C'è tanta gente che a un certo punto della sua vita rinnega il proprio passato, più o meno alternativo che sia, e si allontana da tutto ciò che ne ha fatto parte. Non ho mai capito come ciò si possa fare senza restare “mutilati” di una parte di sé stessi poiché tutti noi siamo come siamo oggi anche in virtù di ciò che siamo stati in passato. Per questo mi è piaciuta molto la frase con cui Umberto Negri introduce il libro da lui scritto, e curato da E. “Gomma” Guarneri, “Io e i CCCP. Una storia fotografica e orale”
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sabato 12 novembre 2011
MUSICAL BOOK REVIEWS - “Io e i CCCP: una storia fotografica e orale” di Umberto Negri, con la cura di E. “Gomma” Guarneri (2011, Shake Edizioni)
C'è tanta gente che a un certo punto della sua vita rinnega il proprio passato, più o meno alternativo che sia, e si allontana da tutto ciò che ne ha fatto parte. Non ho mai capito come ciò si possa fare senza restare “mutilati” di una parte di sé stessi poiché tutti noi siamo come siamo oggi anche in virtù di ciò che siamo stati in passato. Per questo mi è piaciuta molto la frase con cui Umberto Negri introduce il libro da lui scritto, e curato da E. “Gomma” Guarneri, “Io e i CCCP. Una storia fotografica e orale”martedì 8 novembre 2011
MUSICAL BOOK REVIEWS: “Un sentiero verso le stelle. Sulla strada con Bob Dylan” di Paolo Vites (Pacini Edit., 18 maggio 2011, pagg. 205)
Nel Bel Paese chi conosce bene Bob Dylan conosce altrettanto bene Paolo Vites. Il legame che tiene uniti il più grande e influente cantautore di tutti i tempi e l’autore di questo nuovo, splendido libro è strettissimo e ha un qualcosa di magico che risale a tanti anni fa. Paolo Vites anzitutto è un fan di Bob Dylan (oltre che della buona musica), e poi è uno dei maggiori esperti viventi in materia dylaniana. Il fatto che sia un fan però non gli ha mai impedito di essere anche critico sabato 1 ottobre 2011
MUSICAL BOOK REVIEWS - "Retromania, Musica Cultura Pop e la nostra ossessione per il passato", di Simon Reynolds (15 Settembre 2011, ISBN Ed.)
Il libro di Simon Reynolds (già autore del monumentale “Post Punk. 1978-1984”) coglie un aspetto fondamentale della cultura pop, nel senso più ampio del termine, degli ultimi dieci anni: l’ossessione per il passato, in tutte le sue forme, ciclicamente riproposto, (blandamente) rivisitato, tritato, spolpato, rinato dopo morte apparente. Viviamo in un’epoca che Reynolds definisce “ri-decennio”, caratterizzata da ristampe, reunion, revival, retro, riedizioni … giovedì 28 luglio 2011
BOOK REVIEWS - “Il Duka in Sicilia” di Vittorio Bongiorno (Einaudi Stile Libero 2011, pp. 215, €. 17,00)
Il Duka è ovviamente il grande Duke Ellington e in Sicilia c’è stato veramente, la sera del 17 luglio 1970, a suonare e far sognare con la sua orchestra il pubblico del Palermo Pop, il primo festival musicale italiano che l’impresario italoamericano Joe Napoli aveva voluto nella terra dei suoi genitori portando ad esibirsi alcuni grandi nomi del jazz e del rock. A trenta chilometri da Palermo, il piccolo paese di Jato, quattro case arroccate sul monte, quello stesso 17 luglio celebra il festino di San Calò, il santo negro, solo che questo rischia di essere l’ultimo, infatti la curia ha deciso di chiudere la piccola chiesa e trasferire il parroco, solo un miracolo può salvare San Calò.MUSICAL BOOK REVIEWS - "Read the Beatles" di June Skinner Sawyers (2010, Arcana)
Sui Beatles è già stato scritto di tutto. In quanto icona intramontabile della storia della musica, il gruppo è stato oggetto di ogni genere di antologia e pubblicazione. Eppure il libro "Read the Beatles", curato da June Skinner Sawyers e pubblicato in traduzione italiana dalla Arcana Editrice riesce ad emergere per l'originalità del punto di vista con cui affronta il fenomeno Beatles. Come ben spiega il sottotitolo, si tratta di “un'antologia di scritti d'epoca sull'impatto, l'influenza e la modernità dei Fab Four”, dunque una raccolta di saggi, articoli di riviste e quotidiani, interviste, poesie uscite negli anni in cui i quattro di Liverpool sorprendevano il mondo e scombinavano gli assetti musicali e culturali fino ad allora dominanti.domenica 26 giugno 2011
MUSICAL BOOK REVIEWS - “LA PATRIA DELLA LUCE. Il rock e l’Oriente fra i Sessanta e i Settanta” di Claudio Gargano (Odoya, 2011, pp. 334, €. 18,00)
E’ stata impastata con l’Oriente la storia del rock, chi ascoltava i Beatles, i Jefferson Airplane, Donovan o l’Incredible String Band leggeva anche Hesse e Ginsberg, Kerouac, Huxley e 'La vita di Milarepa', accendeva bastoncini d’incenso, si profumava di patchouli, si avvicinava allo yoga e alle filosofie orientali; provava a intonare la sacra sillaba Om, vagheggiava o realizzava il viaggio in India, provava ad allargare la propria coscienza seguendo gli insegnamenti di Timothy Leary ed Allen Ginsberg.sabato 9 aprile 2011
CANNED HEAT 1967 - 1970: Blues e Boogie-Rock in acido! Part 1: 'Blind Owl Blues' book, C.Heat & A.Wilson: a brief history, "Living The Blues (1968)"
"Blind Owl Blues - The Mysterious Life And Death Of Blues Legend Alan Wilson" by Rebecca Davis Winters

Era da molto tempo che volevo scrivere dei Canned Heat, un grandissimo amore e fonte di crescita musicale giovanile per me e per tutti quelli
che ebbero la fortuna anagrafica di vivere in tempo reale le eccezionali innovazioni nel blues e nel rock degli anni '60. Parlerò estesamente della band nella seconda parte di questo speciale. A volte ci sono delle coincidenze incredibili nella vita: mentre rimuginavo su questo articolo ho conosciuto navigando in Facebook e grazie all'indicazione di un collaboratore di Distorsioni (Vincenzo Erriquenz) Rebecca Davis Winters,
un'amica americana che ha scritto e pubblicato nel 2007 "Blind Owl Blues - The Mysterious Life And Death Of Blues Legend Alan Wilson", purtroppo non tradotto in italiano, che io sappia. Rebecca é stata così gentile da inviarmelo e mi sono riproposto con spirito certosino di tradurlo almeno in parte. Si tratta una corposa ed approfondita indagine di 250 pagine sulla sfaccettata ossessione del giovane artista americano Alan Wilson per il blues, a partire dalle sue origini più rurali, e sulle complesse vicende esistenziali dell'anima 'fragile' della band di boogie-blues per eccellenza degli anni '60. Dopo aver fatto amicizia rapidamente grazie a questo interesse in comune, dietro mia sollecitazione Rebecca ha accettato di scrivere (per me e Distorsioni) un intrigante articolo-sintesi del suo
prezioso libro. La versione italiana di questo articolo é stata curata dalla nostra collaboratrice Myriam Bardino (che ringrazio sentitamente!) e ve la propongo qui di seguito, in veste di graditissima e significativa integrazione internazionale al mio articolo sulla band. Vi troverete tantissime notizie e retroscena atti a far luce sulla breve (morì a 27 anni) e sfortunata esistenza di una leggenda del blues, Alan Wilson (wally boffoli)
Canned Heat and Alan "Blind Owl" Wilson: a brief history (Jul 4, 1943 in Boston, MA -Sep 3, 1970 in Topanga Canyon, CA
Nella storia del rock, i Canned Heat sono per lo piú conosciuti e ricordati per i loro successi On the Road Again, Going Up the Country, Let’s Work Together (divenuti degli hits nelle Billboard charts) e Time Was. Ad ogni modo sia il gruppo che in particolare l’ultimo Alan “Blind Owl” Wilson, hanno prodotto un seguito unico e devoto. I Canned Heat si distinguevano dai loro contemporanei nella scena del rock blues negli anni ‘60. Erano formati da due insaziabili collezionisti di vinili, Alan Wilson e Bob Hite e la maggior parte del loro repertorio era influenzato dalla scena di quel blues rurale che esisteva prima della seconda Guerra mondiale. L’alto timbro vocale che Alan Wilson usó nei loro primi due successi On the Road Again e Going Up the Country, fu modellato su quello del bluesman del Mississippi, Skip James.
La giovinezza e l’ossessione per il blues!
Alan Wilson nacque ad Arlington nel Massachussetts il 4 Luglio del 1943 da una famiglia di operai. I suoi interessi per la musica furono incoraggiati dalla sua famiglia e il suo inusuale talento fu subito chiaro. Lo si ricorda per aver un’intonazione perfetta ed un’abilitá sorprendente a imparare dei nuovi strumenti musicali in pochi giorni. Da adolescente, Wilson suonó il trombone in diversi gruppi della scuola superiore. Fuori da scuola formó un combo jazz chiamato The Crescent City Hot Five. Dopo la maturità frequentó l’Universitá di Boston per piú di un’anno, e lì prese in considerazione di laurearsi in musica. Ma erano piu’ interessanti i locali folk di Cambridge, dove occasionalmente si esibivano anche gli artisti blues. Nel blues, il suo primo partner fu David Evans, adesso un professore di etnomusicologia a Memphis, nel Tennessee. I due iniziarono a suonare in una varietá di locali nell’aerea di Cambridge, con Evans al canto e Wilson alla chitarra che lo accompagnava alla chitarra e all’armonica. Il loro repertorio consisteva in vecchie canzoni blues di
Tommy Johnson, Booker White e Robert Johnson (Blind Owl Wilson - Sloppy Drunk). Come nei Canned Heat, Wilson cantava solo occasionalmente ma stava gia’ sviluppando il suo stile vocale.
Nel 1964, Wilson incontró Booker “Bukka” White, che era appena stato riscoperto e faceva dei concerti nei locali folk di Cambridge. Parlando con White, Wilson venne a sapere che Son House, uno dei bluesman più seminali, era ancora vivo. I suoi amici della sua zona, Dick Waterman e Phil Spiro andarono con Nick Perls, un collezionista di dischi di New York a cercare House. Lo trovarono a New York nel Giugno del 1964. Probabilmente Alan Wilson aiutó Son House a imparare di nuovo delle parti di chitarra di vecchio blues dimenticate in anni ed anni in cui aveva trascurato la musica a causa dei suoi abusi d’alcool. Tra l’altro Wilson si può anche sentire sull’album
“Father of the Delta Blues” di House. Nel Massachussets in quegli anni Wilson incontró anche altri bluesmen come Mississipi John Hurt, Robert Pete Williams e Skip James.Nel 1965, John Fahey fece un concerto a Cambrige e strinse amicizia con Alan Wilson. Fahey che aveva già registrato dei dischi in quegli anni, fu anche coinvolto nella riscoperta di Booker White e Skip James. In quel periodo, Fahey stava lavorando alla sua tesi per il master in Musicologia all’ UCLA, ma aveva dei problemi con la scrittura musicale. Wilson si propose d’aiutarlo in cambio di un passaggio a Los Angeles, ed una camera con pensione al loro arrivo. Fahey gli raccontó delle storie sulle donne californiane, assicurandogli che gli avrebbe trovato una ragazza che avrebbe fatto al caso suo, tra I suoi amici.
La California: The Canned Heat, la cultura’acida
In California, gli orizzonti personali e musicali di Wilson si espansero considerevolmente. Oltre a prendere dell’ LSD per la prima volta nella sua vita ed imparare a suonare il banjo a cinque corde, incontro’ Bob Hite, un uomo che avrebbe cambiato il corso della sua carriera. Bob Hite era suo coetaneo: nacque a Torrence, in California, il 26 Febbraio 1943. Con il suo migliore amico Claude McKee inizió a collezionare dischi. I due avrebbero finito per pubblicare una rivista di corta durata dedicata ai dischi R&B. Bob gestiva anche un negozio di dischi dove, un giorno, John Fahey porto’ il suo nuovo amico Alan Wilson. Hite e Wilson diventarono rapidamente amici. Tutt’e due erano ossessionati dai dischi del primo blues rurale e Bob, che viveva ancora con la sua famiglia, gli trovó un posto dove poteva sentirsi il benvenuto e avere qualche pasto. Prese qualche lezione da Alan e in cambio gli permise di usare il suo materiale.
Con John Fahey, Bob Hite e Alan Wilson formarono una jug band. Ma, quando Wilson espresse il suo interesse per la chitarra elettrica, Fahey, contrariato, lasciò perdere tutto. Alan Wilson trovó il suo chitarrista elettrico ideale in Henry Vestine di Takoma Park, Maryland. Vestine era un vecchio amico di Fahey ed anche lui era stato coinvolto nella riscoperta di Skip James.
Stilisticamente, era stato influenzato da Albert King, BB King , Freddie King ed Albert Collins. Con il bassista Mark Andes e il batterista Frank Cook, il gruppo inizió a fare dei concerti come Canned Heat Blues Band. Incontrarono qualche difficolta fino all’incontro con i managers Skip Taylor e John Hartman, che gli assicurarono un contratto discografico con la Liberty Records. A questo punto, Mark Andes lasció il gruppo per raggiungere gli Spirit e fu sostituito da Larry Taylor, un eccelso bassista che aveva suonato professionalmente fin da adolescente. Il primo
concerto importante fuori Los Angeles fu il festival pop di Monterey nel 1967. Sul palco, Bob Hite era il front-man consistente della band, interagendo con il pubblico e facendo salire la temperatura della musica. Anche se, d’altra parte, il fulcro musicale rimaneva Wilson. La sua chitarra ritmica, che affondava le radici nel blues modale di Tommy Johnson, Charley Patton e John Lee Hooker era il perfetto supporto alla sfrontata e spigolosa chitarra solista di Henry Vestine. Wilson aveva anche creato gli arrangiamenti per il gruppo e si stava facendo
conoscere anche per il profondo mood blues della sua armonica. Benchè cantasse solo occasionalmente, una volta sentito, il suo stile di tenore alto era indimenticabile ed infondeva una notevole inconfondibile qualitá al suono dei Canned Heat. Il primo album omonimo “The Canned Heat” per l’etichetta Liberty Records consisteva in standards del blues. Eliminarono l’appellativo “Blues Band” dal loro nome, pensando che l’etichetta “blues” avrebbe scoraggiato il mercato pop per l’acquisto del disco. Il secondo album della band “Boogie With Canned Heat” si avventuró in territori piú originali quando i Canned Heat
iniziarono a sviluppare il loro suono ed interpretazioni personali del blues tradizionale. Il loro suono fu rafforzato dal nuovo batterista, Adolfo Fito de la Parra, che aveva una vera passione per il blues. In “Boogie With Canned Heat” si fanno notare già dei connotati musicali psichedelici e una nuova e forte presenza della della chitarra principale. Questo disco include anche due canzoni cantate da Alan Wilson tra cui On the Road Again, che fu il primo successo del gruppo. Originalmente sul lato B di un 45 giri, On the Road Again inizio’ ad essere trasmessa dalle stazioni radio del Texas e fu ristampata dalla Liberty Records nel ato A di un’altro singolo. Per i Canned Heat, fu il trampolino per una celebrita’
tutta nuova. On the Road Again esemplifica il profondo interesse di Wilson per la musica classica indiana. In questo singolo, Wilson suona la tambura e sperimenta anche la veena. La natura modale della musica indiana era, alle sue orecchie, completamente compatibile con la tradizione pentatonica blues di Fred McDowell, John Lee Hooker e simili. Durante questo periodo, nel corso della campagna marketing per la loro immagine pubblica, il gruppo
sceglie dei soprannomi. Wilson era gia’ stato soprannominato “Blind Owl” (la civetta cieca)
da John Fahey, data la sua faccia rotonda e l’apparenza da scolaro combinata ad i suoi problemi di vista (anche se non era completamente cieco e vedeva abbastanza bene da essere capace di prendere una patente); Hite fu chiamato “The Bear” (l’orso) dato la sua enorme stazza; Henry Vestine diventó “The Sunflower” (Il girasole),perche’ quando era su scena, la sua esile figura e i suoi lunghi capelli biondi suggerivano un girasole. Il bassista Larry Taylor divenne “The Mole” (la talpa), e il batterista Adolfo de la Parra divenne “Fito”. La psichedelia prese ancora più piede nel loro seguente doppio album “Living the Blues”.
Il secondo disco di questo set consisteva in un lunghissimo boogie dal vivo. Anche degno di nota fu Parthenogenesis, che consisteva in sperimentazioni musicali dei vari membri del gruppo. La maggior parte dei pezzi di Wilson, erano dei “raga” di armonica cromata o chromonica (chromatic harmonica raga) e raga d’arpa da bocca (jaw-harp raga): erano stati anche registrati dall’etichetta Takota di John Fahey qualche anno prima come parte di un album solo che non fu mai completato.
La canzone piú memorabile di “Living the Blues” è naturalmente quella che sarebbe
diventato il piu’ grande successo del gruppo: Going Up the Country. Cantata da Wilson, e modellata secondo un disco che il songwriter texano Henry Thomas, registró verso la fine degli anni venti. Fu eseguito live dalla band durante il festival di Woodstock del 1969 e fu anche usato nella colonna sonora del film del festival. Oggi è spesso ricordata come l’inno, non ufficiale, di questo festival.
Ma giá nell’estate del 1969 il fulcro dei Canned Heat non era piu’ stabile. Henry Vestine sviluppó una dipendenza dalla droga che fece regredire le sue capacità musicali. Solo qualche giorno prima del concerto di Woodstock, Vestine lasció il gruppo dopo aver litigato con Larry Taylor, che era stanco di dividere il palco con Vestine e le sue stranezze indotte dalle droghe. Dopo un altro ottimo album, "Hallelujah", uscito sempre nel 1968, il gruppo trovó un nuovo chitarrista principale in Harvey Mandel, che aveva incontrato nel
backstage al concerto al Filmore West subito dopo la partenza di Vestine. Mandel aveva precedentemente suonato con Charlie Musselwhite e aveva pubblicato un album strumentale solista “Cristo Redentor”. Benche’ il suo stile era diverso da quello di Vestine, fu capace di integrarsi nel suono blues rock del gruppo e andó in tour con loro, agli inizi degli anni ‘70. Questa formazione registró l’album “Future Blues”, considerato da molti il disco più riuscito dei Canned Heat, eseguito dal vivo con la nuova formazione.
La depressione e l'altro amore/ossessione: gli alberi e la natura
L’assenza di Vestine ebbe un grosso effetto su Wilson, perché molto del suo concetto originale del gruppo si sviluppava attorno all’interscambio tra la sua distintiva chitarra ritmica e quella solista di Vestine. Nel 1970 Wilson aveva provato per un paio di volte a lasciare il gruppo, ma si era sentito obbligato a ritornare, per non abbandonare i suoi amici e colleghi musicali. In piú, dei problemi personali influenzarono la sua salute. Wilson aveva lungamente sofferto di depressione ed era seguito in terapia da specialisti fin dal 1967. Giá in primavera aveva tentato di suicidarsi e fu rinchiuso in un’ospedale psichiatrico. Fortunatamente il suo ospedale era nella stessa strada dello studio di
registrazione perche’ il gruppo aveva in progetto di registrare un album con la leggenda blues John Lee Looker. Wilson lasciava l’ospedale durante il giorno per registrare e ci ritornava per la notte. Fu in ogni caso dimesso dall’ospedale con dei farmaci prescritti e con l'impegno che Bob Hite si prendesse cura di lui. Da aggiungere all’eccentricita’ di Wilson era la sua crescente ossessione per le piante e gli alberi. Per anni, era stato considerato un 'animale' prevalentemente musicale, che si occupava piu’ di blues che di qualsiasi altra cosa, inlcuse le relazioni umane. Ma in seguito aveva sviluppato una passione per la natura. Le donne californiane promessegli da John Fahey non gli avevano dato delle grande soddisfazioni e le groupies dei Canned Heat pensavano che Wilson fosse una rock star un po’ troppo strana per i loro gusti.
Cosi’, Madre Natura divento’ la sua amante. Con la sua chitarra e le sue armoniche, inizio’ a portarsi appresso anche dei libri di botanica ed a collezionare una grande varieta’ di piante lungo i suoi viaggi. Questo interesse porto’ a Wilson, dei nuovi obiettivi. Prima decise di memorizzare i nomi comuni e scientifici di tutti gli alberi e le piante del mondo. Per Wilson, che aveva già delle inusuali abilita’ intellettuali oltre che un perfetto orecchio musicale, era un compito abbastanza semplice. Una 
volta imparati i nomi delle piante, intraprese degli studi scientifici sugli effetti dell’inquinamento sul mondo naturale. Avvicino’ la natura come aveva approcciato la musica: con una mente analitica e scolastica. Quando i resultati dei suoi studi arrivarono, gli effetti su Wilson furono devastanti. Divento’ chiaro che l’inquinamento era un grosso pericolo per la vita della natura nel mondo. Questa conoscenza intensifico’ la depressione di Wilson. D’altra parte l’aiutò anche ad
ispirarlo ed iniziò a pianificare e fondare delle organizzazioni non-profit con l’obiettivo di salvaguardare le foreste rosse (redwoods) della costa della California. Aveva creato un forte legame con questi alberi, e passo’ molto tempo a campeggiare nei vecchi boschetti quando non era in tour con i Canned Heat. Quando era in tour, aveva iniziato a portare un sacco a pelo e a spendere le sue notti all’aria aperta quando il tempo lo permetteva. Tristemente, Wilson non sarebbe sopravvissuto alla realizzazione del suo sogno ecologico. Durante gli anni di strada spesi con i Canned Heat, aveva iniziato a soffrire di insonnia, che aveva iniziato a curare da sè con
dei barbiturici comprati illegalmente. Questa abitudine avrebbe giocato un ruolo fondamentale per il suo decesso. Il 2 Settembre 1970, Wilson non incontro’ i Canned Heat all’aereoporto di Los Angeles per partire per il tour Europeo. Il giorno dopo, il suo corpo fu trovato nel cortile di Bob Hite, dove campeggiava spesso quando il gruppo non era in tour.
Il risultato dell’autopsia indico’ un’overdose di barbiturici, che in base a tutte le conclusioni fu accidentale. Probabilmente Wilson dopo aver preparato il suo letto, si introdusse nel suo sacco a pelo e non si sveglio piu’ - ed aggiunge wally: 'ricordo benissimo che all'epoca della sua morte si parlò molto sulla stampa rock dello smisurato amore che Alan nutriva per le sequoie e fu ventilato addirittura un suo suicidio volontario in segno di protesta contro il selvaggio ed inarrestabile disboscamento che avanzava!'-. Furono trovate anche tracce di trauma cranico,
risultato di un precedente incidente di macchina. Un’amico aveva riferito che Wilson aveva sofferto di gravi mal di testa nelle settimane precedenti alla sua sua morte. Anche se, ad ogni modo, il ruolo del trauma cranico nella sua morte, e’ tutt’ora incerto. Negli anni dopo la morte di Alan Wilson, I Canned Heat continuarono a suonare blues rock e boogie sui
palchi di tutto il mondo. Il fratello di Bob Hite, Richard, raggiunse il gruppo come bassista per un certo periodo negli anni '70. Henry Vestine, Harvey Mandel, e Larry Taylor suonarono saltuariamente con il gruppo per tutta la decade. Bob Hite mori’ di un infarto causato dal consumo di droghe nel 1981 e dalla sua vita spericolata. Henry Vestine morì in un hotel per arresto cardiaco nel 1997. Richard Hite morì di cancro nel 2001. I Canned Heat continuarono a fare concerti e registrare sotto la lunga leadership del batterista Fito de la Parra. Nel 2010, alcuni dei familiari di Alan Wilson hanno creato un sito internet, in suo onore. Sperano cosi’, di raccogliere dei fondi per la salvaguarida delle redwoods in California. Musicalmente, la sua visione blues continua ad essere seguita da due generazioni di giovani musicisti e fans.
Blind Owl Blues
Canned Heat 1967 - 1970
1967 - Canned Heat, Liberty Records
1968 - Boogie with Canned Heat, Liberty
1968 - Living the Blues [Akarma], Liberty
1968 - Hallelujah, Liberty
1970 - Future Blues, Liberty
I Canned Heat tra il 1967 ed il 1970 con la realizzazione/pubblicazione di 5 eccezionali album ridisegnarono il concetto di blues urbano elettrico ripartendo ed attingendo nel repertorio pre-war dei primi 3 decenni del '900 di quel blues rurale di colore da cui é iniziato tutto. La formazione originale dei Canned Heat, senz'altro la migliore, comprendeva Bob Hite alle lead vocals, Alan Wilson vocals, harmonica and bottleneck guitar, Henry Vestine
lead guitar, Larry Taylor bass, Adolfo Fido' Dela Parra alla batteria. Con la morte di Alan Wilson nel 1970 essa si disperse, e nell'ultimo grande album inciso insieme in quell'anno, "Future Blues" Henry Vestine era stato già sostituito da un altro grande chitarrista, Harvey Mandel (che avrebbe poi suonato anche con John Mayall). Bisogna sottolineare che si trattava di ottimi musicisti, nessuno escluso, diventati capiscuola nell'affinamento e nelle innovazioni della tecnica del loro strumento, come il batterista Dela Parra con il suo tipico saltellante 'boogie rock' ritmico, Larry Taylor dal 'tiro' bassistico vigoroso e
serpentino, che avrebbe (anche lui) collaborato con John Mayall negli anni '70 ed Henry Vestine, chitarrista che sviluppò uno stile talmente personale e spigoloso da diventare un vero mito per gli appassionati, anche se a parere di chi scrive non fu mai valorizzato dalla critica come meritava. Il suo nome non é mai apparso e glorificato nelle cronache degli anni '60 e posteriori accanto a quelli di Clapton,Gallagher, Winter, Alvin Lee. Dal punto di vista vocale i Canned Heat avevano due anime: quella
rude e robusta di Bob Hite che si può godere dalle loro incisioni e che si imponeva soprattutto dal vivo, e quella efebica di Alan Wilson, che marchiò i maggiori hits dei Canned Heat, in primis On The Road Again e Going Up The Country. Entrambi avevano una cultura blues notevolissima che filtrarono poi saggiamente nei loro personali stili espressivi. Wilson soprattutto é oggetto negli ultimi anni di una riscoperta massiccia (anche grazie al libro di Rebecca Davis Winters di cui si parla nella prima parte!) da parte delle nuove generazioni blues-dipendenti proprio per merito del mood blues inconfondibile
che plasmò, sia che cantasse con il suo timbro alto e sottile (azzardiamo:'depresso'!), che suonasse la sua dolce chitarra ritmica bottleneck (collo di bottiglia) o che soffiasse nelle sue armoniche e chromatic harps. Il suo particolarissimo marchio di fabbrica armonicistico é ancor oggi patrimonio dell'immenso popolo blues del pianeta: mutuato dai maestri di colore Little Milton, Junior Wells e Sonny Boy Williamson é creativo, potente, ma anche all'occorrenza molto dolce e remissivo.
FirstCannedHeatDiscography
SecondCannedHeatDiscography
Living The Blues (1968, Liberty)
Il grandissimo merito dei Canned Heat fu quello di riplasmare l'urban blues elettrico affogandolo nella cultura 'acida' ed hippie della California della seconda metà degli anni '60. Il risultato più eclatante di questa combustione spontanea fu "Living The Blues" del 1968, che si mostrava sintomatico sin dalle foto di fronte copertina ed interna (si trattava di un bel doppio vinile apribile) dal forte sapore psichedelico-ecologista: la prima ritrae gli estasiati membri della band stipati in una sorta di scuro antro in riva al mare, investiti oniricamente dalle rifrazioni rosso-viola di una bolla lisergica,e nell'altra appaiono nudi in dissolvenza completamente immersi nella natura. La foto di retro-copertina é quella che stigmatizza potentemente l'humus estetico-storico-creativo
dell'album e sigilla le meraviglie di blues lisergico disseminate nei brani: Henry'Sunflower' Vestine, dall'interno di un gigantesco pluricromatico girasole-bolla lisergica apostrofa a mò di Cristo psichedelico i compagni di banda posti in basso.
L'altra grande peculiarità musicale del Canned Heat fu lo sviscerare il galoppante e coinvolgente filone 'boogie'rock: partendo dalle intuizioni ritmiche del bluesman seminale John Lee Hooker
(grandissima la sua influenza in brani come My Mistake, An Owl Song) ne esplorarono ogni anfratto accelerandolo e rallentandolo di volta in volta; la band ne fece quasi una filosofia esistenziale oltre che artistica, a partire dall'hit On The Road Again e dagli undici minuti di Fried Hokey Boogie, entrambi compresi in "Boogie With Canned Heat" sino ai 40 minuti e 51 di Refried Boogie, l'incredibile sublimazione/esaltazione 'live' di quella filosofia in chiave acida e dilatata che occupa le due intere facciate del secondo disco di "Living The Blues". Nelle due facciate i quattro strumentisti della band si ritagliano enfaticamente delle lunghe e psichedeliche porzioni soliste improntate al tipico spirito 'jam' che infiammava quegli anni nelle quali sfoderano senza risparmiarsi le formidabili tecniche di cui erano in possesso: eccessi che sarebbero poi stati rigettati e condannati senza pietà dalla nuova onda punk americana ed inglese di dieci anni dopo, ma che in quel momento storico ci apparirono come delle 'esaltanti', lisergiche avventure sonore.
"L'intero secondo disco, un lunghissimo 'boogie' fu registrato dal vivo durante uno show al Kaleidoscope club di Los Angeles, diretto da Skip Taylor e John Hartman, dove i Canned Heat fecero da house-band durante il 1967 e buona parte del 1968. I membri della band insistettero che il doppio album fosse venduto al prezzo di uno, regalando a chi l'avesse acquistato 40 minuti di 'free boogie music'. La casa discografica abbozzò ma alla fine lo vendette al prezzo standard di un doppio album"(from 'Blind Owl Blues' by Rebecca Davis Winters)
Il 'boogie' fu ripreso poi tantissime altre volte dai Canned Heat nei loro brani, come in So Sad (The World's in a Tangle), My Time Ain't Long, One Kind Favor, Boogie Music. Come scrive Rebecca, Alan Wilson sperimentò delle fusioni tra il sistema modale della musica indiana e quello pentatonico
della tradizione blues americana raggiungendo dei risultati assolutamente inediti per l'epoca ma ancor oggi stupefacenti, la Winters li chiama 'raga blues': oltre che in On The Road Again si possono ascoltare in particolare nella lunga porzione Parthenogenesis (quasi 20 minuti) contenuta in "Living The Blues", divisa (coerentemente col titolo) in 9 sperimentali segmenti musicali di tutti i membri apparentemente slegati tra loro. Blind Owl suona la Jaw-Harp, la Chromatic Harp nelle sezioni Rollin' & Tumblin', Nebulosity, Raga Kafi, Childhood's e in Five Owls compaiono addirittura 4 linee di armonica sovraincisi. I risultati sono difficilmente etichettabili: anelli sonori di concentrazione mistica, arcane albe 'spirituali'.
Ma come dicevo anche gli altri Canned Heat danno vita in Parthenogenesis (che rimane il loro picco creativo-sperimentale) a clamorose creature sonore figlie del climax hippie ed acido californiano di quei giorni: Henry Vestine in Henry's Shuffle dà un eloquente saggio del suo concitato/penetrante fraseggio chitarristico ed in Sunflower Power ed Icebag si abbandona agli eccessi di ben 5 chitarre sovraincise, sature, distorte e cariche di feedbacks lisergici; Adolfo 'Fido' Dela Parra in Snooky Flowers edifica una fitta stordente jungla percussionistica, coadiuvato dalle congas di Mole-Larry Taylor. L'inglesissimo blues-father John Mayall, grande amico e sodale dei Canned Heat - citerà affettuosamente Bob Hite e c., ed i bei giorni passati con loro in quel 1968 a Laurel Canyon, Los Angeles nel brano The Bear su "Blues From Laurel Canyon" (1968, Deram) -
accompagna 'solitario' al piano Bob Hite in Bear Wires. Ma in Living The Blues trovano posto sul primo vinile anche delle stupende variazioni blues più canoniche: il lento ed avvolgente Sandy's Blues scritto da Robert 'Big Fat' Hite, nel quale il vocalist ci regala una superba performance da blues-crooner; le corpose rielaborazioni di Pony Blues (Charley Patton), Walking By Myself di Jimmy Rogers, con John Mayall al piano ed un eccezionale creativo solo all'harmonica di Wilson, One Kind Favour (Tatman) sempre cantate da Hite; Wilson duetta deliziosamente alla voce con Hite 'il burbero' nella programmatica Boogie Music (L.T. Tatman III) ed interpreta soavemente due sue songs. La prima é la più volte citata, geniale Going Up The Country (con un memorabile flauto 'agreste'):
"E' decisamente l'unico brano composto da Alan Wilson pregno di un sentimento di felicità. Il suono della voce di Wilson suona invitante e gioioso mentre canta di abbandonare la città per andare dove non era mai stato prima. E' il suo amore per la natura, espresso attraverso l'altro suo amore, la musica" (Rebecca Davis Winters)
La seconda song é l'autobiografica dolente My Mistake con le due chitarre (Alan e Henry) dialoganti, ancora una volta debitrici all'ineffabile (lento) boogie-mood del maestro John Lee Hooker.
"My Mistake parla di una specifica storia individuale. Wilson descrive di quali tormenti é stato vittima per colpa di una ragazza e quanto questo l'ha depresso. La fine del brano ha delle parole positive nelle quali Alan si augura di non piangere più, ma non si può certo dire che l'intera canzone trasudi felicità" (R.D.W.)
"Living The Blues": un album fondamentale, ancor oggi una pietra di paragone nell'evoluzione del blues-rock psichedelico più creativo. A perfetto corredo il libro (se riuscite a trovarlo) scritto dal batterista Adolfo Fito de la Parra insieme a Marlane McGarry "Living the Blues- Canned Heat's Story of Music, Drugs, Death, Sex and Survival", nel quale racconta le tre decadi vissute con la band.
Refried Boogie 1A - Canned Heat
Refried Boogie 2A - Canned Heat
Sandy's Blues
Walking By Myself
Pony Blues
CannedHeatOfficialWebSite
* Per gli altri 4 album del periodo 1967-1970 e la discografia completa dei Canned Heat vi rimandiamo alla seconda parte di questo speciale.

Era da molto tempo che volevo scrivere dei Canned Heat, un grandissimo amore e fonte di crescita musicale giovanile per me e per tutti quelli
che ebbero la fortuna anagrafica di vivere in tempo reale le eccezionali innovazioni nel blues e nel rock degli anni '60. Parlerò estesamente della band nella seconda parte di questo speciale. A volte ci sono delle coincidenze incredibili nella vita: mentre rimuginavo su questo articolo ho conosciuto navigando in Facebook e grazie all'indicazione di un collaboratore di Distorsioni (Vincenzo Erriquenz) Rebecca Davis Winters,
un'amica americana che ha scritto e pubblicato nel 2007 "Blind Owl Blues - The Mysterious Life And Death Of Blues Legend Alan Wilson", purtroppo non tradotto in italiano, che io sappia. Rebecca é stata così gentile da inviarmelo e mi sono riproposto con spirito certosino di tradurlo almeno in parte. Si tratta una corposa ed approfondita indagine di 250 pagine sulla sfaccettata ossessione del giovane artista americano Alan Wilson per il blues, a partire dalle sue origini più rurali, e sulle complesse vicende esistenziali dell'anima 'fragile' della band di boogie-blues per eccellenza degli anni '60. Dopo aver fatto amicizia rapidamente grazie a questo interesse in comune, dietro mia sollecitazione Rebecca ha accettato di scrivere (per me e Distorsioni) un intrigante articolo-sintesi del suo
prezioso libro. La versione italiana di questo articolo é stata curata dalla nostra collaboratrice Myriam Bardino (che ringrazio sentitamente!) e ve la propongo qui di seguito, in veste di graditissima e significativa integrazione internazionale al mio articolo sulla band. Vi troverete tantissime notizie e retroscena atti a far luce sulla breve (morì a 27 anni) e sfortunata esistenza di una leggenda del blues, Alan Wilson (wally boffoli)Canned Heat and Alan "Blind Owl" Wilson: a brief history (Jul 4, 1943 in Boston, MA -Sep 3, 1970 in Topanga Canyon, CA
Nella storia del rock, i Canned Heat sono per lo piú conosciuti e ricordati per i loro successi On the Road Again, Going Up the Country, Let’s Work Together (divenuti degli hits nelle Billboard charts) e Time Was. Ad ogni modo sia il gruppo che in particolare l’ultimo Alan “Blind Owl” Wilson, hanno prodotto un seguito unico e devoto. I Canned Heat si distinguevano dai loro contemporanei nella scena del rock blues negli anni ‘60. Erano formati da due insaziabili collezionisti di vinili, Alan Wilson e Bob Hite e la maggior parte del loro repertorio era influenzato dalla scena di quel blues rurale che esisteva prima della seconda Guerra mondiale. L’alto timbro vocale che Alan Wilson usó nei loro primi due successi On the Road Again e Going Up the Country, fu modellato su quello del bluesman del Mississippi, Skip James.
La giovinezza e l’ossessione per il blues!
Alan Wilson nacque ad Arlington nel Massachussetts il 4 Luglio del 1943 da una famiglia di operai. I suoi interessi per la musica furono incoraggiati dalla sua famiglia e il suo inusuale talento fu subito chiaro. Lo si ricorda per aver un’intonazione perfetta ed un’abilitá sorprendente a imparare dei nuovi strumenti musicali in pochi giorni. Da adolescente, Wilson suonó il trombone in diversi gruppi della scuola superiore. Fuori da scuola formó un combo jazz chiamato The Crescent City Hot Five. Dopo la maturità frequentó l’Universitá di Boston per piú di un’anno, e lì prese in considerazione di laurearsi in musica. Ma erano piu’ interessanti i locali folk di Cambridge, dove occasionalmente si esibivano anche gli artisti blues. Nel blues, il suo primo partner fu David Evans, adesso un professore di etnomusicologia a Memphis, nel Tennessee. I due iniziarono a suonare in una varietá di locali nell’aerea di Cambridge, con Evans al canto e Wilson alla chitarra che lo accompagnava alla chitarra e all’armonica. Il loro repertorio consisteva in vecchie canzoni blues di
Tommy Johnson, Booker White e Robert Johnson (Blind Owl Wilson - Sloppy Drunk). Come nei Canned Heat, Wilson cantava solo occasionalmente ma stava gia’ sviluppando il suo stile vocale. Nel 1964, Wilson incontró Booker “Bukka” White, che era appena stato riscoperto e faceva dei concerti nei locali folk di Cambridge. Parlando con White, Wilson venne a sapere che Son House, uno dei bluesman più seminali, era ancora vivo. I suoi amici della sua zona, Dick Waterman e Phil Spiro andarono con Nick Perls, un collezionista di dischi di New York a cercare House. Lo trovarono a New York nel Giugno del 1964. Probabilmente Alan Wilson aiutó Son House a imparare di nuovo delle parti di chitarra di vecchio blues dimenticate in anni ed anni in cui aveva trascurato la musica a causa dei suoi abusi d’alcool. Tra l’altro Wilson si può anche sentire sull’album
“Father of the Delta Blues” di House. Nel Massachussets in quegli anni Wilson incontró anche altri bluesmen come Mississipi John Hurt, Robert Pete Williams e Skip James.Nel 1965, John Fahey fece un concerto a Cambrige e strinse amicizia con Alan Wilson. Fahey che aveva già registrato dei dischi in quegli anni, fu anche coinvolto nella riscoperta di Booker White e Skip James. In quel periodo, Fahey stava lavorando alla sua tesi per il master in Musicologia all’ UCLA, ma aveva dei problemi con la scrittura musicale. Wilson si propose d’aiutarlo in cambio di un passaggio a Los Angeles, ed una camera con pensione al loro arrivo. Fahey gli raccontó delle storie sulle donne californiane, assicurandogli che gli avrebbe trovato una ragazza che avrebbe fatto al caso suo, tra I suoi amici. La California: The Canned Heat, la cultura’acida
In California, gli orizzonti personali e musicali di Wilson si espansero considerevolmente. Oltre a prendere dell’ LSD per la prima volta nella sua vita ed imparare a suonare il banjo a cinque corde, incontro’ Bob Hite, un uomo che avrebbe cambiato il corso della sua carriera. Bob Hite era suo coetaneo: nacque a Torrence, in California, il 26 Febbraio 1943. Con il suo migliore amico Claude McKee inizió a collezionare dischi. I due avrebbero finito per pubblicare una rivista di corta durata dedicata ai dischi R&B. Bob gestiva anche un negozio di dischi dove, un giorno, John Fahey porto’ il suo nuovo amico Alan Wilson. Hite e Wilson diventarono rapidamente amici. Tutt’e due erano ossessionati dai dischi del primo blues rurale e Bob, che viveva ancora con la sua famiglia, gli trovó un posto dove poteva sentirsi il benvenuto e avere qualche pasto. Prese qualche lezione da Alan e in cambio gli permise di usare il suo materiale.
Con John Fahey, Bob Hite e Alan Wilson formarono una jug band. Ma, quando Wilson espresse il suo interesse per la chitarra elettrica, Fahey, contrariato, lasciò perdere tutto. Alan Wilson trovó il suo chitarrista elettrico ideale in Henry Vestine di Takoma Park, Maryland. Vestine era un vecchio amico di Fahey ed anche lui era stato coinvolto nella riscoperta di Skip James.
Stilisticamente, era stato influenzato da Albert King, BB King , Freddie King ed Albert Collins. Con il bassista Mark Andes e il batterista Frank Cook, il gruppo inizió a fare dei concerti come Canned Heat Blues Band. Incontrarono qualche difficolta fino all’incontro con i managers Skip Taylor e John Hartman, che gli assicurarono un contratto discografico con la Liberty Records. A questo punto, Mark Andes lasció il gruppo per raggiungere gli Spirit e fu sostituito da Larry Taylor, un eccelso bassista che aveva suonato professionalmente fin da adolescente. Il primo
concerto importante fuori Los Angeles fu il festival pop di Monterey nel 1967. Sul palco, Bob Hite era il front-man consistente della band, interagendo con il pubblico e facendo salire la temperatura della musica. Anche se, d’altra parte, il fulcro musicale rimaneva Wilson. La sua chitarra ritmica, che affondava le radici nel blues modale di Tommy Johnson, Charley Patton e John Lee Hooker era il perfetto supporto alla sfrontata e spigolosa chitarra solista di Henry Vestine. Wilson aveva anche creato gli arrangiamenti per il gruppo e si stava facendo
conoscere anche per il profondo mood blues della sua armonica. Benchè cantasse solo occasionalmente, una volta sentito, il suo stile di tenore alto era indimenticabile ed infondeva una notevole inconfondibile qualitá al suono dei Canned Heat. Il primo album omonimo “The Canned Heat” per l’etichetta Liberty Records consisteva in standards del blues. Eliminarono l’appellativo “Blues Band” dal loro nome, pensando che l’etichetta “blues” avrebbe scoraggiato il mercato pop per l’acquisto del disco. Il secondo album della band “Boogie With Canned Heat” si avventuró in territori piú originali quando i Canned Heat
iniziarono a sviluppare il loro suono ed interpretazioni personali del blues tradizionale. Il loro suono fu rafforzato dal nuovo batterista, Adolfo Fito de la Parra, che aveva una vera passione per il blues. In “Boogie With Canned Heat” si fanno notare già dei connotati musicali psichedelici e una nuova e forte presenza della della chitarra principale. Questo disco include anche due canzoni cantate da Alan Wilson tra cui On the Road Again, che fu il primo successo del gruppo. Originalmente sul lato B di un 45 giri, On the Road Again inizio’ ad essere trasmessa dalle stazioni radio del Texas e fu ristampata dalla Liberty Records nel ato A di un’altro singolo. Per i Canned Heat, fu il trampolino per una celebrita’
tutta nuova. On the Road Again esemplifica il profondo interesse di Wilson per la musica classica indiana. In questo singolo, Wilson suona la tambura e sperimenta anche la veena. La natura modale della musica indiana era, alle sue orecchie, completamente compatibile con la tradizione pentatonica blues di Fred McDowell, John Lee Hooker e simili. Durante questo periodo, nel corso della campagna marketing per la loro immagine pubblica, il gruppo
sceglie dei soprannomi. Wilson era gia’ stato soprannominato “Blind Owl” (la civetta cieca)
da John Fahey, data la sua faccia rotonda e l’apparenza da scolaro combinata ad i suoi problemi di vista (anche se non era completamente cieco e vedeva abbastanza bene da essere capace di prendere una patente); Hite fu chiamato “The Bear” (l’orso) dato la sua enorme stazza; Henry Vestine diventó “The Sunflower” (Il girasole),perche’ quando era su scena, la sua esile figura e i suoi lunghi capelli biondi suggerivano un girasole. Il bassista Larry Taylor divenne “The Mole” (la talpa), e il batterista Adolfo de la Parra divenne “Fito”. La psichedelia prese ancora più piede nel loro seguente doppio album “Living the Blues”.
Il secondo disco di questo set consisteva in un lunghissimo boogie dal vivo. Anche degno di nota fu Parthenogenesis, che consisteva in sperimentazioni musicali dei vari membri del gruppo. La maggior parte dei pezzi di Wilson, erano dei “raga” di armonica cromata o chromonica (chromatic harmonica raga) e raga d’arpa da bocca (jaw-harp raga): erano stati anche registrati dall’etichetta Takota di John Fahey qualche anno prima come parte di un album solo che non fu mai completato.La canzone piú memorabile di “Living the Blues” è naturalmente quella che sarebbe
diventato il piu’ grande successo del gruppo: Going Up the Country. Cantata da Wilson, e modellata secondo un disco che il songwriter texano Henry Thomas, registró verso la fine degli anni venti. Fu eseguito live dalla band durante il festival di Woodstock del 1969 e fu anche usato nella colonna sonora del film del festival. Oggi è spesso ricordata come l’inno, non ufficiale, di questo festival.
Ma giá nell’estate del 1969 il fulcro dei Canned Heat non era piu’ stabile. Henry Vestine sviluppó una dipendenza dalla droga che fece regredire le sue capacità musicali. Solo qualche giorno prima del concerto di Woodstock, Vestine lasció il gruppo dopo aver litigato con Larry Taylor, che era stanco di dividere il palco con Vestine e le sue stranezze indotte dalle droghe. Dopo un altro ottimo album, "Hallelujah", uscito sempre nel 1968, il gruppo trovó un nuovo chitarrista principale in Harvey Mandel, che aveva incontrato nel
backstage al concerto al Filmore West subito dopo la partenza di Vestine. Mandel aveva precedentemente suonato con Charlie Musselwhite e aveva pubblicato un album strumentale solista “Cristo Redentor”. Benche’ il suo stile era diverso da quello di Vestine, fu capace di integrarsi nel suono blues rock del gruppo e andó in tour con loro, agli inizi degli anni ‘70. Questa formazione registró l’album “Future Blues”, considerato da molti il disco più riuscito dei Canned Heat, eseguito dal vivo con la nuova formazione. La depressione e l'altro amore/ossessione: gli alberi e la natura
L’assenza di Vestine ebbe un grosso effetto su Wilson, perché molto del suo concetto originale del gruppo si sviluppava attorno all’interscambio tra la sua distintiva chitarra ritmica e quella solista di Vestine. Nel 1970 Wilson aveva provato per un paio di volte a lasciare il gruppo, ma si era sentito obbligato a ritornare, per non abbandonare i suoi amici e colleghi musicali. In piú, dei problemi personali influenzarono la sua salute. Wilson aveva lungamente sofferto di depressione ed era seguito in terapia da specialisti fin dal 1967. Giá in primavera aveva tentato di suicidarsi e fu rinchiuso in un’ospedale psichiatrico. Fortunatamente il suo ospedale era nella stessa strada dello studio di
registrazione perche’ il gruppo aveva in progetto di registrare un album con la leggenda blues John Lee Looker. Wilson lasciava l’ospedale durante il giorno per registrare e ci ritornava per la notte. Fu in ogni caso dimesso dall’ospedale con dei farmaci prescritti e con l'impegno che Bob Hite si prendesse cura di lui. Da aggiungere all’eccentricita’ di Wilson era la sua crescente ossessione per le piante e gli alberi. Per anni, era stato considerato un 'animale' prevalentemente musicale, che si occupava piu’ di blues che di qualsiasi altra cosa, inlcuse le relazioni umane. Ma in seguito aveva sviluppato una passione per la natura. Le donne californiane promessegli da John Fahey non gli avevano dato delle grande soddisfazioni e le groupies dei Canned Heat pensavano che Wilson fosse una rock star un po’ troppo strana per i loro gusti.
Cosi’, Madre Natura divento’ la sua amante. Con la sua chitarra e le sue armoniche, inizio’ a portarsi appresso anche dei libri di botanica ed a collezionare una grande varieta’ di piante lungo i suoi viaggi. Questo interesse porto’ a Wilson, dei nuovi obiettivi. Prima decise di memorizzare i nomi comuni e scientifici di tutti gli alberi e le piante del mondo. Per Wilson, che aveva già delle inusuali abilita’ intellettuali oltre che un perfetto orecchio musicale, era un compito abbastanza semplice. Una 
volta imparati i nomi delle piante, intraprese degli studi scientifici sugli effetti dell’inquinamento sul mondo naturale. Avvicino’ la natura come aveva approcciato la musica: con una mente analitica e scolastica. Quando i resultati dei suoi studi arrivarono, gli effetti su Wilson furono devastanti. Divento’ chiaro che l’inquinamento era un grosso pericolo per la vita della natura nel mondo. Questa conoscenza intensifico’ la depressione di Wilson. D’altra parte l’aiutò anche ad
ispirarlo ed iniziò a pianificare e fondare delle organizzazioni non-profit con l’obiettivo di salvaguardare le foreste rosse (redwoods) della costa della California. Aveva creato un forte legame con questi alberi, e passo’ molto tempo a campeggiare nei vecchi boschetti quando non era in tour con i Canned Heat. Quando era in tour, aveva iniziato a portare un sacco a pelo e a spendere le sue notti all’aria aperta quando il tempo lo permetteva. Tristemente, Wilson non sarebbe sopravvissuto alla realizzazione del suo sogno ecologico. Durante gli anni di strada spesi con i Canned Heat, aveva iniziato a soffrire di insonnia, che aveva iniziato a curare da sè con
dei barbiturici comprati illegalmente. Questa abitudine avrebbe giocato un ruolo fondamentale per il suo decesso. Il 2 Settembre 1970, Wilson non incontro’ i Canned Heat all’aereoporto di Los Angeles per partire per il tour Europeo. Il giorno dopo, il suo corpo fu trovato nel cortile di Bob Hite, dove campeggiava spesso quando il gruppo non era in tour.Il risultato dell’autopsia indico’ un’overdose di barbiturici, che in base a tutte le conclusioni fu accidentale. Probabilmente Wilson dopo aver preparato il suo letto, si introdusse nel suo sacco a pelo e non si sveglio piu’ - ed aggiunge wally: 'ricordo benissimo che all'epoca della sua morte si parlò molto sulla stampa rock dello smisurato amore che Alan nutriva per le sequoie e fu ventilato addirittura un suo suicidio volontario in segno di protesta contro il selvaggio ed inarrestabile disboscamento che avanzava!'-. Furono trovate anche tracce di trauma cranico,
risultato di un precedente incidente di macchina. Un’amico aveva riferito che Wilson aveva sofferto di gravi mal di testa nelle settimane precedenti alla sua sua morte. Anche se, ad ogni modo, il ruolo del trauma cranico nella sua morte, e’ tutt’ora incerto. Negli anni dopo la morte di Alan Wilson, I Canned Heat continuarono a suonare blues rock e boogie sui
palchi di tutto il mondo. Il fratello di Bob Hite, Richard, raggiunse il gruppo come bassista per un certo periodo negli anni '70. Henry Vestine, Harvey Mandel, e Larry Taylor suonarono saltuariamente con il gruppo per tutta la decade. Bob Hite mori’ di un infarto causato dal consumo di droghe nel 1981 e dalla sua vita spericolata. Henry Vestine morì in un hotel per arresto cardiaco nel 1997. Richard Hite morì di cancro nel 2001. I Canned Heat continuarono a fare concerti e registrare sotto la lunga leadership del batterista Fito de la Parra. Nel 2010, alcuni dei familiari di Alan Wilson hanno creato un sito internet, in suo onore. Sperano cosi’, di raccogliere dei fondi per la salvaguarida delle redwoods in California. Musicalmente, la sua visione blues continua ad essere seguita da due generazioni di giovani musicisti e fans.Rebecca Davis Winters
Rebecca Davis Winters onFacebookBlind Owl Blues
Canned Heat 1967 - 1970
1967 - Canned Heat, Liberty Records
1968 - Boogie with Canned Heat, Liberty
1968 - Living the Blues [Akarma], Liberty
1968 - Hallelujah, Liberty
1970 - Future Blues, Liberty
I Canned Heat tra il 1967 ed il 1970 con la realizzazione/pubblicazione di 5 eccezionali album ridisegnarono il concetto di blues urbano elettrico ripartendo ed attingendo nel repertorio pre-war dei primi 3 decenni del '900 di quel blues rurale di colore da cui é iniziato tutto. La formazione originale dei Canned Heat, senz'altro la migliore, comprendeva Bob Hite alle lead vocals, Alan Wilson vocals, harmonica and bottleneck guitar, Henry Vestine
lead guitar, Larry Taylor bass, Adolfo Fido' Dela Parra alla batteria. Con la morte di Alan Wilson nel 1970 essa si disperse, e nell'ultimo grande album inciso insieme in quell'anno, "Future Blues" Henry Vestine era stato già sostituito da un altro grande chitarrista, Harvey Mandel (che avrebbe poi suonato anche con John Mayall). Bisogna sottolineare che si trattava di ottimi musicisti, nessuno escluso, diventati capiscuola nell'affinamento e nelle innovazioni della tecnica del loro strumento, come il batterista Dela Parra con il suo tipico saltellante 'boogie rock' ritmico, Larry Taylor dal 'tiro' bassistico vigoroso e
serpentino, che avrebbe (anche lui) collaborato con John Mayall negli anni '70 ed Henry Vestine, chitarrista che sviluppò uno stile talmente personale e spigoloso da diventare un vero mito per gli appassionati, anche se a parere di chi scrive non fu mai valorizzato dalla critica come meritava. Il suo nome non é mai apparso e glorificato nelle cronache degli anni '60 e posteriori accanto a quelli di Clapton,Gallagher, Winter, Alvin Lee. Dal punto di vista vocale i Canned Heat avevano due anime: quella
rude e robusta di Bob Hite che si può godere dalle loro incisioni e che si imponeva soprattutto dal vivo, e quella efebica di Alan Wilson, che marchiò i maggiori hits dei Canned Heat, in primis On The Road Again e Going Up The Country. Entrambi avevano una cultura blues notevolissima che filtrarono poi saggiamente nei loro personali stili espressivi. Wilson soprattutto é oggetto negli ultimi anni di una riscoperta massiccia (anche grazie al libro di Rebecca Davis Winters di cui si parla nella prima parte!) da parte delle nuove generazioni blues-dipendenti proprio per merito del mood blues inconfondibile
che plasmò, sia che cantasse con il suo timbro alto e sottile (azzardiamo:'depresso'!), che suonasse la sua dolce chitarra ritmica bottleneck (collo di bottiglia) o che soffiasse nelle sue armoniche e chromatic harps. Il suo particolarissimo marchio di fabbrica armonicistico é ancor oggi patrimonio dell'immenso popolo blues del pianeta: mutuato dai maestri di colore Little Milton, Junior Wells e Sonny Boy Williamson é creativo, potente, ma anche all'occorrenza molto dolce e remissivo.FirstCannedHeatDiscography
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Living The Blues (1968, Liberty)
Il grandissimo merito dei Canned Heat fu quello di riplasmare l'urban blues elettrico affogandolo nella cultura 'acida' ed hippie della California della seconda metà degli anni '60. Il risultato più eclatante di questa combustione spontanea fu "Living The Blues" del 1968, che si mostrava sintomatico sin dalle foto di fronte copertina ed interna (si trattava di un bel doppio vinile apribile) dal forte sapore psichedelico-ecologista: la prima ritrae gli estasiati membri della band stipati in una sorta di scuro antro in riva al mare, investiti oniricamente dalle rifrazioni rosso-viola di una bolla lisergica,e nell'altra appaiono nudi in dissolvenza completamente immersi nella natura. La foto di retro-copertina é quella che stigmatizza potentemente l'humus estetico-storico-creativo
dell'album e sigilla le meraviglie di blues lisergico disseminate nei brani: Henry'Sunflower' Vestine, dall'interno di un gigantesco pluricromatico girasole-bolla lisergica apostrofa a mò di Cristo psichedelico i compagni di banda posti in basso. L'altra grande peculiarità musicale del Canned Heat fu lo sviscerare il galoppante e coinvolgente filone 'boogie'rock: partendo dalle intuizioni ritmiche del bluesman seminale John Lee Hooker
(grandissima la sua influenza in brani come My Mistake, An Owl Song) ne esplorarono ogni anfratto accelerandolo e rallentandolo di volta in volta; la band ne fece quasi una filosofia esistenziale oltre che artistica, a partire dall'hit On The Road Again e dagli undici minuti di Fried Hokey Boogie, entrambi compresi in "Boogie With Canned Heat" sino ai 40 minuti e 51 di Refried Boogie, l'incredibile sublimazione/esaltazione 'live' di quella filosofia in chiave acida e dilatata che occupa le due intere facciate del secondo disco di "Living The Blues". Nelle due facciate i quattro strumentisti della band si ritagliano enfaticamente delle lunghe e psichedeliche porzioni soliste improntate al tipico spirito 'jam' che infiammava quegli anni nelle quali sfoderano senza risparmiarsi le formidabili tecniche di cui erano in possesso: eccessi che sarebbero poi stati rigettati e condannati senza pietà dalla nuova onda punk americana ed inglese di dieci anni dopo, ma che in quel momento storico ci apparirono come delle 'esaltanti', lisergiche avventure sonore.
"L'intero secondo disco, un lunghissimo 'boogie' fu registrato dal vivo durante uno show al Kaleidoscope club di Los Angeles, diretto da Skip Taylor e John Hartman, dove i Canned Heat fecero da house-band durante il 1967 e buona parte del 1968. I membri della band insistettero che il doppio album fosse venduto al prezzo di uno, regalando a chi l'avesse acquistato 40 minuti di 'free boogie music'. La casa discografica abbozzò ma alla fine lo vendette al prezzo standard di un doppio album"(from 'Blind Owl Blues' by Rebecca Davis Winters)Il 'boogie' fu ripreso poi tantissime altre volte dai Canned Heat nei loro brani, come in So Sad (The World's in a Tangle), My Time Ain't Long, One Kind Favor, Boogie Music. Come scrive Rebecca, Alan Wilson sperimentò delle fusioni tra il sistema modale della musica indiana e quello pentatonico
della tradizione blues americana raggiungendo dei risultati assolutamente inediti per l'epoca ma ancor oggi stupefacenti, la Winters li chiama 'raga blues': oltre che in On The Road Again si possono ascoltare in particolare nella lunga porzione Parthenogenesis (quasi 20 minuti) contenuta in "Living The Blues", divisa (coerentemente col titolo) in 9 sperimentali segmenti musicali di tutti i membri apparentemente slegati tra loro. Blind Owl suona la Jaw-Harp, la Chromatic Harp nelle sezioni Rollin' & Tumblin', Nebulosity, Raga Kafi, Childhood's e in Five Owls compaiono addirittura 4 linee di armonica sovraincisi. I risultati sono difficilmente etichettabili: anelli sonori di concentrazione mistica, arcane albe 'spirituali'.
Ma come dicevo anche gli altri Canned Heat danno vita in Parthenogenesis (che rimane il loro picco creativo-sperimentale) a clamorose creature sonore figlie del climax hippie ed acido californiano di quei giorni: Henry Vestine in Henry's Shuffle dà un eloquente saggio del suo concitato/penetrante fraseggio chitarristico ed in Sunflower Power ed Icebag si abbandona agli eccessi di ben 5 chitarre sovraincise, sature, distorte e cariche di feedbacks lisergici; Adolfo 'Fido' Dela Parra in Snooky Flowers edifica una fitta stordente jungla percussionistica, coadiuvato dalle congas di Mole-Larry Taylor. L'inglesissimo blues-father John Mayall, grande amico e sodale dei Canned Heat - citerà affettuosamente Bob Hite e c., ed i bei giorni passati con loro in quel 1968 a Laurel Canyon, Los Angeles nel brano The Bear su "Blues From Laurel Canyon" (1968, Deram) -
accompagna 'solitario' al piano Bob Hite in Bear Wires. Ma in Living The Blues trovano posto sul primo vinile anche delle stupende variazioni blues più canoniche: il lento ed avvolgente Sandy's Blues scritto da Robert 'Big Fat' Hite, nel quale il vocalist ci regala una superba performance da blues-crooner; le corpose rielaborazioni di Pony Blues (Charley Patton), Walking By Myself di Jimmy Rogers, con John Mayall al piano ed un eccezionale creativo solo all'harmonica di Wilson, One Kind Favour (Tatman) sempre cantate da Hite; Wilson duetta deliziosamente alla voce con Hite 'il burbero' nella programmatica Boogie Music (L.T. Tatman III) ed interpreta soavemente due sue songs. La prima é la più volte citata, geniale Going Up The Country (con un memorabile flauto 'agreste'):"E' decisamente l'unico brano composto da Alan Wilson pregno di un sentimento di felicità. Il suono della voce di Wilson suona invitante e gioioso mentre canta di abbandonare la città per andare dove non era mai stato prima. E' il suo amore per la natura, espresso attraverso l'altro suo amore, la musica" (Rebecca Davis Winters)
La seconda song é l'autobiografica dolente My Mistake con le due chitarre (Alan e Henry) dialoganti, ancora una volta debitrici all'ineffabile (lento) boogie-mood del maestro John Lee Hooker.
"My Mistake parla di una specifica storia individuale. Wilson descrive di quali tormenti é stato vittima per colpa di una ragazza e quanto questo l'ha depresso. La fine del brano ha delle parole positive nelle quali Alan si augura di non piangere più, ma non si può certo dire che l'intera canzone trasudi felicità" (R.D.W.)
"Living The Blues": un album fondamentale, ancor oggi una pietra di paragone nell'evoluzione del blues-rock psichedelico più creativo. A perfetto corredo il libro (se riuscite a trovarlo) scritto dal batterista Adolfo Fito de la Parra insieme a Marlane McGarry "Living the Blues- Canned Heat's Story of Music, Drugs, Death, Sex and Survival", nel quale racconta le tre decadi vissute con la band. Wally Boffoli
Refried Boogie 1A - Canned Heat
Refried Boogie 2A - Canned Heat
Sandy's Blues
Walking By Myself
Pony Blues
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* Per gli altri 4 album del periodo 1967-1970 e la discografia completa dei Canned Heat vi rimandiamo alla seconda parte di questo speciale.
martedì 5 aprile 2011
MUSICAL BOOK REVIEWS - “Pink Moon- Nick Drake” di Amanda Petrusich - Trad. Antonio Puglia (Gennaio 2011, No Reply -Tracks, pg. 160, euro 12)
“A partire dal 15 novembre del 2000, sul sito web della Volkswagen America era possibile guardare in streaming il nuovo spot della Cabrio, l’ultima decappottabile della compagnia”. Il filmato, intitolato ‘Milky Way’, aveva come colonna sonora il brano Pink Moon di Nick Drake; fu realizzato dall’agenzia pubblicitaria Arnold Communications, scritto ed ideato da Shane Hutton, Tim Vaccarino e Lance Jensen , girato dai registi Valerie Faris e Jonathan Dayton. Perché vi faccio i nomi di tutti questi signori? Perché sono stati (in America, come sopra detto, sul declinare del 2000) i fautori attraverso quello spot della più incredibile ‘resurrezione’/rivalutazione che si ricordi a memoria d’uomo di Nick Drake ed in particolare del suo terzo album-capolavoro “Pink Moon”; qualche dato:
“Una settimana dopo (l’uscita sul web), il 22 novembre 2000, la pubblicità fu infine trasmessa in televisione. Gli spettatori incuriositi cominciarono a cercare informazioni online su ‘Milky Way, ritrovandosi
sul sito della Volkswagen e, di conseguenza, su Amazon. Dopo pochi giorni le vendite di Pink Moon schizzarono alle stelle. Secondo Nielsen Soundscan, l’agenzia che registra le vendite di dischi presso i maggiori rivenditori del Nord America, nelle settimane successive alla messa in onda le vendite del disco si sono raddoppiate (e, alla fine, quasi quadruplicate). Durante le prime dieci settimane del 2000 le vendite degli album di Nick Drake sono salite del 500%: più di 4.700 copie di Pink Moon a fronte delle 815 rilevate nello stesso periodo del 1999”. Ed ancora: “E’ bastato un piccolo adesivo sul cd recante la scritta ‘incluso nello spot della Volkswagen’ e le vendite annuali sono balzate da 6.000 a più di 74.000”. Lo spot Milky Way ha fatto la straordinaria fortuna postuma del timido e solitario cantautore nato a Rangoon in Birmania nel 1948 e morto a Tanworth-in-Arden, England nel 1974 a soli 26 anni, due anni dopo l’uscita del suo terzo album Pink Moon per la Island. Questa parte curiosa della storia del disco è sviscerata dall’autrice di “Pink Moon- Nick Drake”, l'americana Amanda Petrusich nel 5° capitolo (‘Pink
Moon Gonna Get You All’) con una dovizia di particolari davvero notevole, riuscendo a convincere il lettore (e sconfiggendo alcune sue legittime resistenze) che nel terzo millennio la fortuna/fama degli artisti contemporanei e passati è legata ormai indissolubilmente alle tecniche pubblicitarie, televisive e non: nell’era poi del download solo grazie ad esse le case discografiche possono e potranno (almeno in parte) recuperare i clamorosi deficit di vendite registrati, che non sono un mistero per nessuno . “Di cosa stiamo parlando in realtà? Negli anni ’70 Marshall McLuhan ha detto che alla fine del Novecento avremmo riconsiderato la pubblicità come la più grande forma d’arte del secolo”. Lo stesso Joe Boyd, seminale agitatore culturale e produttore nel circuito psichedelico e folk-rock londinese ’60-’70 (nonché produttore di Pink Moon ed amico di Drake), cancellò definitivamente ed autorevolmente (fa dire la Petrusich a Shane Hutton) in un’intervista per Entertainment Weekly i sensi di colpa dei realizzatori dello spot per aver profanato l’opera di Drake e 
“lo sgomento dei discepoli recenti. Joe spiegò, semplicemente, che Nick aveva sempre desiderato essere famoso. E che una delle cause della sua infelicità era proprio l’insuccesso della sua musica, il fatto che passasse completamente inosservata. Disse anche che Nick avrebbe trovato molto buffo ritrovarsi famoso grazie ad una pubblicità televisiva. Lo avrebbe trovato divertente. Ho pianto, se devo essere sincero. Joe non ha idea di quanto gli sia grato per quelle parole”.
Se vi procurerete e leggerete questo agile e tascabile libretto di 160 pagine - edito dalla No Reply all’inizio del 2011 nell’interessante collana Tracks - tradotto dal bravo giornalista Antonio Puglia (Jam, Il Mucchio Extra, Sentire Ascoltare online ...) verrete a conoscenza in modo più che esauriente delle complesse e sottili stategie di marketing, improntate a sofisticati clichès giovanilisti, sottese a quello spot/filmato che ‘sfruttava’ così bene le ispirate sfumature stilistiche di un brano durante la cui registrazione Drake pare avesse addirittura problemi ad
articolare le parole; l’unico brano del disco in cui appare una sovra incisione, una melodia di piano: tutti gli altri sono solo chitarra e voce, tutti frutto di un artista ormai drammaticamente isolato dalla società, con liriche improntate ad una struggente disperazione esistenziale recanti in seno subliminalità suicide più o meno velate, da Place To Be a Things Behind The Sun, da Parasite ad Harvest Breed, da Ride a From The Morning. La Petrusich dedica alla dettagliata analisi strutturale e poetica dei brani di Pink Moon il 4° capitolo (‘None of you stand so tall’), concluso come tutti gli altri da dichiarazioni d’amore in corsivo per il disco di tanti addetti ai lavori ed artisti più o meno conosciuti , che ci mettono a parte del rapporto ‘emozionale’ sviluppatosi con esso attraverso gli anni, in alcuni casi anche con
due, tre decenni di ritardo rispetto il 1972, anno di concepimento: Robyn Hitchcock, Curt Kirkwood dei Meat Puppets, David Leto (Rye Coaliton), Lou Barlow (Dinosaur Jr., Sebadoh), Duncan Sheik, sino agli italiani Roberto Angelini e Fabrizio Cammarata. I primi tre capitoli sono invece dedicati alla storia d’amore della stessa Amanda Petrusich con Pink Moon, sullo sfondo di una frenetica New York inizio terzo millennio – rea confessa “Sono approdata tardi al culto di Nick Drake. A parte qualche ascolto occasionale, l’incontro vero e proprio con la sua musica non è avvenuto prima del settembre 2001” - , alla narrazione della problematica esistenza di Drake, del sofferto concepimento di Five Leaves Left, Bryter Later e Pink Moon sino all’elenco/analisi di tutte le compilations postume e degli articoli apparsi sulla stampa inglese.
Particolarmente d’interesse la postfazione di 5 pagine ‘Please, Give me a second grace’ scritta sempre da Antonio Puglia, dove si narra nei minimi particolari la storia della diffusione dell’arte e dei dischi di Drake in Italia, a partire dagli articoli dei primi anni ’70 sul settimanale rock per giovani per antonomasia, il mitico Ciao 2001 sino all’ondata di ‘drakeismo’ di metà ’80
coincisa con la pubblicazione della raccolta “Heaven in a Wildflower”, gli approfondimenti su cartacei specializzati come Rockerilla e Mucchio Selvaggio ed alcune trasmissioni radio. Poi la febbre di Drake è andata esponenzialmente aumentando attraverso la pubblicazione di alcuni libri come ‘Le dolci suggestioni della luna rosa. Genealogia di un mito rock‘ (Stampa Alternativa, 1999) scritto dallo stesso Luca Ferrari autore della primissima biografia italiana su Nick Drake ‘Un’anima senza impronte’ (1986); ‘Le provenienze dell’amore. Vita,
morte e postmorte di Nick Drake, misconosciuto cantautore inglese, molto sexy‘ di Stefano Pistolini (Fazi, 1998) sino all’ottimo 'Journey to the stars - I testi commentati’ (Arcana, 2007) di Paola DeAngelis, molto più approfondito del ‘Nick Drake – Tutti i testi con traduzione a fronte’ di Antonio Vivaldi e Flavia Ferretti uscito nel 2002 per la Giunti. Esauriente Antonio Puglia si rivela poi anche nell’esposizione dei rapporti variegati ed appassionati tra l’arte del menestrello inglese, i musicisti ed i registi italiani, culminanti nella registrazione di uno spettacolo
tenutosi a Roma il 2 Luglio 2006, immortalata su un cd, “Way To Blue – Sognando Nick Drake”, diffuso come allegato alla rivista Il Mucchio Extra dell’estate 2007: devote ma personali covers tra gli altri di Roberto Angelini, Songs for Ulan, Bugo, Cesare Basile, Niccolò Fabi, Giulio Casale, Simone Cristicchi, esponenti della nuova scuola romana ma non solo. L’autore della postfazione non tralascia di segnalare alcuni siti e blog (riportati qui in calce) preziosi per chi volesse approfondire la conoscenza dei Drake e dei suoi testi, concludendo saggiamente e sardonicamente, a sua e nostra rassicurazione: “Per gli italiani Drake resta comunque una scoperta solitaria o quantomeno circoscritta ad un determinato ambito, certamente non di massa, e forse è meglio così: il pericolo di trovarsi Pink Moon affidata in prima serata a qualcuna delle effimere ugole di X-Factor, per quanto oltremodo improbabile, ce lo risparmiamo volentieri”.
Wally Boffoli
Giulio Casale : Parasite (from Way to Blue, Sognando Nick Drake)
A Skin Too Few: The Days of Nick Drake (Documentary) part 1
A Skin Too Few (Documentary) 2nd part
Part 3
Part 4
Part 5
AnimaSenzaImpronte
Nick Drake
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