martedì 5 luglio 2011

THE VINES: “Future Primitive” (2011, Sony Music)

La band di Sydney, attiva già dalla fine degli anni ’90, nel 2002 con l’album di debutto “Highly Evolved” (Capitol Records) conosce uno straordinario successo internazionale grazie al sostegno di un produttore del calibro di Rob Schnapf (Foo Fighters, Beck, Elliott Smith). Spiccano in questo primo lavoro dei The Vines le peculiarità originalissime di un sound beat intrecciato con ritmi punk, garage e ska. Connubio improbabile tra Beatles e Nirvana reso credibile dall’istrionismo vocale del cantante e leader Craig Nicholls.
Dopo una serie di album fedeli alla fenomenologia no next big thing, che caratterizza un folto numero di gruppi emergenti di nuova generazione, sono giunti con “Future primitive” (2011) al quinto lavoro da studio. Tredici brani che come preannuncia il titolo, guardano al futuro riallacciandosi ai sentori nostalgici del british pop dei sixties, a certo ethos garage psichedelico, che già fu la ricetta vincente per i conterranei You am I, nell’album “Hourly, Daily” (1996 Rooart Records). La produzione è affidata a Chris Colonna (Bumblebeez, Wolf & Club): ciò che salta subito all’orecchio ad un primo ascolto è che tutte le tracce sono argutamente confezionate per sviluppare ciò che negli album precedenti era rimasto un discorso in sospeso a causa delle problematiche legali e di salute di Craig. Qualcosa che ritorna sopra ad una vena creativa che ha già completato il suo corso in modo ostentato e superficiale. Un’offesa al talento di songwriter di un personaggio eclettico e ispirato come Nicholls, che con ogni probabilità avrebbe già da un pezzo trovato il modo di guardare oltre e di reinventarsi sulla base delle sue potenzialità. Questo lavoro sembra un’inutile puntualizzazione di premesse già evidenziate un decennio fa che ora suonano come ottusa stagnazione. Ed è un vero peccato per ballate memorabili come All that you do, alcuni episodi ravvisabili in MASH, e la nebulosa STW, unico autentico astro che brilla di luce propria. Per il resto brani che sembrano collocarsi direttamente nell’era sessantottina di Herrison & c. e nelle atmosfere contemplative ashram come Candy Flippin Girl e Riverview Avenue o orecchiabili melodie di piacevole ascolto ma assolutamente incolori come Gimme Love (primo singolo estratto dall’album), AS4, Future Primitive.
Pezzi con riff energici orientati ad un piglio punk garage: Black Dragon, Weird Animals. Tutto viene tagliato via troppo bruscamente per dare anche solo la parvenza di avere qualcosa di sensato ed emozionale da poter raccontare. Debole, scialbo, inconcluso: l’ennesima dimostrazione che non sono due buoni accordi di power chord a fare di una canzone una buona canzone. Il folk acustico e senza pretese di Goodbye è forse uno degli unici pezzi a suonare genuino e sincero. Decisamente avremmo sperato in un risveglio dei The Vines ma questo album ci appare come un triste compromesso. Avremmo preferito un brutto album che un album così, almeno avremmo potuto interpretarlo come l’ennesimo capriccio dell’imprevedibile e folle Craig Nicholls, ma qui di esplosivo, sgargiante e sanguigno c’è solo la confezione esterna.
Romina Baldoni

Future Primitive (The Making Of)
Gimme Love
Future Primitive
The Vines Live

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