravvissuto delle grandi british blues-rock bands degli anni '60 (come giustamente scrive Alex Henderson in AllMusic.com) insieme agli Yardbirds (scioltisi nel 1968 e di nuovo attivi nel 2003 con l'ottimo album "Birdland") ed ai Ten Years After. Un marchio di fabbrica quello di Simmonds e c. che nel corso degli anni si é allontanato a volte fatalmente dal primigenio sound morbosamente intriso di blues per intessere elaborazioni prettamente rock hard-heavy, assolutamente non disprezzabili. In questo articolo mi interessa approfondire - anche e soprattutto per le nuove e nuovissime ignare generazioni - il periodo del gruppo che ritengo più denso musicalmente e ricco di dischi esaltanti, quello che va dal 1966 al 1970 compreso: corrispondente a quello di maggior splendore del british blues e degli altri suoi rappresentanti più significativi, Chicken Shack, Ainsley Dunbar Retaliation, Fletwood Mac, Keef Hartley Band, Colosseum, Groundhogs, Ten Years After. Figura centrale e fondatore della Savoy Brown Blues Band, formatasi nel 1965 a Battersea, South West London é il biondo chitarrista Kim Simmonds, che la guiderà sin dall'inizio del 1966. Lo scenario é una Londra nella quale la febbre blues ha infettato già da tempo musicisti come Alexis Korner, John Mayall, Cyril Davies, Long John Baldry; Graham Bond, Zoot Money spostandoci su un versante più jazz-r&b. Soprattutto Mayall e Korner operavano già da alcuni anni dando origine a formazioni quali i Bluesbreakers e Blues Incorporated, vere e proprio palestre di stile, centri di svezzamento musicale per innumerevoli artisti, di lì a pochissimo fautori delle proposte beat-blues-r&b inglesi più carismatiche. Veri e propri templi della febbre blues d'importazione americana furono locali quali il Marquee, Crawdaddy, Ealing Club, London Blues & Barrelhouse Club; per la scena r&b ed il jazz invece il Klooks Kleek ed il Flamingo. Son questi i posti in cui i capiscuola summenzionati più i giovanissimi Mick Jagger, Brian Jones, Paul Jones, Ginger Baker, Jack Bruce, Dick Heckstall Smith danno fuoco alle miccie attraverso serate infuocate e jam sessions storiche all'insegna del blues dei padri d'oltreoceano, che non mancheranno farvi visita spesso nella prima metà dei '60: stiamo parlando di grandi vecchi di colore come Muddy Waters, Sonny Boy Williamson, Big Bill Broonzy, Howlin' Wolf (Chester Burnett), che continueranno a diffondere il verbo blues, spina dorsale e dna delle mirabolanti vicende rock-r&b britanniche dei '60 e '70. Musicisti di colore ed imberbi allievi inglesi spesso quindi suoneranno insieme, sugellando un legame di sangue che durerà negli anni. I primissimi Animals e Yardbirds ad esempio incideranno dal vivo delle tracce storiche con Sonny Boy Williamson, giunte per fortuna sino a noi. Anche i membri della primissima Savoy Brown Blues Band dal 1965 in poi si faranno conoscere in giro e frequenteranno questo giro di clubs: quando riuscirà ad incidere i primi brani la band godrà già di una notevole popolarità. Le prime tracce le troviamo nell'"History Of British Blues" (1973, sire) e nei preziosi due volumi "Blues Anytime", pubblicati dall'Immediate Records nel 1966, indispensabili per chiunque voglia prendere atto dei vagiti del British Blues. Essi comprendono brani di John Mayall, Eric Clapton e Jimmy Page, Dharma Blues Band, Jo Ann Kelly, Jeremy Spencer (futuro Fletwood Mac), T.S. McPhee (più tardi formerà i Groundhogs) e tanti altri artisti. Si tratta di brani prodotti da Mike Vernon, personaggio fondamentale per la scena british-blues di quegli anni: collezionista, appassionato di blues, r&blues, critico, produttore, fonderà prima la Purdah Records e poi la Blue Horizon, etichette fondamentali per l'evoluzione del genere che stiamo trattando; sono le fonti dei brani compresi nei due vinili di Blues Anytime, che offrono un quadro esaltante della varietà ed intensità delle proposte di quel periodo fecondo e felice. Le tracce incise dalla primissima S.B.B.B. sono quattro: I Tried, nello stile di Elmore James, che era stato anni prima un successo di Larry Davis, Cold Blooded Woman, tratto da un vecchio album di Memphis Slim, la classica I Can't Quit You Baby, e lo splendido strumentale True Blue, già eloquente esempio di quanto sarà morboso il blues-mood dei Savoy Brown negli album a venire.
Oltre Kim Simmonds alla chitarra solista, la formazione in questione comprende Brice Portius alla voce, John O'Leary all'armonica, Ray Chappell al basso, Leo Mannings alla batteria ed il fantastico Bob Hall al piano, tutti tra l'altro abituali frequentatori e partecipanti ai concerti londinesi di John Mayall.

Shake Down (1967, Decca)

Questa formazione incide nel 1967 per la Decca, che li aveva messi sotto contratto, il primo album, "Shake Down". Manca John O'Leary all'armonica e c'é Martin Stone (ex titolare degli Stones's Masonry) all'altra chitarra. Shake Down é la tipica opera prima piena di covers, nella quale sono setacciati alcuni brani classici della tradizione blues: I aint' superstitious, Rock Me Baby, Oh! Pretty Woman, It's My Own Fault, Let Me Love You Baby. Già qui si delinea una certa tendenza 'hard' a trattare il materiale primigenio, che esplode in Shake'Em Down, vero tour de force strumentale che vede tutti i musicisti impegnati allo spasimo. Il brano più atipico dell'album é quello composto da Martin Stone, The Door Mouse Rides The Rails, nel quale mette a fuoco certe originali idee strumentali già dispiegate nelle rare tracce incise dagli Stones's Masonry (ancora in Blues Anytime). Brice Portius é un buon cantante blues, ma non eccessivamente originale, Kim Simmonds invece parla già un linguaggio tagliente ed insinuante. A differenza di altri chitarristi dell'epoca, come Alvin Lee, Eric Clapton, Peter Green, Mick Taylor, non sarà mai innalzato dalla critica negli anni seguenti agli onori ed alla fama che meritava, un pò la stesso destino toccato a Stan Webb dei Chicken Shack, un altro splendido artista/lead guitar dal tocco carismatico ed inconfondibile.

Getting To The Point (1968, Decca)

Preceduto dalla pubblicazione del single Taste and try before yoy buy/Someday People "Getting to The Point" vede impegnato alla produzione ancora Mike Vernon, come in Shake Down, e segna un notevole avvicendamento in seno alla formazione: Dave Peverett alla chitarra ritmica, Rivers Jobe al basso, Roger Earle alla batteria, e, dulcis in fundo, Chris Youlden (autore di Taste and try before you buy) diventa il nuovo cantante. Ed é lui la vera sorpresa del nuovo assetto. Come scrive Neil Slaven (altro addetto ai lavori importante) nelle note di copertina: " La sua splendida voce lascerà di stucco chi non l'ha mai sentita prima; possiede un'autorità che non pensi di trovare ...tra i pescatori inglesi". La voce di Chris Youlden colpisce profondamente, con quel timbro impastato, emozionale, tutto giocato su tonalità basse e cavernose, da due pacchetti di sigarette al giorno, o da affetto di faringite. Per Savoy Brown passa proprio da Chris Youlden - oltre che dallo stile già maturo ed introspettivo del chitarrismo di Simmonds - il processo di personalizzazione nell'approccio alla cruda e nuda materia blues, che caratterizzerà tutte le migliori bands del british blues, fondamentale spartiacque tra chi suonava solo blues e chi iniziava a caricarlo di nuovi significati e prospettive (come i grandissimi Cream parecchie spanne al di sopra di tutte le altre bands), forgiando così il nuovo 'white british blues'.
Getting to the point contiene cinque pezzi originali, tra cui la drammatica Mr.Downchild; continua Slaven: " Alzi la mano chi ha pensato che fosse un brano di Sonny Boy Williamson (in effetti il grande bluesman di colore aveva composto ed eseguiva un pezzo omonimo). E' invece il miglior esempio di come la band ha incamerato il principio della dinamicità. Il brano inizia con un cantato quasi narrativo di Chris. Gradualmente la tensione cresce, culminando con un solo esplosivo di Kim Simmonds. Per ottenere ciò il suo amplificatore fu piazzato in un angolo dello studio, mentre il microfono in un altro angolo...".
Certo oggi questi semplici espedienti tecnici fanno sorridere, ma il tasso di drammaticità del brano é effettivamente altissimo, come del resto in Give Me A Penny, un originale ed intrigante trattamento di un tema tradizionale, sottolineato da un riff duro e tagliente di Simmonds, e Flood In Houston, tributo a Don Roberts e la Erestus Street Gang, in cui Youlden racconta con accenti commoventi ed affranti i tragici accadimenti di un memorabile allagamento in cui fu coinvolta la città di Houston. Kim Simmonds ha modo di mettersi in evidenza in Honey Bee (Muddy Waters), nello strumentale Getting To The Point, esempi fulminanti di scolasticità e pulizia esecutive estreme. Bob Hall, valente pianista, compone la triste Big City Lights e l'album si chiude con un ennesimo tour de force strumentale, You Need Love, brano preferito da molti gruppi dell'epoca, che ricorda da vicino la Shake'em down del disco precedente.


Blue Matter (1969, Parrot/Deram)

Ed arriviamo a "Blue Matter" , una delle prove più memorabili del gruppo in assoluto. Lo stile é maturato ulteriormente, il lavoro di studio si fa più complicato ma dà risultati preziosi, come ci informa nelle note di copertina il produttore Mike Vernon. il blues profondamente introspettivo del gruppo produce atmosfere quasi dark, diremmo col senno di poi: ascoltate nella side di studio (l'altra é live) Train To Nowhere, con un uso dei fiati massiccio, dall'incedere plumbeo ed opprimente; il tremendo assalto frontale hard della cover di John Lee Hooker Don't Turn Me From Your Door, chitarra- distorsore sparato al massimo, rivela quanto l'impatto della band sia divenuto devastante. La tradizione e le 'roots' di Hooker, prese per i capelli e munite di aculei spinosissimi, sono mandate per il mondo a far immani danni.Tolling Bells, blues dalle cadenze rallentate, possiede una tangibile tensione interna che esplode a sprazzi in impressionanti scariche emotive: l'espressività del gruppo, distillata sapientemente, raggiunge una delle punte più alte del disco. Di contro Vicksburg Blues, giocato tutto su piano e voce, fa bella mostra di purezza blues gelosamente serbata. Grande esempio di versatilità She got ring in his nose and ring on her hand, swingato ed intrigante, racconto di uno stranissimo fatto accaduto, nel quale Chris Youlden (come in tutti gli altri brani) dimostra di essere il lead-singer più toccante della scena blues anglosassone, anche se le sue tonalità sono decisamente basse, ma questo non é un problema. Altrettanto imperdibile é la facciata dal vivo, registrata a Leicester il 6 dicembre 1968. Vernon ci informa che a causa di una brutta influenza Youlden diede forfait, per cui provvide a sostituirlo la seconda chitarra 'Lonesome' Dave Peverett, che possedeva una voce più acuta ma decisamente meno profonda di Chris. May Be Wrong ed It Hurts Me Too sono dei blues ortodossi che permettono a Kim Simmonds di dimostrare di non essere meno di un Clapton: le frasi che articola sono tese ed affilate, cristalline e convulse, il suo solismo taglia l'anima a fettine, in virtù di un suspence-style personalissimo. Il capolavoro di questa live side é comunque la rielaborazione di Louisiana blues di Muddy Waters, che presenta un corpo centrale basato su un'improvvisazione di densa ispirazione psichedelica: le evoluzioni strumentali della band attanagliano ed avvincono in virtù di furiose progressioni ed ipnotici rallentamenti. Il tutto é molto, molto ispirato, e soprattutto inedito! Aggiungeteci il paziente prezioso lavoro pianistico di bob Hall, equilibrato e discreto, ed una sezione ritmica funzionale: ottenete una pagina di blues come sarà difficile ascoltarne negli anni successivi. Una menzione va fatta alla copertina 'gotica' stupenda, con tanto di creature infernali, opera del grafico David Anstey.

A Step Further (1969, Parrot/Deram)

'Il passo avanti' é rappresentato da un'accresciuta freschezza, ricchezza strumentale e ritmica negli arrangiamenti e dei brani, di cui un grosso merito va a Terry Noonan. L'uso dei fiati nel nuovo disco "A Step Further" é massiccio e determinante nello strumentale Waiting In The Bamboo Groove, dove fanno da corollario ad una performance davvero da shock di Simmonds, nello stile di albert Collins, e nella percussionistica e latineggiante I'm tired/Where Am I, uscita anche a 45 giri.
Life's One Act Play é un blues in crescendo dallo sviluppo graduale tipicamente Savoy Brown, nobilitato dall'uso saggio di viole, violini e celli: sottolineano con fraseggi trascinanti un'altra interpretazione da brivido, commovente, profondamente emozionale di Chris Youlden. Made Up My mind é un boogie coinvolgente che entra subito in testa, con un ottimo, martellante lavoro pianistico del decano Bob Hall. Anche qui l'altra side é dal vivo, dedicata ai fans di Detroit, Michigan: la band infatti é divenuta molto popolare in America, grazie a più di una tourné. Questa performance, registrata il 12 Maggio 1969 al Cooks Ferry Inn di Edmonton, basata sul tema Savoy Brown Boogie, é completamente diversa musicalmente dalla live-side di Blue Matter: tutta giocata su sospensioni ritmiche boogie mette in mostra un gruppo affiatatissimo che prima di tutto si diverte, attraverso citazioni storiche, Whole Lotta Shakin' Goin' On, Little Queenie, Purple Haze, cacciandosi addirittura nell'esotica Hernando's Hideway, il tutto innaffiato da una carica sarcastica straripante! L'energia e l'entusiasmo é a mille: indubbiamente il momento più felice della loro carriera, una jam che occupa un'intera facciata e che ti schioda dalla poltrona.

Raw Sienna (1970, Parrot/Deram)

Nell'album seguente, "Raw Sienna" la band continua a muso duro gli esperimenti con i fiati in I'm Crying, Master Hare, Needle And Spoon, That Same Feelin', A Little more Wine mentre in When I Was a Young Boy appare nuovamente un sezione di strings: il tutto profuso in ottimi arrangiamenti che non vanno ad inficiare la vena hard-blues Savoy Brown, ormai un'inconfondibile marchio di fabbrica. Chris Youlden e Kim Simmonds si dividono quasi equamente il songwriting, un sei a tre a favore del fecondissimo Youlden che riesce a declinare il blues in composizioni dallo straordinario mood malinconico e crepuscolare; si inizia dalla latineggiante ed intrigante A Hard Way To Go per essere poi avvolti dalle spire 'blue'e nostalgiche di I'm Crying, Stay While the Night Is Young, When I Was a Young Boy sino all'etilica A Little More Wine. Kim Simmonds, oltre a confermare un impareggiabile chitarrismo hard-blues in That Same Feelin' e I'm Crying, dà saggio di grande versatilità suonando bottleneck guitar in A Little More Wine, ma é soprattutto nei quasi otto minuti strumentali della sua Is That So che dimostra di avere tante frecce al suo arco, passando dalla chitarra acustica all'elettrica ed addentrandosi in evoluzioni solistiche prettamente jazzistiche, un mood che ritroviamo puntualmente anche in altri episodi dell'album. Simmonds firma anche l'altro strumentale Master Hare.

Looking In (1970, Parrot/Dorset/Deram)

Uno dei motivi per cui questo disco é ricordato nelle cronache é l'eccezionale artwork di Jim Blaikie: scrive il nostro Maurizio Pupi Bracali nel catalogo cartaceo della mostra 'Disco/grafica, la copertina di un disco come forma d'arte' (Ceriale, Savona, Giugno-Luglio 2003): "Jim Blaikie, illustratore e pittore inglese autore di numerose copertine per svariati gruppi musicali. Questa copertina esemplare nella sua sinergia tra artwork ed illustrazione é considerata tra quelle con il più forte impatto visivo di tutti gli anni settanta nonché uno dei vertici della sua carriera di cover artist". Naturalmente non si tratta dell'unico motivo d'attrazione esercitata da "Looking In", sesto album della Savoy Brown Blues Band: anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un lavoro estremamente sfaccettato nel quale sono esplorate le diverse ipotesi stilistiche attraverso le quali il british blues poteva evolversi, un pò la stessa cosa che succedeva negli stessi anni negli albums del padrino del B.B. John Mayall e dei suoi Bluesbreakers. Chris Youlden aveva poco prima lasciato la band, ai lead-vocals appare il chitarrista ritmico Dave Peverett, già presente nella live-side di Blue Matter, dallo stile (come già suddetto) estremamente differente. Peverett ben coadiuva(insieme al bassista Tony Stevens) Simmonds in sede compositiva: l'iniziale Poor Girl, e le sue Looking In e Leavin' Again (otto minuti e passa), marchiati dai secchi riffs di Simmonds, potrebbero far pensare ad una decisa sterzata hard della band - in linea con l'inizio di un decennio che vedrà il trionfo di questo genere - ipotesi in parte confutata dalle soffici e malinconiche Money Can't Save Your Soul e Take It Easy, che riportano l'attenzione dell'ascoltatore sul coté più ortodossamente blues della band. Soffusi e godibilissimi jazzismi sono prodotti infine dalla penna e dalla chitarra di Kim Simmonds nello strumentale Sunday Night.

Dave Peverett, Roger Earle e Tony Stevens lasciano, per andare a formare la band hard-blues dei Foghat: si tratta di un ennesimo giro di boa nella formazione dei Savoy Brown, il loro posto viene preso dal pianista Paul Raymond, il bassista Andy Silvester ed il batterista Dave Bidwell, tutti provenienti da un'altra grande british-blues band, i Chicken Shack di Stan Webb e Christine Perfect. Con questa formazione saranno incisi due dischi: "Street Corner Talking" (1971) e "Hellbound Train" (1972) (con Dave Walker lead-vocal). Siamo di fronte a due lavori che pur non eguagliando i vertici espressivi blues dei primi sei albums contengono parecchi episodi apprezzabili; dagli originali All I Can Do, Tell Mama, Street Corner Talking, Hellbound Train, Troubled By These Days And Times, Lost And Lonely Child, alle covers Wang Dang Doodle (Willie Dixon) e I Can't Get Next to You (Strong, Whitfield). Di avvicendamenti ce ne saranno molti altri negli anni a venire nelle file di Savoy Brown, Kim Simmonds rimarrà a tutt'oggi l'unico membro originale nella line-up, nonché il fondatore: sarà sempre la vera anima della band, il polo intorno al quale tutto girerà nei decenni a venire (una nutritissima discografia), capace di impennate stupefacenti sempre in nome dell'amatissimo blues/boogie, artefice di albums a volte ancora buoni se non ottimi (Lion's Share -1972, Boogie Brothers - 1974, Live At The Record Plant - 1998, Strange Dreams - 2003, Blues, Balls and Boogie - 2006); in altri casi appena sufficienti, come Jack The Toad (1973), Skin 'N' Bone (1976), Kings Of Boogie (1989). La storia continua: 'una sporca faccenda blues'!

Wally Boffoli

FIVE LONG YEARS - Featuring Chris Youlden of Savoy Brown

Kim Simmonds & Savoy Brown
Savoy Brown

Savoy Brown Blues Band Discography:

Shakedown (Decca 1967)
Getting To The Point (Decca 1968)
Blue Matter (Parrot 1969)
A Step Further (Parrot 1969)
Raw Sienna (Parrot 1970)
Lookin'In (Parrot 1970)
Street Corner Talking (Parrot 1971)
Hellbound Train (Parrot 1972)
Lions Share (Parrot 1972)
Jack The Toad (Parrot 1973)
Boogie Brothers (London 1974)
Wire Fire (London 1975)
Skin 'n' Bone (London 1977)
Savage Return (London 1978)
Rock and Roll Warriors (Accord 1981)
Greatest Hits in Concert (Accord 1981)
Just Live (Line 1981)
Live In Central Park (Relix 1985)
Slow Train (Relix 19869
Make Me Sweat (Crescendo 1987)
Kings Of Boogie (Crescendo 1989)
Live 'n' Kicking (Crescendo 1990)
Let It Ride (Roadhouse 1992)
Bring It On Home (Viceroy 1995)
Solitaire (Blue Wave 1997)
Blues Keep Me Holding on (Blue Storm 1998)
Blues Like Midnight (Blue Wave 2001)
Strange Dream (Blind Pig 2003)
Struck By Lightening (Panache 2004)
You Should Have Been There (Panache 2004)
Steel (Panache 2007)
Too Much Of A Good Thing (Panache 2009)

VANILLA FUDGE: " Un biglietto per cavalcare l'anima"

Parlare dei VANILLA FUDGE è l’equivalente del narrare le vicende di un artista forse mai compreso fino in fondo e mai rivalutato come è accaduto per moltissimi gruppi della storia del rock. Formazione molto particolare i Vanilla, molto amati qua in Italia, al pari di gruppi più famosi come Beatles, Rolling Stone e Who, ma paradossalmente meno conosciuta in molti altri stati del globo. Può capitare, infatti, che molti ex ragazzi degli anni '60 riconoscano al volo le particolari sonorità della formazione americana, viceversa trovano pochissimo spazio tra gli ascoltatori più giovani. Un pubblico di nicchia il
loro quindi, una ristretta cerchia di seguaci sparsi un po’ in tutto il mondo che da ormai quarant’anni continuano a seguire le gesta di questo gruppo tanto originale quanto affascinante. Il suono dei quattro ragazzi di New York è quanto di più strambo potesse capitare all’epoca, cioè verso la fine degli anni 60. Un suono caratteristico, un efficace e bizzarro miscuglio di psichedelia, vagiti progressivi, tessiture hard rock e spunti sinfonici. Il risultato alle orecchie dell’ascoltatore è immediato, palese, riconoscibile, un marchio di fabbrica, un distintivo, come poche altre band della storia del rock. Non era pura psichedelia la loro, non si trattava nemmeno di rock - anche se di lì a poco sarebbero comparse sulla scena formazioni come i Deep Purple che si ispiravano ai suoni più duri suonati dal gruppo – e non era nemmeno progressive, dato che sarebbe poi germogliato in Europa qualche anno dopo, ma il loro era un suono bellissimo, affascinante, unico, stravagante e singolare, dove classicismi, visioni lisergiche e rock si incontravano fondendosi per la prima volta. I Vanilla Fudge si formano nella grande mela nel 1966, dall’incontro di quattro ragazzi ventenni, Mark Stein e Tim Bogert, rispettivamente tastiere e basso, che suonavano già nei Rick Martin & The Showmen e Vince Martell (chitarra) e Carmine Apice (batteria) che si aggregheranno di lì a poco. Per un breve periodo si fanno chiamare Pigeons su suggerimento di un’amica, così vuole la leggenda, scelgono il nome definitivo, Vanilla Fudge, ispirato ai coni di gelato aromatizzati alla vaniglia.

Vanilla Fudge (1967)
L’anno successivo il quartetto newyorkese pubblica per la ATCO il primo album dal titolo omonimo, dalla coloratissima copertina. La struttura dell’album è semplice; si tratta, infatti di cover di gruppi che all’epoca in America e in Inghilterra andavano per la maggiore: Beatles, Zombies, Sonny & Cher e Supremes. Canzoni rivisitate con il loro stile, dimezzate di velocità e infarcite di tastiere e voci sofferte, quasi recitate con una certa drammaticità. Nei solchi scorre ancora abbondante il beat e i suoni tipici degli anni 60, ma è la pesantezza di certi passaggi che sorprende, il drumming efficace e sporco di Appice, rigorosamente in mono, e le tastiere lisergiche di Stein fanno la differenza. You keep me hanging on ne è un esempio: da canzonetta pop nella versione delle Supremes qui diventa una composizione vera e propria, con una lunga e spettrale introduzione, a cui seguono arabeggianti motivi di chitarra e originalissime partiture d’organo. Dopo due minuti e mezzo ha inizio la canzone vera e propria, con il tema principale che qua scorre a metà velocità rispetto all’originale. Non da meno in quanto ad atipicità è la traccia d’apertura, quella Ticket to ride che fu dei Beatles. Rallentata, quasi storpiata, ma stravolta in positivo, arricchita di cori e tastiere a go go. Sempre Eleanor Rigby, prima della solita magniloquente introduzione, scorre via tra ritmi lenti, toni quasi depressi, resi lenti a mo’ di giradischi che sembra rallentare. Canzone stravolta quindi, un altro brano, niente a che vedere con quella dei Fab Four. Anche She’s not there, People get ready e Bang bang, subiscono lo stesso trattamento e non scappano alle loro regole: originalità a fiumi, tastiere onnipresenti e cori. Forse c’è un po’ di autocompiacimento e a tratti, forse, un po’ di esagerazione, ma proprio questa è la caratteristica che li accompagnerà negli album a venire. L’album avrà un po’ di successo in USA e in Inghilterra, stazionando per un breve periodo nelle zone basse della classifica.

The beat goes on (1968)
L’anno successivo il gruppo dà alle stampe l’album più difficile del lotto, il disco meno digeribile della loro intera discografia. Il lavoro a giudizio di chi scrive non è omogeneo come l’album di debutto, un’opera forse troppo pretenziosa al limite della noia da parte dell’ascoltatore. Una specie di concept album che raccoglie tre secoli di musica raggruppati nei solchi delle due facciate del vinile. L’ellepì è strutturato in “fasi”: phase 1, phase 2, phase 3 e phase 4, legate assieme dal filo conduttore di The beat goes on di Sonny & Cher. Dopo un brano originale, per altro godibile, ha inizio la phase 1 che comprende citazioni di Mozart, canti tradizionali e quattro canzoni dei Beatles. La seconda fase inizia, come tutte quelle presenti nel disco, con l’omaggio al brano di Sonny & Cher per poi proseguire con quello che è, a mio giudizio, il pezzo più riuscito dell’album, Fur Elise/Moonlight sonata, dove i nostri con molta originalità rivisitano un motivo classico come Per Elisa, arrivando a costruire incastri sonori con cori, un dolce uso del piano e deliziosi cambi di tempo con l’organo di Stein che scandisce con forza il ritmo. A chiudere la seconda facciata abbiamo intermezzi jazzati accelerati e rallentati sempre centrati sulla canzone di Sonny Bono. La terza fase si apre con il motivo più ostico dell’intero lavoro, un collage di voci storiche unite a quelle di presidenti americani: da Thomas Edison, Neville Chamberlain, Winston Churchill, passando per Franklin Delano Roosevelt, Harry S. Truman, a John F. Kennedy. Dopo questo lungo e difficile intermezzo ha inizio l’ultima fase, come sempre preceduta da uno spezzone rivisitato di The beat goes on. La phase 4 è un altro collage di voci, questa volta da parte dei quattro membri del gruppo che su una base strumentale di sottofondo pronunciano una serie di frasi. Un disco difficile quindi, senza sussulti particolari, un esperimento ardito forse mai fatto prima nella allora giovane storia del rock. Anche rinnegato in seguito dalla stessa band, come scritto nelle note di copertina della ristampa Sundazed: “Questo fu l’album che uccise il gruppo”. Un lavoro insomma che non giovò ai Vanilla, visto che stavano già lavorando a Renaissance, che uscì di lì a poco. Tuttavia ebbe un discreto successo, soprattutto qua in Italia, la versione sinfonica del classico di Beethoven, che fu provata e suonata anche da numerosi complessi beat in voga all’epoca nel nostro paese, come per esempio i Ganci di Pavia. Fu quindi quello un azzeccato esperimento che ispirò molti nostri giovani gruppi che negli anni seguenti contribuirono ad arricchire la prolifica scena progressive italiana.

Renaissance (1968)
Sempre nello stesso anno i Vanilla Fudge danno alle stampe il loro terzo disco, una via di mezzo fra l'album di debutto e quello successivo. Aumenta il rock nudo e crudo e cominciano a far comparsa alcuni brani originali scritti dai quattro membri del gruppo, con conseguente diminuzione delle cover. Il lavoro esce sempre per la ATCO e si segnala da subito per l’evocativa, depressa e sognante copertina che si abbina ottimamente con lo spirito sonoro proposto nel disco. L’ellepì inizia da subito con una composizione originale, sognanti e lisergiche, con una chitarra acida e penetrante e le solite tastiere superlative. Il brano prosegue con sonorità estremamente accattivanti sino alla sua chiusura e da subito si percepisce che il disco sarà migliore del precedente. I momenti dilatati e estatici proseguono anche con la canzone successiva, Thoughts, anch’essa grondante di hammond e una convincente melodia.The sky cried/when i was a boy, che da subito si incanala verso atmosfere Paradise accentua ancora di più le immagini trasognate del gruppo con una magica introduzione di tastiere e atmosfere quasi eteree, spirituali, senza tempo, impreziosite anche da rintocchi di campane. That's what makes a man chiude magnificamente la prima facciata con convincenti melodie intrise sfacciatamente di psichedelia, ma anche di gradevolissimo rock. Finalmente girando il disco si giunge alla prima cover – due in tutto il disco – una rivisitazione di The spell that comes after di Essra Mohawk. Subito dopo troviamo quello che per scrive è uno dei vertici, se non il punto più alto, dell’intero disco: Faceless people, eccezionale miscuglio di psichedelia, rock e visioni lisergiche scandite da un hammond spettrale, arpeggi di chitarra arabeggianti che creano un mix emotivo di depressione e suggestione. Di lì a poco una furia cieca, brutale, selvaggia di intricate distorsioni chitarristiche e organistiche. E intanto è andato via quasi metà pezzo, che presegue nei minuti restanti con acide divagazioni di chitarra e suoni molto convincenti. Subito dopo abbiamo un altro apice del disco, la seconda (e ultima) cover, una dilatatissima Season of the witch di Donovan, resa quasi mistica, spirituale, con atmosfera sognanti che chiudono in modo quasi malinconico l’album. Di fatto il lavoro termina qua, ma nell’ottima ristampa Sundazed sono presenti anche lati b e brani non presenti su disco, come l’ottima stralunata rivisitazione di The look of love di Burt Bacharach e l’originale Where is my mind. Un disco gradevole quindi, un naturale prosieguo ed evoluzione di quello che era l’album di debutto, che alterna momenti di rock pesante ad altri molto più fantasiosi ed evocativi. Nonostante l’elevata originalità di alcune canzoni e l’elevato standard qualitativo ancora una volta i Vanilla non finiscono ai vertici delle classifiche, come per altro mai lo furono nella loro breve carriera, ma questo disco dona un po’ di serenità alla band che da lì a poco comincerà a lavorare per "Near the beginning".

Near the beginning (1969)
Nel 1969 esce il quarto album della formazione di New York che sin dalla copertina fa intuire una maggiore propensione alla “normalità” e al rock classico piuttosto che a certe divagazioni psichedelico-sinfoniche. L’artwork raffigura, infatti, i quattro musicisti alle prese con i propri strumenti (magari fotografati durante l’esibizione di Break song?,) ciascuno raffigurato con una diversa tonalità di colore. L’apertura del disco è il brano in assoluto più rock proposto dal gruppo. Shotgun spara subito cartucce ad alta densità rock e un suono grezzo e a bassa fedeltà. Quasi una svolta in confronto ai precedenti lavori, che in effetti ci sarà. Subito dopo abbiamo forse l’apice dell’intero disco, una dilatata e rarefatta rivisitazione di Some velvet morning di Nancy Sinatra e Lee Hazlewood. La loro canzone più famosa in assoluto, quella per la quale vengono ricordati ancora oggi, che li portò ad esibirsi in Italia e a vincere la Gondola d’oro di Venezia. Un’esibizione che stupì e spaventò l’ignaro e genuino pubblico italiano, che si ritrovò quasi violentato da sonorità finora mai ascoltate. Al centralino arrivarono decine di telefonate di spettatori indignati e spaventati da quei suoni che erano rifiutati dalle loro menti ed orecchie infarcite di classiche melodie all’italiana. Probabilmente quella performance ebbe lo stesso effetto di una violenta pugnalata nello stomaco, uno shock. Some velvet morning sarà il loro momento più elevato, e mai più raggiunto, che in 7 minuti e mezzo affascina l’ascoltatore con suadenti melodie strumentali e delicati sussurri vocali. Senza pause, immediatamente dopo la fine del pezzo, inizia Where is happiness che chiuderà la prima facciata. Rumorismi, distorsioni e scricchiolii, atmosfere oniriche, visioni lisergiche, forse tutto il loro ego è condensato qua. Un inizio non proprio in alta fedeltà, che per più di un minuto porta l’ascoltatore verso lidi inesplorati e visioni colme di lsd. Una validissima chiusura di facciata. L’altro lato del vinile è interamente occupata dalla straordinaria Break song, lungo brano improvvisato suonato dal vivo probabilmente sotto gli effetti dell’lsd, così raccontano le cronache. Psichedelia, blues, rock, improvvisazione, talento: qua c’è proprio tutto. Musicalmente il brano racchiude quattro improvvisazioni di tutti i membri del gruppo. Ad aprire le danze ci pensa l’acida chitarra di Martell che divaga in lidi pregni di suoni saturi e aspri. Dopo è il turno di Bogert che ci regala un assolo di basso, cosa rara a vedersi e non molto comune a quell'epoca, che abbinandosi a Martell e alla sua chitarra dà vita ad un passaggio incredibilmente sporco e distorto: disperazione, quasi un lamento, un trip lisergico che esce rabbiosamente dalla sua quattro corde. Ora tocca a Stein che con il suo glorioso organo hammond ci regala momenti jazzati di ottimo gusto. Chiude la straordinaria performance del gruppo Carmine Apice, che si esibisce in un assolo lungo ben 6 minuti. Come per il precedente la ristampa Sundazed aggiunge altri tre brani, Good Good Lovin, la single version di Shotgun e la brutta People.
Un album dunque molto più tradizionale rispetto ai tre che l’hanno preceduto: un lavoro molto più assimilabile, più classico e più canonico, più in regola con gli standard classici del rock. Praticamente sarà anche il loro vertice commerciale che non toccherà più i livelli di vendita di Some velvet morning, dato che dal successivo Rock n’ roll inizierà il declino che li porterà a sparire dalla scena per parecchi anni.

Rock'n'roll (1969)
Disco uscito nel settembre del 1969, come dice il titolo stesso, è un lavoro maggiormente improntato sul rock e sempre più distante dalle sonorità iniziali. Tuttavia l’album, non contenendo particolare brio e innovazione come i precedenti, passò praticamente inosservato, relegando il gruppo ad un mesto scioglimento. Un disco forse troppo banale per una formazione che ci aveva abituato e deliziato con ben altre vette artistiche. Ci sono ancora momenti psichedelici nella iniziale Need love e un buon abbinamento di chitarre e tastiere, ma il resto del disco è fin troppo monotono e monocorde. Tant’è che fu il loro canto del cigno. Nel marzo del 1970 i Vanilla suonarono per l’ultima volta e il gruppo si sciolse.


I soli Tim Bogert e Carmine Appice continueranno con successo la carriera musicale, suonando nel gruppo rock dei CACTUS. Con questa formazione realizzeranno quattro dischi, per poi formare, nel 1972, il supergruppo con Jeff Beck, BECK, BOGERT and APPICE appunto. Per anni non si sentirà più parlare di loro, sino al 1984, quando sull’onda del revivalneopsichedelico e di una generale nostalgia degli anni '60 il gruppo si riforma per pubblicare "Mistery". Negli anni seguenti Carmine Appice diventerà un apprezzato sessionman e un batterista di indubbia bravura e fu l’unico ad essere ricordato. Dagli anni '90 ad oggi seguirono varie raccolte, "Psychedelic Sundae - The Best Of Vanilla Fudge" su tutte, e una nuova reunion avvenuta nel 2002 con l’album "The return". Disco, secondo chi scrive, godibile, con una bella e originale rivisitazione di I want it that way dei Backstreet boys. Negli ultimi anni i Vanilla hanno pubblicato anche vari live, alcuni di dubbia provenienza, e un nuovo album originale, "Out Through The In Door" nel 2007, nel quale reinterpretano ben 12 canzoni dei Led Zeppelin.

In conclusione possiamo dire che i Vanilla Fugde sono stati una felice intuizione nell’America di fine anni '60, ma proprio per la loro eccessiva originalità non ebbero mai un successo di massa. Tuttavia ad oggi rimangono un gruppo apprezzato da una ristretta e fedele cerchia di appassionati sparpagliati in tutto il globo che, con l’avvento di internet, sono molto più vicini. In estrema sintesi mi sento di consigliare, a chi non li ha mai ascoltati, Near the beginning e l’omonimo album di debutto su tutti, successivamente Renaissance e quindi Rock'n'roll e The beat goes on. Lasciatevi tranquillamente avvolgere dal loro suono con un ascolto in cuffia o in solitudine, scoprirete un mondo incantevole.
Massimiliano Bruno
Vanilla Fudge


discografia
1- Vanilla Fudge (1967)
2- Beat Goes On (1968)
3- Renaissance (1968)
4- Near The Beginning (1969)
5- Rock & Roll (1970)
6- While The World Was Eating [Pigeons] (1970)
7- Star Collection (1974)
8- Two Originals (1976)
9- Best Of Vanilla Fudge (1982)
10- Mystery (1984)
11- Live: The Best Of Vanilla Fudge (1991)
12- Concert Collection [Live] (1993)
13- Psychedelic Sundae: The Best Of Vanilla Fudge (1993)
14- Hits (1997)
15- People Get Ready (2001)
16- Returns (2002)
17- Vanilla Fudge (2002)
18- Out Through The In Door (2007)
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