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giovedì 17 novembre 2011

Various Artists: “THE LOST NOTEBOOKS OF HANK WILLIAMS” (Uscita: 4 ottobre 2011, Smi Col)

# Consigliato da DISTORSIONI

Hank Williams, riconosciuto unanimemente il padre della country music contemporanea, ebbe una vita burrascosa, segnata da eccessi di alcool e droghe: la morfina iniziò ad assumerla per combattere il suo mal di schiena, e ne rimase assuefatto. Un artista ‘maledetto’ ante-litteram: morì a soli trent’anni, lasciando un’eredità di classici country senza tempo come Honky Tonkin, Move it on over,

mercoledì 16 novembre 2011

GUY CLARK: "Songs and Stories" (Uscita: 16 agosto 2011, Dualtone)

# Consigliato da DISTORSIONI

Guy Clark, texano purosangue, 70 anni compiuti in questo novembre, è cresciuto leggendo poesie e imparando a suonare l'acustica a 16 anni: le prime canzoni che ha imparato erano per lo più in spagnolo. Nel corso di una lunghissima ma poco fitta carriera, solo una quindicina di album in circa 36 anni, ci ha lasciato almeno due grandi dischi, i primi due ovviamente, “Old N°1” (1975) e “Texas

giovedì 10 novembre 2011

JONATHAN WILSON “Gentle Spirit” (13 settembre 2011, Bella Union)

# Consigliato da DISTORSIONI

Esordire a 37 anni non è usuale nel mondo del rock, ma Jonathan Wilson lo fa dopo una carriera di produttore e musicista che lo ha visto lavorare a fianco di nomi illustri come Elvis Costello, Jackson Browne, Wilco, Bonnie Prince Billy, Erikah Badu, Jonathan Rice, Andy Cubic, Chris Robinson: alcuni di loro li ritroviamo fra i molti collaboratori in questo bellissimo “Gentle Spirit”.

sabato 29 ottobre 2011

THE JAYHAWKS: “Mockingbird Time” (release date: 20 settembre 2011, Decca)

# Consigliato da DISTORSIONI

Volendo trovare un titolo alternativo a questo album si potrebbe intitolarlo ”Allora, dove eravamo rimasti?!”. Infatti in “Mockingbird time” la band si ripresenta al completo, dopo la dipartita nel 1995(e rientro parziale nel 2008) di Mark Olson, impegnato a seguire la sua vicenda artistico/sentimentale con la cantautrice Victoria Williams, ritrovandosi con Gary Louris(voce e chitarra elettrica), con Marc Perlman al basso, Karen Grotberg alle tastiere

giovedì 29 settembre 2011

WILCO: “The Whole Love” (27 Settembre 2011, dBpm Records)

# Consigliatissimo da DISTORSIONI

“The Whole Love” è il nono disco ufficiale di WILCO in sedici anni di onorata carriera: la media ‘pacata’ di un lavoro più o meno ogni due anni. Difficile poter essere smentiti se si afferma che la band, guidata sin dagli inizi con mano sicura dal prodigioso lead vocal/songwriter Jeff Tweedy, abbia sempre, costantemente, con generosità profuso nella sua carriera grande ispirazione compositiva unita ad una perizia strumentale strabiliante.

sabato 3 settembre 2011

JEFF BRIDGES: "Jeff Bridges" (2011, Blue Note)

Jeff Bridges il noto attore losangelino 61 anni portati splendidamente, ci riprova col suo secondo ed omonimo album a seguire il lontano esordio in chiaroscuro con "Be here soon" datato 2000, dopo il quale sembrava si fosse dimenticato della musica per dedicarsi a tempo pieno ai suoi numerosi impegni nel mondo della celluloide. Non è certo il primo divo di Hollywood a cimentarsi con la musica, oltre a lui è ben noto l'interesse per la musica rock del grande Johnny Depp, anche gli Oasis lo hanno ospitato, mentre tra le femminucce

martedì 9 agosto 2011

WANDA JACKSON: “The Party Ain't Over” (2011, Nonesuch)

Jack White, dopo aver rivitalizzato la stagionata leggenda del country Loretta Lynn, si è preso a cuore le sorti dell'altrettanto stagionata “Queen of Rockabilly” Wanda Jackson, signora settantatreenne dal passato glorioso quanto lontano, dotata tutt'ora di una graffiante voce e di un'energia invidiabile. Detto che il titolo del disco rimanda all'incendiario hit single che l'arzilla settuagenaria pubblicò nel lontano 1958, Let's Have A Party, e che White si è deciso a

lunedì 8 agosto 2011

DOME LA MUERTE: “Poems for Renegades” (2011, Japan Apart/Audioglobe)

# Consigliato da DISTORSIONI

Domenico Petrosino, in arte Dome La Muerte, ex chitarrista dei Cheetah Chrome Motherfuckers , Hush, vera anima ‘nera’ e rock negli anni ’80 dei Not Moving , una solidissima carriera ormai sulle spalle, dopo due buoni dischi con i Diggers nel 2007 e 2010, sigla quello che è il suo primo album davvero solista, facendo un clamoroso centro, senza se e senza ma! Quattordici brani in cui il musicista abbandona (o quasi) l’elettrica, amplificatori e distorsore, imbraccia l’acustica, soffia grezzamente in un’armonica (ben sei brani), armeggia con sitar ed organo: si mette di buona lena ad esplorare l’eterna altra ‘side’ del rock, quella acustica, elegiaca, romantica, utopistica attraverso una serie di composizioni - le

martedì 28 giugno 2011

LIVE REPORT: Bob Dylan and His Band (22 Giugno 2011, Alcatraz, Milano)

Arriviamo all’Alcatraz intorno alle 19 per un concerto che, annunciato come uno degli eventi dell’anno, ha fatto registrare il tutto esaurito (circa 2500 persone) già da tempo e troviamo già una discreta folla ad aggirarsi intorno al locale. Entriamo e subito notiamo l’estrema eterogeneità di gente che ci circonda, tra genitori con bambini, ragazzotti indie probabilmente alla ricerca della serata evento e comunque un locale che si riempie molto rapidamente.

venerdì 6 maggio 2011

k.d. LANG AND THE SISS BOOM BANG: “Sing It Loud” (2011, Nonesuch)

Come hanno già scritto i giornali di mezzo mondo, è il disco sull’orgoglio d’essere se stessi, sulla propria emancipazione da quello che si era e si è. La grande artista canadese k.d. lang (il nome assolutamente in minuscolo per omaggiare il poeta avanguardista e.e. cummings) ritorna alle scene per la prima volta con una band tutta sua, Siss Boom Bang e un bellissimo disco “Sing It Loud” nove ballate d’amore più la cover di Heaven dei Talking Heads, registrate in quell’ex-conservatrice Nashville ora rivoluzionata in liberal e abitata anche da rocker come Jack White e Ben Folds. Co-prodotto insieme all’amico di lunga data Joe Pisapia, “Sing It Loud” mantiene una propria serenità, una ritrovata pace interiore dopo tante scorribande umorali dell’artista nel pop anni novanta e nelle infinite prese di posizioni umanitarie e sociali che la vedono impegnata ovunque, in special modo nelle battaglie per l’orgoglio lesbico, e ora, dopo un esilio volontario dal glamour e dalle folle, fresca e completamente nuova k.d. lang mette insieme musica, parole e divertimento, non per smitizzare il suo essere doppio, ma per ristabilire quella poesia che forse col tempo si era un po’ appassita ma mai piegata alle mode insensate. E’ un ritornare al suo amore principale, quel country pop melodico sgrassato dalle macchie d’erba e ricamato da cima e fondo di melodia rotonda, da grandi spazi, con puntate soul nel tremolio d’Hammond Sugar Buzz o nell’ozioso pizzicare di banjo trasognante e cristallino Habit of Mind; quello che è forte in queste tracce è il potente retrogusto miscelato molto finemente che esala intensità appunto soul, blues con quella eleganza rilassata di chi ha raggiunto la propria identità vitale, la propria dimensione nella musica, fuori delle ombre e sotto i raggi di un sole compiaciuto. Nella mente sempre quella Patsy Cline, cantante country morta nel ’63 e sua ispirazione assoluta e nelle tasche i resoconti della sua carriera, conflitti, vittorie e cadute che vanno a sommarsi e formare un tappo nell’anima, specie in quegli anni novanta dove la celebrità chiedeva troppo, ricattava e ingurgitava ogni istante della giornata; ma ora il rinascimento a nuova vita, a sacco svuotato, e tutto riscritto daccapo in questo disco che si riprende gli spazi della tenerezza ventosa Perfect World, l’istinto naturale di aprire gli occhi sulla bellezza Inglewood, la felicità ripescata di uno sviso caldo I Confess o una corale preghiera gioiosa che sale in alto, sopra i cieli del Tennessee Sorrow Nevermore. Una voce terribilmente donna in un look maschile, una grazia umana del dissenso che si fa farfalla campestre tra una canzone e una Gibson appena accordata.
Max Sannella

lunedì 2 maggio 2011

CINDY BULLENS: "Howling Trains and Barking Dogs" (2011, Blue Rose)

Un bel disco per chi ama viaggiare oppure musica per non fare nulla, rilassati e sognanti tra nuvole southern, infatti ogni traccia di “Howling Trains and Barking Dogs” della poco considerata – dalla critica - Cindy Bullens, una delle tre The Refugees, corrisponde ad un luogo visitato dall’artista americana. Le tappe sono la feconda Nashville, le roots moderne e la tradizione, il piglio rockeuse di chi ama scorrazzare lungo i serpentoni di highways e la pace interiore di chi ha captato dentro la “loud folk music” di Greg Trooper e gli spettri infangati di John Hiatt. Sebbene la Bullens riprende il fraseggio poetico del suo corto passato, ancora appeso agli anni novanta dei dolcissimi sermoni field, il disco ha il merito di essere una delle cose che emanano suoni più freschi che si possano sentire di questi giorni, che non batte strade alternative, ma testardamente calpesta gli sterrati polverosi e divini dell’altra America, le stesse strade folk-rock versate in rosa che portano incise le orme indelebili di Lucinda Williams, Kathleen Edwards e Shelby Lynne.Non c’è nulla da aggiungere su questa songwriter dalla rara sensibilità artistica, sul suo modo semplice e complesso nell’architettare un pugno di tracce infiammabili nella loro beatitudine, nella loro onesta esaltazione di dobro, fiddle, mandolini, lap-steel lascive e aromi “old” che annebbiano tanto presenti quanto bramati nell’universo country; in questa avventura – tra i tanti – Wendy Waldman, Bill Lloyd, Radney Foster – nel duetto nella ballad Labor Of Love – ed Al Anderson, tutti stretti intorno al fuoco sacro di questa mestierante di sogni agresti, che in questa occasione scende dai distorsori per imbracciare la quiete dei mid-stomp a cerchio Love>Gone Good, la spennata amarognola di un tramonto irrinunciabile In A Perfect World, si colora la pelle di nero blues insieme alla struggenza in slide di uno Stephan B. Jones smagliante in una micidiale Let Jesus Do The Talking, fino a cacciare una piccola lacrimuccia di ricordi al centro di The Misty Hills of Tennessee, omaggio all’intramontabile bluegrass dei pionieri, dove tutta l’allegra banda fa “bivacco e ore piccole” accanto ai falò di una storia infinita. Fuori delle logiche di fare un disco con l’ausilio dei grandi e migliori session-man degli States, vicina alla volontà di usare la purezza espressiva per rimanere sensazione rozza o infinitesimale diamantino che può brillare anche fuori dal triangolo The Refugees, Cindy Bullens, questo maschiaccio dolcemente ribelle ritorna a casa, nella sua Nashville impregnata di radici, watermelon succosi e fughe di pensiero verso il sud dove il diavolo del blues cattura le anime sensibili. Avercene di queste prove discografiche tanto “classiche” e ben suonate, sarebbe da metterci la firma, diavolo permettendo ovvio!
Max Sannella

Let Jesus Do The Talking

venerdì 15 aprile 2011

MEAT PUPPETS, "Lollipop" (2011, Megaforce/Goodfellas)

Chi ha almeno una quarantina di primavere sulle spalle e sempre avuto a cuore le sorti del punk rock si ricorderà certamente delle primissime sulfuree incisioni delle ‘bambole di carne’ per la seminale etichetta SST Records, all’albeggiare degli anni ’80: sin dallo storico e.p . in vinile d’esordio “In A Car” (1981, SST Records) contenente cinque brani i Meat Puppets dei fratelli Curt e Cris Kirkwood (Curt lead vocal , chitarrista e compositore , Cris bassista), provenienti da Paradise Valley, Arizona proponevano un mix stravolto e personalissimo di punk hardcore ed ‘American Roots’ come folk, country e psichedelica. Nella reissue 1999 (Rykodisc) del primo omonimo album del 1982 ad esempio erano già comprese covers serialmente stravolte di Neil Young (I Am a Child), Grateful Dead (Franklin’s Tower) e Stooges (I Got a right) che la dicono lunga su quello che era il loro dna artistico sin da quegli anni. In pregevolissimi album seguenti (13 in tutto in 29 anni, tra il 1982 ed il 2011 più due live) come “Up On The Sun”, “Huevos”, “Mirage” i fratelli Kirkwood distillavano gradualmente e senza interruzioni una dissacrante vena compositiva, algida ed a volte ostica risultante ‘alchemica’ di tutti gli elementi sopracitati.
Il momento in cui conoscono una maggior fama ‘fuggevole’ coincide paradossalmente con la loro partecipazione al “MTV Unplugged In The New York” dei Nirvana dell’amico Kurt Cobain, nel 1993, nel corso del quale eseguono tre loro brani . Inevitabile che i furori hardcore punk del debutto si stemperassero negli anni o che trovassero dei dosaggi sempre diversi e questo mentre i Meat Puppets continuavano a realizzare albums geniali, densi di soluzioni ritmiche e crossover musicali inediti, come “Forbidden Places “ (1991) e “Too High Too Die” del 1994. Si sciolgono nel 2000 per tornare sulla scena nel 2007 e realizzare altri due albums sino a questo recentissimo “Lollipop” uscito l’11 Aprile 2011.
Lollipop vede ancora una volta Curt Kirkwood sfornare generosamente delle songs ormai completamente addomesticate, classiche e moderatamente eclettiche (12 per la precisione) ormai pregne sino al midollo di quell’ Americana (country e folk in primis) già citata all’inizio: Lantern, Amazing, Baby Don’t, The Spider And The Spaceship (sarcastica favola country & western finale con gran spolvero di chitarre acustiche) ne rimangono esempi eloquenti. Questi brani , ormai arresisi ad una chiara ‘restaurazione melodica’ e molto lontani dalle oblique eccellenze degli albums degli anni ‘80 e ’90 rinnovano comunque il piccolo miracolo di ricordare pochissimo le vene compositive di altre bands o songwriters: uniche eccezioni Damn Thing, che a qualcuno (come a me) riporterà forse alla mente i REM di "Reckoning" e South Central Rain e l’iniziale Incomplete che pare curiosamente uscita dal cappello a cilindro dell’Elvis Costello più pop, anche nell’approccio vocale di Curt. Se si vanno poi ad ascoltare episodi come la spagnoleggiante Way That It Are o l’orientaleggiante Hour Of The Idiot si possono apprezzare sino in fondo l’ondivago mantra vocale di Curt Kirkwood e le sue acide (e sempre molto intriganti) epifanie chitarristiche, ora più che mai al servizio di strutture compositive ben precise. Certo qualche caduta clamorosa c’è come l’ eccessivamente mainstream Shave It o la semi-insipida Vile salvata in zona cesarini solo dalle spiritate movenze wah-wah della chitarra di Kirkwood. Se dovessi ricorrere ai tanto odiati voti di fine (o inizio) recensione un 6 e mezzo a "Lollipop" non glielo toglierebbe nessuno, sperando i fratelli Kirkwood ritrovino la voglia di osare.
Wally Boffoli
MeatPuppetsMySpace

lunedì 7 febbraio 2011

GREG ALLMAN : “Low Country Blues” (Jan. 18 2011, Rounder Records)


Buone notizie: Il buon vecchio Gregg (63 anni) è ancora tra noi, vivo e vegeto; e torna in studio dopo ben 14 anni di assenza ("Searching for Semplicity" - 1997, 550 Music). Questo suo nuovo lavoro coglie quasi di sorpresa, anche perché della sua Allman Brothers Band (con il grande Warren Haynes dei Gov’t & Mule) negli ultimi tempi si era sentito parlare poco: molti live nel primo decennio 2000, “Hittin’ The Note” l’ultimo album in studio (2003, Peach/Sanctuary).
A dargli una mano un decano come T. Bone Burnett, produttore sempre intelligente e rispettoso delle peculiarità degli artisti con cui lavora.

Low Country Blues
"Low Country Blues" è eloquente sin dal titolo, perciò se il vostro hobby preferito è la ricerca dell’hype o del maudit
a tutti i costi nel rock, potete anche smettere di leggere questa recensione e volare verso altri lidi! Come se ‘selvaggio’ e ‘sporco’ non possa essere un artista che suona da più di 40 anni un genere irreprensibile come il ‘southern rock’, mai arresosi mai alle lusinghe di un mercato a stelle e strisce volubile quanto deleterio.
Gregg Allman è uno stagionato old ‘hero’ che ha scritto insieme al più famoso fratello maggiore Duane (morto presto, troppo presto: nel 1971, a 25 anni in un maledetto incidente motociclistico) una pagina leggendaria del rock – blues americano come "At Fillmore East" (1971, Capricorn), ma senza di lui tante altre a dignitosissime.
“Low Country Blues” è una full-immersion di Gregg nelle sue radici di sempre: blues, country e soul; in questi 12 brani dimostra di essere ancora uno dei più grandi cantanti soul e blues del rock contemporaneo. Tantissimi classici della tradizione (11 oscure cover, giura Hal Horowitz su AllMusic), di artisti come B.B. King (Please Accept My Love) e Bobby ‘Blue’ Band (Blind Man) reinterpretati con quel ‘tired and wolfy feeling ‘ vocale che lo rende unico, organo e piano (i suoi amori di sempre) in grande spolvero: un illustre collega, David Fricke, sul titolato Rolling Stone ha elogiato l’"austera e coscienziosa produzione antica" del disco.
Ascoltate le variazioni jazzy e soul/gospel (con tanto di cori femminili e horns) sul tema blues dell’appassionante terna Tears Tears Tears (Amos Milburn), My Love Is Your Love (Magic Sam Maghett), Checking On My Baby (Otis Rush), con Allman coadiuvato dall’ottimo chitarrista Doyle Bramhall 2 , che si produce in alcuni ‘solo’ davvero vibranti, e dalla leggenda Dr. John – ospite d’onore - al piano.
Se volete risalire ancor di più alle radici dovete ‘farvi’ assolutamente la toccante cover acustica di Devil Got My Woman, un classico di Skip James: puro ‘dirty Delta Blues’. Ed ancora: una stravolta Rolling Stone e la saccheggiatissima I Can’t Be Satisfied, ambedue di Muddy Waters, il country di Floating Bridge (Sleepy John Estes) e I’ll Believe I’ll Go Back Home (tradizionale).
Non ci basta ancora: ottima e grintosa la resa di Little By Little (Junior Wells), toccante quella di Blind Man del grande Bobby ‘Blue’ Bland, leggermente inferiore forse all’indimenticabile versione live di Steve Winwood nel “Last Exit” dei Traffic. Unico brano autografo (a 4 mani con Warren Haynes) Just Another Riderseguito ideale – forse qualcuno dirà - dell’indimenticata, epica Midnight Rider ("Idlewild South", 1970, Mercury)? Il mood è quello, e a me piace tanto pensare di sì!
Wally Boffoli
GreggAllmanOfficialWebsite

mercoledì 26 gennaio 2011

DAVID WIFFEN: A Great Canadian Loner

David Wiffen nasce l'11 marzo 1942 in Inghilterra ma muove presto per il Canada nel 1958, iniziando la sua carriera di folksinger in quel di Toronto suonando nelle coffehouses nei primi anni 60; una bella testimonianza di quelle esibizioni è raccolta nell'adesso introvabile live "At The Bunkhouse Coffeehouse(1965)" registrato in quel di Vancouver .
Tra i 12 brani presenti il classico Four Strong Winds molti anni prima della versione del connazionale Neil Young, molto più acerba a dire il vero, oltre a Don't Think Twice, It's All Right di Bob Dylan.
Dopo questo disco suona in varie bands tra cui The Pacers e The Children,dopo di che entra a far parte per tre anni dei Three's A Crowd dei quali è ospite del misconosciuto album "Christopher’s Movie Matinee (1968)", uno dei tanti dischi psych-folk dell'epoca; la sua voce è ben riconoscibile nel brano The Way She Smiles,e in Gnostic Serenade, questa molto bella cantata a 2 voci con Donna Warner.
Nei primi '70 è impegnato più che altro a combattere la sua personale campagna contro l'alcolismo, ben documentata dal brano More Often Than Not dal primo David Wiffen del 1971.
La Fantasy record, una delle tante label folk USA del tempo concede fiducia a David e gli permette finalmente di registrare il suo tanto agognato disco d'esordio il bellissimo "David Wiffen(1971)" solo 29 minuti di splendide songs , con la pesante influenza di Fred Neil, ascoltare per esempio One Step e Never Make a Dollar That Way, stupenda, ma tutto l'album scorre ad alti livelli. C'è anche l'autobiografica Mr. Wiffen.
Dopo che il mondo intero ha ignorato il disco il nostro non si perde d'animo e con l'aiuto del grande Bruce Cockburn, e della United Artist, dà alle stampe il capolavoro "Coast To Coast Fever (1973)", una dei dischi solistici più belli usciti da terra canadese.
Difficile scegliere un brano migliore delle 10 perle che incoronano l'album,
dall'iniziale Skybound Station, l'omonima Coast to Coast Fever, White Lines, occorrerebbe citarle tutte; mi piace segnalare anche la cover di un brano di Cockburn, Up on the Hillside.
Il paragone con Fred Neil anche qui è evidente, anche se adesso la sua voce è più personale, molto profonda e intensa.
Dopo questa splendida prova, inutile dire ignorata da critica e pubblico, a parte la ristretta cerchi dei super appassionati/informati, David sempre alle prese con l'alcool dipendenza, abbandona tristemente la carriera di singer per impiegarsi come autista di limousine e handicappati.
Poi dopo 26 anni da "Coast to Coast Fever" incredibilmente ritorna in circolazione e realizza il suo terzo e ultimo album in studio, "South Of Somewhere" tutto sommato deludente, considerati i 2 precedenti gioielli.
Il disco contiene vecchie songs riarrangiate e nuovo materiale, tra questi Cool Green River e Fire On The Water, sempre deliziose ma forse qualcosa del vecchio fascino è andato perso.
La voce dopo tutti questi anni è sempre bella, e David sembra voler gridare al mondo: 'ci sono ancora, almeno stavolta ascoltatemi' ma non sarà così. David Wiffen: un altra bella favola dal freddo Canada!

Riccardo Martelli

DAVID WIFFEN Discography:

David Wiffen At The Bunkhouse Coffeehouse, Vancouver BC (Universal International, 1965)
Christopher's Movie Matinée (ABC Dunhill, 1968, as a member of 3's a Crowd)
David Wiffen (Fantasy, 1971; CD reissue via Akarma, 2001. Out of print.)
Coast to Coast Fever (United Artists, 1973)
South of Somewhere (True North, 1999)

mercoledì 29 settembre 2010

NEIL YOUNG: Le Noise (Sep 28, 2010/Reprise) by Wally Boff

Prendete un artista-icona del rock, fatelo registrare in perfetta solitudine con la sua voce e le sue due chitarre, quella acustica e l’elettrica, in una grande stanza piena di echi, ma potrebbe essere anche una chiesa o un museo: è quello che ha fatto un grande produttore, Daniel Lanois con Neil Young, 65 anni, nato a Toronto, Ontario, Canada nel 1945.
Il risultato è il suo nuovo lavoro "Le Noise": non siamo agli stessi eccelsi livelli che Lanois (canadese come Young, nato ad Hull, Quebec) ha toccato attraverso gli anni con artisti tra gli altri come U2 ("Unforgettable Fire" -1984- , "Joshua Tree" -1987 -) e Bob Dylan ("Oh Mercy" -1989-) tanto per essere subito chiari, il suo tocco però é inconfondibile ed il risultato dell’operazione è ugualmente affascinante.
Neil Young è artista da sempre diviso con modalità sublimi tra infuocate esibizioni elettriche live ed intimistiche solitarie performances acustiche per cui la ‘solitudine’ approntata da Lanois non è certo un problema per lui : chi come me ha superato le cinquanta primavere è da tempo avvezzo a questa benedetta dicotomia caratteriale/artistica di Young così come alla sua fatale discontinuità ispirativa; non per questo era stata meno dolorosa la quasi totale delusione per il suo precedente lavoro in studio "Fork In The Road", scialbo e povero dal punto di vista ispirativo (2009/Reprise).
Le sue due ultime dignitose raccolte risalivano al 2005 ("Prairie Wind", bucolica retrospettiva esistenziale)e "Living With War" (2006/Reprise), infiammata requisitoria anti-Bush se non si conta l' ottima "Chrome Dreams II (2007/Reprise)" composta da brani appartenenti a periodi diversi della sua carriera.
Lanois cerca di conciliare in "Le Noise" (titolo omaggio alle sue origini francofone immagino), riuscendoci all’ 80 %, l’epico ‘rumore’ elettrico di Neil e la sua dimensione acustica commovente: ed ecco l’immarcescibile Neil graffiare fieramente la sua fida Les Paul in sei brani su otto anche senza batteria e basso, in brani esaltanti come Walk with Me, Rescue Me, Angry World, Hitchhiker, Sign Of Love, riecheggianti le sue armonie più intense ed integrati da Lanois all'inizio o in coda da echi e brevi loops vocali, per creare come sua abitudine effetti di straniamento, non sempre opportuni.
Avrete già capito che il Neil Young che amiamo da sempre (una delle guide spirituali di Music Box), lirico ed ispirato, è di nuovo tra noi a mormorare ombrosamente di ‘amore e guerra’, ‘mondo inquieto’, ‘segni d’amore’ anche se attraverso quaranta minuti scarsi; bellissimi i due episodi acustici, Love And War, spagnoleggiante e dolorosa, come solo Neil sa, ma soprattutto Peaceful Valley Blvd., un brano che da solo giustifica l'acquisto di Le Noise: sette minuti di pura poesia alla moviola, intrisa di una ‘loneliness ‘sognante ed arcana che fa rivivere come per incanto le sconsolate sublimi introspezioni di On The Beach, Old Laughing Lady… brani di Neil mai dimenticati, sempre nel nostro cuore.
Wally Boff




Neil's Garage
NPRmusic

Video
Love And War
Sign Of Love
Walk With Me
The Hitchhiker
Peaceful Valley Boulevard

martedì 24 agosto 2010

Ascolti anomali di un cantautore : Neil Young by Ruben

Noi di Music Box abbiamo aspettato anche troppo per omaggiare in qualche maniera l'immarcescibile Neil Young, una delle nostre guide spirituali, artista a tutto tondo dall'ispirazione inesauribile anche se discontinua, campione del rock acustico ed elegiaco come di quello elettrico e sonico. Rimediamo parlando sinteticamente, grazie all'amico cantautore Ruben, di tre dischi di Neil Young degli anni '90 cui siamo molto legati, tre piccole gemme della sua sterminata discografia che parte dagli anni '60 giungendo ai giorni nostri.
Inauguriamo la pubblicazione in calce ad ogni articolo di un direct link a You Tube che vi introduca subito nel mood dell'opera trattata. Buona lettura e buon ascolto (W.B.)




NEIL YOUNG & THE CRAZY HORSE : SLEEP WITH ANGELS (1994-Reprise)

La dolcezza dell’iniziale My Heart e la successiva, tutto sommato nella norma, Prime Of Life non traggano in inganno: le note iniziali di Driveby, cupa ed avvolgente, ci portano dritti ad uno dei dischi “recenti” più riusciti del Nostro. Memorabile il riff sulfureo di Sleeps With Angels, composta per la morte di Kurt Cobain quando ormai il disco era già finito, ma che estrinsecamente finisce per definire il mood oscuro di questo lavoro. Western Hero e Train Of Love sono ballate gemelle nell’apparato musicale. Ma è la chilometrica Change Your Mind a stamparsi in modo indelebile nei nostri cuori: un nuovo grande classico del Canadese insieme al Cavallo Pazzo (così bisognerebbe sempre registrare il rock! Live in studio, “e a culo tutto il resto”!). In Blue Eden ed Old Black la benemerita sei corde di Mastro Neil Young trova nuove profondità.
Incantano le atmosferiche Safeway Cart e Trans Am. Piece of Crap è una salutare frustata.
Chiude l'elegiaca A Dream That Can Last, ricollegandosi nelle atmosfere al primo brano.
Ma quando mai mi capita di parlare di un disco e di citare tutti i brani? Vorrà dire pur qualcosa ...

http://www.youtube.com/watch?v=LvPsYgHmraI
http://www.myspace.com/neilyoung

NEIL YOUNG : HARVEST MOON (1992-Reprise)

Strombazzato come il seguito di Harvest (il disco che ha consegnato il loner canadese alla Storia), è un lavoro pervaso da atmosfere notturne e delicate (Harvest viene solitamente definito come “solare”, ed è molto più abrasivo di quello che potrebbe sembrare…).
Contiene tutta una serie di brani che sono diventati dei nuovi classici younghiani, da Unknown Legend a Harvest Moon, da From Hank To Hendrix alla conclusiva, meravigliosa, Natural Beauty (l’ho suonata chissà quante volte…).
Da ricordare anche Dreaming Man, una piccola perla.
Riascoltando oggi il disco mi ha infastidito un po’ l'ampio riverbero utilizzato a man bassa su voce ed altro; magari un ambiente più raccolto avrebbe giovato, e conferito maggiore intimità a canzoni che la danno e la esigono.

http://www.youtube.com/watch?v=ZaIegJDyoaQ



NEIL YOUNG & THE CRAZY HORSE: RAGGED GLORY (1990-Reprise)

Potrei cavarmela con uno “Yeah”, e avrei detto tutto.
Dopo il variegato Freedom, il Canadese richiama i fedelissimi Crazy Horse – che io amo alla follia – e incide questo monumentale album, dove la mitica Old Black e la sua sostituta occasionale (sempre una Les Paul Standard del ’53) si producono in lampi, tuoni e meraviglie.
Memorabile Fucking Up, ripresa spesso live dai Pearl Jam, ma è difficile in un disco come questo indicare un brano piuttosto che un altro. Giusto per curiosità, la conclusiva Mother Nature, che ricalca nella melodia il tradizionale The Water Is Wide, ripreso da Dylan ed infiniti altri.
Seguirà un tour straordinario per intensità e coinvolgimento nelle esecuzioni, documentato nell’imperdibile cd e vhs Weld.
A causa del volume feroce sul palco, Neil diverrà affetto da tinnitus, che gli consiglierà suoni meno invasivi.
Ma il Cavallo Pazzo è sempre dietro l’angolo: scalpita, smanioso di cavalcare e cavalcare…

http://www.youtube.com/watch?v=PFxeQQZp8lg&NR=1

RUBEN
http://www.facebook.com/profile.php?id=1096404579&ref=search