mercoledì 2 febbraio 2011

CARNEIGRA, “Fumatori della sera” (autoproduzione)

Da almeno una quindicina di anni a questa parte, in Italia risulta particolarmente florido un filone che potremmo definire di neo-chansonnierism (bel termine, tanto poetico quanto azzardato e approssimativo) che riscopre sonorità fieramente non-elettrificate, affonda le proprie radici nelle canzoni a manovella di Vinicio Capossela e nelle marcette-jazz a vapore di Paolo Conte, riscopre la tradizione popolare e mescola tutto con qualche simpatico eco proveniente dai cuginetti d'Oltralpe, dalle Negresses Verts a Manu Chao, toglie la polvere dagli strumenti della tradizione popolare italiana e, più in generale, europea, e li intreccia a qualche raro e remoto borborigmo elettronico di sottofondo, piani elettrici maltrattati, organetti sgangherati e altre piacevolezze vintage.
Il filone d'oro sta un po' iniziando a inaridirsi, al profumo e alla freschezza tipici di questi suoni così intrisi di spontaneità inizia a sostituirsi la puzza di stantìo di un clichè un po' usurato. Ciononostante, scavando ancora un po' si può trovare ancora qualche piccola perla, meritoria di trovare posto nello “scrigno portagioie” dei nostri ascolti musicali.
Ed è proprio il caso di questi Carneigra, che giungono qui al quarto album della loro carriera, intitolato “Fumatori della sera”, dopo “Tutti i pesci vennero a galla” (2004) “Santinsaldo” (2008) e il live del 2009, intitolato “Re.Di vivi”.
Della formazione originaria resta ormai soltanto il tastierista e cantante Emiliano Nigi, coadiuvato da Antonio Ghezzani (chitarra classica, mandolino, mandola, ukulele) e da Matteo Pastorelli (chitarra acustica e mandola, nome già noto agli amanti del rock italiano degli ultimi anni per aver militato negli Snaporaz). La band può vantare da diversi anni una vivace attività live, sia come gruppo solista (in concerti di piazza e in festival di strada),sia aprendo concerti a vari artisti, tra cui Daniele Sepe, i Nomadi, I mercanti di liquore, Bobo Rondelli e questo approccio “concertistico” riesce a ben proiettarsi anche nelle loro opere di studio, offrendo una piacevole sensazione di immediatezza live all'ascoltatore.
Le 11 tracce dell'album, pur permeate da una certa omogeneità stilistica di fondo, a volte un po' eccessiva, scorrono godibilmente e non annoiano, grazie anche all'ironia dei testi, che ben dipingono tanti quadretti tipici del quotidiano un po' di ognuno di noi.
Alberto Sgarlato

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