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giovedì 29 dicembre 2011

PICCHIO DAL POZZO: “Picchio dal pozzo” (Uscita: 7 dicembre 2011, Goodfellas)

# Consigliato da DISTORSIONI

Ecco finalmente la ristampa per il mercato italiano di uno degli album più importanti del progressive italiano: nel 1996 era stata la coreana Si-Wan Records a ad editarlo per la prima volta in cd dando il via al rilancio della formazione genovese, e nel 2003 la giapponese Arcangelo lo aveva inserito in un cofanetto dedicato all’etichetta Grog. I Picchio dal pozzo nascono a Genova da un quartetto di amici

martedì 13 dicembre 2011

DIAMONDS - KING CRIMSON: "Lizard" (1970, Island Records)

Dopo l'enorme successo di riscontri (che continua a tutt'oggi!) del nostro precedente articolo di Edoardo Voodoo Petricca sui KING CRIMSON , abbiamo pensato farvi cosa gradita continuando ad esplorare con effetto retroattivo il magico e tragico milieu di sua eccellenza Robert Fripp e delle varie line-up che hanno ruotato attorno al suo indiscusso regno-ruolo nel progressive prima di tutto degli anni '70. Una saga lunghissima, impegnativa e fascinosa quella di King Crimson, che giunge sino ai nostri giorni.

giovedì 27 ottobre 2011

TANGLED THOUGHTS OF LEAVING: “Deaden the Fields” (Release Date: 15 Luglio 2011, Firestarter Music)

# Consigliato da DISTORSIONI

Tangled Thoughts of Leaving è una band australiana che esordisce con il primo full-lenght “Deaden the Fields”, a tre anni di distanza dal precedente EP “Tiny Fragments” (2008). La musica dei Tangled Thoughts of Leaving si sviluppa attraverso strutture sonore complesse basate su un impianto jazz dal quale derivano trame rock e sperimentazioni progressive. La prima parte dell’album presenta una struttura free con brani decisamente tecnici

martedì 23 agosto 2011

YES: “Fly from here” (2011, Frontiers Records/Avalon)

# Consigliato da DISTORSIONI

Attenzione: qui si parla di progressive rock; i detrattori del genere sono pregati di astenersi dal leggere la recensione e soprattutto di tapparsi le orecchie se note di questo album vagheranno nell’aire minacciandoli anche di un piccolo ascolto casuale. Per gli altri no, per gli amanti del genere qui si parla di prog della più bell’acqua e della miglior specie anche se ... Beh, io sono uno di quelli per cui i Genesis finiscono (non subito, ma poco dopo) con la fuoriuscita di Peter Gabriel; essendo poi un romantico non ho

mercoledì 10 agosto 2011

ITALIAN ROCK CONNECTION - MUSEO ROSENBACH

C’è stato un momento nella storia in cui Italia e Inghilterra erano tremendamente vicine per il modo di fare e ascoltare musica. Erano entrambe figlie dei Beatles e della musica beat, arrivavano dalla psichedelica (nel nostro paese in maniera molto minore, molto marginale, è bene ricordarlo. Quasi un buco mancante tra i due generi, che per ben due decenni rappresentò un periodo realmente

ITALIAN ROCK CONNECTION - BIGLIETTO PER L'INFERNO

Se provate a chiedere formazioni attive negli anni '70 ad un qualunque appassionato di rock progressivo, sia esso un brizzolato padre di famiglia o un ragazzo più giovane, certamente vi menzionerà gruppi italiani, e poco importa se è residente in Inghilterra, in Germania, in Italia, in Giappone o persino in America. La scena musicale italiana attiva in quel decennio era una polveriera, un fitto nugolo di gruppi e artisti che in molti casi arrivavano a

venerdì 22 luglio 2011

LIVE REPORT - Colosseum, 5 luglio 2011, Porto Antico - Genova

Martedì 5 luglio, una serata dal clima particolarmente mite e la splendida cornice del Porto Antico di Genova, con la Lanterna-simbolo della città che lampeggiava a poche centinaia di metri in linea d’aria, le navi da crociera che fiancheggiavano il palco e una piccola falce di luna hanno salutato uno dei primi eventi del Porto Antico Summer Fest, una rassegna che si protrarrà per tutti i mesi di luglio e agosto e che porterà nel Capoluogo Ligure artisti del calibro di Hot Tuna, Bruce Cockburn,

martedì 5 luglio 2011

AUTORI VARI: “Prog Exhibition” (2011, Aereostella/Immaginifica /Edel distr.)

A soli sei mesi di distanza dal grande evento, la “Prog Exhibition” di Roma, uno dei più grandi raduni mondiali nella storia recente del rock progressivo, diventa un elegante cofanetto. I più attenti tra i lettori di Distorsioni ricorderanno che il festival era già stato ospite, con un dettagliato reportage, proprio su queste pagine virtuali; per chi invece non lo ricordasse, ecco una rapida rispolverata: il 5 e il 6 novembre 2010 le Edizioni Musicali “Aereostella”, dirette da Iaia De Capitani avevano voluto rievocare, presso il teatro Tendastrisce di Roma,

lunedì 4 luglio 2011

BLACKFIELD: “Welcome to My Dna” (2011, Kscope)

Dietro il nome Blackfield si nasconde l'ennesima creatura di Steven Wilson, l'iperprolifico leader dei grandi Porcupine Tree, oltre che membro di svariati altri gruppi quali I.E.M., No-Man, Bass Communion e Continuum tra gli altri, e giunto con questo “Welcome to My Dna” alla sua terza prova in studio. Un breve prologo: Avi Geffen, un israeliano innamorato dei Porcupine Tree invita la band a suonare nel suo paese nell'anno 2000, rapidamente fa amicizia con Wilson e questi per ricambiare decide prima di invitarlo quale seconda voce alle registrazioni di “In Absentia” (2002),

martedì 21 giugno 2011

RAVEN SAD: “We Are Not Alone” ( 2010, Lizard Records)

Uscirà a novembre l’album “Layers of stratosphere”, terzo capitolo del progetto toscano Raven Sad. Vale la pena, però, di soffermarsi ancora un attimo sul precedente “We are not alone”, uscito recentemente. Mentre il prossimo “Layers” vedrà i Raven Sad delinearsi nella forma di una vera e propria band, “We are not alone” è più identificabile come un’opera solista del leader, ideatore e coordinatore di tutto ciò, il polistrumentista e cantante Samuele Santanna, coadiuvato da validi collaboratori (Marco Chiappini e Fabrizio Trinci alle tastiere, Gilberto Giusto al sax).

lunedì 9 maggio 2011

SAINT JUST AGAIN: “Prog Explosion” (2011, Raro! Records)

C’è sempre da essere un tantino diffidenti riguardo ai ritorni, specie quando arrivano prepotentemente dagli anni settanta: una scena di ieri che si riavvicina per vivere oggi sensazioni e concretezze di un inaspettato risorgimento musicale. Eppure il “terzo” album di Jenny Sorrenti “Prog Explosion” con il recuperato e riformulato logo Saint Just – ora integrato con Again - e che arriva solamente dopo “37 anni” dallo splendore de “La casa del lago” non delude, non fa una piega per chi ha abitato quella generazione anche se non siamo più abituati a queste “favole astratte”, probabilmente qualche interrogativo dalle giovani barricate soniche attuali, ma questa è tutta un’altra storia. Sette piste suonate live in studio con la nuova formazione che comprende, oltre alla Sorrenti, voce e tastiere, Marcello Vento alle pelli, Ernesto Vitolo tastiere, Vittorio Pepe al basso ed Elio Cassarà alle chitarre elettriche, e tutto ritorna alla freschezza dei tempi, o meglio un disco che si riprende i suoi tempi sorprendendo i cultori del genere a piedi ma subito pronti ad inforcare nuovamente le ali del grande volo prog made in Italy. Pubblicato in tiratura limitata numerata e solo su vinile (adorabile), il disco è una planata su lands che recuperano lievemente gli esordi folk-prog dell’artista napoletana, ma già dal titolo – con quell’Explosion da presagio – la svolta verso un suono molto più marcato, dalle tinte rock che vanno immediatamente ricercate nel macramè vocale della Sorrenti e delle corde elettriche di Cassarà in Il Cercatore; instabilità che allunga il braccio anche in tutto il bordo filo che scorre dentro un percorso spinale energetico, che tra Hammond, effetti e ritmi tensivi fanno di Depressione Cosciente, Ai Bordi e Giganti, tracce sensibili, vibranti, la voglia e la parte del leone buono che non ruggisce, ma che mostra la potenza del morso se ce ne fosse mai bisogno. E per completare quest’ottica musicale di rilievo due strumentali a rifinitura decò che fanno da calmante alla febbre di cui sopra, Fuga Da Ogni Gabbia, Ad Occhi Aperti, e il gioiello che come in ogni parure di lusso troneggia in alto e al centro e qui invece messo a chiusura come un’ametista timidona, la title track Prog Explosion che ospita uno straordinario sperimentalismo lirico di un ancor più straordinario Francesco Di Giacomo del Banco, che oltre a sigillare il timing del disco, riapre virtualmente le trasmissioni emotive di questa formazione ritrovata, la quale senza l’ombra di una retorica, riporta quella poetica avanguardistica che poi non è altro che la madre non riconosciuta di tanto underground contemporaneo. E per favore non chiamiamoli reduci, si apprezzerebbe di più prognauti di un ritorno al futuro.
Max Sannella

martedì 3 maggio 2011

VAN DER GRAAF GENERATOR : “La casa senza porte”

Perché declinare questo focus/retrospettiva di Roberto Fuiano solo al passato mi son chiesto apprestandomi a pubblicarlo? I fatti smentiscono un'ottica meramente passatista e revivalistica, sono eloquenti: i tre attuali titolari dei gloriosi Van Der Graaf Generator, Peter Hammill (lead vocal e songwriter), Hugh Banton (organ, bass guitar), Guy Evans (drums), tutti presenti nella formazione originale ed oggi più che sessantenni (Hammill ne ha 63 di primavere) sono tornati in piena attività dal 2005; l'ultimo disco della formazione, nel 1978, prima di volatilizzarsi per impegnarsi in carriere soliste, era stato un live "Vital: Van Der Graaf Live" (Virgin) ed ancora prima nel 1977 uno in studio "The Quiet Zone/The Pleasure Dome"(Blue Plate). Nel 2005 avevano visitato il nostro paese attraverso un breve tour: Roberto Fuiano, l'autore di questo focus aveva avuto modo di assistere al loro concerto romano, e soprattutto in quell'anno avevano pubblicato un nuovo album
in studio, il primo dopo 28 anni, l'incredibile doppio cd "Present" che mostrava nitidamente Hammill e c. ancora in possesso di una straordinaria e visionaria vena compositiva. Ed oggi? Ancora un recente tour italiano di 5 date tra il 4 ed il 9 Aprile ed un nuovo eccellente disco in studio, "A Grounding In Numbers" (Esoteric Records): Hammill fa quasi tenerezza a guardarlo oggi in alcune foto, canuto, con un enigmatico/stanco sorriso sulle labbra; ed allora ci si interroga: quale tipo di arcane sinapsi ha in dotazione quest'anziano songwriter, per essere in grado a 60 passati di siglare ancora episodi così ispirati come Your Time Starts Now, Mathematics, All Over The Place? (Wally Boffoli)


VAN DER GRAAF GENERATOR : “La casa senza porte” 1968 -1971, lo scioglimento
Negli anni sessanta la grande rivoluzione americana del rock’n’roll mutò rapidamente, grazie al talento e alla popolarità dei Beatles, e poi degli altri grandi gruppi del Beat, divenendo motrice primaria di un’epoca caratterizzata da notevoli trasformazioni soprattutto nell’ambito delle frange giovanili. Cambiamento nel pensiero, nei costumi, nei valori. Questa musica mutava quindi in rapida evoluzione secondo una concezione di arte quale ricerca, ma soltanto alla fine di quegli anni i testi, che erano rimasti relegati alle solite smancerie amorose, grazie all’impegno di cantautori come Dylan e Baez ed alla contestazione giovanile, che proponeva aperture su temi più impegnati, divennero parte fondamentale e inscindibile di composizioni d’ispirazione colta. In particolare il rock-progressivo, diffusosi agli inizi degli anni settanta, dopo una troppo breve stagione di psichedelica, proponeva attraverso eccellenti musicisti inglesi (in quel periodo l’Inghilterra era egemone di tutte le nuove tendenze musicali) una visione avanguardistica di musica totale che andava a fondere con intelligenza e spesso in maniera estremamente raffinata, il rock con la musica classica, col jazz, col folk, col blues, con la psichedelica ed anche con la musica orientale. E nei testi si ritrovavano numerosissimi riferimenti ed ispirazioni che andavano dall’epica cavalleresca a Shakespeare, dal visionarismo biblico di blakeiana memoria al simbolismo, al decadentismo, e ancora ispirazioni sepolcrali, fantascientifiche, fantasy, modernizzate da riflessioni sociologiche e intimistiche.
Uno dei gruppi più autorevoli di progressive sono stati senz’altro i Van Der Graaf Generator, le cui sonorità, basate soprattutto su fiati e tastiere, erano pregne di atmosfere a metà tra il jazz più sperimentale ed un impressionismo cosmico dalle struggenti venature melodiche. Leader indiscusso della band è il vocalist Peter Hammill (spesso anche alla chitarra e alle tastiere), una delle voci più affascinanti del rock; i suoi toni, a volte cupi ed inquietanti, a volte lirici, del tutto innovativi, sorreggono una poetica pregna di esistenzialismo spesso drammatico.
Il primo disco, “The Aerosol Grey Machine”, anche se già preparato nel 1968, viene pubblicato l’anno successivo, e anche se leggermente sottovalutato, evidenzia già la maturità del gruppo, (rispetto ad altre prog band come Genesis e Yes, che in quegli anni esordivano con lavori ancora influenzati dal “beat”). Oltre a Peter Hammill, (voce e chitarra) vi suonano Hugh Banton alle tastiere, Keith Ellis al basso, Guy Evans alla batteria e Jeff Peach al flauto. La direzione musicale è precisa, ballate melodiche ma dalla tessitura complessa, sostenuta soprattutto dall’organo di Banton, chiaro-scuri ricorrenti, una tensione sotterranea che improvvisamente esplode senza però raggiungere punte hard, e soprattutto un’evanescenza astrale tracciata dall’emozionante vocalità di Hammill. Brani come Afterwards, The Necromancer, Aquarian, insieme alla bellissima Running Back, resteranno perle indelebili della loro produzione. Nel 1970 i VDGG rimaneggiano la formazione, inserendo David Jackson ai fiati e Nic Potter al basso (escludendo Ellis e Peach), e pubblicano l’imperdibile “The Least We Can Do Is Wave To Each Other”, con altre composizioni di notevole impatto emotivo come Refugees (un pezzo da pelle d’oca), Darkness, Out Of My Book, White Hammer: in realtà non esistono (come sarà per tutti i dischi di quel periodo) brani sotto tono. Come si evince dalla copertina (un generatore che scarica elettricità verso lo spazio) e dalle immagini interne, in sintonia con la musica, la dimensione è quella di un afflato poetico esistenziale rivolto verso le solitudini dello spazio, del cosmo. Le tessitura diviene più complessa, le sonorità si inaspriscono a volte, e a volte si goticizzano profetizzando l’immaginario dark. Nello stesso anno esce lo storico “H To He, Who Am The Only One” che conferma la band come una delle più originali, raffinate e coraggiose di tutto il panorama rock. Il brano d’apertura Killer, che parla della solitudine di un predatore marino, è senz’altro quello di maggior impatto e più immediato degli altri, ma a lasciare senza fiato arrivano l’evocativa House With No Door e la splendida The Emperor In His War-Room con l’ispiratissima chitarra di Robert Fripp. In conclusione, ancora un viaggio oltre i limiti terrestri con Pioneer Over C, in evidenza il bel lavoro di Potter al basso, oltre all’ormai indispensabile presenza dei fiati (a volte suonati simultaneamente) del fuoriclasse David Jackson.
E’ del 1971 l’album icona della band “Pawn Hearts”, dove ancora una volta vengono superati i limiti di qualsiasi avanguardia, tanto da restare tale sino ai giorni attuali. Fuori Potter dalla formazione, ma continua la collaborazione con Fripp. Solo tre brani con A Plague of Lighthouse Keepers di ben 23 minuti, in cui incombe un mondo straniante, abitato da sogni alieni e terribili, con riff jazzistici portati allo stremo dalla grandiosità di Jackson, dissonanze esasperate e anse di rarefazione, culmini di acidità stemperati dalle aperture pianistiche di Hammill. Un vero e proprio manifesto di ciò a cui può giungere il progressive. Lemmings, cupo e tagliente come il mondo che tratteggia, con tratti di silenzi indifferenti ed accelerazioni reiteranti , a simboleggiare le possibilità catastrofiche dell’umanità che, in qualche modo, ritrova se stessa solo nel finale più pacificato e pacificante. Man-Erg, rappresentativa di una frammentazione dell’animo tra angeli e assassini che vi convivono. In tutto questo, la voce di Hammill (compositore della gran parte dei pezzi) raggiunge livelli di espressione invalicabili, carezzando, commuovendo, teatralizzando, urlando disperazione ed estraniazione, ma infine rassicurando con moti di inaspettata speranza. Lo stesso Hammill, a partire dal 1971 con “Fool’s Mate”, intraprenderà parallelamente la carriera solistica con una nutritissima e ininterrotta produzione di dischi, che arriverà sino ai giorni nostri (“Thin Air” del 2009). Le opere di Hammill ripercorrono essenzialmente le atmosfere dei Van Der Graaf, spesso realizzate con la collaborazione degli stessi componenti, ma sono caratterizzate da una dimensione più intimistica e spesso più cantautoriale. Sempre egregia la qualità dei suoi lavori; per citarne alcuni (oltre al succitato “Fool’s Mate”): “Chameleon In The Shadow Of The Night” del 1973, “The Silent Corner And The Empty Stage” del 1974 (forse il più bello in assoluto), “Over“ del 1977, “The Future Now” del 1978, “Fireships” del 1992, “ Everyone You Hold” del 1997, “This” del 1998, “Incoherence” del 2004. Nei suoi lavori è sempre presente una certa sperimentazione, soprattutto vocale, ma negli anni ’80 si registra un certo calo qualitativo, non tanto nelle composizioni quanto negli arrangiamenti, nei quali prendono spesso il sopravvento suoni di batteria elettronica che (come in uso in quegli anni) hanno il potere negativo di appiattire un pò tutto.
A Plague Of Lighthouse Keepers (23:13)

La prima reunion 1975-1978
Intanto, dopo Pawn Hearts, la band si scioglie per un certo periodo, restando comunque a collaborare nei dischi dell’amico Hammill, per ricomporsi nel 1975 e pubblicare “God Bluff”.
Si evince subito che, pur essendo un ottimo lavoro, con una stupenda The Undercover Man iniziale, qualcosa è cambiato. Meno sperimentale del precedente, più aggressivo ed essenziale, perde quella ariosità tipica di brani come Refugees o House With No Door. Ariosità che in parte ritroverà nel successivo “Still Life”, con la liricissima Pilgrims, e con l’accattivante ed epica Childlike Faith in Childhood's End. Intima e delicata My Room, con voce e fiati tesi a far vibrare di emozionalità, per non parlare della title track Still Life, ode a quel pessimismo cosmico che soltanto Hammill e suoi compagni sono in grado di esplicitare con un feeling così efficace e al tempo raffinato. A completare quella che viene considerata la trilogia di questa ricomposizione “vandergraffiana” con Hammill, Jackson, Banton ed Evans, nel 1976 viene pubblicato “World Record”, che a livello di lirismo rappresenta sicuramente un passo indietro, tranne per la notevole Masks, sorretta dal doppio sax di David Jackson e dal solito grande Hammill. Per il resto il disco si snoda percorrendo dilatazioni impressionistiche interrotte qua e là da improvvisi sprazzi di energia e cambi di tempo sostenuti dall’ottimo lavoro delle tastiere e della batteria. Più dissipati i momenti jazzistici, più evidenti quelli rock, con Hammill che si dedica con maggior attenzione, rispetto al passato, all’utilizzo della chitarra elettrica, come in Meurglys III; mentre in A Place To Survive si richiamano le atmosfere di Pioneer Over C (di “H To He”), con un finale tutto anfetaminico. Un disco, in ogni caso altamente dignitoso, forse un po’ deludente per chi si era ormai indissolubilmente legato ai deliri visionari e improbabili del grandioso “Pawn Hearts”. L’anno successivo, Banton e Jackson abbandonano la band. Torna al basso Nic Potter e viene inserito il violinista Graham Smith, proveniente dagli String Driven Thing. Abbreviando il nome in Van Der Graaf, il gruppo incide nel 1977 “The Quiet Zone/The Pleasure Dome”. Il disco, grazie all’eccellente violino di Smith, rappresenta una forte innovazione nel sound, pur accostandosi maggiormente ai lavori solistici di Hammill. Brani di notevole ispirazione sono Lizard Play, The Siren Song, Chemical World e la drammatica Last Frame. Ma, a fronte di qualche brano più rock e meno riuscito, emergono due capolavori: Cat's Eye/Yellow Fever (running), dinamica e apprensiva, col violino protagonista in un ritmo incalzante, appunto febbricitante, e The Wave, melanconica e astrale, che riporta alla bellissima e simbolica copertina, in cui un’eterea figura si dondola su di un’altalena al di là dell’atmosfera terrestre. Ultimo atto, prima dello scioglimento definitivo, la pubblicazione di un concerto live nel 1978 al Marquee Club di Londra, “Vital”, caratterizzato da sonorità più oscure e violente, con la voce di Hammill particolarmente aggressiva e ruvida, col ritorno di Jackson ai fiati, come ospite, e con l’inserimento del violoncellista Charles Dickie.

La seconda reunion, 2005
Dopo 25 anni di silenzio (se non per la produzione solistica di Hammill, sempre molto seguito a pieno merito da una massiccia fetta di appassionati), i quattro elementi fondanti dei Van Der Graaf Generator, Hammill, Evans, Banton e Jackson, si rimettono insieme e danno alla luce un doppio cd “Present”, con una prima parte composta da brani “classici” in cui riecheggiano soprattutto le atmosfere del periodo “Godbluff”, ma che presentano una grande carica ed una maggiore maturità compositiva. Every Bloody Emperor apre il disco con un deciso e felicissimo impatto, grintoso e ricco di variazioni ritmiche. In successione brani che rendono felici chi ha amato la band e più non sperava di rivederli insieme. Nutter Alert, Abandon Ship!, In Babelsberg, tutti degni di nota. La seconda parte del disco rappresenta quasi un “bonus cd”, con interessanti registrazioni di improvvisazione in studio durante le session di preparazione. Il grande entusiasmo per l’operazione di ricostituzione, la band lo dimostra alla grande durante il tour del 2005, cominciato a Londra, e che ha toccato anche Milano e Roma. Un successo enorme, per concerti in cui i Van Der Graaf sembrano non essere stati minimamente sfiorati dal tempo, sia tecnicamente che a livello di energia, e soprattutto in capacità di scuotere l’animo. E quando Peter intona Refugees, con un brivido ci si accorge che quella voce è la stessa dei tempi andati, e ci si ritrova in pochi attimi catapultati in una leggendaria atmosfera di sogno. Stranamente, nonostante il grande consenso suscitato dall’uscita di “Present” (anche dalla critica ufficiale), David Jackson lascia dopo poco la band, che decisa a proseguire anche senza l’apporto dei fiati, pubblica nel 2008 un notevole “Trisector”. Disco coraggioso, dalle impervie atmosfere che si placano e si riaccendono di continuo grazie alle doti ineguagliabili dei tre musicisti ed in particolare al grande lavorio delle tastiere di Hugh Banton, che suona anche il basso. Qua e là, ottimi spunti chitarristici di Hammill. Tutti brani eccellenti, a partire dalla iniziale The Hurlyburly, per continuare con le frenesie struggenti di Interference Patterns, con la stupenda, melanconica e bluesata The Final Reel e così via. Soltanto alla fine dell’ascolto dell’intero cd qualcosa sembra mancare, ed è naturalmente l’apporto sassofonistico o flautistico del geniale Jackson.


Il nuovo album: "A Grounding In Numbers" (2011, Esoteric Records/Cherry Red)
Assenza che si farà notare maggiormente nel recentissimo “A Grounding In Numbers” (2011). Per la prima volta nella discografia della band un lavoro composto da ben 13 pezzi, che avvicinano il disco più ai lavori solistici del cantante. Ma non è solo questa l’unica similitudine, perché se ne ritrovano a volte echi, come nella rockettara Highly Strong, che sembra tratta da “Nadir’s Big Chance” del 1975, o nella tipica ballata acida Bunsho o nella più esoterica Mathematics. Compaiono pezzi di elevata bellezza come Your time starts now che apre il disco, Snake Oil, ricca di intrecci vocali, tempi dispari e continue variazioni, il notevole Mr. Sands, e poi Smoke ossessivo e malato, e la bluesata Embarissing Kid. A fronte di questi però ci sono un paio di brani decisamente sotto tono, la scontata Medusa, e l’imbarazzante Splink dove, un drumming cadenzato e piatto accompagna stancamente una sorta di slow strumentale che pian piano scivola nella più completa atonalità. Chiudono il cd i brani 5533, dal ritmo funky e dissonante e l’intensa All Over The Place, entrambi interessanti e con momenti di intrigante sperimentalismo, ma che fanno pensare a come sarebbero stati con l’apporto dei fiati di David Jackson. Per parlare della poetica dei testi Hammilliani (nei VDGG e fuori) ci vorrebbe davvero un trattato, con riferimenti che vanno dall’esistenzialismo al decadentismo, dal simbolismo al visionarismo, dalla psicanalisi alle tematiche sociali, fantascientifiche e fanta-sociali. Mai un testo banale, mai parole superfluamente appiccicate: in omaggio a tanta ricchezza e onestà intellettuale e spirituale, l’articolo chiude con la traduzione di un suo testo Dropping The Torch, dal secondo album solistico “Chameleon In The Shadow Of The Night” (1973).

"Lasciando cadere la torcia"
Sono giochi quelli che facciamo
ogni mossa, annotata come ulteriore passo,
incatena la nostra libertà
e la volontà di vivere:
la nostra vita è semplicemente sopravvivenza
accanitamente aggrappata ai piaceri
con la sensazione
di non doverli mai abbandonare.
Le mura della nostra prigione
sono saldamente costruite
pietra su pietra, giorno su giorno
senza progetti di fuga,
sepolti vivi nella tranquillità
e nella rovina.
Il tempo dispone le cose intorno a noi
in strutture assassine
nera cornice che circonda i nostri nomi.
Le dita perdono la presa
e la torcia scivola via.
Il nemico è dentro ognuno di noi,
sento la mano della tranquillità
insediarsi furtivamente con dita di ghiaccio
e schiacciare il mio fiore di libertà;
ho perduto il corso della mia avventura
e perdute sono
tutte le cose che avrei voluto fare.
Solo una luce rimane per ciascuno
da tenere viva nel vento
ma alla fine
siamo proprio noi a spegnerla.
Tendiamo trappole e cadiamo
nei nostri stessi tranelli
senza avere poi dove andare.
Il tempo si muove sempre più adagio
solitaria diviene la vita
e meno reale.


Roberto Fuiano

Van Der Graaf Generator

discography:
Aerosol Grey Machine (Mercury/Repertoire, 1969)
The Least We Can Do Is Wave To Each Other (Famous Charisma Label/Blue Plate, 1970)
H To He, Who Am The Only One ( "" ""/Blue Plate, 1970)
Pawn Hearts (" "/Blue Plate, 1971)
68-71 Anthology (Charisma, 1972)
Godbluff (" "/Blue Plate, 1975)
Still Life (" "/Blue Plate, 1976)
World Record (" "/Blue Plate, 1976)
The Quiet Zone The Pleasure Dome (" "/Blue Plate, 1977)
Vital (Blue Plate, 1978)
First Generation (Alex, 1986)
Second Generation (Alex, 1986)
Maida Vale: BBC Sessions '71-'76 (Strange Fruit, 1994)
Present (EMI, 2005)
Trisector (Virgin, 2008)
Grounding In Numbers (Esoteric/Cherry Red, 2011)

martedì 19 aprile 2011

"Drop Out Boogie!" - La storia dell’EDGAR BROUGHTON BAND

Edgar Broughton fu, con ogni probabilità, uno dei protagonisti dell’underground inglese degli anni sessanta. Non fu il solo - nel Regno Unito - ad innestare un serio e radicale discorso politico in una musica di derivazione americana, che risentiva del sound di San Francisco, così come delle asprezze del rock più duro. Egli, però, seppe farlo in modo magistrale, senza alcuna smagliatura musicale o ideologica. I nomi d’obbligo da citare sono quelli di Capt. Beefheart, Frank Zappa, i Fugs, ma anche i Jefferson Airplane, Jimi Hendrix e i Grateful Dead. Per Broughton, musicista con una solida preparazione blues alle spalle, gli artisti citati furono molto più di un semplice riferimento. Il modo migliore per prendere confidenza con i Broughtons è iniziare dall’ascolto dell’eccellente compilazione uscita nel 2001 della Emi/Harvest intitolata "Out Demons Out", che contiene ben diciannove brani scelti fra i classici della loro discografia, oltre ad una versione inedita del brano It's Not You. Il nucleo originale della band era costituito dai fratelli Robert detto 'Edgar' (24 ottobre 1947) e Steve Broughton (20 maggio 1950), rispettivamente alla voce/chitarra e alla batteria. Prima ancora però la dicitura della band fu Edgar Broughton Blues Band, che vedeva nei suoi ranghi un altro chitarrista, Victor Unitt. Ai tre si aggiunse, quasi subito, il bassista Arthur Grant (14 maggio 1950) e, dal terzo album in poi, tornò il secondo chitarrista Victor Unitt (5 luglio 1946) proveniente dai blasonati Pretty Things. La band, sin dai suoi esordi, non fece affatto mistero delle proprie preferenze politiche e del proprio stile di vita hippie ed anarcoide. Si distinsero, infatti, per un’assidua partecipazione a tutti quanti i free festival del momento (quelli dove l’ingresso era gratuito, non tanto perché vi fosse un sponsor come oggi, ma perché c’era la volontà di fare musica senza compromessi monetari). In questo modo, i Broughtons poterono contare sulla sincera partecipazione di un pubblico che vedeva in loro il modello di un gruppo fuori delle logiche di mercato, ben disposto nei confronti dei fan e lontano dalle rock star di Ready Steady Go (programma televisivo musicale della BBC). Il pubblico dei freak londinesi vide nella band, che suonava molto spesso senza alcun compenso, l’espressione sincera di un gruppo musicale che veniva dal popolo e che sapeva rappresentare la gente. I fratelli Broughton erano nati nel Warwickshire e il loro arrivo nell’ex swinging London causò non pochi imbarazzi fra gli intellettuali radical chic della scena hippie.
Il successo insperato di questi strani hippie, molto provinciali, ma dalle idee chiare in fatto di politica, crebbe quando la band fu chiamata ad esibirsi come spalla nel celebre concerto gratuito di Hyde Park, che servì per lanciare l'avventura brevissima dei Blind Faith di Eric Clapton e Steve Windwood. Nell'agosto del 1969, quindi, la Harvest, etichetta creata dal gruppo EMI per seguire la musica progressiva, pubblicò "Wasa Wasa", dopo che il compianto John Peel aveva già dato loro ampio spazio nel suo leggendario programma radiofonico Top Gear. Nel marzo del 1970 uscì il singolo Out Demons Out, che divenne rapidamente il brano più celebre delle loro esibizioni live, ma che curiosamente non fu pubblicato in alcun LP del tempo, pur raggiungendo una posizione fra le più alte nelle classifiche inglesi. Si trattò, probabilmente del primo singolo di una band della Harvest ad entrare nelle charts. L'edizione in Cd della Repertoire di Wasa Wasa inserisce questo singolo fra le bonus track. Si tratta di un brano dall’incedere coinvolgente, registrato dal vivo con il pubblico che canta ad alta voce ogni qual volta Edgar cita le parole del titolo; la chiusura è affidata ad un lungo assolo di chitarra elettrica, che risente di una forte influenza hendrixiana. Questa registrazione, tuttavia, ci offre soltanto una pallida idea di come potessero essere le apparizioni pubbliche di questa band, caratterizzate da espliciti atteggiamenti teatrali, sulla scorta dell’esperienza del Living Theatre e, più generalmente, dal situazionismo. Wasa Wasa fu, dunque, un esordio convincente. Nell’album, registrato presso gli studi Abbey Road, tutto il suono oscuro, cupo e minaccioso della band è reso appieno. Le chitarre distorte, con fuzz e wha wha, in puro stile hendrixiano e la batteria ossessiva e marziale si sposano alla perfezione con la voce profonda del leader. I brani dell’album sono tutti di alto livello a partire da Evil, fino ad arrivare alla lugubre Dawn Crept Away. Love In The Rain e l’indimenticabile Why Can't Somebody Love Me, con il loro incedere da anthem, possiedono già la statura di autentici classici. L’atmosfera dei free concert non traspare troppo da questo lavoro, ma i testi risultano perfettamente in linea con la filosofia di vita della band. In particolare, la splendida Death of an electric citizen sembra racchiudere tutta la critica di Broughton e soci contro l’establishment inglese. Il secondo lavoro dei fratelli Broughton fu "Sing Brother Sing", pubblicato nel 1970 con un buon successo di classifica. L’album era dedicato al tema della 'cospirazione', trattata attraverso testi che legavano la sfera sociale e politica, a quella personale.Nel brano Psychopath, ad esempio, l’Edgar Broughton Band affrontò il tema della masturbazione, un argomento scottante per il tempo, tanto da provocare alla band una messa al bando in Norvegia, smentendo, così, la leggendaria convinzione che i paesi del nord siano più ‘aperti’ in materia di argomenti sessuali. La lunga suite intitolata Moth è, invece, una sorta di collage sonoro realizzato mediante cut up, di grande effetto, ma poco innovativa. Nel frattempo uscì il singolo Apache Drop Out che fondeva il classico degli Shadow Apache con la corrosiva Drop Out Boogie di Captain Beefheart. Il brano, una sorta di compendio delle ispirazioni della band, è stato inserito come bonus track nella riedizione della Repertoire del terzo album. L'anno seguente il gruppo, divenuto ormai un quartetto con l’aggiunta di Unitt, fece uscire l'album omonimo, con la celebre copertina dello studio Hipgnosis: una fotografia di quarti di bue squartati, in mezzo ai quali si intravede un uomo nudo appeso per i piedi ad un gancio da macellaio. L’immagine non mancò di suscitare scalpore, così come i contenuti musicali. "Edgar Broughton Band", infatti, era un’opera dal carattere molto sperimentale, registrata agli Abbey Road, con l'utilizzo di un’orchestra di oltre trenta elementi. Gli arrangiamenti e la direzione orchestrale venne affidata a David Bedford, mentre nel brano Thinking of You, faceva la sua comparsa un giovanissimo Mike Oldfield al mandolino. Bedford proveniva dalla band di Kevin Ayers ed era amministrato dalla BlackHill Enterprise. Negli stessi anni realizzò numerose partiture orchestrali per molti artisti del tempo: Lol Coxhill, Roy Harper, Camel ed Anthony Moore (più recentemente ha lavorato anche per gli A-ha ed Ennio Morricone). Ciò nonostante, i suoi lavori più ricordati sono quelli con Mike Oldfield. Quest’ultimo, dopo un breve passato da turnista dell’underground inglese, anch’egli a fianco di Kevin Ayers, era divenuto uno dei pupilli di Richard Branson, boss della Virgin. Il suo multimilionario album "Tubular bells" fu realizzato presso i Manor Studios fra l’autunno del 1972 e la primavera del 1973, nei ritagli di tempo dei turni di registrazione di altri artisti. L’album quasi interamente registrato ed eseguito dallo stesso Oldfield vide la partecipazione di alcuni ospiti, quasi tutti provenienti dalla ricca scena underground inglese. Steve Broughton, ad esempio, fu incarico di registrare le parti di batteria, mentre a Jon Field membro dei leggendari Jade Warrior e dei July venne richiesto di inserire alcune parti di flauto. Fra gli altri ospiti illustri vi furono Lindsay Cooper degli Strawbs e Vivian Stanshall dei Bonzo Dog Doo Dah Band. Ad ogni modo, gli sperimentalismi troppo azzardati di Edgar Broughton Band non convinsero né il pubblico, né la critica del tempo. Ciò nonostante, il 1971 fu un anno magico per la band, che riuscì ad entrare nel gotha del rock grazie ad un’infuocata esibizione sul palco del Glastonboury Fayre Festival. Si trattò di uno degli eventi più importanti dei primi anni settanta al quale presero parte gli Hawkwind, i Pink Faires, i Gong, Arthur Brown, i Traffic, i Quintessence, gli Help Yourself e David Bowie (che scrisse a tal proposito Memories of a free festival).
Il palco era costruito a forma di piramide con degli ingenui, ma efficaci giochi di luce, mentre il pubblico, interamente costituito da freak inglesi, corroborati da droghe lisergiche e totalmente imbevuti di ideali hippie costituiva una folla enorme e variopinta. L’Edgar Broughton Band scelse tale occasione per presentare il nuovo chitarrista Victor Unitt e salì sul palco alla mezzanotte del 24 giugno eseguendo una travolgente versione di Out Demons Out della durata di venti minuti.Il brano è reperibile nel triplo album originale, stampato dalla Revelation nel 1972. Quest’esibizione rappresentò la vera consacrazione per i Broughtons. Il pubblico e le band inglesi, con il Festival di Glastonbury, si presero la loro rivincita sui loro coetanei americani e su Woodstock, che se paragonato a quello storico evento del 1971 aveva quasi il sapore di un festival rock da oratorio. In quegli anni l’Edgar Broughton Band trovò pieno inserimento nel tessuto musicale della scena londinese, soprattutto siglando un accordo con il management Blackhill Enterprises, lo stesso dei Pink Floyd. "BBC Demons at the Beeb", pubblicato dalla Hux, è la fedele testimonianza delle BBC session della band. Si tratta di dodici tracce, quasi tutti dei classici, fra cui si segnala una selvaggia esecuzione live di Out Demons Out realizzata per il programma Live in Concert di Radio One nel 1972. Queste esibizioni dal vivo, testimoniano le ottime capacità strumentali dei Broughtons. Non erano certamente dei virtuosi, ma possedevano un eccellente interplay in grado di generare un notevole apporto di dinamica ai loro brani. In questo modo riuscivano ad offrire delle esecuzioni live intense, ricche di energia e di potere comunicativo.
L’irriverente sperimentazione del terzo album non portò grandi benefici alla band, tanto che i due lavori successivi, "In Side Out" e "Oora", non riuscirono a scalare le classifiche di vendita, cosa che invece era riuscita piuttosto agevolmente ai primi due album. Perso il contratto con la EMI/Harvest il gruppo cercò di riemergere nella seconda parte degli anni settanta, ma non riuscì a riacciuffare il treno del successo che pareva avere agganciato con il secondo e terzo album. Oora, tuttavia, viene ritenuto da molti fan, uno fra gli album più interessanti della band. Quando uscì non registrò dei risultati di critica e pubblico sufficientemente positivi. Si trattava, infatti, di un’opera molto varia che spaziava fra brani dalla forte natura elettrica come Hi-Jack Boogie o Hurricane Man e canzoni acustiche come Green Lights o la stessa Rock‘n Roller. Vi erano anche pezzi come Roccococooler, un vero e proprio raga e altre tracce che non sembrano appartenere ad alcun genere. Ciò nonostante, vi sono ancora canzoni che hanno la statura di anthem come Things On My Mind, giocata sui classici power chords, tipici delle composizioni di Broughton. In quasi tutti i brani affiorano effetti ambientali elettronici, scaturiti dai synth di Victor Peraino dei Kingdom Come, e l’atmosfera, a tratti, ha dei toni cupi e seriosi. Ciò nonostante, la penna di Edgar Broughton risulta sarcastica e corrosiva come sempre. L’album fu mixato presso gli attrezzatissimi Manor Studios di Richard Branson e la copertina fu realizzata da Barney Bubbles, già grafico degli Hawkwind. Nonostante i notevoli sforzi della band per creare un album innovativo, i risultati scontentarono i fan degli esordi: più raffinata diveniva la musica dei Broughtons meno il pubblico pareva disposto ad ascoltarla. "Bandages", album del 1975, fu il primo album che la band pubblicò dopo la sua dipartita dalla Harvest. Il disco segna la dipartita di Victor Unitt, sostituito da Terry Cottam. Si tratta di un album controverso, ma ricco di fascino, che è stato recentemente rimasterizzato e ristampato dall’Eclectic disc, dopo ben quattordici anni dalla sua prima comparsa su CD. La scaletta è piuttosto eterogenea e spazia da brani acustici di grande raffinatezza, a brusche sterzate elettriche, vero asso nella manica della band, ma anche alcune tracce fortemente caratterizzate dall’impiego di sintetizzatori. La voce di Broughton è potente ed evocativa come sempre, mentre la struttura dei brani sembra voler recuperare il rock’n’roll degli esordi.Si tratta di un disco penalizzato dal fatto di non rientrare nella rosa degli album pubblicati dalla Harvest. In realtà, è un’opera godibile e ingiustamente sottovalutata. Lo stesso vale per "Live Hits Harder" album registrato durante il tour di addio della band nel 1976, anch’esso ristampato dalla Eclectic Disc, che contiene classici quali Love in the Rain, Hotel Room, Evening Over Rooftops e Side by Side. Chiunque abbia ascoltato questo live può rendersi conto di come dal vivo i Broughtons non avessero rivali, neppure a fine carriera. L’esecuzione, infatti, è come al solito intensa e selvaggia, gli arrangiamenti dei brani sono ridotti all’essenzialità, il sound è brutale e diretto. Il disco venne stampato solamente in Svizzera, e con un certo ritardo. Nel frattempo la band, mutato il nome in Broughtons, era tornata in studio per registrare il discreto "Parlez-Vous English?". L’ultimo capitolo della band originaria è "Superchip", pubblicato con il nome di Edgar Broughton nel 1981 con scarso successo. La storia dell’Edgar Broughton Band è strettamente legata a quella dell’hard rock e di quello che avrebbe potuto essere questo fenomeno musicale, se le apparenze disimpegnate dei lustrini glam non avessero affogato le istanze politiche che caratterizzavano la maggior parte delle band che facevano parte dell’embrionale scena hard rock inglese.
Simone Bardazzi
EdgarBroughtonBandMySpace
EdgarBroughtonBandLyrics

Love in The Rain 1970
American Boy Soldier Live at Beat Club 1970
Why Can't Somebody Love Me? Da Live at the Beeb
Hotel Room (1972)

discografia:
Wasa Wasa (1969)
Sing Brother Sing (1970)
Edgar Broughton Band (1971)
Inside Out (1971)
Oora (1973)
Bandages (1975)
Parlez-Vous English? (1979)
Superchip (1982)
Chilly Morning Mama (Live) (1998)
Live Hits Harder (Live) (1979)
Demons at the Beeb (Live) (2000)
Keep Them Freaks a Rollin': Live at Abbey Road 1969 (Live) (2004)