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venerdì 10 giugno 2011

WIGHT: “Wight Weedy Wight” (2011, Wightism@GMX.DE)

Trattasi di un trio nato intorno al 2008 e formato da Rene Hofmann - voce e chitarra, Michael Kluck - drums e Schierhorn e Peter-Philipp - Basso & Sax. Provenienti dalla Germania, per l'esattezza da Darmstadt, hanno rilasciato a inizio anno questo album di esordio che si sta facendo conoscere grazie al passaparola su internet attraverso vari blog.
All'ascolto del disco non potrete non pensare a nomi come Black Sabbath, Hawkwind, Sleep e Colour Haze. "Wight Weedy Wight" é un disco autoprodotto (almeno per ora difficile da reperire nei negozi), un fresco mix di doom, stoner rock e rock psichedelico, composto da sei tracce in gran parte strumentali che percorrono lo spazio come una meteora incandescente.

lunedì 6 giugno 2011

KRAUTROCK/KOSMISCHE MUSIK - KLAUS SCHULZE: “Blackdance” (1974, Virgin Record )

Qualcuno storcerà il naso. Prendere in esame un unico album di Klaus Schulze che non sia il pluriosannato "Irrlicht" (1972) o l’altrettanto premiato da pubblico e critica "Cyborg" dell’anno successivo, per molti potrebbe sfiorare il sacrilegio, ma poiché nel mio innato anticonformismo acquariano mi piacciono le sfide, la scelta è caduta su "Blackdance" album del 1974, scelta affatto casuale ma dettata da motivi ben precisi; il primo dei quali è che quell’apprezzato esordio del nostro corriere cosmico è una composizione per orchestra, mentre io ho preferito occuparmi dello Schulze solitario e impegnato dietro i suoi marchingegni e macchinari sonori, poi perché lo spirito che aleggia in questa danza oscura è quello della maturità e della “rivalità” coi Tangerine Dream (anche "Phaedra" di cui mi sono già occupato è del 1974), gruppo dal quale Schulze divenne un fuoriuscito dopo avervi militato, e poi perché in questo album c’è anche un po’ d’Italia che non fa mai male.

venerdì 3 giugno 2011

KRAUTROCK/KOSMISCHE MUSIK - KRAUTROCK DELICATESSEN: Satin Whale, Necronomicon, Sameti

Dal profondo del marasma creativo relativo al Kraut Rock tedesco anni 70, alcune segnalazioni di dischi (e relative ristampe) interessanti quanto misconosciuti. Una scena molto viva quella del rock tedesco in quegli anni, in una Germania Occidentale sempre in bilico tra i tragici e ancora recenti ricordi degli orrori nazisti e una situazione di perenne tensione politica con l’ingombrante vicino Orientale. Dal 1966 si ebbe in quella nazione la crescita di un movimento giovanile fortemente politicizzato e molto polemico nei confronti di una società paternalista piena di claustrofobiche regole comportamentali e caratterizzata da un consumismo estremo.

giovedì 3 marzo 2011

KRAUT ROCK/KOSMISCHE MUSIK - CAN: "Tago Mago" (1971, Spoon Records/United Artists)

E pensare che c’è chi dice che i batteristi sono gli elementi meno importanti nell’ambito di un gruppo rock (come? state dicendo che ho cominciato così anche il pezzo sugli Amon Duul? Ebbene sì, e siccome si dice che repetita juvant!) e allora che dire di Jaki Liebezeit che con il suo drumming ossessivo e costante regge quasi tutta l’ossatura del mitico "Tago Mago" album doppio e pietra angolare della produzione Can e di tanto rock tedesco? Il buon percussionista teutonico, ci dicono le cronache, proviene dal jazz ma se è piuttosto bravo dietro ai tamburi lo è ancor di più a non dare a vedere questa sua inclinazione, poiché di jazz nel suo incedere percussivo secco e squadrato non ce n’è neppure una lontana sfumatura.
Liebezeit in questo storico album si inventa un drumming che io amo definire ‘circolare’, incessante e ripetitivo con soluzione di continuità solo dopo molti minuti di ritmo convulso e totalizzante. C’è da dire che i Can, a fronte dei gruppi tedeschi finora trattati ( Amon Duul, Tangerine Dream, Faust) sono i più ‘normali’. Nelle loro tessiture armoniche si intravede una qualche forma canzone addirittura orecchiabile e cantabile (anche se non proprio da sotto la doccia) ed un certo ordine costituito; per dirla shakespearianamente anche loro in realtà sono un po’ folli, ma nella loro follia c’è comunque un metodo. Il metodo forse proviene dalle frequentazioni colte di Irmin Schmidt (tastiere) e di Holger Czukay (basso) entrambi allievi di Stockhausen, ma più prosaicamente il metodo è anche quello di affidare a un non-cantante come il giapponese Damo Suzuki le parti vocali, sia quelle cantate, come nell’iniziale Paperhouse che quelle salmodianti come nel brano Oh yeah che sovrastano la ritmica da convoglio ferroviario di Liebezeit o come ancora quelle urlate e vocalizzate come nella lunga Peking O dove il nipponico gorgheggia strozzatamente sottolineato da un piano elettrico che rigurgita brevi accordi free (eccolo qui un po’ di jazz!) slegati e sincopati.
E se la canzone più ‘canzone’ la troviamo in chiusura dell’album nei quasi sette minuti della mielosa e arpeggiata Bring me coffee or tea punteggiata da piccoli svisi sottili di chitarra acustica che sottolineano il canto di Damo Suzuki, a smentire di colpo quanto detto prima sull’orecchiabilità dei Can, l’album straborda nella terza facciata (abbiate pazienza, questo è un viaggio vinilico) con la micidiale suite Aumgn (17:22) dove davvero la sperimentazione sale in cattedra bacchettando sulle dita ogni armonia conosciuta prima in un coacervo di rumori e suoni dominati dalla voce liturgica e sepolcrale di Suzuki che salmodia cavernosa da un improbabile oltretomba. Suite in cui il chitarrista Michael Karoli (morirà purtroppo nel 2001 a soli cinquantatre anni) si ricorda di quando imbracciava il banjo in piccoli club fumosi e lo estrae dalla sua polverosa custodia insieme a un vecchio violino (entrambi non accreditati in copertina) svisando insieme ai suoi sodali, nessuno escluso, che tra bassi pulsanti, chitarre sottili, vocalità cartoonesche e organi rumoristi e giocattolosi dettano le coordinate armoniche di questo concept sonoro, fino a che Jaki Liebezeit (sempre lui) dopo il lontano latrare di un cane se lo prende al guinzaglio conducendo la danza tribale fino alla conclusione del brano.
C’è anche da sottolineare che come in “Yeti degli Amon Duul, anche in questo straordinario album la divisione in brani è solo un principio indicativo poiché tra una sezione musicale e l’altra la separazione è pressocché inesistente così come nell’altra suite Halleluwah (Part 1 - Part 2) (18.32) che vede ancora una volta la batteria ‘circolare’ di Liebezeit (ancora lui) splendida e instancabile protagonista a supportare l’ottimo chitarrismo longilineo e sfuggente di Karoli e le parti cantate di Suzuki.
Prima di “Tago Mago” i Can ci avevano allietato soprattutto con il primo album "Monster Movie" (1969) nel quale la lunga, mitica e seminale Yoo doo right (e mi piace segnalare la bella e insospettabile cover degli americani Thin white rope sull’album “Sack full of silver” del 1990) già gettava le basi di un minimalismo velvetiano che ritroviamo in diversi momenti di questo doppio album e che ancora, oltre ad altre opere di buon livello, troveremo nell’altro capolavoro "Future Days" del 1973. Nell’ascoltare in solitudine la magnifica, cantilenante e ripetitiva Mushroom, uno dei vertici di questo "Tago Mago" che termina con un paio di tuoni e uno scroscio di pioggia, si ha la certezza che la boscosa ricerca di funghi sia stata proficua; di quali funghi e di quali effetti essi abbiano avuto sulla composizione e l’esecuzione di quest’opera imprescindibile per chi desidera una pur minima conoscenza della musica alternativa teutonica non è dato sapere; prendiamola così: struggente, immaginifica, debordante, e poi scivolante, gustosa e saporita come un magico champignon sulla pizza mille stagioni del rock tedesco.
Maurizio Pupi Bracali

CanTagoMago

martedì 25 gennaio 2011

KRAUT ROCK/KOSMISCHE MUSIK - "FAUST" (1971, Universal Distribution)

Questo di Maurizio Pupi Bracali non é un semplice articolo sul primo omonimo album dei Faust. E' il racconto di uno dei più sconvolgenti dischi 'krauti' trasfigurato attraverso ricorrenti tranci di vita, é musica che entra nell'esistenza, esistenza che entra nella musica. Maurizio non sa rinunciare alla sua vocazione di scrittore anche quando parla di musica, e meno male! Perché ci regala un'autentica perla di 'aneddotica rock', palpitante di ricordi: il disco dei Faust é una ricca portata servita su un piatto ancora unto e sporco di emozioni e fibrillazioni giovanili! (wally)















' A quei tempi avevo una cagnetta. Si chiamava Mia ed era una cucciolina Breton. Io nella mia cameretta mettevo sul giradischi quel disco un poco strano che possedevo da pochi giorni e poi mi buttavo sul letto. Con le mani incrociate dietro la nuca osservavo il soffitto bianco, poi chiudevo gli occhi e mi godevo quella musica elettronica e dadaista così schizofrenica e fuori da ogni schema sonoro ascoltato prima. Mia mi raggiungeva, balzava sul letto e mi si accucciava accanto poggiandomi il muso sul fianco o sulla pancia.
A un certo punto la cacofonia industriale e metallica della suite iconoclastica che stava su una delle due facciate sfumava lentamente lasciando il posto a due voci maschili che apparentemente in lontananza borbottavano qualcosa in tedesco. Era a quel punto che, ogni volta e immancabilmente, Mia sollevava il suo musetto bianco dalla mia pancia, drizzava le orecchie e poi cominciava a borbottare anch'essa in direzione della cassa acustica dalla quale provenivano le voci. Non era un ringhio, non era un latrato e nemmeno un guaito o un uggiolìo, era un borbottìo canino, un susseguirsi di buf buf sincopati che si alternavano a quelle voci teutoniche come in una conversazione. Mia osservava attentissima la cassa dello stereo per quel paio di minuti (forse meno) in cui “parlava” con i due tedeschi, poi le voci terminavano, la musica riprendeva e la mia cagnetta si riaccucciava al mio fianco mentre io mi domandavo chissà cosa si erano detti lei e i Faust.
La stranezza del disco non era solo nella musica, era il primo LP che vedevo (e ascoltavo) in vinile trasparente anziché nel risaputo colore nero. Anche la copertina era una busta di spessa plastica trasparente attraverso la quale si vedeva il disco con, unica concessione artwork, la stampa di una radiografia a raggi X delle ossa di una mano.
Quel disco non l'avevo comprato, l'avevo permutato: in cambio avevo ceduto al mio caro amico Santino, un patito della California più hippie, "If i could only remember my name" il capolavoro west coast di David Crosby. Santino sarcasticamente mi prendeva in giro, mi accusava di avere fatto il cambio solo perché quel disco dei Faust era strano e particolare ma che in fondo era inascoltabile e non mi piaceva neppure. Aveva ragione solo in parte; effettivamente avevo fatto il cambio perché quello sconosciuto disco dei Faust era strano e particolare, ma poi me n'ero innamorato.
Ciliegina sulla torta, era venuto fuori dalle cronache dell'epoca (il mitico Ciao 2001) che di quel disco originale ne esistevano solo seicento copie in tutto il mondo. Solo seicento copie! E una era la mia! Comunque quei tempi erano il 1971, il titolo dell'album era eponimo del gruppo e tre lunghi brani percorrevano le due facciate in un'orgia catastrofica di suoni e di colori.
Why dont'you eat carrots? (9:35, Faust) il primo brano, già annunciava la furia elettronica e indomita che si annidava tra quei solchi e che percorreva sismicamente l'album; in questo brano oserei dire c'è tutto; tutto quanto si possa (in)immaginare da un gruppo che fa sua e mette in musica, probabilmente senza consapevolezza, una sorta di stream of consciouness, il flusso di coscienza non tanto di Joyce quanto quello Burroghsiano (e i futuri "Faust Tapes" del 1973 lo certificheranno con i loro ventisei frammenti dadaisti slegati e assemblati senza capo né coda che coprono quei quasi quarantaquattro minuti), in un concetto di non-musica che in tempi più recenti possiamo trovare in certe cose dei rumoristi californiani Negativland.
Sintetizzatori sibilanti, citazioni di canzoni famose di gruppi famosi, pianoforti dissonanti, fiati jazzati, musica da fiera di paese, marcette bandistiche, collages zappiani, ritmi convulsi, rumori siderali, canti da osteria e voci declamanti convivono in questo brano informale e alienato pervaso da una dissoluzione e dissolutezza totale e dadaista come si è già detto e bisogna accostarsi al successivo Meadows Meal (8:05, Faust, Sossna) per ascoltare un arpeggio 'normale' che si perde però subito dopo tra nuovi rumori e rimbombi tellurici, accenni di blues trasversale e un triste organo da chiesa che conduce una liturgia ossianica e scurissima fino all'esperienza stordente di Miss Fortune Part 1 Part 2 (16:36, Faust) esperimento live che alterna situazioni di clamoroso clamore a silenzi improvvisi.
Percussioni impazzite e fuori tempo ritmano la danza spaventevole e folle di un gruppo di esagitati agitatori di suoni che poi ironicamente di colpo cambiano marcia narrando inaspettate fiabe a due voci e cantilenando litanie fino all'orgia finale di reboante percussività e di elettronica compulsiva e sgangherata, simile al ritmo incrostato di una betoniera che si appresta a gettare le basi per la costruzione di un maniero gotico nella foresta nera e che si spinge imperterrita fino alla catarsi giungendo a far terminare l'ascolto smarriti ed estenuati.
Da tutto questo trapela comunque una sincerità d'intenti; e se sui Faust ho storto più volte il naso riguardo le loro (presunte) simpatie politiche destrorse, mi inchino alla loro integrità morale e anticommerciale, a una comprovata purezza d'animo e a una modestia di tutti i componenti che li portava a non scrivere nemmeno i loro nomi sulle copertine.
Tutto questo fece sì che tra i Corrieri Cosmici furono gli esponenti più a latere, i meno conosciuti, i meno ascoltati e quelli dalla carriera più effimera.
Alcuni anni dopo, (sarà stato il '74) presentatomi da un amico comune, conobbi un ragazzo di Torino. Si chiamava Stefano Moretto ed era venuto con la famiglia a trascorrere un'estate al mare nella mia città. Con Stefano c'intendemmo subito, nacque quella che si dice un'intensa e sincera amicizia. Passammo quella lunga estate insieme, bevendo birra con gli amici e suonando la chitarra tra la luna e i falò sulla riva del mare, parlando di musica e di ragazze e scoprìì così che lui adorava i Faust; aveva tutti i dischi usciti fino ad allora più alcuni bootlegs dalle registrazioni approssimative e inascoltabili.
Aveva tutti i dischi dei Faust tranne il mitico primo album stampato fino a quel momento in sole seicento copie e naturalmente rarissimo e introvabile.
Quello lo avevo io. Da parte di Stefano cominciò allora un corteggiamento assiduo e inarrestabile; ogni pochi giorni mi chiedeva di vendergli quell'album epocale, mi offriva soldi, la sua chitarra di marca, decine di altri dischi in cambio, ma io niente! Non cedevo alle lusinghe, sapevo che quel disco era troppo raro e prezioso per darlo via in cambio di alcunché.
L'estate poi passò; la nostra amicizia divenne sempre più forte, superò persino un momento di tensione quando la sua ragazza decise di lasciarlo per mettersi con me; poi a settembre Stefano dovette ripartire per Torino. Lo accompagnai alla stazione ci salutammo commossi e imbarazzati, sapevamo che tra breve si sarebbe trasferito a Ferrara e non sarebbe più tornato in vacanza nella mia città. Dicemmo le solite cose banali e risapute che si dicono proprio in quei momenti, poi, pochi minuti prima che arrivasse il treno gli dissi di aspettare un attimo che sarei tornato subito. Lui non capì e lo abbandonai col suo stupore. Abitavo vicino alla stazione, mi precipitai e pochi minuti, dopo ero di ritorno. Mentre il treno sbucava dalla curva che lo portava al marciapiede raggiunsi Stefano con le mani nascoste dietro la schiena e mentre lui saliva e ci abbracciavamo per l'ultima volta tirai fuori da dietro la schiena il primo album dei Faust e glielo diedi.
“Tieni”, gli dissi, “tu hai tutti gli altri dischi e sei un vero appassionato, te lo meriti più di me.” Stefano si mise a piangere dalla commozione e io ci andai molto vicino. Dopo, come in una canzone di Claudio Lolli, il treno si rimise in moto e ci salutammo coi lacrimoni venir giù mentre mi salutava dal finestrino agitando il disco.
Ora sono passati oltre trent'anni. Mia, la mia cagnetta breton è morta ovviamente da moltissimo tempo, di Stefano dopo alcune lettere e qualche telefonata da Ferrara, ho perso ogni notizia. Santino, il mio amico fricchettone westcoastiano, abita in una cittadina a pochi chilometri ma non ci frequentiamo e non ci vediamo più da anni e alcuni mesi fa un mio conoscente occasionale sapendo della mia passione per il rock mi ha regalato circa trecento LP che altrimenti avrebbe sconsideratamente buttato via. Era tutta roba degli anni settanta soprattutto americana e californiana.
Quando sono arrivato a casa me li sono guardati attentamente uno per uno e osservando alcune scritte a margine delle copertine e delle buste interne ho scoperto con sorpresa che erano dischi appartenuti proprio a Santino il mio amico hippie. Ho continuato la visione di quegli album e finalmente l'ho trovato: "If i could only remember my name" il mio vecchio disco che avevo scambiato coi Faust.
“Era ora che ritornassi a casa dopo tutti questi anni”, ho detto al faccione rosso di David Crosby sul retro-copertina e poi ho aggiunto parlando con me stesso: “E chissà che un giorno non ritorni anche il primo album dei Faust, in questa vita non si sa mai...”

Maurizio Pupi Bracali

sabato 22 gennaio 2011

KRAUT ROCK/KOSMISCHE MUSIK - GILA: Vapori psichedelici da Stoccarda

Il Gruppo dei Gila si forma intorno al 1969 in quel di Stoccarda, all'inizio la band assume l'aspetto di una comune, cosa tipica del tempo in Germania ma non solo e lavora su films, diapositive poemi e musica ovviamente. Alla fine decidono di dare alle stampe il loro primo disco grazie all'interessamento della Basf e nel 1971 esce il disco omonimo "GILA", detto anche "FREE ELECTRIC SOUND". La prima formazione comprende Conny Veit (vocals & guitar), Daniel Alluno (drums, bongos, tabla), Fritz Scheyhing (organ, Mellotron, percussion, electronics), Walter Wiederkehr (bass).
Il disco è prevalentemente strumentale, dominato dalla chitarra di Conny, ed è uno dei migliori esempi di Space-Rock teutonico, se proprio vogliamo affibbiargli un etichetta; i 6 brani hanno titoli particolare quasi da opera concept: Aggressione, Comunicazione, Collasso, Contatto, Collettività, Individualità, tutti nomi che riflettono probabilmente la "way of life" del gruppo. Il disco originale aveva al suo interno un poster della copertina non proprio bellissima a dire il vero. Con questa identica formazione i Gila registrano poi un altro disco "Night Works" uscito postumo molti anni dopo, addirittura nel 1999, tutti i brani provengono da una session per un "Live Broadcast" del 1972 per una Radio di Colonia. Questo disco, fortunatamente riemerso dall'oblio, è un altra fantastica esplorazione della mente e soprattutto della chitarra di Veit, qui dominatore assoluto, siamo dalle parti dei Pink Floyd del secondo disco di "Ummagumma", quelli di Careful e Set the control tanto per rendere l'idea; ascoltare esempio The Gila Symphony (13 minuti spaziali) un album da riscoprire assolutamente!
Dopo questa prova Conny Veit forse deluso dal disinteresse generale decide di imbarcarsi nell'astronave Popol Vuh, a giudizio di chi scrive il miglior gruppo krautrock di sempre, con loro registrerà "Hosianna Mantra" (1973), "Seligpreisung" (1974). "Agape Agape Love Love" (1983) e "Spirit of Peace" (1985), ma questa è un altra storia.
Conny però sente la necessità di resuscitare la sua splendida creatura ed aiutato proprio dai 2 fantastici strumentisti dei Vuh, Florian Fricke (Mellotron, Grand Piano) e Daniel Fiechelscher (bass, percussion) oltre che dalla splendida Sabine Merbach, registra il secondo capolavoro "Bury My Heart At Wounded Knee" (1973), addirittura su etichetta Warner Bros. Questo favoloso album è un concept basato sul noto Massacro degli Indiani (mai troppo ricordato sottolineo) e musicalmente è un Popol Vuh Album con tutte le composizioni però appannaggio di Conny Veit, sublime come sempre nella solista, qui molto influenzato nel modo di suonare dai Guitar Heroes Californiani, Melton,Garcia e Cipollina su tutti.
Il disco si apre con la splendida This Morning, con la bella voce della Merbach e la fluida acida chitarra del leader, a seguire In A Sacred Manner, meravigliosa con Conny che se la cava bene anche alla voce, poi altri gioielli chiamati Black Kettle's Ballad, Little Smoke e la conclusiva The Buffalo Are Coming, 7'17" incredibili col piano iniziale di Fricke che lascia il posto all'elettrica di Conny, con un bell' intermezzo di flauto ed un pazzesco finale tribalistico. Dopo questa meraviglia sonora, Conny Veit nel 1974 decide di dare fine al progetto GILA nell'indifferenza generale, suonerà ancora con i Guru Guru e nei dischi citati sopra dei Popol Vuh.
GILA: un gruppo che ogni appassionato di KRAUT ROCK dovrebbe conoscere.
Ricardo Martillos

DISCOGRAFIA:
"Free Electric Sound" (1971, BASF)
"Night Works" (1972, pubblicato nel 1999)
"Bury My Heart at Wounded Knee" (1973, W.B.)

The Crack In The Cosmic Egg Light Version

mercoledì 19 gennaio 2011

KRAUT ROCK/KOSMISCHE MUSIK - TANGERINE DREAM: "Phaedra" (1974, Virgin Records)

"Phaedra" non è il primo album dei Tangerine Dream e forse non è neppure il migliore; ciò nonostante assume un posto di assoluto rilievo nella produzione del gruppo tedesco essendo il primo pubblicato per l’appena nata Virgin Records ed essendo l’opera che introdusse migliaia di giovani europei alla conoscenza della musica elettronica arrivando al nono posto delle classifiche inglesi e muovendosi altrettanto bene in altre parti d’Europa compresa l’Italia.
Prima di Phaedra vi erano stati l’esordio magmatico di "Electronic Meditation (1970)" poi il cromatico "Alpha Centauri" del ’71, "Zeit" l’anno successivo e il fantascientifico e ottimo "Atem" del 1973.
"Phaedra", registrato nel 1973, fu pubblicato l’anno seguente, quando una corte di musicisti fino a un certo momento piuttosto ondivaghi si stabilizzò fin dai due album precedenti nelle tre figure di Edgar Froese, Chris Franke e Peter Baumann per dare alla luce a quest’opera importante e basilare.
Se fino a quel momento una strumentazione più o meno tradizionale con imponenti inserti elettronici era apparsa nei dischi dei Tangerine Dream, ora, in questo nuovo album, percussioni e chitarre erano bandite a favore di sole apparecchiature elettroniche e poco conosciute tastiere (e c’è anche un po’ d’Italia nel Farfisa Equipment citato in copertina).
Strumenti con nomi che sono sigle piuttosto che vocaboli la fanno da padrone, anche se è un flauto-non-flauto suonato da Peter Baumann (probabilmente 'trattato') a condurre la breve, intensa e lentissima Sequent C' che si srotola come un tappeto magico e ipnotico fino all’evocativa conclusione dell’album in un movimento/momento di grande atmosfera.
Movimento è la parola giusta: così come accade nella musica classica, la musica dei Tangerine Dream non ha un ritmo ma ha un 'tempo'. E’un tempo segnato e metronomizzato dalle pulsazioni dei sequencer, dalla ripetitività dei sintetizzatori, dalle folate sonore di brezze mellotroniane e a questo proposito mi piace leggere il mio brano preferito, Misterious Semblance at the strand of nightmare, (una composizione del solo Froese), come un adagio; un adagio che si muove tra ondate di suoni eterei e impalpabili creando risacche e risucchi magnetici e visionari per poi spegnersi dopo una decina di minuti in una pletora di singulti liquidi e minimali. E se non ci fosse il rischio del reato di lesa maestà o di vilipendio non farei fatica a paragonare quel brano a un paradisiaco adagio di Mahler.
La musica contenuta in "Phaedra" è a parer mio anche figlia di un certo goticismo nord europeo che si è espresso principalmente in letteratura e in alcune pagine del cinema espressionista tedesco: non è forse un caso che una parallela e soddisfacente carriera i Tangerine Dream l’abbiano trovata proprio realizzando decine di colonne sonore (il titolo 'Vampira' del primo film di cui hanno curato le musiche è significativo), un goticismo però modernizzato dalla robotica tecnologia dell’epoca come si evince ascoltando la suite che da il titolo all’album.
Phaedra (Part 1) (Part 2) è un brano di quasi venti minuti che parte con un incipit robotico incessante punteggiato da sinth pulsanti e sequencer minimalisti che si allungano e si accorciano come un elastico facendo pensare che il disco ogni tanto suoni a settantotto o a quarantacinque giri; i suoni angelicati di un mellotron si inseriscono tra i battiti di quel cuore tachicardico. Poi le piogge avvolgenti dei sintetizzatori che arrivano a scrosci in un crescendo inarrestabile diluviano fino alla metà dell’opera quando si spengono in uno stato di calma apparente sottolineato da effetti sonori singhiozzanti che sembrano il goglottare ritmico e marino di gabbiani in un porto nebbioso. Quindi si inserisce ancora il mellotron che emula fatati cori femminili, intesse trame fiabesche e riprende la corsa lento e atmosferico fino a giungere alla conclusione del brano.
Ricordo che siamo nel 1974 e allora proporrei un giochino: (ri)ascoltare questo disco con estrema attenzione seguito, possibilmente, dall’ascolto del recentissimo, "Metallic Spheres" di The Orb featuring David Gilmour (oh, mio destino ingrato, perché vuoi che in ogni recensione io debba citare Gilmour e/o i Floyd?).
L’opera degli Orb si divide anch’essa in due lunghe suites Metallic Side e Spheres Side e, a parte il fatto che la presenza del chitarrista dei Pink Floyd è assolutamente inconsistente, (al punto che se non ci fosse scritto il suo nome credo che quasi nessuno se ne accorgerebbe), la musica proposta dagli Orb non sarebbe mai esistita senza i Tangerine Dream, con una prima differenza: che sono passati trentasette anni ma come direbbero i Led Zeppelin, The song remains the same e con una seconda differenza riguardante lo specifico dell’evoluzione tecnica di strumenti, studi di registrazione e delle nuove modernissime tecnologie applicate alla musica.
E allora cosa c’è che non va in questo prescindibile, tecnicissimo, inutile e irrilevante album degli Orb? Perché un album 'vecchioì come Phaedra, suonato e registrato con antichi strumenti analogici e vintage regge l’urto del tempo rivelandosi ancora un ascolto 'moderno' al pari, magari, di un classico del minimalismo colto o addirittura di un’opera di musica sinfonica?
Viene la voglia e la paura di pronunciare proprio quella parola, quella parolina tanto importante e tanto abusata: anima. Anima? Ma i Tangerine Dream non erano quelli che a metà concerto se ne andavano dal palco tutti e tre lasciando gli 'strumenti' da soli e programmati a finire lo spettacolo? E allora l’anima?
Sì, ma erano altri tempi, tutto era diverso, noi eravamo diversi, il mondo era diverso, ogni cosa era diversa. Forse anche l’anima era diversa; al punto che se tre corpi se ne andavano, lei rimaneva là, su quel palco, aleggiando invisibile tra sequencer, oscillatori e sintetizzatori, a terminare lo spettacolo.

Maurizio Pupi Bracali

From PHAEDRA: Movements of a Visionary

"The Crack In The Cosmic Egg" light version

venerdì 14 gennaio 2011

KRAUT ROCK - AMON DUUL II : “Yeti” (1970, Liberty/Repertoire)

Ho voluto fortemente questa nuova sezione 'europea' del magazine perché ho sempre ritenuto che il Kraut-Rock fosse un capitolo dell'avanguardia rock del secondo millennio semi-sconosciuto alle nuove generazioni. E' con estremo piacere quindi che lo inauguriamo grazie ad un pezzo davvero pregevole del nostro scrittore di thriller savonese Maurizio Pupi Bracali su una delle opere fondamentali del rock tedesco, controverso 'spartiacque' tra le utopie degli anni '60 ed i complessi, multiformi anni '70. (wally)

AMON DUUL II: Yeti

C’è chi dice che i batteristi sono gli elementi meno importanti nell’ambito di un gruppo rock: se non ci fosse stata la fuga precipitosa di Peter Leopold dalla prima incarnazione degli Amon Duul, i successivi Amon Duul II da lui creati, con musicisti completamente differenti, non sarebbero mai esistiti e “Yeti” ed altri ottimi lavori del rock tedesco non avrebbero mai visto la luce.
Dopo lo scisma messo in atto dal transfuga Leopold la band primigenia dopo alcune poche cose di misticheggiante intransigenza permeate di un certo interesse evaporò nel nulla, mentre gli Amon Dull II proseguirono il loro cammino costellando quasi tutti gli anni settanta con diverse pregevoli e autentiche perle di musica informale ed evocativa seguite da una bigiotteria ovviamente non alla stessa altezza ma comunque quasi sempre sopra la sufficienza.
Dopo “Phallus Dei”ottimo album del 1969 già annunciante il manifesto programmatico della freakerie degli Amon Duul II, nel 1970 avviene l’esplosione cosmica con la pubblicazione del mastodontico “Yeti”, disco composito, debordante nelle sue quattro stupefacenti facciate, entrato di forza e probabilmente a ragione nell’immaginario collettivo della cultura alternativo-psichedelica dell’epoca.
E’ una musica per quegli anni dirompente dove la forma canzone ‘cosìcomenoilaconosciamo’ viene accantonata a favore di improvvisazioni free-form, canzoncine folk sghimbescie, ballate flautate e/o spigolose e strumentali orientaleggianti di grande suggestione, il tutto accomunato da una produzione grezza (per non dire rozza: oggi si direbbe lo-fi) che non inficia il prodotto finale, anzi, lo pervade di un’aura di sincera spontaneità, ulteriore valore aggiunto.
Gli strumenti presenti nel disco sono molteplici e accanto alle più tradizionali chitarre e tastiere (queste ultime peraltro non troppo in evidenza) appaiono laceranti violini, percussioni orientali e un flauto vellutato che accreditato a un non meglio identificato Thomas conduce l’ondeggiante e delicata ballata Sandoz in the rain, suonata e cantata anche da altri carneadi quali tale Ulrich, al basso e un certo Rainer alla chitarra acustica e voce (praticamente un’altra band: e questo la dice lunga sul creativo pressapochismo freak degli Amon Duul II dove nemmeno Renate Knaup è accreditata col cognome)
Anche le parti vocali non sono certo convenzionali andando dal declamato stentoreo dei cantanti maschi (chi canta cosa?) che fa venire in mente la tradizione degli antichi lieder germanici ai gorgheggi di Renate Knaup che uniti ai suoi strepitii
quasi infantili la fanno sembrare una sorta di Yoko Ono ante-litteram.
E, visto che come al solito si cade sui riferimenti, quelli dell’epoca accomunano gli Amon Duul II ai californiani Jefferson Airplane e agli inglesi Hawkwind, anche se io personalmente e modestamente non vi ho mai trovato nulla di musicalmente similare; forse un’attitudine comunarda e fricchettona che pervadeva l’aria del tempo creando bands i cui componenti oltre che sodali in musica erano socialmente uniti in famiglie allargate e convivenze comuni: di questo fenomeno gli Amon Duul II sono stati in Europa, almeno per un certo periodo, una delle massime forme di espressione.
A me piace invece, anticonformisticamente azzardando, accostare “Yeti” come un rispecchiarsi, probabilmente inconsapevole, nella sgangheratezza e nell’accozzaglia frammentaria di un “Trout Mask Replica” di Captain Beefheart (uscito un anno prima), pur con le debite differenze del caso e non solo geografiche.
Se qualche lettore di questa recensione non ha mai ascoltato Yeti, ma conosce i momenti più rumoristi e improvvisativi dei Pink Floyd pompeiani potrà forse farsi una piccola idea di ciò che, almeno in parte, scaturisce dai solchi di questo album epocale.
Terminato il gioco delle somiglianze non resta che segnalare (come se fosse facile!) i momenti più salienti del disco, tra i quali metterei senz’altro la micidiale mini suite Soap Shop Rock che apre le danze di questo album immaginifico, la breve, quasi acustica e indianeggiante She Came Through the Chimney, il pesante magnifico deragliamento di Archangels Thunderbird, e naturalmente il fardello cosmico dei diciotto minuti di folle improvvisazione che titolano l’album e che in origine ne rivestivano l’intera terza facciata: tutta l’opera comunque è da decifrare come un lungo unicum, un unico delirante e multiforme serpente sonoro dalle cui spire avvolgenti e cangianti è difficile districarsi.
Le cronache dell’epoca narrano che le sedute di registrazione di Yeti videro i componenti del gruppo agire e muoversi in preda all’ebbrezza di sostanze psicotrope come da copione per un certo tipo di musica e di bands non solo dell’epoca. Questa potrebbe già essere una chiave di lettura per interpretare lo psichedelismo vorticoso delle chitarre elettriche urticanti, dei miagolii stridenti dei violini e dei canti ‘stonati’ che fuoriescono dai solchi di Yeti: se non ci fossero il rischio e il timore di fare apologia di reato si potrebbe suggerire che anche l’ascolto...
A sottolineare una certa inquietudine che traspare da alcune pagine di questo spartito più o meno improvvisato dove manca, per esempio, l’umorismo dei Gong o la beata solarità dell’Incredible String Band, per citare altri due gruppi affinamente psichedelici e comunardi, è anche l’inquietante ma bellissima copertina che vede un uomo/donna (si dice sia il percussionista Shrat) dall’espressione non certo sorridente, armato di falce a mo’ di Nera Signora, mentre si muove minaccioso/a in un ambiente sfumato e senza precise connotazioni reali.
Ho consumato disco e puntine a furia di ascolti, fino a ricomprarmene alcuni anni fa una nuova copia in CD. Questo la dice lunga sulla mia ammirazione per quest’opera, anche se trattasi di ammirazione oserei dire ‘intellettuale’: il mio sincero affetto per gli Amon Duul II e la mia partecipazione più emotiva nei loro confronti va ad altre due opere certamente ‘minori’ e meno note quali “Wolf City e “Tanz der lemminge” gli album con cui li ho conosciuti...(ah, l’imprinting... l’imprinting...)
Album seminale si è detto di “Yeti” e punto di riferimento musicale della controcultura freak di un’epoca post sessantottina anche se per correttezza bisogna ricordare che al di là di quel settanta/ottanta per cento che lo vuole opera epocale e imprescindibile, c’è un bel venti/trenta per cento di negazionismo sia di pubblico e critica che lo vede carico di dilettantismo e di superbia, di eccessive ridondanze e di prolissità. Come quasi sempre, forse la verità sta nel mezzo.

Maurizio Pupi Bracali

Cerberus
Eye- Shaking King