giovedì 28 aprile 2011

PIETRE MILIARI -THE DOORS : "The Doors" (1967, Elektra Records)


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1. Break On Through (To the Other Side)
2. Soul Kitchen
3. The Crystal Ship
4. Twentieth Century Fox
5. Alabama Song
6. Light My Fire
7. Back Door Man
8. I Looked At You
9. End Of The Night
10. Take It As It Comes
11. The End



È il 1967, il nuovo continente è in piena esplosione e grida al mondo, dall’East alla West Coast, la vorticosa rivoluzione musicale e sociale che cambierà la storia del rock. Tra hippies, vapori psichedelici, contestazioni pacifiste e sesso libero, si fanno largo sulla scena californiana, James Douglas “Jim” Morrison e The Doors. Sono appena nati (1965), ma già vengono acclamati come indiscussi protagonisti delle serate decadenti nei locali più underground di Los Angeles: nel clima mite di un gennaio californiano turbano gli animi cavalcando il rock psichedelico come nessuno aveva ancora osato. Esce "The Doors" omonimo album di debutto, prodotto dalla Elektra records, etichetta di un giovane e scaltrissimo Jac Holzman. Un lavoro forte, di rock intimo e sensuale, gridato in una sala da thé dove si serve soltanto fumo e veleno, letterario, sconcertante, psichedelico, decadente.
Droga sesso e rock è il diktat assoluto di un album inquieto, denso come la pece, luminoso come il bagliore che riusciamo solo a percepire, fortissimo e lontano, oltre le porte della percezione di Blake. Un colpo diretto e netto: Break On Through (To the Other Side)apre l’album e ci scaraventa attraverso una nebbia densa, facendoci a brandelli sotto i colpi martellanti di un rock duro, nuovo, gridato come un manifesto. L’organo di Ray Manzarek apre picchiettando Soul Kitchen, soft, masticabile, quasi conversabile, il sound assume i toni di un rock blues psichedelico ma confortevole che ti mette a tuo agio ad assaporare un brivido sulla schiena, soft e sensuale, un raccontarsi visionario che scioglie le catene, attraverso il dolore e il godimento, su un ritmo lento e narrativo, in cui le tastiere ipnotiche lasciano il posto ad un piano dolente. Si torna al rock duro, ammiccante, gaudioso. Twentieth Century Fox è rocambolesca, tenuta alta dalla batteria incalzante di John Densmore, da far girare la testa. Alabama song è un gioco, in cui le parole di Brecht, già musicate da Kurt Weill, prendono corpo sul teatrino di un sordido bar del porto, un sipario sincopato di mandolini, ubriachi marci, di coralità noir. L’organo riprende il sopravvento e il Re Lucertola sfoggia tutta la sua carica erotica con Light my fire. 7 minuti incessanti di hard rock, violentati dalla voce morbida e intensa di Jim, che intona il grido di battaglia “Come on baby light my fire”. Chi avrebbe potuto resistere?
Tutto il lato B è scuro, onirico, ti guarda dritto negli occhi e ti ipnotizza, il blues Back door man di Willie Dixton diventa graffiante e soffuso e spiana la strada a I looked at you, easy,ritmata, che non ti aspetti. I toni si fanno più cupi e fitti in End of the night, la chitarra di Robby Krieger respira sott’acqua, una dimensione visionaria e vaneggiante che è solo un effetto morgana, un preludio, l’inizio della “Fine”. Take it as it comes ti sommerge come un’onda gridata che arriva dopo la bassa marea ed esplode, nella voce di Jim Morrison e in quell’organo impazzito che è come un’impronta digitale e ti si ficca dritto nello stomaco. Siamo alla fine. Un giorno di pioggia fitta che non si vede fuori, i vetri sono appannati dal calore di una casa, un dedalo di corridoi e stanze scrutate attraverso una telecamera a mano, i muri sono morbidi che ci passi dentro. The End è il manifesto, la rottura dei cliché, la liberazione, la ribellione, Edipo e Huxley si danno la mano “Father I want to kill you, mother I want to fuck”. La frattura e l’inizio. Una visione allucinata di un’epoca che ha battuto solo il primo colpo.

Selena Palma

The Doors: The End

Articolo tratto e pubblicato per gentile concessione di Beat Bop A Lula

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