domenica 3 luglio 2011

THE GUN CLUB: "Mother Juno" (1987, Red Rhino/Buddah Records)

Dopo aver celebrato l’America di Miami e Las Vegas, i Gun Club registrano il successivo Mother Juno negli studi Hansa di Berlino, gli stessi dove Eno aveva registrato la trilogia elettronica di Bowie e Iggy Pop ed i suoi primi dischi solisti, frequentati assiduamente in quegli anni dai Bad Seeds di Nick Cave e dagli Einsturzende Neubauten. A Berlino si è rifugiato nel frattempo Kid Congo Powers dopo la separazione dai compagni “d’armi”. Jeffrey lo va a trovare fin lassù per serrare le fila dei nuovi Gun Club che lui vuole rimettere su con i suoi recenti comprimari: Nick Sanderson dei Clock DVA e la giapponese Romi Mori, bassista in una cover band delle Runaways.
Sono i ragazzi che lo hanno aiutato a mettere su il suo primo disco solista e che spesso gli sono accanto quando lui sta male, ma male veramente. "Mother Juno" si discosta dalle atmosfere torbidamente americane dei primi dischi dei Gun Club. Jeffrey Lee Pierce ha bisogno di vestiti nuovi. Vestiti europei.
Per cucirglieli chiama prima Peter Hook che però proprio in quel periodo sta girando l’America assieme ai suoi New Order, a Echo & The Bunnymen e ai Gene Loves Jezebel. Poi però ascolta Treasure dei Cocteau Twins e ne rimane folgorato. Vuole sentirsi come Ulisse accerchiato dalle sirene. Anzi, le vuole sulla sua barca, quelle sirene. Vuole nutrirsi dalla bellezza, sentirsi abbracciato.
Affida i suoi cenci a Robin Guthrie, il chitarrista della band e produttore di piccoli capolavori di fragilità come “Ignite the seven cannons“ dei Felt e “Lovely Thunder” di Harold Budd. Un ragazzone scozzese appena più piccolo di lui e che pare in pace col mondo. E che finirà anche lui per parlare dell’inferno di Las Vegas, dopo aver conosciuto Jeff (Heaven or Las Vegas, Cocteau Twins, 1990). La mano di Robin si sente fortissima su un paio di brani: Port of souls e, soprattutto, su The Breaking Hands che, fosse cantata da Liz Frazer, sarebbe una vera e propria out-take dei Cocteau Twins con quella sua atmosfera ovattata e foderata di mille campanelline. Altrove la musica dei Gun Club ruggisce come mai prima d’ ora (la bellissima Lupita Screams con un assolo ai limiti col metal nordeuropeo, My cousin Kim) o si poggia sulle consuete gambe storte delle ballate da grand canyon di Pierce, che però stavolta hanno un po’ di fascino in meno, malgrado siano attraversate dalle abituali ossessioni del loro autore: soprattutto quella per l’acqua.
C’ è acqua dappertutto, in queste canzoni. Non c’è una sola canzone che non ne sia allagata, con l’unica eccezione di My cousin Kim dove viene “tradita” in favore dell’ altro elemento cardine della poetica pierciana: il fuoco. Tuttavia, a dispetto dei muscoli ostentati e delle lacrime esibite, Mother Juno non riesce a conquistare e la produzione di Guthrie, incapace di gestire e dare pathos alle canzoni più nervose si dimostra, in definitiva, un fallimento segnando l’avvio del declino finanziario ed artistico del Club.
Franco Lys Dimauro

Gun Club: Araby & Hearts, My Cousin Kim & Port of Souls
Gun Club: Lupita Screams, Yellow Eyes & The Breaking Hands

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