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giovedì 7 luglio 2011

SYD BARRETT, "The Madcap Laughs" (Harvest, Jan. 3 1970/ Recording Date: May 6, 1968 - July 26th, 1969)


VISITA ILNUOVO SITO DI DISTORSIONI: 





RIPUBBLICHIAMO IN RICORDO DI SYD BARRET, OGGI A 5 ANNI DALLA SCOMPARSA

"I’m trying to find you, I’m living, I’m giving, To find you, To find you, I’m drowning ..."


(da Opel, registrata l'11 aprile 1969 durante le 'sessions' di "The Madcap Laughs" venne inizialmente esclusa dal disco per poi riapparire soltanto il 17 ottobre 1988 sulla compilation omonima, insieme ad altri brani precedentemente scartati, versioni alternative, outtake, etc ...)

sabato 19 marzo 2011

CONTRIBUTI: DAVID BOWIE - LA TRILOGIA BERLINESE: 1977-1979, "Low" - "Heroes" - "Lodger"


Citando l’autore tedesco Gunter Grass "Berlino era il centro di tutto quello che stava succedendo e succederà in Europa nei prossimi anni". E così girovagando e camuffandosi fra le strade di Berlino Ovest, David Bowie vive uno stato euforico totale per cercare quell’ispirazione e verve che solo i quartieri neri, devastati, isolati, turchi, freddi e sbarrati di Berlino potevano regalargli. Erano gli anni della Guerra Fredda; era il desiderio dell’unione, della libertà, era il sogno di un uomo in cerca di sè stesso.




Domicilio: Schöneberg Hauptstraße 155. Il Duca Bianco entra in scena a Berlino. Era la fine del 1976


Low (1977)
Art Decade celebrava la stessa Berlino, "una città tagliata fuori dal proprio mondo, dall'arte e dalla cultura, agonizzante e senza nessuna speranza di riscatto". Al fianco di questo suo viaggio esistenziale lo segue fedelmente il compagno Iggy Pop: sfatando la leggenda del loro amore omosessuale, in realtà si vedono complici ed amici stretti in un momento di vita assurda fatta di brividi per la disintossicazione, istinti suicidi (Always crashing in the same car ne è testimonianza!) e nella ricerca di nuovi sound e nuove glorie (Sound and Vision). Warszawa coglieva il lugubre mistero della Polonia al tempo della Guerra Fredda (ecco la ballad da cui Bowie trasse ispirazione per la composizione poi elaborata nel sound elettronico di Brian Eno). Ma a proposito della mai pubblicata colonna sonora realizzata da Bowie per ‘L'Uomo che cadde sulla terra’, ritroviamo tutto il lato B del vinile "Low" strumentale e per la prima volta quella linea di dolore aliena del mondo è espressa musicalmente con effetti sonori sorprendenti e ogni impulso narrativo viene ampiamente abbandonato. Subterraneans è un Bowie fuori e dentro di sé, come strade sotterranee il suo è un percorso estremo, buio e pieno di lacrime. Il suo sogno di creare una colonna sonora infatti svanisce.
Ma ritorniamo per un attimo al viaggio berlinese: Iggy non produceva un album dal 1973 e Bowie invece si era visto prosciugare le tasche dal suo ex produttore che incassava il 50% delle sue vendite discografiche. Insomma bisognava darsi da fare. Nasce proprio negli studi di Hansa di Berlino "The Idiot" quasi interamente scritto da Bowie che porta fortuna all’amico Iggy e lo lancia verso la carriera solista. Bowie porta dentro sé quello stesso spirito che aveva portato Andy Wharhol a creare la "Factory" che può essere considerata una sorta di officina di lavoro collettivo e che come produttore aveva lanciato la carriera di molti amici/artisti. In questo clima di affinità elettive Bowie recupera la sua Musa Ispiratrice e "The Idiot" diventa quasi una sorta di prova generale per "Low" ed "Heroes" che poi esploderanno dentro la sala di registrazione all’interno del Chateau d'Herouville. Se Trilogia Berlinese si chiama è perché c’è l’anima di tutto il Bowie berlinese ma di fatto "Heroes" è l’unico album della trilogia che viene registrato a Berlino mentre è proprio in Francia che si registra"Low" al Chateau d'Herouville. Rinchiusi dentro il Castello c’erano Carlos Alomar, George Murray, Dennis Davis rispettivamente guitar man, bassman e drummer; Tony Visconti stava alla produzione con Bowie mentre la ciliegina sulla torta è rappresentata da Brian Eno. Mary Hopkin, la moglie di Tony Visconti, duettò con Eno nei coretti di Sound and Vision. Speed of life e A new career in a new town utilizzano una robusta sezione ritmica rhythm and blues.



Ciò semplicemente per evidenziare che non è vero che Brian Eno fu determinante per le sue applicazioni elettroniche al disco: piuttosto fu artefice di quelle "Strategie Oblique" che contenevano istruzioni casuali come "onora il tuo errore come intenzione nascosta", "enfatizza le pecche", "usa personale non qualificato" e così via che fecero affiorare un nuovo linguaggio musicale in Bowie definendolo "l'astrazione della comunicazione"("TRANS EUROPE EXCESS", di Stephen Dalton e Rob Hughes, Uncut n. 47, aprile 2001, seconda parte). Era il Gennaio 1977: "Low" è pronto per essere pubblicato ma dobbiamo aspettare ancora qualche mese per la promozione perchè Bowie decide di fare il pianista accompagnando l’amico Iggy durante il suo tour americano per "The Idiot".


Heroes (1977)
Siamo nel maggio del 1977, le strade di Berlino sono ancora un po' fredde."Lust For Life" dell'amico Iggy Pop è completato. Bowie richiama agli studi Hansa i vecchi compagni di delirio a cui si aggiunge Robert Fripp dei King Crimson. Se Low (che significa appunto depresso) è buio ed introspettivo nel suo male di vivere, "Heroes" rappresenta una luce nel mare in tempesta. Due amanti, un re ed una regina, due delfini, "we can be heroes just for one day" è la nota di speranza a volte sognata a volte reale; sotto una torretta due giovani si amano e sperano che quel Muro possa cadere per unirsi nel loro amore anche solo per un giorno:

“Sebbene niente ci terrà uniti,
potremmo rubare un po' di tempo,
per un solo giorno, possiamo essere Eroi,
per sempre”
.

I Figli del silenzio piangono, guardano nel nulla.

“I figli dell'era silente
Fanno l'amore solo una volta
ma sognano e sognano
Non camminano, scivolano solamente
dentro e fuori la vita
Non muoiono mai,
un giorno si addormenteranno semplicemente “
.

Le note alte di Bowie ed i cori di Eno e Visconti fanno venire i brividi per la bellezza e la inquietante fragilità. Bowie è ancora malato, ruba il tempo con il bere e la droga, dimentica la sua realtà vivendo nel sogno, rinchiuso in quello zoo che è il suo rifugio, è ancora
Blackout e questa lucidità del suo dolore è lacerante.

”Se non rimani questa notte
Prenderò quell'aereo questa notte
Non ho niente da perdere,
niente da guadagnare
Ti bacerò sotto la pioggia
Bacerò sotto la pioggia
Bacerò sotto la pioggia
Toglietemi dalla strada
Rimettetemi in piedi
datemi qualche direzione
L'aria bollente mi manda in blackout”



Lodger (1979)
1979: nasce "Lodger" ma diciamo la verità, era ormai lontano dalla genesi berlinese che aveva invece permeato Low e Heroes. "Lodger"  nasce infatti fra il 1978/79 durante i soggiorni di Bowie a Tokyo, in Russia, in Africa e il suo 'travelogue influences' si sente da una traccia all’altra passando da sonorità giapponesi a ritmi africani con grande disinvoltura. Da Fantastic Voyage si salta ad African Night Flight e Red Sails con un sound molto orientaleggiante. Una stilistica contemporanea che potremmo definire quasi premonitrice della world music che unisce il pop alla musica etnica (Yassassin). Più che di Trilogia dunque sarebbe più appropriato forse parlare di doppia-coppia uscite nel 1977: The Idiot-Lust for life e Low/Heroes nati proprio a Berlino dalla coppia più ‘Stooge’ di quegli anni che li vede protagonisti ‘maledetti’ e rappresentativi di una storia che unisce amicizia, disperazione, disintossicazione e musica; parafrasando la citazione del produttore Tony Visconti, come in un film questa storia si colloca in una speciale location: ’a Berlino infatti chiunque tu sia, non sei un cazzo’. Ed è proprio da questa libertà d’essere ed anonimato esistenziale che paradossalmente si creano i due+due grandi capolavori che rimarranno nella storia del rock per sempre.
Grace Paparo

David Bowie's Berlin

La "trilogia berlinese" di David Bowie:
Low (1977 - RCA Records)
Heroes (1977 - RCA Records)
Lodger (1979 - RCA Records)

bibliografia:
Thomas Jerome Seabrook: "Bowie In Berlin - A New Career In A New Town"  (Jawbone Press, 2008)
Thomas Jerome Seabrook: "Bowie - La Trilogia Berlinese" (Arcana Ed. 2009)

martedì 15 marzo 2011

DISCO EVENTO - 4 RECENSIONI A CONFRONTO: R.E.M., “Collapse Into Now” (8 Marzo 2011, Warner Bros), by Boffoli - Mazzoli - Dimauro - Martillos

Quasi tre anni ci hanno fatto aspettare per il seguito di “Accelerate” i REM, ma ne è valsa decisamente la pena. Perché aspettare di scrivere altre righe prima di ‘esternare’ ciò che ho pensato già al secondo ascolto di questo “Collapse Into Now”: Michael Stipe, Peter Buck, Mike Mills ci servono su un piatto d’argento con questo loro quindicesimo lavoro in studio prodotto da Jacknife Lee (lo fu anche di “Accelerate”) un ennesimo capolavoro! E lo affermo senza paura di esagerare né di essere smentito: mai come in questo nuovo lavoro la loro ispirazione compositiva e melodica è al top! R.E.M. ormai non sono più (da tempo) etichettabili: hanno inventato dei moduli espressivi talmente personali ed inconfondibili nei loro quasi trent’anni di attività artistica (il primo EP "Chronic Town", IRS, è del 1982) da poter affermare che stiamo parlando di una delle più grandi band di rock contemporaneo. Adottando dei freddi e burocratici criteri ‘critici’ in questa recensione bisognerebbe ad esempio scrivere che un ispiratissimo brano come Uberlin è un riciclaggio melodico dei loro hits planetari Losing My Religion (1991, “Out Of Time”, W.B.) e Drive (1992, “Automatic for The People”), il che è probabilmente vero, ma sarebbe un grave torto a un marchio di fabbrica che nel 2011 si rivela ancora straordinariamente fresco ed emozionante: in tal senso Uberlin è il primo brano a farsi amare nella nuova raccolta di 12 song, con la poetica, sognante ‘epica’ quotidiana di Michael Stipe (che nei nuovi video appare con barba!) dedicata al vero eroe dei nostri tempi, l’uomo della strada:
"Hey, ora prendi le tue pillole, fai colazione, pettinati i capelli e via al lavoro, schianto a terra, niente illusioni, niente collisione, nessuna intrusione, la mia immaginazione fugge via. Lo so, lo so, io so quello che sto inseguendo - Lo so, lo so, lo so che questo mi sta cambiando - Sto volando su una stella verso una meteora questa notte - Sto volando su una stella, una stella, una stella - Ce la farò ad affrontare il giorno, e poi il giorno diventa 
notte - Ce la farò ad affrontare la notte - Hey ora prendi la U-Bahn - cinque fermate, cambia la stazione - non dimenticare che il cambiamento ti salverà - conta un migliaio di milioni di persone - questo è stupefacente - se ne vanno per la città con le loro stelle brillanti - hey uomo dimmi qualcosa - Sei fuori da qualche parte? - Vuoi venire con me stasera? - Lo so, lo so che questo sta cambiando - percorriamo le strade per percepire il suolo - Sto inseguendo te Berlino - Sto volando su una stella verso una meteora questa notte - Sto volando su una stella, una stella, una stella - Ce la farò ad affrontare il giorno - e poi il giorno diventa notte - Ce la farò ad affrontare la notte".
Ma un altro accorato incoraggiamento di Stipe al tuo ‘io’ prostrato da un’asfissiante quotidianità è la pastorale Every Day Is Yours To Win. Il meglio dei loro ‘storici’ albums pare sintetizzato in "Collapse Into Now", e così nella stupenda serenata Oh My Heart il grande Peter Buck tira fuori nuovamente il suo magico mandolino come nella saga di “Out Of Time”; l’eccezionale Blue, con i suoi quasi 6 minuti, è un’avvincente, lentissima, performance elettrica (avete presente il Neil Young più rugginoso?) dallo stesso mood ‘underground’ che aveva caratterizzato un lavoro come “Adventures in hi-fi” (1996, W.B.): Blue è nobilitata dalla voce sofferta della grande amica di Michael Patti Smith, mai così carismatica, con Stipe impegnato in primo piano in un talkin’ contagioso! I grandi ospiti nei dischi dei REM non sono mai mancati: oltre la Smith (e non è la prima volta: ricordate il cameo anche in E- Bow The Letter su “Adventures In Hi-Fi”), si può ascoltare Eddie Vedder, nel finale corale ed appassionante di It Happened Today, Peaches in Alligator Aviator Autopilot Antimatter, Lenny Kaye e Joel Gibb da qualche parte tra i solchi del disco.
Me, Marlon Brando, Marlon Brando And I, un altro suadente miracolo ispirativo ed uno Stipe altrettanto carismatico: ‘Lay Me down, lay me down …’. Ma sussulti autenticamente rock non ne mancano certo in "Collapse Into Now": la concitata Alligator Aviator Autopilot Antimatter, Mine Smell Like Honey con un refrain che è un autentico colpo di genio; Discoverer ma soprattutto All The Best sono possenti: un vero e proprio ‘wall of sound’ chitarristico, un incessante ronzio sonico alle spalle della voce di Stipe ti afferrano e ti proiettano in quella dimensione esclusiva dove esiste solo la purezza ‘assoluta’ del grande rock (echi perigliosi di “Monster” -1994, W.B.)!
E That Someone Is You? Una nuova It’s The End Of The World As We Know It ("Document" - 1987, Capitol) dirà qualcuno non sbagliando: questa nuova song ne rinnova splendidamente l’assalto ritmico e verbale. Per concludere la quieta, riflessiva Walk It Back.
Dopo l’’accelerazione’ di tre anni fa quindi il ‘collasso nel presente’? A giudicare dai testi fatalisti sì, la polpa musicale dei brani invece e la loro innervatura fondono l’impeto elettrico di “Accelerate” e l’abbandono estatico/armonico di “Around The Sun" (2004, W.B.) e “Reveal” (2001, W.B.). Altri tre anni per il prossimo impagabile affresco?
Wally Boffoli








R.E.M.OfficialSite











La Recensione di Monica Mazzoli (dal suo blog Over The Wall)

Niente di nuovo sul fronte occidentale
Il prossimo 8 marzo esce “Collapse into now”, quindicesimo album della rock band statunitense R.E.M., sulla breccia ormai da più di trent’anni. Prima dell’uscita ufficiale del disco, il trio Mills, Stipe, Buck ha fatto venire l’acquolina in bocca ai vari fans sparsi per il mondo, consentendo verso i primi di gennaio il download gratuito di Discoverer e pubblicando qualche settimana più tardi su youtube un breve video trailer contenente un riassunto di pochi secondi di ogni brano. Quindi il Making Of. A febbraio è poi uscito il primo singolo, per il mercato europeo Uberlin, per quello americano Mine smell like honey con annesso video autolesionista, in cui Michael Stipe viene scaraventato, fatto rotolare per le scale da quattro energumeni vestiti di bianco.

Oggi ho ascoltato l’album in streaming, mi accingerò a scrivere le prime impressioni per uno dei lavori più attesi di questa primavera musicale. L’intro in piena avanscoperta nella giungla di suoni è l’elettrizzante smarrimento di Discoverer, memore a tratti di Finest worksong. Perfetta da cantare a squarcia gola per perdersi per sempre in una folla rumoreggiante da stadio. Si prosegue al meglio (All the best) con l’acceleratore al massimo, senza freni puntati, verso l’euforia di un nuovo giorno per impazzire in compagnia di un ritornello dannatamente pop e un buon bicchier di vino. Dopo la pazza gioia, per un attimo rallenta il ritmo adrenalinico per lasciar spazio a tre ballatone commoventi in perfetto stile remmiano(Uberlin, It happened today con la partecipazione di Eddie Vedder, Oh my heart con intro di fiati made in New Orleans e momento amarcord con l’elegante, mai dimenticato, mandolino, protagonista dell’hit single anno ‘91 Losing my religion). Ormai la mente sconfinata, collassata nella fase più profonda del sogno-sonno, può solo desiderare, sperare nella bellezza semplice, quotidiana di una dolce melodia struggente (Every day is yours to win).

E' quindi ora di affacciarsi alla finestra ed ammirare con gli occhi increduli di un bambino l’albero di pesco con i frutti appena sbocciati (Mine smell like honey). Sentirsi forti come non mai, vogliosi di cogliere l’attimo fuggente, decidere con gli amici di scaraventarsi in giardino all’attacco di una nuova alba, stufi di giocare in difesa (Alligator_Aviator_Autopilot_Antimatter con la rebel girl Peaches).In sottofondo la voglia di giocare, scherzare suonando (That someone is you).Tra atmosfere, sensazioni del passato, futuro, presente (Walk it back), è il momento di lasciarsi andare alle prime emozioni in un confronto tra noi e il mondo immenso, immerso nel blu dipinto di blu (Blue, con la poetessa rock Patti Smith). L’ultima sigaretta è finita, si sta spegnendo lentamente e il treno è arrivato alla fermata, non rimane che ripensare al viaggio con un sorriso e la voglia di rifarlo subito. Il nastro si può sempre riavvolgere se si ama rivivere i momenti passati.
Monica Mazzoli

La recensione di Franco Lys Dimauro
E’ capitato anche a me, e diverse volte, di dover registrare una raccolta dei R.E.M. e di non riuscire a metterci dentro tutto quello che avrei voluto, di rischiare di lasciare fuori almeno una delle tante facce che il gruppo georgiano ci ha mostrato lungo i suoi trent’anni di carriera. Ora, ci provano loro stessi. E devo dire che "Collapse into now" riesce a sintetizzare efficacemente la vicenda artistica dei R.E.M. mettendoci dentro praticamente tutto, tranne la voglia di rischiare.  "Collapse into now" è un disco nato già vecchio.
E’ un vecchio signore che si aggira per la sua casa, circondato dai suoi soprammobili e dai suoi canestri di frutta secca. Alla sua porta i vicini hanno smesso di bussare e quelle mura da cui pendono inclinati vecchi ritratti ingialliti dal tempo non vivono più degli strilli impenitenti di nipotini che crescendo hanno scordato di essere stati felici. Ogni canzone che risuona qui dentro ha un sapore che abbiamo già masticato e che talvolta abbiamo anche sputato (Uberlin e It happened today suonano così domestiche e addomesticate che non ti fermi più nemmeno a salutarle, NdLYS) e l’unica vera novità stavolta è stata quella di affidare ai loro stessi ascoltatori lo sforzo di voler imprimere un taglio nuovo dando loro l’opportunità di poter modificare a loro piacimento alcune delle tracce in modo e diffonderle sul web.
"Collapse into now" è un album che rassicura i milioni di fan lobotomizzati che “collassano” davanti al nuovo e che invece ci metteranno come al solito non più di mezza giornata per ingoiare e mandare a memoria le nuove dodici canzoni e trovarsi da subito pronti per la nuova tourneè trionfale.
Ma è anche un disco che preoccupa perché evita qualsiasi rischio. E’ come il Michael Jackson che camminava con la mascherina in faccia, terrorizzato da ogni malattia, atterrito da ogni bacillo. Un patetico tentativo di dimostrare di essere ancora vivi cercando di nascondere le assi di legno che sorreggono le sagome della più grande rock band americana.
Franco Lys Dimauro


La recensione di Ricardo Martillos
R.E.M. 2011: ovvero meglio non rischiare

E così eccoci un'altra volta a parlare di un disco dei R.E.M., 2 anni dopo il bellissimo "Live at the Olympia", favolosa esibizione in quel di Dublino che tra le sue 39 tracce conteneva pure 4/5 del primissimo EP "Chronic Town" (1982). L'ennesima prova in studio nulla aggiunge e nulla toglie alla grandezza della band di Athens, del resto Stipe & co. raramente hanno avuto il coraggio di cambiare o modificare radicalmente il loro sound, forse solo grazie al lavoro di produzione di Joe Boyd per "Fables of the Reconstruction", più morbido e folk e di Scott Litt per "Monster" con maggior aggressività e un deciso tributo al grunge ed a i Pearl Jam. "Collapse into now" è l'ennesimo capitolo di una band appagata ma che non riposa sugli allori, per chi si è avvicinato da poco al gruppo può risultare una piacevole sorpresa, per tutti gli altri niente di nuovo sotto il sole; in ogni caso i R.E.M. brillano ancora di luce propria. Delle 11 tracce più vivaci e movimentate sono la seconda All the best, Mine Smell Like Honey, Alligator Aviator Autopilot Antimatter, la breve That Someone Is You ma la maggior parte delle song è rilassata e melodicamente molto intensa, quasi a voler frenare l'aggressività del precedente "Accelerate".
L'hit single Uberlin è una tipica R.E.M. song e piacerà tanto a grandi e piccoli fans del gruppo, Oh my heart è invece banale e mielosa, It Happened Today scorre via sensa lasciare il segno nonostante Eddie Vedder ai cori, quasi invisibile; Every Day Is Yours to Win è molto bella con la voce di Stipe doppiata dall'eco che rincorre "Automatic for the people" e le sue irripetibili melodie, anche se a dire il vero quel tic toc è ripreso pari pari da No Surprises dei Radiohead. Anche Walk it back è a mio parere superflua, Me, Marlon Brando, Marlon Brando and I é invece un tantino più intensa e segnata dal mandolino di Buck mentre la conclusiva "Blue" con l'ennesima ospitata della grande poetessa Patti Smith, dopo E-Bow the Letter da "New Adventures in Hi-Fi", è una malinconica drammatica song che si snoda per quasi sei minuti con il reading di Michael intrecciato con la voce di Patti, "Cinderella Boy, You've Lost Your Shoe" prima dello splendido finale con Peter Buck a farla da padrone e Stipe che ripete "discoverer" come per ricongiungersi idealmente all'omonimo pezzo d'apertura e per creare un ideale loop di 40 minuti.
In conclusione i R.E.M. hanno confezionato l'ennesimo disco che non deluderà e non entusiasmerà nessuno, forse era proprio questo il loro obiettivo: con un pò di coraggio in più sarebbe risultato più originale anche se questo aggettivo forse non è proprio appropriato quando si parla di Stipe e soci. E' tutto per ora in attesa di altre voci dal coro.
Ricardo Martillos



N.d.R.: dato che  questo post ospita recensioni che rappresentano  opinioni diverse sul disco  - evento, i giudizi espressi tramite la spunta di uno dei quattro quadratini non sono piu' chiaramente attribuibili nè a una delle recensioni nè a una delle opinioni. Vi invitiamo quindi, se volete esprimervi  in proposito, a inserire  un parere per esteso sottoforma di commento, usando quindi la funzione 'posta un commento'

sabato 22 gennaio 2011

NICK CAVE: "No More Shall We Part" (2001, Reprise)

A quattro anni da "The Boatman's Call" Nick Cave, continuando il suo personale tragitto lirico di redenzione, si ripresenta con rinnovata energia ed enfasi interpretativa (si ascolti Fifteen Feet of Pure White Snow) raggiungendo un'intensità parossistica (e una simbiosi totale con i Bad Seeds) che non gli ricordavamo dai tempi di "Henry's Dream". La dimensione classica del suono di questo album, con archi, pianoforte e voce protagonisti assoluti conferma in modo inequivocabile come l'australiano inseguisse in quegli anni una visione ed una visionarietà estetiche del tutto incuranti di ciò che gli succedeva attorno: elettronica, campionamenti, glitch gli erano del tutto estranei e lo stesso apporto chitarristico di Blixa Bargeld non risultava certo in evidenza in questa opera. Una scelta radicale nella quale al contrario risultavano fondamentali le sonorità calde delle sezioni d’archi arrangiate da Warren Ellis e Mick Harvey: la perfezione formale di As I Sat Sadly by Her Side e delle altre stupende ballate dell’album è a ben ascoltare sempre un pò intrisa di blues, gospel e matrici ancestrali (quelle scolpite a fuoco nell'immaginario artistico di Nick!).
Impossibile non farsi sopraffare dall'emozione in episodi come Sweetheart Come, The Sorrowful Wife, e No More Shall We Part: le lacrime possono sciacquare il dolore, l'amore può redimere e sciogliere i nodi di una vita, ma nulla è così forte come il potere della musica di aprire nuove porte alla coscienza. Tutto ciò Nick Cave lo sa benissimo perché da tale potere fosforescente "No More Shall We Part" trae linfa vitale; ci si può perdere nella verbosità affaticata ma lucida dei gospel/blues profani Darker With The Day e Gates To The Garden, nella preghiera accorata We Came Along This Road solcata da 'dolorosi' accordi pianistici.

'Mi sono seduto per cercare la presenza di Dio; cercai tra le illustrazioni di un libro rilegato in pelle, trovai un agnello lanoso addormentato in una pozza di sangue, ed un Gesù con le branchie che rabbrividiva attaccato all'amo di un pescatore. Sembra passato così tanto tempo da quando te ne sei andata via, ed io devo proprio dire che si fa sempre più buio col passare del giorno' (Darker With The Day)

'Son rimasto seduto per un pò ed ho riflettuto con le spalle ai cancelli del giardino. Padri fuggitivi, bambini malati, madri decenti, amanti fuggiaschi e suicidi, scatole assortite di ossa ordinarie, di progetti abortiti e di speranze infrante all'improvviso, in file sfortunate, fino ai cancelli del giardino. Non vuoi incontrarmi ai cancelli, non vuoi incontrarmi ai cancelli del giardino' (Gates to The Garden)

'Uscii dalla porta sul retro con la pistola fumante dell'amante di mia moglie, non so che cosa sperassi, me ne andai di corsa, ero il tuo amante, ero il tuo uomo, non c'é mai stato un altro, ero tuo amico, finché non siamo finiti lungo questa strada. Eri la mia amante, eri mia amica, non c'era stata nessun'altra da cui potessi dipendere, poi siamo finiti lungo questa strada ' (We Came Along This Road)

Wally Boffoli

lunedì 29 novembre 2010

ULTRAVOX: "-ha!-ha!-ha!" (1977, Virgin Records)

New Wave: l'isteria di John Foxx

1977: il punk irrompe sulla scena musicale. L'urgenza ribelle di un'intera generazione si esprime con tre accordi, prepotenza estetica e attitudine irriverente. Shockare,vivere la vita al secondo e rendere il rumore un suono armonico diventa il leit motiv per centinaia di giovani. In questo contesto si inserisce un album che, nonostante sia spesso annoverato come tra i migliori del genere e in senso lato ci rientri perfettamente, nel contempo si mette avanti anni luce sia sul piano contemporaneo che su quello futuro.
"-ha!-ha!-ha!" è il secondo album degli Ultravox!. John Foxx guida ancora il gruppo, dopo ilprimo album omonimo e il singolo antecedente "Ain't Misbehavin" registrato dai Tiger Lily, band pre-Ultravox, in cui
oltre a John militavano Chris Cross e Billy Currie. Musicalmente, l'intenzione della band è creare un album doloroso da ascoltare, che lasci un senso di desolazione spiazzante. Per raggiungere ciò, prendono in prestito la durezza della neo-scena punk e la mischiano con la lezione imparata da Brian Eno, produttore del loro primo album.
I sintetizzatori di Billy Currie diventano indisciplinati, distaccandosi dai suoni più rigidi dei primi anni '70 di Neu! o Kraftwerk, il bassista Chris Cross lo segue dando il via a esperimenti con la drum machine.
A fianco a questi strumenti ‘nuovi’, inseriscono anche elementi classici, come lo
splendido sax in Hiroshima Mon Amour o la viola e il violino, strumenti con cui è nato musicalmente Billy Currie. La scelta del titolo non sembra casuale: tutto l'album verte su una risata isterica che racchiude angoscie e paure dell'essere umano odierno. Come sarà sottolineato da John in un'intervista “come essere umano sono molto frustato dal modo in cui viviamo, dal modo in cui siamo costretti a vivere al momento... essere una persona completa vuol dire accettare la parte più oscura di sé e si dà il caso che sia la parte che mi interessi maggiormente".
La necessità di aprire una porta sull'oscurità si tradurrà anche nella necessità, su un palcoscenico, di integrarsi in quell'oscurità.
John si presenterà vestito completamente di nero con movimenti ridotti al minimo: in varie interviste affermerà la sua volontà di trasformarsi in una macchina, di isolarsi il più possibile dal pubblico. D'altronde, la dimensione solitaria sembra essere la più idonea per lui: “essere in una band è una fase, come il far parte di una gang. Non puoi farne parte davvero per tutta la vita, cominci a sentirti indegno e ti blocca la crescita. Almeno che tu non voglia essere un teenager per sempre. Il punto di vista su cui ho sempre lavorato è quello di un fantasma in una città – qualcuno che è alla deriva, uno spettatore distaccato, ma ancora vulnerabile”
Proprio per questo atteggiamento, così diverso dalla sfrontatezza dei cantanti punk dell'epoca, si attirò le antipatie di quella parte di pubblico.
Ispirato dalle opere di JC Ballard, le liriche di "-ha!-ha!-ha!" sono una costante analisi del mondo moderno che, a distanza di trentatre anni, suonano più attuali che mai.

Il primo brano è RockWrock ed è il pezzo solitamente incluso nelle migliori compilation di punk 77. Il nome è un omaggio all'artista Marcel Duchamp e al suo giornale RongWrong (il nome doveva essere WrongWrong,ma la tipografia fece un errore di stampa). L'uso del termine Rock è preso in prestito dallo slang dei neri anni cinquanta, dove appunto con rock'n'roll si riferivano al sesso.
“Rip off my clothes/I'm stripping yours/Harder we've starved/Wired and barbed/What a magnificient disgrace/A strangle tango in the dark dark/Fuck like a dog/Bite like a shark shark/Austerity makes you want to rockWrock” (strappa I miei vestiti/io tolgo I tuoi/ci siamo privati duramente/eccitati e euforici/che magnifica vergogna/un tango strangolante nel buio buio/fotti come un cane/mordi come uno squalo squalo/l'austerità t'invoglia al rockwrock)
The frozen ones, secondo brano dell'album, è la canzone circondata dal mistero. Nonostante numerose interpretazioni non si è arrivati ad capire a chi si riferisse precisamente. La spiegazione più attendibile sembra essere il rapporto tra la società e il sistema informativo televisivo, “too many pictures on my screen/and they all are screaming at me/Man I need this insulation/The only way to stop the rush/Whenever feelings gets too real/is to cut the information” (troppe immagini sul mio schermo/e tutte urlano verso di me/ho bisogno di questo isolamento/l'unico modo per fermare l'impeto/ogni volta che I sentimenti diventano troppo reali/è fermare l'informazione).
Il raffreddamento di cui parla John sembra proprio la maniera in cui i mass media hanno appiattito e congelato qualunque sentimento e passione di fronte ad immagini lontane dal nostro spazio percettivo, ma rese di colpo familiari.
Il tema televisivo viene accennato anche nel seguente brano: Fear in the Western World, una riflessione sulla costante, silenziosa tensione che è perpetuata nella nostra vita quotidiana dai dogmi della religione e dai mass media, mentre guardiamo da uno schermo rivolte e guerre reali anestetizzate.
“Your picture of yourself it’s a media myth/Someone told me Jesus was the Devil's lover/While we masturbate on a magazine's cover/Mother's still on valium/Daddy puts the news on tv/Orphans laughs at the confusion/Ireland screams/Africa burns/Suburbia Stumbles/I can feel the fear in the western world” (l'immagine che hai di te stesso è un mito mediatico/qualcuno mi disse che Gesù era l'amante del Diavolo/mentre ci masturbavamo sulla copertina di un giornale/la mamma prende ancora il valium/il papà accende sul telegiornale/gli orfani ridono della confusione/l'Irlanda urla/l'Africa brucia/la periferia cade/posso sentire la paura nel mondo occidentale).
L'alienazione è al centro di Distant Smile, introdotta da due stupendi minuti ‘ambient’ con pianoforte per poi avere un'autentica esplosione di sintetizzatori. Il tempo scorre, le stagioni passano, le città si accendono, il futuro si perde nell'orizzonte, ma l'uomo è perennemente “adrift in other times behind a distant smile”(alla deriva in altri tempi dietro un sorriso distante).
Del resto, riusciamo a mantenere un'apparenza di sospesa perfezione, vivendo la vita al momento, gustandocela asetticamente e perdendola appena passa: morendo ogni giorno (The man who dies everyday); “You never drop your facade and you never seek relief 'cause you're the man who dies everyday” (non fai mai cadere la tua facciata e non cerchi mai sollievo perchè sei l'uomo che muore ogni giorno) e lottando disperatamente per cercare di schivare la staticità (While I'm Still Alive) “If tomorrow's not there/at least today is all mine/the age is dramatic/I'm crackling with static/just jiving for survive/While I'm still alive” (se non ho un domani/almeno oggi è tutto mio/l'età è drammatica/scoppietto statico/sopravvivendo con stupidaggine/mentre sono ancora vivo).
Asetticità e staticità sono i sentimenti che corrodono la società, ma allo stesso tempo John Foxx li cerca disperatamente. Trasformarsi in una macchina, un robot, necessita di un distacco completo dalla vita sociale, che assume sempre più i contorni di una vita artificiale, Artificial Life.
Dio si trasforma, si insinua in ogni novità capace di luccicare, capace di rendere la perfezione a portata di mano. Settare la propria immaginazione, rendersi un perfetto animale sociale, interagire, creare nuovi amici e nemici quotidianamente, sfruttare, morire e vivere di nuovo, tutto questo nella notte, in quel buio che diventa per Foxx metafora inquietante. “She turned to perfection once, but realised she'd only turned into pain/She ran through Divine Light/Chemicals/Scientology/Her own sex/before she turned away/And it goes on all night/The artificial life” (Si trasformò in perfezione una volta, ma capì che si era solo trasformata in dolore/provò con la Luce Divina/le droghe/Scientology/il suo stesso sesso/prima di scomparire/e va avanti per tutta la notte/la vita artificiale).
Chiude l'album la stupenda Hiroshima Mon Amour. Il rimando è subito a uno dei capolavori assoluti della Nouvelle Vague, il film omonimo del 1959 di Alain Reisnas.
Non a caso, la simbiosi cinema-John Foxx prenderà il sopravvento nella sua successiva carriera solista. Nonostante siano stati smentiti dallo stesso Foxx parallelismi diretti col film, questa stupenda ballata, accompagnata dal sax di C.C. del gruppo Gloria Mundi, sembra instaurarne alcuni.
Il film è la storia d'amore tra due protagonisti ostacolata dai continui flashback (introdotti per la prima volta come tecnica nel cinema) sulla guerra appena terminata, sulla distruzione non solo del singolo, ma anche della collettività, rappresentata dalla bomba sganciata su Hiroshima.
Il testo della canzone si sposta sul mondo contemporaneo di John “riding intercity trains dressed in European grey” (viaggiando su treni intercity, indossando il grigiore europeo), sulla scoperta che dietro quella porta, prima dell'oscurità, si nasconde un essere umano, che il raggiungimento del tranquillo lago autunnale “Where only the echos penetrates” (dove solo l'eco penetra) è reso possibile solo “walking through the polaroid of the past” (camminando attraverso le polaroid del passato) (i flashback del film).
Nella ristampa del 2006, è presente anche Young Savage, dove Foxx fa l'analisi di un gruppo di adolescenti con cui gli capita di uscire in quel periodo. Scappando da ogni tipo di affetto “live too fast for love or
sorrow”
, (vivere troppo velocemente per l'amore o il dolore) vivendo appieno quella vita al minuto “The past is dead/tomorrow is too far” (il passato è morto/il domani è troppo lontano,) nel pieno di ogni classico clichè ribelle “Coloured hair and cheap tattoos/impale you on their point of view” (i capelli colorati e i tatuaggi economici/vi immobilizzano nei loro punti di vista); ma prede allo stesso tempo del loro Doctor Jekyll, nascosto sotto questa patina di anticonformismo che potrebbe renderli, come dirà lo stesso John in un'intervista “i maggiori azionisti della City di oggi”.
Crizia Giansalvo

(Articolo tratto dal n. 1 della fanzine "Mutiny! 'Zine”)
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"Mutiny! 'Zine è la fanzine nata nel settembre 2010 nell'ambito dell'incontro tra l'associazione Mutiny di Luca Falcone, Federico Sabatini, Francesca Di Santo e Crizia Giansalvo, che si occupa di organizzazione concerti e di un cineforum mensile nell'area di Pescara; arrivando in poco più di un mese a presentare in anteprima il nuovo documentario di Julien Temple "Oil City Confidential" e, insieme all'associazione Sulmona Rockers, ad organizzare il concerto dei Vibrators, leggende del punk britannico. Il primo numero, da cui é tratta questa intervista, è uscito il 26 settembre 2010 in forma esclusivamente cartacea. E' in preparazione il secondo numero, che vedrà anche un ampliamento dei collaboratori e quindi delle tematiche musicali trattate. Per info potete trovarci su Facebook Mutiny Fanzine o contattarci all'indirizzo: mutinype@gmail.com"

giovedì 25 novembre 2010

DAVID CROSBY 1965 – 1971: The Byrds, C.S.N., C.S.N. & Y., "If I Could Only Remember My Name"

The Byrds

The Byrds sono uno dei gruppi che più abbiamo (ho) amato nella seconda metà dei ’60: ero inebriato dalle loro Rickenbaker, dalle commoventi vibrazioni mistiche dei cori angelico/metafisici di albums come “Mr. Tambourine Man” (’65, Columbia), “Turn Turn Turn!” (’65, Columbia), dalle sperimentazioni di “Fifth Dimension” (’66, Sony Music), “Younger The Yesterday” ( ’67, Columbia), “The Notorius Bird Brothers” (‘68, Columbia), tre dischi stracolmi di fosforescenti illuminazioni folk-rock che ci (mi) avevano letteralmente spalancato le porte della percezione sensoriale insieme alle primissime opere dei Doors, Jefferson Airplane, Grateful Dead.
David Crosby (Los Angeles, 14.8.1941), proveniva come Roger Mc Guinn e Gene Clark dall’ambiente folk, aveva fatto parte di Les Baxter’s Balladeers (un album all’attivo senza Crosby).
Nei Byrds diventa chitarrista ritmico ed impagabile, acuto ‘harmony-vocalist’ già nei primi due album, stracolmi di covers Dylan-iane e di brani autografi del grande Gene Clark. La sopraffina rielaborazione vocale rock byrdsiana, jingle-jangle per il suono cristallino e puro delle chitarre Rickenbacker da loro sempre adoperate, del patrimonio folk americano, Bob Dylan soprattutto ma anche Pete Seeger-Haynes (The Bells of Rhymney, Turn Turn Turn su parole dell’Ecclesiaste), Jackie DeShannon (Don’t Doubt Yourself Babe), Hayes-Rhodes (Satisfied Mind, inciso anche da Jeff Buckley tantissimi anni dopo) farà dire e scrivere che sono stati loro a mettere a punto per primi il folk-rock!
Ma ancora prima di Mr. Tambourine Man avevano inciso con Jim Dickson un album ancora acerbo, "Preflyte" (uscirà nel 1969, nel ’72 e nel ’74 per etichette diverse) che conteneva un piccolo capolavoro compositivo triste-nostalgico di Crosby-Mc Guinn, The Airport Song.
La psichedelia eterea, il nascente raga-rock dei Byrds (ispirato dall’oriente di Ravi Shankar) avevano prodotto tra il ’66 ed il ’67 "Fifth Dimension" e "Younger Than Yesterday", due album densi di brani dall’aroma stordente ed intenso; Mc Guinn arriverà a dire che i suoi intricati fraseggi chitarristici in Eight Miles High erano influenzati dalle scale jazzistiche del sax di un altro artista rivoluzionario di quegli anni, John Coltrane!
In mezzo a tante nuove e geniali intuizioni comincia a farsi largo la vena di songwriter di David Crosby: i brani ed i testi più enigmatici e visionari di questi due album non sono firmati da Roger McGuinn o dal bassista Chris Hillman (che pur reca in questo periodo un validissimo nuovo apporto creativo!) bensì da David Crosby:

What’s Happening? - “…non so chi pensi di essere, non so che cosa sta accadendo qui”;

Renaissance Fair - “…penso che potrebbe essere un sogno, c’è profumo di spezie e di cannella, sento musica dappertutto, tutt’intorno un caleidoscopio di colori, penso che potrebbe essere un sogno”; il verso “I think that maybe i’m dreaming …” sarà citato da Eric Burdon nel brano Monterey (New Animals, "Twain Shall Meet", 1968);

Everybody’s Been Burned - “…tutti sono stati bruciati prima, tutti conoscono la pena, chiunque in questo posto può dirti in viso: perché non dovresti tentare di amare qualcuno?”;

l’obliqua e psichedelica Mind Gardens“… una volta c’era un giardino, arrivò la neve e temetti per il giardino, così costruii delle mura ed un tetto per proteggerlo, ma quando tornò il sole e la pioggia di primavera non potevano raggiungerlo, sarebbe certamente morto, così buttai giù i muri: il giardino continua a vivere”;

Lady Friend “… ecco che torna di nuovo, ormai la notte sta per finire, ecco che viene e sta per dirmi addio, sta per andarsene e lasciarmi solo, e dovrò vivere senza di lei e sopravvivere”;

l’utopistica Triad“… volete sapere come sarà, io e lei o me e te, vi amo tutte e due, perché non proviamo qualcosa di nuovo? Perché non rompiamo tutte le regole? Davvero non capisco perché non possiamo amarci in tre!"; sarà reintepretata in modo eccelso da Grace Slick & Jefferson Airplane nell'album "Crown of Creation" (1968);

Dolphin’s Smile“ … fuori nel mare tutto l’anno nuotano liberi da ogni paura, ogni giorno gettano spruzzi, i delfini sorridono”, prodromo della grande sensibilità animalista ed ambientale di Crosby, che maturerà anni dopo durante la convivenza artistico-esistenziale con Graham Nash.

Questi brani recavano in seno strazianti rimpianti esistenziali, introspezioni psichedeliche, inni alla bellezza della natura: sperimentavano con nastri alla rovescia, simulacri preziosi di musica nuova!
Crosby già non c'é più in "Notorius Bird Brothers", anche se appaiono sue composizioni: si é parlato di rapporto difficile ed insanabile con Roger Mc Guinn, di gelosie artistiche, di desiderio di nuove vibrazioni musicali da parte di Crosby.

The Airport Song

What’s Happening ?!?!
Renaissance Fair
Everybody’s Been Burned
Mind Gardens
Lady Friend
Triad
Dolphin’s Smile





C.S.N. - C.S.N. & Y.

Tra il ’69 ed il ’70 i due storici albums Atlantic di Crosby, Stills & Nash (il secondo, "Dejà Vu" con Neil Young) confermavano l’enorme talento compositivo di Crosby, oltre che le sue squisite doti vocali: la fusione della sua voce con quelle di Nash e Stills nel primo omonimo album raggiunge delle vette incredibili, generando armonie incomparabili, divenute leggendarie nel corso degli anni.


Song come Long Time Gone – “… sembra essere un lungo periodo di tempo, ma tu sai che l'ora più buia è sempre poco prima dell'alba”; l’eterea Guinnevere,
la drammatica Almost Cut My Hair
- “… sembrava quasi dovessi tagliare i miei capelli, é successo proprio l’altro giorno, ho sentito che la mia bandiera freak era distrutta, questo accresce la mia paranoia; è come guardarmi nello specchio e vedere una macchina della polizia”; Déjà Vu , fecero vibrare con il loro ribellismo romantico in tutto il mondo un’intera generazione freak-alternativa, quando tutti questi termini avevano ancora un senso.

Guinnevere

Almost cut My Hair
Déjà Vu


"If I Could Only Remember My Name" (1971, Atlantic)

Che tutto quanto su narrato fosse ‘solo’ un lungo preludio all’incredibile “If I Could Only Remember My Name” uscito nel 1971 (per Crosby un picco d’ispirazione poetico-musicale mai più eguagliato) l’ho pensato molte volte!
Anche se sono passati quasi 40 anni ricordo bene l’eccitazione che era nell’aria quando (nell’anno che introduceva une decade mutante e molto diversa per la cultura
rock) nella piccola comunità hippie che era tutta la mia famiglia si sparse la voce che era imminente l’uscita del primo album solista di David Crosby. Allora funzionava ancora il passaparola: non esisteva tanta stampa rock specializzata, quella che oggi provvede sin troppo zelantemente ad illuminarci su ogni buco oscuro del panorama rock internazionale. Allora si parlò di manifesto etico-musicale ‘definitivo’ della filosofia hippie della West Coast ormai in declino, visto anche l’enorme numero di artisti/amici che si strinsero intorno a colui che ne rappresentava un vero e proprio guru . Qualche nome (parlano da sé): Jorma Kaukonen, Grace Slick, David Freiberg, Jerry Garcia, Phil Lesh, Jack Casady, Joni Mitchell, Neil Young.
La filosofia/messaggio del disco è già contenuta per intero nel brano d’apertura:
Music Is Love suona come una nenia minimale -
“ … tutti dicono che la musica è amore/che la musica è for free/spogliati dei tuoi vestiti, distenditi al sole/tutti dicono che la musica è divertimento”.
Messaggio forse oggi ingenuo ed anacronistico oppure (volendo!) parole straordinariamente attuali, unico antidoto ad un mondo straziato da bellicismi, fondamentalismi religiosi, tragiche intolleranze quotidiane?
Poi è musica … come diretta emanazione della natura, dei tramonti californiani, della brezza marina dell’oceano, densa di mille delicati cromatismi e sfumature chitarristiche, con la voce di David Crosby appesa ad un tenue filo temozionale, che doppia se stessa (Orleans, Song with no words), che si fa eco (I’d Swear There Was Somebody Here) con movenze sciamaniche, intenta ad esplorare le pieghe più riposte di un’ anima generosa ma inquieta di uomo ed artista.
Traction in the rain –
“…lo sai che è difficile per me trovare un modo per superare un altro giorno della città senza pensare. E 'difficile abbastanza per guadagnare qualsiasi trazione sotto la pioggia, lo sai che è difficile per me capire”;
Tamalpais High, Laughing (con un solo interstellare di Jerry Garcia) sono il cuore pulsante del disco, songs attraversate da un’unica linea d’orizzonte, quella dell’utopia freak/hippie totalizzante, reduce da una stagione irripetibile ma che sta volgendo al termine .
In "If I Could Only Remember My Name" essa sembra toccare la sua estrema
sublimazione/splendore prima di dileguarsi nei perfidi anni ’70 che conosceranno altre sconosciute, ambigue seduzioni musicali ed estetiche :
“…pensavo di aver trovato una luce che mi guidasse attraverso la notte e tutta questa oscurità, mi ero sbagliato, erano solo i riflessi di un’ombra che avevo visto; pensavo di aver visto qualcuno che sembrava finalmente conoscere la verità, mi ero sbagliato, era solo un bambino che rideva nel sole, nel sole” (Laughing).
Due perle d’inarrivabile ribellismo romantico crosbyano rimangono What Are Their Names“… mi chiedo chi sono gli uomini che comandano su questa terra e perché lo fanno in modo così malvagio; quali sono i loro nomi? Vorrei dare loro un pezzo della mia mente per portare pace all’umanità”
e la lunga, acida saga immarcescibile di Cowboy Movie.
Quanti brutte storie David ti sono successe dopo questo disco, la sudditanza dalla cocaina, la prigione per detenzione d'arma di fuoco, la malattia, abbiamo più volte temuto il peggio: mai però, ad utopie spentesi,i diamanti grezzi di questo disco hanno smesso di risplendere nel nostro immaginario e nel nostro cuore.

Laughing
Music Is Love
What Are Their Names
Traction In The Rain
Cowboy Movie
Tamalpais High
Song With No Words (Tree With No Leave)

Pasquale ‘Wally’ Boffoli