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martedì 6 settembre 2011
BALLY CORGAN: Bally Corgan 7" picture disk (2011, Sonic Belligeranza - n.cat: +belligeanza 06) + interviste

martedì 7 giugno 2011
VISIONI DAL FUTURO - GEORGE ORWELL: "1984", The Big Brother + Soundtracks
VISITA ILNUOVO SITO DI DISTORSIONI:

Un quotidiano savonese di qualche giorno fa titolava testualmente un articolo di cronaca locale della zona in cui vivo: Il grande fratello sulle strade di Savona: telecamere in diversi punti della città. Avendo letto il giornale al bar, poco dopo lo abbandonavo su una sedia del dehor dove veniva fatto preda da un gruppo di ragazzi, due maschi e due femmine, che, seduti al tavolino accanto, cominciavano a sfogliarlo. Giunti alla pagina dell’articolo citato, lo stupore e l’incredulità di quei giovani diventavano maggiori del tasso zuccherino delle brioches e dei cappuccini che avevano davanti. Quei quattro non riuscivano a crederci: a Savona si sarebbero svolte le selezioni per partecipare al Grande Fratello.
sabato 12 marzo 2011
RADIOHEAD: "The King Of Limbs" (2011, XL) DISCO EVENTO - DUE RECENSIONI A CONFRONTO: Mazzoli, Dimauro)




Monica Mazzoli
TheKingOfLimbsRadioheadLa recensione di Franco Lys Dimauro

La cosa eccezionale è stata riuscire a correre più veloce di quanti li seguivano: fan, musicisti e recensori. Accelerare proprio quando tutti sembrano felici di stare al tuo fianco, in cima al mondo. Diventare prima inafferrabili, poi alieni.
Dalla terra tutti aspettano i segnali della loro astronave. Aspettano nuove canzoni che nessun terrestre potrà mai cantare. E stavolta ne arrivano otto, che piovono dapprima in download e poi si fissano come gocce di vernice su tele e fogli di carta, in una delle più belle confezioni con cui sia mai stato impacchettato un disco.
Otto brani immersi in questa placenta amniotica che è diventata la musica del quintetto inglese, un generatore di Van De Graaff perennemente attraversato da piccole scosse elettriche, in un alienante laboratorio musicale dove sussulti ritmici (i pattern dubstep di Bloom, l’ossessiva scansione di Morning Mr. Magpie, lo scrosciare ossessivo di Feral) e glaciali paesaggi lunari (il pianoforte smarrito di Codex, la chitarra e le voci sospese di Give up the ghost) disegnano architetture marziane e disturbanti mentre Thom Yorke continua a scannerizzare il dolore, con quel suo tono indisponente e piatto.
"The king of limbs" ci concede l'incanto di Little by little che è forse quanto di più vicino ad una canzone i Radiohead abbiano scritto da quando hanno deciso di lasciare la terra e di una Lotus Flower che è il prototipo di una canzone soul scritta su Alpha Centauri, a 4,36 anni luce da noi e la consueta soffocante maglia di fibre ottiche che avvolge la musica dei Radiohead dai tempi di "Kid A".
Franco Lys Dimauro
mercoledì 9 marzo 2011
LIVE REPORT: “Zombie Zombie” (28/02/2011, Roma, Circolo degli Artisti)
C’è grande attesa per l’evento Zombie Zombie a Roma. Arriva direttamente da Parigi una delle più interessanti proposte electro-psych del momento, che fonde le sonorità elettroniche con la psichedelia più visionaria. Etienne Jaumet (tastiere e synth) e Cosmic Neman (batteria e percussioni) presentano il loro “Zombie Zombie plays John Carpenter” (2010, Versatile Records), un intrigante e apprezzatissimo lavoro.
“Zombie Zombie plays John Carpenter” è un progetto nel quale il duo francese recupera e interpreta le sonorità horror minimali del grande regista newyorkese John Carpenter (noto per essere anche l’autore delle colonne sonore dei sui film), diventato famoso per “Assault On Precinct 13” (1976), “Halloween” (1978), “Escape from New York” (1981), “The thing” (1982), “They Live” (1988).
Zombie Zombie: Il Concerto
Arrivo al Circolo degli Artisti verso le 22.15, giusto in tempo per apprezzare la brava Mushy (Mushy), sperimentatrice sonora che ci conquista con la sua elettronica blues, malinconica e decadente, molto evocativa. La sala è ormai piena e verso le 23 gli Zombie Zombie iniziano a suonare Assault On Precinct 13, un vero e proprio salto nel passato che ci fa
Con un paio di occhialoni vintage dalla montatura spessa, lo vediamo circondato da macchinari di vario tipo, tra synth, tastiere, apparecchiature old style e marchingegni vari, mentre verifica costantemente che i suoni prodotti dalle sue strumentazioni si annodino perfettamente nella trama del tessuto sonoro.
Cosmic Neman, di contro, picchia senza sosta i tamburi per creare un muraglia di battiti e di percussioni, sino a ridursi, a fine concerto, ad un uomo praticamente sfinito. Con Escape from L.A. ed Halloween, gli Zombie Zombie confermano che la loro non è una semplice celebrazione nostalgica delle colonne sonore del grande regista newyorkese, ma una rilettura appassionata capace di esaltare lo spirito psichedelico di quei viaggi horror, dilatandoli in una sorta di trance ipnotica che cattura e trascina. L’intreccio tra synth/tastiere e
Con The thing (il pezzo più significativo dell’album, non a caso scritto da Ennio Morricone) il gioco si fa davvero duro e le atmosfere psichedeliche si intrecciano in una trama sempre più avvolgente ed incalzante, che fa aumentare enormemente il pathos nell’attesa di un evento spaventoso che potrebbe accadere da un momento all’altro. Etienne Jaumet mostra inoltre di saper suonare anche il sassofono e lo utilizza per inserire variazioni più sperimentali e personali al tema, mentre Cosmic Neman, in una pausa defatigante, si diverte a giocare con il Theremin, incitando il pubblico a ballare un coinvolgente trip. Con Escape from New York, ultimo brano della serata, i nostri amici parigini recuperano le sonorità retrò della versione originaria di Carpenter e le inseriscono in una sequenza beat martellante, per molti aspetti minimale, in una tensione via via crescente. Il pubblico applaude lungamente. Questo “Zombie Zombie plays John Carpenter” è certamente una grande narrazione, una evocazione allucinata ed amplificata delle inquietudini della nostra modernità.
Ed a pensarci bene, cos’è “The thing” di John Carpenter se non tutto questo? Una narrazione che gli Zombie Zombie hanno dimostrato di saper raccontare in un modo davvero magnifico.
Articolo e Foto di Felice Marotta
martedì 8 marzo 2011
VISIONI DAL FUTURO: "DUBSTEP" ('Hyperdub label', Kode9, Burial, Scuba, Vex’d)


Le opere più interessanti dell'etichetta Hyperdub sono quelle di Burial, soprattutto “Untrue”(2007). Burial, giovanissimo, è uno dei personaggi più misteriosi del mondo della musica.

Vex'd sono senz'altro i più originali del lotto. Ascoltate il loro remix del Quartetto No° 2 di Prokofiev, trasformato in rumorismo quasi puro. Incubi tecnologici come Killing floor o Heart space con la voce sottile di Anneeka, avvicinabile ai primi Portishead ma molto più radicale, non sono certo consigliabili per un picnic o una festa scolastica, ma hanno un innegabile fascino perverso.

Tutto sommato il Dubstep è la nuova incarnazione di quell'anima gotica, o dark, che permea tutta la musica inglese, dai Black Sabbath alla musica industriale passando per il post punk: si mantengono i tempi lenti e il predominio del basso, con suoni campionati al posto delle chitarre o dei sintetizzatori.

Alfredo Sgarlato
"Dubstep" Discografia Essenziale:
Kode9 : “Memories of the future" (2006)
Burial: “Untrue”(Hyperdub, 2007)
Scuba: “A mutual antipathy“ (2008)
Vex'd: “Cloudseed” (2010)
Richard A. Ingram: “Consolamentum”
Demdike Stare: "Voices of Dust”
domenica 20 febbraio 2011
SHORT REVIEWS: Aucan, “Black Rainbow” (2011, La Tempesta International/Venus)
Il morbo del dubstep e delle nuove elettroniche si diffonde anche in Italia. Lo dimostrano i bresciani Aucan (Dario D'Assenno, Francesco D'abbraccio e Giovanni Ferliga), giunti al secondo CD con “Black Rainbow”, inciso negli studi Air di Londra. Il nuovo album si apre con Blurred, tempo lento, bassi profondissimi e la bella voce di Angela Kinczly, un brano che non sfigurerebbe su un disco di Burial o Kode 9. I ritmi si fanno più veloci e le atmosfere più maestose con le successive Heartless, più vicina alla IDM e Red Minoga, per poi rallentare ancora col proseguire dell'album. Sugli ultimi brani si avverte però un certo calo di tensione, peccato grave in un genere che ha nella trasposizione di stati d'animo inquieti il punto di forza. Tutto sommato però è un disco valido, che mostra come il sottobosco italiano produca gruppi molto interessanti, assolutamente al passo con le tendenze d'oltremanica. Certamente chi ama solo la musica con chitarre non troverà qui il suo piatto preferito, ma filoni come dubstep e breakbeat oggi offrono le deviazioni più interessanti. Gli Aucan presenteranno il nuovo album con una tournèe in tutta Europa.
Alfredo Sgarlato
mercoledì 2 febbraio 2011
SOUTH CONSPIRACY “Akira | Kiko” (2010, Magic Shop Records)

"Akira | Kiko", prodotto dal sempre presente Morph che questa volta ha fatto sentire più decisa la sua zampata musicale, trasferisce il gruppo e tutto "l'ambaradan" che lo circonda alla punta estrema della sua Puglia: Santa Maria di Leuca. Là, dove la terra finisce, la South Conspiracy crea il suo lavoro più affascinante! Il filone dark ambient/trip hop viene 'posato'” nel vecchio studio e dal nuovo 'centro dell'universo' ci sembra d’intraprendere un viaggio intimista nella dolce quotidianità di due menti pure. Questo è quello che ci sembra d’intuire, così come ci sembra d’intuire anche che nella South Conspiracy ci sia più luce, come se un raggio di sole fosse penetrato in una stanza piena di polvere e di ombre.
Già con l'intro, quasi una spiazzante cover di Mother dei Pink Floyd, si dissipa ogni dubbio: il gruppo in studio è più rilassato. Si diverte.

Le tredici tracce scivolano su di un mood che è un’eco di "Magia", l'album di Morph che ha spiazzato un po’ tutti con le sue sonorità. In “Akira | Kiko” il pianoforte prevale su tutti gli altri strumenti ed i tappeti armonici ricordano ai più esperti e, perchè no, anche ai più fantasiosi ascoltatori, melodie dei Queen, di Franco Battiato, ma, per non rovinarvi l'ascolto, non rivelerò in quali tracce. Rimane il desiderio di esprimere concetti con l'inserimento di frasi estrapolate da celebri pellicole cinematografiche, una caratteristica propria della South Conspiracy, che festeggia con questo cd il suo decimo anno di vita dietro un pesante velo di mistero.
Dieci anni e sette album senza mai perdersi nei suoni dell'ovvio e senza mai rivelare i propri volti, solo quello di Morph (o Dark Phader) che sorride mentre ci racconta di questa nuova 'fatica' con gli amici di sempre e per l'occasione ci regala una confessione che scoprirete solo ascoltando “Akira | Kiko”. (M.)
Camillo Fasulo
Dj Gruff - T'Amo (rmx esclusivo south conspiracy).wmv
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DIRTBOMBS: “Party Store” (February 1th, 2011, In The Red Records)
Detroit, la Techno, Dirtbombs
Detroit, la città non solo dei motori, è stata almeno altrettanto famosa per il suo vivaio musicale e sia in passato che in tempi più recenti un importante riferimento. Ultimamente un documentario dal titolo "It came from Detroit” ha rimestato tra le ceneri ancora ardenti di una scena classificata come garage che in parte si è già relativamente fatta conoscere e il focolaio di un’altra più recente, che partendo con gli stessi presupposti incorpora elementi di art-punk e waves. Ma Detroit non è solo la Rock City.
Non si può ignorare l’importanza che il suo contributo ha avuto in ambito techno, quando a metà anni ’80 alcuni tra quelli che poi sono diventati tra i suoi principali iniziatori, Derrick May, Kevin Saunderson, Juan Atkins, campionando suoni di Italo-Disco, Electro-pop anni’80, Kraftwerk e Parliament, in perfetta attitudine DIY diedero origine alla dance music di “scuola detroitiana”, poi ripresa negli anni a seguire ed evoluta da altri eredi come Jeff Mills e Carl Craig. A travalicare questi due mondi apparentemente distanti, ci pensa “Party Store”, ultimo parto dei Dirtbombs, band che sembra essere rimasto l’unico impegno di Mick Collins, quando dai tempi dei Gories ha fatto perdere il conto di tutte le sue collaborazioni e progetti paralleli.
La capacità di questo gruppo di masticare e digerire qualsiasi genere musicale è già stata dimostrata nel corso di una discografia, in cui oltre ad alcuni albums dedicati in modo specifico, alla black-music, al glam-rock (come Collins stesso aveva definito “Dangerous Magical Noise”
anche se qui si tratta perlopiù di composizioni originali che non di rifacimenti), spicca quella doppia raccolta “If you don’t already have a look” (In The Red 2005) dove il contenuto recuperato da compilations e singoletti vari, viene diviso in due capitoli, uno dei quali interamente di covers. La scelta dei brani reinterpretati è alquanto bizzarra nella sua varietà: si va dai Rolling Stones, Elliot Smith, Stevie Wonder, Gun Club, a Yoko Ono, Soft Cell, Flipper, Bee Gees, Adult, e altro ancora.
Party Store
In “Party Store” Mick Collins ha aggiornato il suo tributo alla musica afro-americana, contemplando in una sorta di percorso essenziale, almeno otto tra i brani più rappresentativi della Detroit Techno. Di nuovo di black music si tratta, ma questa volta la sfida intrapresa dal gruppo è quella di decontestualizzare questi patterns dal loro ambiente originale e portarli in ambito più tradizionalmente rock e quanto più possibilmente ad una forma canzone.
In questo senso le due batterie della sezione ritmica si prestano maggiormente al gioco, passando un po’ in primo piano rispetto alla voce di Collins piuttosto assente nelle numerose suite strumentali. Su tutte si fa sicuramente notare, per la durata di 21 minuti abbondanti, Bug in the bass bin che riprende in maniera dilatata l’originale di Carl Craig (Innerzone Orchestra), special guest in questo stesso pezzo dal
carattere space-jazz, corroso da feedback di chitarra. Ma proseguiamo con ordine. Il brano con cui, è il caso di dirlo, si aprono le danze è nientemeno che Cosmic Cars dei Cybotron, che verranno ripresi anche più avanti con Alleys of your mind rispettivamente i due singoli di esordio del duo con Juan Atkins. Entrambe interpretate con un cantato gutturale e una componente soul che, se non riesce a scaldare, quantomeno intiepidisce le fredde trame degli originali. In Shari Vari la temperatura sale decisamente, e la mirror-ball che sovrasta la pista comincia a roteare su di un funky ipnotico, sebbene il mood sia più quello di una pausa drink che di un ballo sfrenato.
Non ancora per molto, perché dopo il pezzo che fu degli A Number of Names arriva il riempi-pista Good Life degli Inner City di Kevin Saunderson, in cui i Dirtbombs non stupiscono più di tanto chi già li conosce, in quanto non sono nuovi a questo tipo di situazioni soulful. Decisamente più stucchevoli invece nella successiva Strings of life di Derrick May, altro strumentale rivisitato in versione garage art-punk, uno dei brani più interessanti che fa da preludio a Jaguar (di Dj Rolando) e Tear the club up (Dj Assault). Questi due pezzi sconfinanti in territori P-Funk
riportano alla mente gli incastri di Rapture, !!!, Radio 4 e i suoni della DFA Records di James Murphy che con i suoi LCD Soundsystem aveva ben impressa la lezione degli anni ’80 di New Order e P.I.L., che in quegli stessi anni tentavano le prime contaminazioni tra dance, elettronica e rock.
E qui sembra chiudersi il cerchio anche se geograficamente da tutt’altra parte. Se in effetti il rischio di questo esperimento poteva essere quello di ritornare al punto di partenza, ovvero suonare come coloro che erano stati a sua volta i riferimenti
iniziali stessi, a conti fatti sembra che i due mondi riescano a convivere bene, tanto nella stessa città quanto in “Party Store”. Ne scaturisce una prospettiva inedita, un circolo che nel suo ripetersi viaggia alla deriva perdendo il controllo nel suo inarrestabile incedere robotico, e che trova la sua estrema sintesi nella traccia conclusiva. Incognita a partire dal nome, titolato a caratteri giapponesi riporta la nota (Detoroito Mix): qui non sono più i due mondi a sconfinare l’uno nell’altro ma un’asse in perfetto equilibrio, una nuova genesi.
Chissà se questo album dei Dirtbombs riempirà più i clubs o i dancefloor: musicalmente non sarei riuscito ad immaginare un modo migliore per iniziare un nuovo decennio. Ancora lui, Mick Collins.
Federico Porta
In The Red Records
Midheaven


La capacità di questo gruppo di masticare e digerire qualsiasi genere musicale è già stata dimostrata nel corso di una discografia, in cui oltre ad alcuni albums dedicati in modo specifico, alla black-music, al glam-rock (come Collins stesso aveva definito “Dangerous Magical Noise”

Party Store

In questo senso le due batterie della sezione ritmica si prestano maggiormente al gioco, passando un po’ in primo piano rispetto alla voce di Collins piuttosto assente nelle numerose suite strumentali. Su tutte si fa sicuramente notare, per la durata di 21 minuti abbondanti, Bug in the bass bin che riprende in maniera dilatata l’originale di Carl Craig (Innerzone Orchestra), special guest in questo stesso pezzo dal



E qui sembra chiudersi il cerchio anche se geograficamente da tutt’altra parte. Se in effetti il rischio di questo esperimento poteva essere quello di ritornare al punto di partenza, ovvero suonare come coloro che erano stati a sua volta i riferimenti

Chissà se questo album dei Dirtbombs riempirà più i clubs o i dancefloor: musicalmente non sarei riuscito ad immaginare un modo migliore per iniziare un nuovo decennio. Ancora lui, Mick Collins.
Federico Porta
In The Red Records
Midheaven
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