mercoledì 8 dicembre 2010

SHORT REVIEWS - GIUSEPPE CUCE’, "La mela e il serpente" (TRP Music, 2010)

Sguardo e cuore rivolti al Sud America quelli di Giuseppe Cucé alla sua prima prova su album. Ritmi soprattutto (quando si parla di quel continente non può che essere così) dal fascino intramontabile per noi europei. Ma anche colori, atmosfere, sensazioni. Un immaginario tradotto in note che sanno di sole e profumi lontani.
La prima cosa che colpisce di Giuseppe è la bella voce, garbata nell’enunciazione, un timbro trasparente che si fa apprezzare sul tappeto musicale fornitogli dai numerosi e impeccabili strumentisti (fra cui Gabriella Grasso alla chitarra classica, coautrice di numerose canzoni) che lo accompagnano nelle nove tracce del cd. Arrangiamenti calibratissimi e ricercati, niente fuori posto. Anzi, se un consiglio vogliamo dare a Giuseppe è quello di osare in futuro di più: inventare, pur rimanendo nello stesso alveo, anche soluzioni strumentali diverse da quelle presenti nel disco; perfette certo, tuttavia codificate da una tradizione rispettabilissima finché si vuole, ma che può - e deve - essere aggiornata (la musica è anche sfida alle convenzioni, perfino a quelle musicali).
Testi dalla poetica delicata, in sintonia con le musiche, fra cui spicca quello di La ballata di un fiore, originale e ben valorizzato da una bella melodia che si apre sul refrain, tant’è che al secondo ascolto ci accorgiamo di averlo già memorizzato. Indicata in chiusura del disco Ghiaccio sul fuoco. Avremmo preferito suggellasse il lavoro al posto della ripresa di Vedrai vedrai, canzone per certi versi “intoccabile” (per esemplificare, sta alla canzone d’autore come Smoke On The Water sta all’hard-rock o Crossroads al blues). Forse poteva essere scelto un brano di Luigi Tenco meno battuto (di belli non ne mancano certo), ma bisogna dire che l’approccio originale non manca, vedi l’uso della chitarra elettrica incorniciata dagli archi e le interessanti armonizzazioni.
Solare la copertina del disco, ma un po’ enfatica rispetto alla poetica delle canzoni, che proprio nel ricercato raccoglimento di liriche e sonorità trovano il loro valore.
In ultima analisi progetto indiscutibilmente ben realizzato, con margini di miglioramento sul piano artistico osando qualcosa di più. La voglia , certo, non può mancare al suo autore.
Ruben

martedì 7 dicembre 2010

BLUES - BLIND LEMON JEFFERSON: Blues, alcool and bitches

Nel breve arco della sua carriera, tra il 1926 e il 1929, nessuno vendette come lui; i suoi dischi erano acquistati tanto nel nord industriale degli USA che nel sud rurale. La sua arte, riconosciuta da generazioni di appassionati, non ha ancora cessato di sollevare ammirazione ed interesse.
Blind Lemon Jefferson nacque il 24 settembre 1893 a Wortham, circa 70 miglia a sud di Dallas, nel Texas. Era nato cieco, e all’epoca non c’erano molte possibilità di educazione formale, tantomeno per un non vedente, ed è assai improbabile che il bambino avesse imparato il Braille per cui fu subito costretto a compensare la menomazione sviluppando gli altri sensi.
Ancora fanciullo, si procurò una chitarra ed imparò da autodidatta a suonarla. Compariva nei vicoli di Wortham con lo strumento al cui manico aveva legato una tazza per raccogliere le offerte. Spesso suonava fino a tarda notte e poi se ne tornava a casa con il bastone, senza guida, cantando una filastrocca :
’Blind man stood on the road and cried all night long'.
Le feste danzanti erano altre ghiotte occasioni per raggranellare un po’ di soldi . Dallas nel 1912 divenne la sua nuova base operativa . La popolazione di colore a Dallas, in quel periodo, raddoppiò toccando la cifra di 20.000 unità .
Tale aumento fu dovuto alle devastazioni del Boll Weevil, il micidiale parassita che aveva ridotto sul lastrico molti coltivatori di cotone.
L’area di Deep Ellum era il cuore del quartiere nero. Una concentrazione di decine di locali, birrerie, caffè, saloon, distillerie clandestine, banchi dei pegni, barrel-house, bordelli, case da gioco, teatri. L’unico posto sulla terra dove affari, religione, voodoo, gioco d’azzardo e furti convivevano senza attriti…
Blind Lemon otteneva speciale attenzione suonando quella che allora era chiamata ’chitarra hawaian’, cioè con lo slide in accordatura aperta, una tecnica non molto diffusa in Texas.
Al di là della crescente popolarità e dell’assoluta abilità di musicista, per vivere si dedicò alla lotta, grazie anche alla sua considerevole mole. Incontri di lotta o di boxe tra i ciechi erano piu’ frequenti di quanto si immaginasse nello squallore dei ghetti di Deep Ellum.
E sempre piu’ spesso i suoi guadagni finivano nell’alcool o a puttane.
Era diventato anche un fabbricante di whiskey di contrabbando, e piuttosto manesco nei confronti della moglie. Quando il denaro scarseggiava, si esibiva anche in Louisiana, Mississippi, Tennessee, Missouri . Continue peregrinazioni. Come facesse,essendo cieco, rimane un mistero.
Ma fu a Chicago che Blind Lemon divenne subito popolare presso la comunità di colore. Messo sotto contratto dalla Paramount Records registrò i suoi brani e tra il ’26 e il ’28 fu il piu’ celebrato nome nel mondo del blues, rivoluzionando in termini commerciali, l’intero modo di concepire le registrazioni fino allora incentrate sulle cantanti femmine.
Ma nel corso del 1929, l’interesse verso la musica sembra declinare a causa della cattiva salute, dovuta anche all’abuso di alcool e di donne e a pressioni esterne di varia natura . Il suo funerale si svolge il 1 gennaio 1930 davanti a circa 250
persone tra bianchi e neri. La sua morte è ancora avvolta nel mistero. Forse assiderato per le strade di Chicago. Forse attacco cardiaco. Forse incidente stradale. Forse ucciso a colpi di pistola durante un’esibizione…
’See That My Grave Is Kept Clean’.

Martino Palmisano

See That My Grave Is Kept Clean
Prison Cell Blues
Black Snake Moan
Nick Cave & Bad Seeds: Blind Lemon Jefferson
He Arose From the Dead
Rabbit Foot Blues
Easy Rider Blues (1927)

DISCHI STORICI - BLUE CHEER: Vincebus Eruptum (Jan. 1968, Polygram)

Nel 1967 il rock a più alto volume era stato quello della Experience di Jimi Hendrix e dei Cream, ma un trio americano di musicisti provenienti dalla scena psichedelica decise davvero di esagerare, realizzando un disco a così alto volume da far male alle orecchie, a costo di far scoppiare le casse Marshall.
I Blue Cheer riuscirono nell'intento con "Vincebus Eruptum", realizzando 6 brani alcuni dei quali devastanti riletture di classici di blues e rock'n'roll e pezzi originali.
Basterebbe Summertime Blues di Eddie Cochran per capire la forza che ci mettono: su un cantato rabbioso di Dick Peterson, il bassista, i tre premono l'acceleratore a più non posso, mentre il batterista Paul Whaley (ex Oxford Circle come il chitarrista Leigh Stephens) sferraglia a più non posso: da cuore in gola la sua pesante linea di
batteria in Rock me Baby di BB.King.
Out of Focus poi è un'altro dei brani da batticuore, forse il migliore di "Vincebus Eruptum": su un pesantissimo ritmo cadenzato il chitarrista Leigh Stephens si eleva con il suo stile di chitarra rozzo ma efficace, quasi stonato ed inventa un riff seminale che é implacabile come una coltellata, fascinoso come una femmina che allarga generosamente le gambe e ti invita ad entrare... seguito da un solo 'lisergico' out of control assolutamente devastante!
Doctor Please ripete magnificamente il copione: é martoriata da furia cieca, dai fendenti dolorosi di Leigh Stephens, e da un suo solo muscoloso ma anche sadicamente cerebrale come al solito, come al solito ai limiti della tonalità.
Lester Bangs ebbe a scrivere che "Stephens'sub-sub-sub-sub-Hendrix guitar overdubs stumbled around each other so ineptly they verged on a truly bracing atonality"; non voglio rovinare con una traduzione approssimativa questa espressione di tale potenza sintomatica: l'interpretazione é affidata alla disponibilità tentacolare della vostra immaginazione.
Second Time Around: ancora visionaria violenza, chitarre 'doppiate' noisizzate sino a provocare vero 'dolore': davvero tutto eccessivo per il 1968, anno di pacifiche rivoluzioni/utopie hippie, incredibilmente aderente invece ai 'troubles' del 2010, 2011, 2012 ...
Tutto fa gridare al miracolo oggi che sono stati riconosciuti anticipatori dello stoner rock, del grunge e quant'altro, ma all'epoca questi 3 biker furono anche banditi dal suonare al Fillmore perchè ritenuti troppo rumorosi! Quando si dice un compenso tardivo!
La band produrrà altri dischi e anche di buona fattura, ma la carica presente in questo disco pian piano scenderà nei successivi.

Gianluca Merlin & Wally Boffoli

Out Of Focus
Rock Me Baby
Doctor Please
Second Time Around
Parchment Farm
Summertime Blues

lunedì 6 dicembre 2010

LABELS - MOONJUNE RECORDS : Leonardo Pavkovic, Soft Machine Legacy, Dennis Rea, Thopati Ethnomission

Leonardo Pavkovic e la MoonJune Records

E’ dal 2001 che Leonardo Pavkovic insegue con la sua label/organizzazione MoonJune Records un sogno, valorizzare artisti e realizzare dischi in cui confluiscano meticciandosi alla stregua di intrigante meltin’ pot i generi musicali che ama da sempre: jazz, jazz-rock, fusion, progressive, musica sperimentale, etnica, Canterbury Sound sopra tutti. Pavkovic è produttore, tour manager, promoter ma prima di tutto un grandissimo appassionato dei generi suddetti: nativo della Bosnia ha vissuto in Italia per ben vent’anni, nella mia città per la precisione, Bari, ma intanto è divenuto un indefesso cittadino del mondo viaggiando continuamente, alla perenne ricerca di stimoli musicali sempre nuovi e di musicisti ‘creativi’.
Già: Musica Creativa, Jazz-Rock, Progressive, Progressive Jazz, Psichedelico-Sperimentale, sono concetti/etichette che conobbero nella fine anni ’60 e per tutti i ‘70 il loro massimo splendore grazie ad artisti europei meravigliosi quali i britannici Soft Machine sopratutti che sperimentarono, contemporaneamente all’incredibile Miles Davis di In A Silent Way e Bitches Brew sull’altra sponda dell’Atlantico, nuovi affascinanti connubi cerebrali di jazz e rock colmi di acidi slittamenti para-psichedelici; e poi Matching Mole (creatura del transfuga S.M. Robert Wyatt), tutta la scena progressive-jazz di Canterbury, Hatfield and the North, Keith Tippett, Cantipede, gli sperimentalismi di Henry Cow e di lucide ‘crazy heads’ come i lisergici Gong di David Allen.
Spostandoci su un coté prettamente jazz tardi ‘70 non possiamo per amor di verità cronologica non ricordare che agirono in quegli stessi anni con furore ‘sperimentale’ il chitarrista (!?) inglese Derek Bailey, la scena tedesca free jazz di musicisti incredibili quali Peter Brotzmann, Alex Von Shlippenbach, Han Bennink, sino al loft-jazz creativo avant-garde newyorkese di ‘fiori selvaggi’ come Sam Rivers, Leo Smith, Julius Hemphill, Oliver Lake, David Murray.
Se si pensa anche che in quegli stessi anni sbocciavano gli estremismi ‘africaneggianti’ e militanti di Art Ensemble of Chicago (mentre incidevano ancora jazzisti fieramente outsider come Albert Ayler), gli sperimentalismi astrusi di Eugene Chadbourne, si può avere una vaga idea di quale esaltante decennio furono gli anni ’70 (dello scorso millennio!) per l’avanguardia europea ed americana.
Leonardo Pavkovic, figlio legittimo musicalmente e stilisticamente degli accadimenti e degli artisti suddetti, dando vita nel 2001 a MoonJune Records ha molto probabilmente voluto esprimere (a cominciare dalla ragione sociale mutuata dall’indimenticabile brano di Robert Wyatt immortalato dai S.M. in Third, 1970) la sua incommensurabile riconoscenza a questa scena ed ai suoi artisti gloriosi, di cui molti hanno continuato a ‘sperimentare’ nelle decadi successive, diventando pigmalione di alcuni di essi, raccogliendone il testimone ed assicurandogli continuità estetica e culturale attraverso una quarantina di lavori MoonJune Records realizzati dal 2001 ad oggi; solo un’altra etichetta può fregiarsi di tanto , la Cuneiform Records..

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Soft Machine Legacy: “Live Adventures” and others S.M. MoonJune records

Se si pensa che i Soft Machine si sono riformati nel 2002 proprio su ‘istigazione’ di Pavkovic , prima come Soft Works e poi con la sigla Soft Machine Legacy, si può capire da quale spirito quest’uomo sia stato sempre animato; i suoi rapporti con musicisti come Hatfield &The North, Allan Holdsworth sono fraterni.
Di Soft Machine Legacy sono usciti per MoonJune cinque lavori più due live dei Soft Machine: uno del 1975, “Floating World” con il grande chitarrista Allan Holdsworth, Roy Babbington al basso, Karl Jenkins tastiere-sax, John Marshall drums ed il decano Mike Ratledge organ/electric piano/synth; l’altro, “Drop”, del 1971 con Elton Dean.
Dei cinque S.M.Legacy tre sono registrati prima della morte di Elton Dean nel 2006: “Live at the New Morning” (2 CD e DVD, Inakustick Records, 2006), “Live in Zaandam” (2005) e “Soft Machine Legacy” con una fantastica formazione a 4, che comprendeva oltre il già citato membro storico John Marshall, sopraffino strumentista , lo spettacolare John Etheridge alla chitarra (‘esorcista’ viene definito nelle info M.June) più i due ‘seminali’ musicisti Hugh Hopper, bassista e compositore geniale (nei Soft già dal 1969, anno di uscita del secondo album) e l’ineguagliato sassofonista Elton Dean operativo poco più tardi dal doppio vinile “Third” del 1970, quello della virata clamorosa dal dada-psyche-pop dei primi due albums con R.Wyatt e Kevin Ayers al seminale psyche-prog-jazz che sarà poi esplorato nei visceri più profondi da Ratledge e c. (attraverso creature sonore sempre mutanti) sino al 1974 in “Fourth”, “Five”, “Six” e “Seven”.
Dopo la morte di Dean i S.M.Legacy realizzano l’ottimo “Steam" “nel 2007, con la ripresa di Chloe & The Pirates di M.Ratledge originariamente inciso nel Six del 1973.
Theo Travis è chiamato da Steam in poi ad assolvere l’ingrato compito di rimpiazzare Elton Dean: il ‘suono’ e la liricità del sassofonista di Nottingham difficilmente saranno eguagliati da qualcuno, ma Travis ad ogni modo dispone di tantissime frecce al suo arco; è sax tenore e soprano dal linguaggio fluido e creativo, flautista evocativo ed armeggia anche ai loops.
Dopo la triste dipartita anche di Hugh Hopper nel giugno 2009, Legacy proseguono nel glorioso sentiero jazz-rock fusion tracciato quarant’anni fa dagli antesignani S.M con il bravo Roy Babbington al posto di Hopper (era già stato dal ‘73 al ’76 bassista dei Soft, in album come Seven) e lo fanno con spirito mai stanco o fiaccamente emulativo, guardando in avanti non verso colonne d’Ercole estetiche già abbondantemente varcate, ma con l’intento (ampiamente raggiunto) di dispiegare nel nuovo millennio un jazzismo fusion sempre avventuroso e ricco di sorprese.
Ne è cartina al tornasole il recentissimo “Live Adventures” (registrato magnificamente) uscito nel 2010, realizzato durante il tour europeo dell’ottobre2009 tra Austria e Germania, al Posthof di Linz e al The Village di Habach, disco dedicato a Hugh Hopper ed Elton Dean.
Che il dna S.M. sia sempre ben presente nei Legacy è dimostrato dalle riprese/rivisitazioni di brani ormai storici come quella da brividi di As If (da Five) rinominato Has Riff II: quasi nove minuti di incredibile tensione ‘atmosferica’ che vede protagonisti il ‘misterico’ flauto shakuhachi di Theo Travis e la chitarra spettrale/avvincente di John Etheridge; superlativo biglietto da visita di un’ora di performances strumentali coinvolgenti, mai noiose che raggiungono vertici espressivi proprio nelle altre riprese: quella Gesolreut (sempre di Ratledge, come As If) che appariva nel Six del 1973, Facelift (firmata Hopper, da Third), The Nodder e Song Of Aelous di Karl Jenkins. In questi due ultimi episodi si afferma il lato più pastorale, intimista e fascinoso del suono di S.M.L., mentre altrove nei brani autografi (Grapehound, In The Back Room, The Last Day) a condurre le danze son sempre gli intricati solismi intrecciati di Travis ed Etheridge, solo a tratti un po’ stucchevoli.
In conclusione dell’argomento Soft Machine va detto che per la Moon June Records sono anche usciti in una decade di vita anche due cd a nome Elton Dean: "Bar Torque" con il chitarrista Mark Hewins e "The Unbelievable Truth" con Wrong Object; e due di Hugh Hopper: "Numero D’Vol" e "Dune" con Yumi Hara.

SOFT MACHINE LEGACY Facelift London 2007
Soft Machine Legacy, The Nodder,Live Roma 2009
Soft Machine Legacy.(John Etheridge SOLO)-Two Down.~Kite Runner.

SoftMachineLegacyMySpace
Hulloder
AllAboutJazz



Dennis Rea: “Views From Chicheng Precipice”

Due tra le uscite più intriganti e innovative della MoonJune di questo 2010 che sta per finire rimangono “Views From Chicheng Precipice” a nome Dennis Rea e “Save the Planet” di Thopati Ethnomission, due chitarristi estremamente dotati tecnicamente e creativamente: entrambi coinvolti in un’ardita, indubbiamente molto affascinante, operazione di fusione tra jazz , rock, avant-garde e tradizioni musicali etniche.
Più sperimentale Views From Chicheng Precipice, lavoro dell’artista newyorkese Dennis Rea (già protagonista in MoonJune di dischi/progetti art-rock e free-jazz come Moraine e Iron Kim Style), nel quale traduce insieme ad un eccezionale collettivo di artisti il suo grande amore per la musica dell’Est Asiatico, Cina, Giappone, Korea e Vietnam. Rea oltre a rendersi meritevole di aver ‘iniziato’ le platee cinesi al jazz moderno, al rock ed alla musica sperimentale ha anche scritto un libro, ‘Live at the forbidden City: Musical Encounters in China and Taiwan’ dopo averci vissuto dal 1989 al 1993.
Le dinamiche/coordinate musicali attraverso le quali ci si avventura in quella che è a tutti gli effetti una sorta di East-West fusion, matrimonio trasversale tra il patrimonio avanguardistico occidentale e l’incantevole tradizione etnica orientale sono davvero inusitate: anche negli episodi più minimali e sperimentali (Tangabata, 15:55; Aviariations on “A Hundred Birds Serenade the Phoenix”, 6:51) tonalità ed armonie degli antichi e delicati temi etnici cinesi, taiwanesi e vietnamiti sono ben salvaguardati e godibili; suggestivi strumenti tradizionali e rituali come koto (Elizabeth Falconer) , shakuhachi (John Falconer), dan bau-Naxi jaw harp (Dennis Rea), baliset (Kevin Millard) convivono in uno spazio aritmico profondo con i volatili schizzi timbrico/cromatici di bamboo flute- bass clarinet (James Dejoie), trombone (Stuart Dempster), con le chitarre elettriche e resonator di Dennis Rea, cello (Ruth Davidson), violino (Alicia Allen) sino alle incursioni free di batteria e percussioni. Il tutto ha il raro sapore di un’inedita ricetta: essa contiene ben amalgamati spinte in avanti di jazz free contemporaneo ed esili, fascinosi stupori esotici.
Da assaggiare e nutrirsene, decisamente: irrorerà di sangue fresco le vostre sinapsi e amplificherà enormemente le onde ricettive della vostra anima!

Three Views From Chicheng Precipice (after Bai Juyi)
Tangabata

DennisRea


Tohpati Ethnomission: “Save The Planet”

Thopati é un chitarrista indonesiano di fusion e jazz-rock non meno abile ed eclettico di Dennis Rea, e va davvero riconosciuto a Pavkovic e MoonJune l’avere avuto ottimo fiuto nell' averlo incluso nella sua scuderia. Thopati con "Save The Planet" gioca in casa, nel senso che (a differenza di Rea) lavora su un materiale etnico, quello indonesiano, che fa parte del suo bagaglio/dna musicale.
Thopati Ethnomission (il collettivo che lo accompagna) con questo pregevolissimo “Save The Planet”, carico anche di positivi messaggi ‘ambientalisti’, conferma che quella delle commistioni jazz-etnica è una delle tendenze privilegiate della MoonJune Records.
Brani come Selamatkan Bumi, Ethno Funk, Perang Taning mettono molto in rilievo (Demas Narawangsa: drums, indonesian percussion, rebana, kempluk; Endang Ramdan , kendang, gong, kenang ) l'accentuata dimensione percussiva tipica della tradizione indonesiana ‘tagliata’ dai dinamici arrangiamenti jazz-rock di Tohpati. Save The Planet è opera, come dicevo, meno sperimentale di Views From Chicheng Precipice ma molto intrigante, attraverso le sue dinamiche agili e poliritmiche, nel saper veicolare al pubblico europeo ‘mood’ etnici praticamente sconosciuti.
Nei fraseggi eleganti e complessi della chitarra di Thopati ritroverete qualcosa di John McLaughlin, Terje Rypdal e tantissime altre influenze di jazz europeo/americano, ben piegate armonicamente all’urgenza di diffusione del patrimonio musicale indonesiano.

Save The Planet
TOHPATI - ETHNOMISSION

MySpaceTohpati
ProgArchivesTohpati

Wally Boffoli

sabato 4 dicembre 2010

LIVE REPORT – THE MISFITS (Alpheus, Roma 19/09/2010)

Una premessa: chi vi scrive questa recensione porta il Crimson Ghost (il tipico teschio logo dei Misfits) stampato sul braccio. Difficilmente quindi questo potrebbe essere definito come un live report imparziale.
I Misfits a Roma, dunque. A distanza di 6 anni dalla prima volta che li vidi live, sempre in quel di Roma, al Circolo degli Artisti, sempre con la formazione a tre: si tratta infatti dell'ennesima reincarnazione di una band che recentemente ha festeggiato i 30 anni dalla fondazione, e che vede come unico membro fondatore superstite il bassista Jerry Only, inconfondibile con il suo devilock e il suo basso Devastator, che ricopre anche la veste di cantante. Alla chitarra Dez Cadena, icona dell'hardcore con i suoi Black Flag, nei Misfits già dal 2001, e alla batteria un giovanotto sconosciuto al posto del titolare Robo, anche lui ex Black Flag, che a quanto pare abbandona la band per problemi di salute. Avendo avuto modo di sentire Robo in un paio di occasioni, mi viene da pensare che questa sostituzione potrebbe avere dei risvolti positivi, e così è.
Il locale è strapieno, umidità tropicale, platea abbastanza varia composta sia da ragazzini che da fan più grandicelli: indubbiamente i Misfits sono ancora in grado di spingere gli ammiratori a farsi anche diverse decine di kilometri per vederli. Only si affaccia dal retropalco diverse volte, e si mette in posa per la gioia degli astanti, in fondo un concerto dei Misfits si è sempre basato sullo spararsi le pose!
Prima dei Misfits suonano un paio di gruppi spalla, che non abbiamo modo di apprezzare grazie all'intasatissimo casello di Roma Est che ci ruba un'oretta della nostra vita. Dopo un cambio palco relativamente rapido le luci si abbassano e parte il tema del cult movie di Carpenter “Halloween”, che accompagna la salita sul palco dei nostri. Da qui in poi è un massacro: il primo pezzo in scaletta è proprio Halloween, sparata quasi al doppio della velocità originale così come tutti i pezzi che seguiranno, per poco più di un'ora di concerto complessiva. Saranno 36 i brani eseguiti alla fine, tutti tiratissimi, con una prima parte del concerto composta dai grandi successi dell'era Danzig (quella dal '77 all'83 per intenderci) e una seconda parte incentrata sui pezzi del periodo Graves (dalla reunion del '95 in poi).
Fortunatamente mancano i pezzi dell'ultimo album in studio, cioé le covers dei classici del rock'n'roll americano che fanno parte di “Project 1950", ma ci sono ben altre chicche disseminate nella scaletta, ovvero due pezzi storici dei Black Flag (Six Pack e Rise Above) che hanno l'effetto di scatenare ancora di più i kids al pogo, tre pezzi inediti che saranno presenti nel prossimo album atteso per l'anno nuovo, e addirittura una gustosa cover di Science Fiction/Double Feature dal Rocky Horror Picture Show, che però individuiamo in pochi a giudicare dalle facce attonite della platea, e dal successivo “FUCK YOU ALL” che ci riserva Only.
Inutile spendere parole sull'abilità tecnica o sugli errori che possono aver compiuto i musicisti: chi scrive fa poca attenzione a questi dettagli, l'essenziale è che i 36 pezzi sfilano via come un'orda di zombie, di quelli moderni però, che corrono. E fanno male.
Nota positiva: il gruppo, nonostante gli anni e la formazione rimaneggiata (ho menzionato il roadie che, con un microfono nascosto dietro una colonna era costretto a fare da corista, e a mettere un cubetto di ghiaccio nel colletto di Only dopo ogni pezzo?), dal vivo tira un sacco come sempre, complice anche l'amore incondizionato dei fan.
Non pensate però di poter salire sul palco e urtare Jerry, non esiterà a smettere di suonare per inseguirvi, anche se siete poco più che bambini!
Nota negativa: centinaia di ragazzini con la maglietta col Crimson Ghost.
Come si fa ad andare ad un concerto con la maglietta della band? Vabbò sono finezze che si acquisiscono con l'età di solito.
La chiusura è affidata come sempre a Die Die My Darling, cantata all'unisono da tutti gli astanti (come quasi tutti i pezzi), e in un bagno di sudore la serata si conclude così, con Jerry che si spara l'ennesima posa strappando una ad una tutte le corde del basso: ma noi li amiamo anche per questo i Misfits, no?


Luca Falcone

Misfits live Bari, 2007

Misfits live Alpheus, Roma 19/09/2010

Helena
Halloween
Saturday Night
American Psycho
Die, Die My Darling
Concerto Misfits
Misfits Live Roma Alpheus 19/09/2010
Concerto Misfits @ Alpheus Rome 19/09/2010


(Articolo tratto dal n. 1 della fanzine "Mutiny! 'Zine”)
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"Mutiny! 'Zine" è la fanzine nata nel settembre 2010 nell'ambito dell'incontro tra l'associazione Mutiny di Luca Falcone, Federico Sabatini, Francesca Di Santo e Crizia Giansalvo, che si occupa di organizzazione concerti e di un cineforum mensile nell'area di Pescara; arrivando in poco più di un mese a presentare in anteprima il nuovo documentario di Julien Temple "Oil City Confidential" e, insieme all'associazione Sulmona Rockers, ad organizzare il concerto dei Vibrators, leggende del punk britannico. Il primo numero, da cui é tratta questa intervista, è uscito il 26 settembre 2010 in forma esclusivamente cartacea. E' in preparazione il secondo numero, che vedrà anche un ampliamento dei collaboratori e quindi delle tematiche musicali trattate. Per info potete trovarci su Facebook Mutiny Fanzine o contattarci all'indirizzo: mutinype@gmail.com"

MOVIES: "I Gatti Persiani" (Bahman Ghobadi, 2010)

Ha dovuto lottare tre anni il regista Bahman Ghobadi per poter realizzare il film "I gatti persiani", arrivato nelle sale cinematografiche italiane nel 2010. Lo dice nel film e lo ripete in tutte le interviste Bahman Ghobadi. Il film è infine uscito, distribuito gratuitamente per le strade in Iran per far conoscere il più possibile la realtà che descrive spesso nascosta anche agli stessi iraniani, e diffuso tramite i canali ufficiali nei paesi occidentali; ha anche vinto il premio speciale della giuria nella sezione “Un certain regard” al Festival di Cannes nel 2009, ma il regista, nel frattempo espatriato, ora non può rientrare nel suo paese perché rischierebbe l'arresto.
Il governo del suo paese, l'Iran, ex Persia, non ha infatti gradito l'uscita del film perché si tratta di una denuncia, una denuncia urlata a suon di musica, delle difficoltà che musicisti e band hanno nel paese di suonare rock e altri generi contemporanei.
In Iran, come spiega il film, ci sono alcune migliaia di band musicali (oltre tremila, specifica il regista in un intervista), ma i ragazzi vengono arrestati e imprigionati per mesi e vengono loro sequestrati gli strumenti se la polizia li scopre mentre provano nelle cantine, sui tetti delle case o in vari altri luoghi improvvisati; inoltre, alle donne è proibito cantare se non in coro e in cori che siano di almeno 2-3 persone. Anche ascoltare rock nei locali pubblici o alle feste è vietato, come ben si vede nel film. Un divieto che tra l'altro non riguarda solo la musica ma tutte le forme di arte underground.
Il governo sa dell'esistenza di tutte queste bands, spiega Bahman Ghobadi, e le perseguita in ogni modo perché le considera una minaccia. La musica, soprattutto la musica indipendente e quella che gira nei circuiti underground è infatti libertà, libertà di espressione innanzitutto, e quindi anche di contestazione, tanto più aspra in quanto si trova a dover reagire a un sistema repressivo come quello di un regime.
«Dobbiamo stare attenti ai testi, se no ci becchiamo tre anni» dice Ashkan (Ashkan Koshanejad), uno dei due protagonisti principali del film, a Negar (Negar Shaghagi), sua amica e cantante del gruppo indie rock di cui si racconta in "I gatti persiani".
Il gruppo sta cercando di partecipare a un festival a Londra e quindi insegue i permessi e le autorizzazioni necessari per registrare, per i passaporti, per i visti per l'espatrio, che inevitabilmente passano attraverso tutto un sottobosco di figure che sul traffico illegale di questi documenti ci vive. Nel loro paese Ashkan e Negar non riescono a suonare la loro musica e vorrebbero farlo all'estero pur continuando a sperare che i loro genitori e gli amici possano vederli in un concerto almeno una volta. Ma non è così facile nemmeno andare all'estero. Proprio come per i gatti persiani, animali che in Iran è proibito fare uscire dal paese.
Tra tutti l'urlo più forte nel film è senza dubbio quello del rapper Hinchkas con il suo rap in persiano sulla vita a Teheran, cantato su immagini drammatiche di povertà e degrado, le stesse che le parole del rap descrivono, montate in forma di videoclip (come anche altre scene del film) e che arriva dritto al cuore e alla mente verso la fine della storia, quando il pubblico è già carico di emozioni.
Di emozioni il film ne dà infatti davvero tante, come ormai succede raramente nelle sofisticate produzioni cinematografiche cui siamo abituati, anche per lo stile in cui è girato, uno stile aggressivo, arrabbiato, underground che difficilmente si trova ormai nei registi occidentali, anche in quelli che passano per essere meno conformisti.
Oltretutto i musicisti rappresentati nel film, dieci band diverse, esistono tutti nella realtà, non ci sono attori, e le storie raccontate, le location rappresentate sono tutte vere. Diventa quindi anche un importante documentario sulla scena musicale underground in Iran di cui non si sa molto, in effetti, proprio perché difficilmente riesce ad emergere. Il gruppo protagonista del film, i Take It Easy Hospital, vive ora a Londra ma Ashkan, il protagonista maschile, ha fatto realmente 21 giorni di prigione per aver suonato in un concerto rock: fa impressione persino dirlo, condannato per concerto rock!
Si sa poco di queste bands, così come della realtà in Iran, e proprio la scarsa conoscenza, il silenzio sulla verità, sono ciò che aiutano quel regime, come tutti i regimi, a continuare la repressione. Nel nostro piccolo possiamo aiutare la verità andando a vedere film coraggiosi come questo, facendone circolare il dvd tra gli amici e divulgando in ogni modo (anche con questa recensione e Music Box) l'informazione che contengono e vogliono trasmettere al mondo.
Mai come in questi casi l'informazione è potere, un po' anche nelle nostre mani, e noi lo vogliamo usare.

Rossana Morriello

Il blog italiano del film
Il trailer

Alcune scene del film
il rap persiano di Hinchkas
Monica Bellucci
ufficio passaporti
interrogatorio
suoniamo anche sul marciapiede

together or alone ...

GARAGE PUNK - LOS SAICOS : Wild Teen Punk from Peru

Sei 45 giri registrati in Peru fra il 1965 e il 66 per entrare nel mito del rock, ma dopo più di 40 anni, perché il fatto di aver agito alla periferia dell’impero è un pegno pesante da pagare, ma adesso sembra essere giunto il momento dei Los Saicos. Il mondo musicale ispanico li ha da tempo riscoperti, non c’è praticamente band garage punk di lingua spagnola che non abbia inserito nel proprio repertorio in questi ultimi anni una loro cover e dopo la raccolta della peruviana Repsycled, il 2010 ha visto uscire dalla spagnola Munster il cofanetto con le ristampe di tutti i loro sei 45 e il cd "Demolicion! The Complete Recordings", edizioni curatissime e imperdibili.
Stimati da Iggy Pop e dai Franz Ferdinand, che durante i loro concerti spesso citano il ritornello di Demolicion, da Lux Interior e Don Letts, dai Sonics e Beck é ormai imminente l’uscita di Saicomania il documentario di Héctor Chavéz loro dedicato (bello il sito www.saicomania.com).
Il 2010 ha visto anche il 10 ottobre il loro primo trionfale concerto europeo al Funtastic Dracula Carnival di Benidorm, con fans giunti sin dall’Asia per assistere alla loro scatenata performance, mentre si annuncia l’uscita di un disco con materiale nuovo ("Viejo y infermo" è il primo titolo annunciato, che testimonia la vena ironica che da sempre caratterizza la loro musica).
Ma perché tanto interesse verso una band dalla vita tanto breve ed effimera?
La risposta sta tutta nella loro musica. E certo se si ascolta per la prima volta un brano come Demoliciòn non si può che fare un salto sulla sedia per lo stupore: ma come, una musica così selvaggia e folle nel '64 e a Lima, prima di Trashmen e Monks?
Allora il punk ha qui le sue pur inconsapevoli radici, Ramones e Damned hanno trovato in Sudamerica i loro genitori putativi? Perché brani come il citato Demoliciòn, Camisa de Fuerza, Fugitivo de Alcatraz, Salvaje, El Entierro de los Gatos hanno alcune caratteristiche tipiche delle canzoni punk: brevità, testi semplici e ribelli (“echemos abajo la estacion del tren demoler, demoler la estacion del tren"), un suono diretto e brutale, grezzo, una struttura musicale semplice che privilegia l’impatto ritmico al virtuosismo del solista, una musica che parla direttamente al corpo e invita a scuotersi e dimenarsi.
Certo l’impatto della loro musica nella Lima della metà degli anni Sessanta fu devastante, ad una musica violenta e scatenata si accompagnavano testi pieni di riferimenti a cimiteri, tombe, criminali, carceri, funerali, tombe, ospedali psichiatrici e anche le canzoni d’amore erano esplicite ai limiti del sarcasmo e della brutalità, il tutto infarcito di urla, ululati, rumori e suoni di sirene.
I loro 45, oggi ricercatissimi sul mercato del collezionismo, uscivano per la piccola etichetta Dis Perù con semplicissime copertine di carta con su scritto solo l’essenziale, non arrivarono mai a incidere un Lp. Il Perù viveva un’epoca di felice libertà, fra il 64 e il 65 Los Saicos raggiungono il loro momento di maggior successo, partecipano ai principali festival nazionali e fanno regolari apparizioni alla Tv nazionale. Poi nel 67, senza un motivo apparente, lo scioglimento e la sparizione, forse per la popolarità calante o per stanchezza o chissà, fino al revival dei giorni nostri.
Altro mistero è quello che circonda il nome, alimentato dagli stessi Saicos che danno ognuno di loro versioni diverse, le più accreditate parlano di una censura subita dal presunto nome originario di Los Sadicos, che i nostri avrebbero trasformato facendo cadere la D, o di un omaggio fonetico al film di Hitchcock con Anthony Perkins, ma anche di una storpiatura della marca di orologi Seiko o di un nome venuto fuori durante una notte passata con certe “pamperitas”. Questi misteri sulla loro storia da loro stessi alimentati testimoniano la loro natura irriverente e culturalmente sovversiva, che ne hanno fatto degli idoli fra i giovani rocchettari peruviani e non solo.
E malgrado nel 2006 una targa di marmo con i loro nomi sia stata apposta in una via di Lima frequentata un tempo dal quartetto e la municipalità li abbia insigniti della Medalla Civica, non per questo i Los Saicos, che nel frattempo sono rimasti in tre (infatti il chitarrista e coautore di tutte le canzoni Rolando Carpio Ochoa è morto di cancro nel 200), si sono fatti imbalsamare fra le vecchie glorie e anzi hanno ripreso in mano gli strumenti, facendosi anche accompagnare da alcuni fra i migliori musicisti della giovane scena peruviana; spesso suonano con loro membri dell’ottimo gruppo metal La Ira de Dios.
Ma quali sono le radici della loro musica? Senz’altro il rock’n’roll e naturalmente Elvis Presley, ma secondo Francisco “Papi” Castrillon, bassista del gruppo, elemento decisivo fu la povertà di mezzi e la necessità di trovare una strada da autodidatti, “è meglio seguire le proprie esperienze e sbagliare che seguire gli altri"; per il chitarrista e cantante Erwin Flores determinante fu la figura di James Dean e degli altri eroi maledetti che i nostri emulavano correndo come pazzi sulle macchine dei genitori e cercando poi di riprodurre in musica quella scarica di adrenalina e di ribellione, ma forse non sono estranei nemmeno quei film horror al limite dello splatter che si producevano nel mercato sudamericano.
Per “Pancho” Guevara, il batterista, la loro musica “ ...nasce dall’ignoranza. La musica bella, pulita non ci interessava, ci interessava quella ruvida, forte", se non è attitudine punk questa?
Ma se Flores quando gli si chiede del loro rapporto col punk ricorda ironico che nel '77 lui suonava salsa, Castrillon, più poetico, dichiara “siamo nonni con i due piedi nelle nostre canzoni e con l’anima che sale verso il cielo”.
A noi non resta che divertirci ascoltando oggi le loro canzoni da quella che più li rappresenta Demoliciòn a Ana, canzone d’amore dal ritmo più lento, ma sempre sul punto di esplodere grazie alla voce roca e implorante di Flores e riflettere su quanti sorprendenti tesori la meravigliosa storia del rock sia ancora in grado di restituirci dagli angoli più diversi del pianeta.

Ignazio Gulotta

Los Saicos - Demoliciòn
Los Saicos – Cementerio
Los Saicos – Ana
Los Saicos – Fugitivo de Alcatraz

Los Saicos – Ana Live 2010 Funtastic Dracula Carnival
Saicomania il trailer

LIVE EVENTS: To Beat Parèj - stones in love pop festival, Torino, 8 dicembre 2010

A Torino si coglie l'occasione data dalla presentazione del libro di Roberto Calabrò "Eighties' Colours", dedicato alla scena neo-garage e psichedelica degli anni '80  (che nella città fu ben rappresentata),  per dare vita a un piccolo evento musicale (in senso concertistico ma non solo) attorno al quale raccogliere sia i gruppi e i musicisti locali che di quella scena furono gli attori sia chi invece ne fu semplice spettatore: ma con anche l'obiettivo di trasportare quell'esperienza nella realtà musicale di oggi e  proporla  a coloro che a quel tempo non potevano esserne partecipi.

La parte non concertistica prende avvio alle 18, presso il Cafe' des Arts, con la presentazione dell'iniziativa, l'inaugurazione della mostra fotografica “ROCK SHOTS 3” di Mauro Maffei e la performance letteraria del poeta beat Gianni Milano. Alle 19, alla presenza dell'autore e di vari musicisti provenienti dalla scena musicale torinese e nazionale, viene quindi presentato "Eighties' Colours".

Alle 22 invece, al Lapsus, preceduto e seguito da dj-set in tema,  il concerto vero e proprio, articolato nelle esibizioni di No Strange e Sick Rose, in un breve set dei Party Kidz e nella jam-session finale alla presenza di ospiti torinesi e non, tra i quali Tony Face e Lilith dei Not Moving.

Una parte del ricavato verrà devoluto al sostegno del FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L'ACQUA - Coordinamento Piemontese.


Claudio Decastelli

su FacebookTo Beat Parèj 
su MusicBox: "Eighties Colours" di Franco Lys Dimauro

venerdì 3 dicembre 2010

LIVE EVENTS:ROAD TO RUINS 11 Ed. - Roma dal 07 al 12 -12-2010

Torna l'appuntamento romano piu' selvaggio dell'anno.
Tra un aperitivo e l'altro potrete gustare le migliori band nostrane e internazionali.
For punkers only!

Questo il programma:




Martedi 7 Dicembre-Ko Club
proiezione di Mamma Dammi La Benza
Incontro con Federico Guglielmi (Mucchio Magazine), Luxfero e varia umanità punk fine anni ’70! + DJ set a cura del ‘Road to Ruins Contingent’



Giovedi 9 Dicembre-Mads
I Primati-The Callaghans Experience-Silver Cocks-Steaknives


Venerdi 10 Dicembre-Ko Club
Luxfero-Texas Terri-Transex


Sabato 11 Dicembre-Mads
Gli Illuminati


Domenica 12 Dicembre- Ko Club
Fiera del disco da collezione.
Dall'alba fino a notte inoltrata vinile a go-go.





STEAKNIVES official video

SILVER COCKS live

TRANSEX

GLI ILLUMINATI

TEXAS TERRI

TEXAS TERRI