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mercoledì 4 gennaio 2012

PROFILES - MOD CULTURE - THE SMALL FACES: "All Or Nothing"

Per i non più giovani il nome di STEVE MARRIOTT rimane e rimarrà prima di tutto avvinghiato a filo doppio agli SMALL FACES, prima ancora che agli HUMBLE PIE, meraviglioso ensemble in attività tra la fine dei 60 ed i primi 70. Steve Marriott morì nel 1991 a soli 43 anni e non di decesso naturale: un destino amaro

mercoledì 9 novembre 2011

THE INSOMNIACS: “Just enjoy it!” (Release Date: 25 Gennaio 2011, Blood Red Vinyl & Discs)

# Super consigliato da DISTORSIONI

Formati e guidati da sempre per due terzi dai fratelli Wojciechowski, David (bass) e Robert (guitar), gli Insomniacs, originari del New Jersey, possono essere considerati dei veterani dell’ambiente ‘garage’ internazionale: allo scoccare del 2012 saranno ormai vent’anni che sono in giro con il loro garage splendidamente irrorato di furia mod. Dopo aver debuttato nel 1992 su Umbrella Records

domenica 11 settembre 2011

JOE JACKSON TRIO: “Live Music Europe 2010” (Jun 7 2011, Razor & Tie)

# Consigliatissimo da DISTORSIONI

Scrive l’autorevole William Ruhlmann nel prestigioso sito online Allmusic: 'Nel suo libro di memorie del 1999 “A cure for Gravity: A Musical Pilgrimage” Joe Jackson tesse le lodi di George Gershwin quale musicista che seppe tenere un piede nel repertorio popolare ed uno nel reame della musica classica. Come Gershwin, Jackson possiede un’immaginazione musicale infaticabile che lo ha portato a rivisitare vari generi musicali in modo disincantato’.

sabato 4 giugno 2011

JOHN'S CHILDREN: "Black & White" (2011, Acid Jazz)

Per me potevano pure tenerselo. E non per cattiveria gratuita ma solo perché questo disco dei “Leggendari” (sono loro stessi a dirlo, non io) John's Children non aggiunge nulla di davvero eccezionale sulla storia della band inglese entrata nella storia più per la breve militanza del giovane Marc Bolan tra le sue fila che per tutto quanto fatto dopo (ma anche prima). Il dopo e il prima sarebbero un album intitolato "Orgasm" registrato in piena epoca freakbeat ma uscito a band già sciolta per dei problemi di censura legati al titolo scelto per il disco e una patetica reunion nei primi anni Ottanta in contemporanea con la riedizione di quel disco a cura della Cherry Red. La reunion è però un mezzo fiasco, come tutte le storie ricucite e l’ avvio dei nuovi John's Children è rinviato di altri dieci anni, con l’ingresso di Boz Boorer (attualmente chitarrista nella band di Morrissey, NdLYS) alla sei corde e Johnny Bringwood al basso, nel ruolo dei figliastri di “John”.

giovedì 5 maggio 2011

DIAMONDS - SMALL FACES: " Ogden’s nut gone flake" (1968, Immediate)

Tracklist:

1 Ogden’s nut gone flake
2 Afterglow of your love
3 Long agos and worlds apart
4 Rene
5 Song of a Baker
6 Lazy sunday
7 Happiness stan
8 Rollin’ over
9 The hungry intruder
10 The journey
11 Mad John
12 Happy days toy town


“Anni ruggenti” quelli dal 68 in poi: oltre le grandi rivoluzioni musicali e delle grafiche, anche la forma geometrica delle confezioni dei dischi si stranirono a josa. Tra i primi ad adottare la new packaging philosophy gli Small Faces per "Ogden’s nut gone flake". La versione in vinile 33 giri era contenuta in una colorata riproduzione di una scatola tonda di tabacco, e il disco è puro distillato psichedelico diviso in due parti: nella prima la concettualità, nella seconda la florealità imperante lungo quei versanti controculturali. Steve Marriott e Ronnie Lane, rispettivamente chitarra e voce, basso e voce, stanno fiutando nuovi percorsi sonori e vogliono lasciarsi alle spalle un groove troppo spigoloso e pieno di insidie elettriche, preferiscono mirare un suono che si avvicini il più possibile alla loro Inghilterra, ai loro istinti cockney –Lazy sunday ne è il vessillo maximo – ma è anche un disco che fa trasparire le molteplici incomprensioni tra i membri della band, lasciando nuovamente campo libero ad un incerto futuro. Dentro questo stupendo album girano tutte le più raffinate espressioni che in quei anni si avviluppavano come visioni quadruple di genialità, tutti gli ingredienti giusti di un panorama sonico complessivo interloquiscono e sgomitano per rimanere – come del resto hanno fatto – nell’immaginario collettivo; la psichedelia Ogden’s nut gone flake, The journey, il tocco folkyes Mad John, The hungry intruder, il rock Song of a Baker, Afterglow of your love e Rollin’ over. Ma sarà anche l’ultima occasione per sentirli tutti insieme, infatti, per quelle incomprensioni che nel frattempo si sono indurite a dismisura tra i due leader, la band si scioglie dividendosi le rispettive strade, Marriott – il prepotente delle liriche – va negli Humble Pie, Lane e il resto della band inseriscono nelle file Rod Stewart e Ron Wood e andranno a chiamarsi Faces. Chi ha quella tonda confezione di tabacco con dentro Ogden’s nut gone flake ha un piccolo tesoro.

Massimo Sannella

sabato 2 aprile 2011

LIVE REPORT - "Title Tracks": (28/3/2011 - Bari, Taverna Vecchia del Maltese)

Un lunedì piovoso, umido e caldo ha fatto da sfondo al concerto barese dei Title Tracks, ultima "trovata" della Dischord di Ian MacKaye. Li avevamo intervistati telefonicamente in diretta radiofonica qualche ora prima e non avevano la minima idea di quando dovessero arrivare a Bari per il concerto. Un buon inizio, un tipico atteggiamento da americani on the road che seguono disincantati e sognanti lo scorrere delle proprie esistenze. Coraggiosi a farsi 2000 km in tre giorni, da Verona a Bari con sosta a Pescara, per suonare davanti a 50 persone. Peraltro la Taverna Vecchia del Maltese è da sempre palcoscenico per perdenti e genialoidi incompresi del rock. Il power trio, sapientemente guidato dall'ottima chitarra di John Davis (ex Q And Not U, band di punk-funk sempre su Dischord, a cavallo del millennio), recupera con garbo e senza scopiazzature suoni power pop, post-punk e persino mod, permeandoli inevitabilmente di stacchi e dissonanze made in D.C. - la loro città. Per chi conosce il punk di Washington, è come ascoltare i Minor Threat o i Faith che eseguono cover di Jam e Knack. Concerto non difficile in sé, ma per il patrimonio genetico che la band si porta dietro.

Sheep Black

Every Little Bit Hurts(Live on KEXP)
I Stand Accused (Live on KEXP)

MySpaceTitleTracks
DischordTitleTracks

sabato 26 febbraio 2011

BEADY EYE, la nuova creatura di Liam Gallagher : "Different Gear, Still Speeding" (Febr.28 2011, Big Brother/Beady Eye Rec.)

‘Altra storia, con la stessa velocità’, più o meno così recita (con chiaro riferimento agli Oasis) il titolo del primo album dei Beady Eye, la nuova band che Liam Gallagher ha messo su nel 2009 nel momento stesso in cui gli Oasis ufficialmente si scioglievano con l’allontanamento del perennemente amato/odiato ‘brother’ Noel.
In realtà i Beady Eye schierano a mò di new-Oasis tre ex di quella band, Gem Archer alla chitarra, Andy Bell al basso e Chris Sharrock alla batteria: con essi Liam ha pubblicato un primo singolo nel novembre 2010, Bring The Light ed un secondo, The Roller è uscito prima online e poi nei negozi tra gennaio e febbraio 2011.
L’album “Different Gear, Still Speeding” sta per uscire proprio mentre scrivo, ed il primo tour europeo (che dovrebbe toccare anche l’Italia) e giapponese della nuova band di Liam è previsto tra marzo e luglio 2011. Questi i fatti. Passando all’album la prima cosa che colpisce è il produttore: Steve Lillywhite, l’uomo che sta dietro a tanti capolavori della gloriosa e fondamentale new-wave anglosassone, “Drums and Wires” e Black Sea” degli XTC, il debutto e “Talk Talk Talk” degli Psychedelic Furs , “Ha!- Ha!- Ha!” degli Ultravox, U2, Pogues, Siouxsie & the Banshees, Eddie & the Hot Rods. Lillywhite anche questa volta non si smentisce conferendo ai brani di “Different Gear, Still Speeding” un suono denso, compatto, nitido (qualcuno si ricorda del primo Psychedelic Furs?), che si sprigiona prepotente dalle casse dell’impianto o del vostro p.c., a cominciare dall’iniziale potente Four Letter Word, che forte del massiccio apporto dei fiati fà da efficacissima apripista al lavoro. Lo stesso “wall of sound” d’ascendenza Spector-iana che si ritrova in Standing On The Edge Of The Noise e nei legni dell’epica cover degli World Of Twist Sons Of The Stage (b-side di Bring The Light su vinile).
Rispetto agli album degli Oasis qui troverete un sound notevolmente più fresco e una maggiore varietà di stili, come lo sfacciato look rock & roll del singolo Bring The Light, le sfumature blues della sintomatica Beatles And Stones ed il mood ‘jazzy’ della deliziosa World Outside My Room, che non compare nella tracklist ufficiale dell’album): a trionfare comunque in questi solchi è ancora una volta quel concetto di pop profondamente anglosassone , troppo ‘derivativo’ a detta dei detrattori, portato al successo planetario dagli Oasis. Radici ben piantate in un songwriting assolutamente John Lennon : ascoltate il singolo The Roller e Three Ring Circus, con Liam Gallagher in pieno Lennon-transfert vocale e ditemi se non vi sembra di essere al cospetto di due novelle Instant Karma. Il disco contiene più di un potenziale hit (a prescindere dai due singoli) come l’orecchiabilissima e leggiadra (troppo leggerina probabilmente per i detrattori) For Anyone, un gioiellino di artigianato pop, l’esotica Millionaire, la fascinosa ballata Kill For A Dream, sino a piccoli capolavori di scrittura, con un ispiratissimo Liam Gallagher sugli scudi a farci vibrare come non sospettavamo potesse ancora accaderci: la finale, lunga, evanescente The Morning Son, dalla coda dannatamente psyche (lo so, il paragone con A Day In The Life è irriverente!) sembra davvero voler perpetuare la stagione d’oro del pop anglosassone immortalata dai quattro di Liverpool in album come "Sgt.Pepper", "Revolver" e "Rubber Soul"; Wigwam e The Beat Goes On attingono alla lezione del pop-psyche inglese made in ‘60 più aristocratico. La vedo davvero dura per i detrattori più volte evocati in questa recensione gettare anche stavolta fango sullo sfrontato ed antipatico Liam e sui Beady Eye, la sua nuova splendida creatura.
Wally Boffoli

BeadyEye

giovedì 10 febbraio 2011

THE NAZZ (1967-1971): La meravigliosa meteora Pop di Todd Rundgren

Quattro ragazzi, provenienti da piccoli progetti musicali della Pennsylvania (Woody’s truck shop, Munchkins, Elisabeth), nel 1967 formano un gruppo power-pop dall’alto potenziale commerciale. Nessuno ha concesso a questi ragazzetti della Pennsylvania una foglia di trifoglio, neonata speranza di fortuna, nemmeno il loro manager, che li cataloga fin da subito ‘teenybopper’, ossia ‘giovane teenager che segue i trends del marketing, della musica, cultura e moda’. I Nazz, subito etichettati come i ‘Nuovi Monkees’, presenza fissa ancor prima di incidere un disco, sulle riviste per adolescenti come ‘16’ e ‘Teen Beat’, si trovano a dover fronteggiare una grossa attesa . Attesa prontamente disillusa.
”Nazz”, il debutto sulla lunga distanza è un insuccesso, eppure non si direbbe, possiede tutte le carte in regola del disco pop per eccellenza : melodia, armonia, leggerezza. Ma nel 1967 il pop è fuori dal tempo, è razionale, prevedibile, siamo in pieno ‘flower power’, va di moda la psichedelia che apre la mente (13th floor elevators,The Blues Magoos, Jefferson Airplane), purtroppo solo accennata nella musica del gruppo, dedito alla ricerca del gioiellino pop, tesoro da nascondere gelosamente.
Il gruppo si muove tra le retrovie del rock, cerca di seguire la scia, l'ombra di gruppi come gli Yardbirds, ma spesso inciampa. La british pop invasion è storia passata: ormai anche i Beatles, dei della spensieratezza pop e idoli delle ragazzine urlatrici, navigano con il sottomarino giallo verso il magico mondo della psichedelia. La scialuppa dei Nazz nel primo omonimo album del 1968 viaggia controcorrente: segue le dolci romantiche onde delle armonie vocali easy-listening, sublimate dal leggiadro tocco dei tasti del pianoforte (Crowded, If that’s the way you feel, Hello, it’s me, reincisa poi dal Todd Rundgren solista).
Ed è proprio la presenza nella band di Todd Rundgren, futuro grande compositore/cantante/strumentista/
produttore della scena pop-rock americana, uno dei motivi principali per cui i Nazz saranno ricordati a posteriori nelle cronache rock.
I Nazz, da bravi marinaretti pop, riescono a non affondare nelle melodie, galleggiando tra ritornelli indimenticabili come quelli di When I get my plane e See what can you be. Poi la marea cresce e le atmosfere si fanno più movimentate: c’è spazio per sperimentazioni all’insegna del blues (Wildwood blues) e dell’hard- rock, seppur soft di Back of your mind. Dopo questa esperienza dalle mille sfaccettature e prospettive, i Nazz fiduciosi nelle proprie possibilità , ipotizzano di dar alla luce un ambizioso disco doppio, dal titolo fantomatico “Fungo Bat”.
Il progetto non va in porto, cominciano i primi diverbi nella band. Dopo l’uscita nel 1969 dell’ album, con lo scontato titolo “Nazz Nazz”, Todd Rundgren, seguito poi a ruota dal bassista Carson Van Osten, lascia il gruppo nel 1970 (anche se posa ufficialmente nella foto di copertina).
La band si scioglie per ragioni mai chiarite, probabilmente a causa di dissidi tra i due. Chiusa l'esperienza flop dei Nazz Todd Rundgren, chitarrista-cantante e maggiore compositore del gruppo, continua (come già detto) la carriera artistica da solista con un buon successo di critica. Nella confusione, la melodia dei Nazz si elettrifica, svicola sempre di più verso sonorità hard, dolcemente furiose, tenendo sempre presenti origini e background. Il disco parte in quarta con la sfacciata anti-pop tune Forget all about it e la blues-psichedelica Rain rider. Il lupo si sa, perde il pelo ma non il vizio, ricascando nei profondi abissi della melodia: Gonna cry today, Letters don’t count, sino alla misteriosa, criptica Meridian Leeward (‘I’m a human being now, but I used to be a pig’/ ‘ora sono un essere umano, ma ero un maiale’).
Il ghiaccio è sciolto, irrompe l’anima hard-rock dei Nazz: Under the ice, un vero tripudio in grande stile di chitarre sostenute dalla folle rabbia delle percussioni . Ormai le armonie sofisticate del debutto sono un ricordo lontano: emerge la vena rock’n’roll dei Nazz, tra facili motivetti mod-freakbeat come Hang on Paul, ritmi blueseggianti (Kiddie Boy) e chitarre agguerrite (Featherbedding Lover).
In chiusura, dopo aver sperimentato diversi stili, i Nazz concludono con un brano strumentale A beautiful song, caratterizzato da atmosfere oniriche, ed immaginifiche. Nel 1971 la casa discografica Sgc riesuma il cadavere, anche se ha ormai smesso di respirare: quando ormai la band è sfasciata, senza il consenso di tutti i componenti del gruppo, dà alle stampe “Nazz III", ossia il materiale inedito proveniente dalle sessions registrate per il doppio disco “Fungo Bat“, mai pubblicato. Niente di nuovo sul fronte occidentale. Una riproposizione di vecchio materiale, spacciato come nuovo. L’unica novità è la presenza della voce di Stewkey Antoni sovraincisa su quella del dimissionario Rundgren.

Monica Mazzoli

Nondimeno il materiale inedito pubblicato in "Nazz III" é di fattura superlativa: contiene dei veri piccoli gioielli pop, come Take the Hand, la fragile ed eterea Resolution, It's Not That Easy/Take The Hand (Todd on vocals), Resolution & Only One Winner (Todd On Lead Vocals).
A chi non avesse nulla dei Nazz e volesse documentarsi consigliamo l'ottima antologia uscita nel 2002 "Nazz: Open Our Eyes - The Anthology" (Castle/Sanctuary), il meglio dei tre lavori descritti nell'articolo in 2 CD più un paio di ottime 'unreleased songs': i classici Train Kept A-Rollin'(Bradshaw, Mann, Kay) e Kicks (Mann, Weil), resa immortale dalla versione di Paul Revere & The Raiders. Wally Boffoli


Line-up:
Todd Rundgren (chitarra, voce), Robert “Stewkey” Antoni (piano, organo, voce),
Thom Mooney (batteria),
Carston Van Osten (basso)


Discografia:
“Nazz” (1968, Sgc), “Nazz Nazz” (1969, Sgc),
“Nazz III” (1971, Sgc),
"Open Our Eyes - The anthology (2 cd)" (2002, Castle Music/Sanctuary)

giovedì 3 febbraio 2011

REG KING - "Reg King" (1971, United Artists)

Non compro più riviste di musica scritte e stampate in Italia, nemmeno quelle su cui scrivo. Per cui non ne ho la certezza matematica, solo quella morale: nessuno ha parlato della morte del Re. Perché, in spregio di quanto scritto anni prima da un altro nobile (stavolta autentico, NdLYS), non si è uguali nemmeno dopo la morte. Ci sono dipartite che fanno rumore e audience, e altre che rimangono nel silenzio. E le riviste hanno i loro morti. E devono avere i vestiti adatti alle tirature.
Reginald King non ce li aveva quei vestiti, nonostante sia stato in vita uno dei più eleganti artisti dell’ Inghilterra moderna. Per quattro anni, dal ’63 al ’67, era stato il vocalist di una delle più talentuose mod bands inglesi, capaci nel volgere di pochi mesi di passare da un raffinato Motown-sound a un’elaborato pastiche psichedelico. Si chiamavano The Action (The Boys dal 1963 al 1965, due 45 giri all'attivo) e vantavano fans accaniti come Phil Collins e Paul Weller.
Evaporata quella stagione con l’ arrivo degli anni Settanta e con gli Action diventati Mighty Baby di Reg si perdono un po’ le tracce. Sta lavorando ad un disco elaborato e complesso per il quale chiede l’ aiuto di qualche vecchio amico: Roger Powell, Brian Godding, Doris Troy, Berry Jenkins, Danny McCullogh, Sua Maestà Brian Auger e Sua Santità Steve Winwood tra gli altri. Ci lavora per qualche anno e alla fine lo pubblica il 2 Luglio del 1971 senza titolo, nonostante la copertina rimanga quella pensata per il titolo iniziale del progetto Horror Movie.

L'esplosione dell’ hard rock e dell’hard blues che nel frattempo ha invaso il continente ha lasciato i suoi sedimenti. Un episodio come Savannah, con i suoi dodici minuti di fuochi d’ artificio chitarristico e il dinamitardo Hammond di Auger ne sono la testimonianza più evidente ma anche lo splendido pezzo d’ apertura è una roba che potrebbe tranquillamente infilarsi senza sfigurare tra un Humble Pie, un Guess Who e un Ten Years After qualsiasi mentre That ain ‘t living è un tirato boogie degno dei Creedence Clearwater Revival in cui si aprono fenditure prog che la voce di Reg scalda di calore blue-eyed soul. In my dreams è recuperata dalle ultime cose degli Action e mostra grandi intuizioni zeppeliniane. Anche la Little Boy preferita alla bellissima You go have yourself a good time (un pezzo che, se amate Rod Stewart non potete esimervi dal conoscere, NdLYS) come singolo per rappresentare l’ album risale ai tempi di “Rolled Gold” ed infatti brilla delle stesse vibrazioni psych
dell’ ultima fase Action.
L’ album, nonostante sia un gioiellino di arte pop con l’ anima, è un flop commerciale che trascina Reg nell’oblio (e giù dalle scale) da cui emergerà solo moltissimi anni dopo nel 2000 in occasione della reunion degli Action e della sua partecipazione nell’ album di debutto di Andy Lewis, poco prima della ristampa su Circle Records (2006, 7 bonus tracks) di questo suo disco e di altra memorabilia col suo nome. Poi la malattia lo divorerà come un wafer, fino all’ ultimo morso dell’ 8 Ottobre 2010. Ma la sua morte non farà notizia. Quella di Solomon Burke, uno dei suoi idoli, avrebbe avuto miglior fortuna, due giorni dopo.

Franco Lys Dimauro

TonyFaceBlogspot

mercoledì 26 gennaio 2011

OASIS: "Standing On The Shoulder Of Giants" (rel. date: Feb 23, 2000 - rec. date: Apr /Aug 1999 - EPIC)


Riascoltato a mente fredda, liberandosi dal condizionamento dei dischi precedenti "Standing On The Shoulder Of Giants" è meglio di quello che solitamente si pensa.
Gli Oasis possono anche permettersi il lusso di iniziare un disco con uno strumentale, Fuckin’ In The Bushes, per poi switchare sulla classicissima Go Let It Out, dal bel tiro malsano-intrippato, per scivolare quindi sulla freakettona e simil-lisergica Who Feels Love.
Non male Little James, scritta da Liam Gallagher in un inedito sussulto creativo e funziona benissimo Gas Panic!. Chiude magniloquente Roll It Over, finalone perfetto per questi ragazzotti, derivativi finché si vuole, ma 

abbastanza furbi da aver capito che se non si è geni – mica madre natura è carina con tutti – si può sempre salire sulle spalle dei giganti per vedere espandersi i propri orizzonti e respirare l’aria tersa delle altezze.

Ruben

Quando lo ascoltai, dopo aver saputo che Paul McGuigan e Bonehead se n'erano andati pensai davvero che la band sarebbe andata allo sfascio: ed invece questo disco è la riprova della maturazione della band. Registrato al Chateau D'Herouville studios in Francia si avvale anche dell'aiuto di musicisti di studio, e segna un cambiamento in lande più rock e dure della band. Go let it out è un brano davvero tosto, dinamico, bello da ascoltare ancora oggi, tra Beatles e Who.

Quel Fucking In The Bushes è stato campionato da una frase che disse un signore inglese anziano riguardo agli hippies presenti all'isola di Wight nel 1970 "Kids running naked ... fuckin' in the bushes" e ha un riff molto zeppeliniano. Tanti comunque sono i brani godibili in questo "Standing On The Shoulder Of Giants", ed è uno dei dischi che ha avuto maggiori videoclip promozionali rispetto agli altri dischi degli Oasis.
Gianluca Merlin

The other tracks:
Sunday Morning Call
I Can See A Liar
Where Did It All Go Wrong?
Put Yer Money Where Yer Mouth Is
Let's All Make Believe

mercoledì 15 dicembre 2010

MADE IN ITALY - Elizabeth, “Ruggine” (Mescal, 2010)


Da Scandiano (RE) arrivano gli Elizabeth, questa formazione innamorata del rock inglese degli anni ’90 e degli Who: già dalla copertina con la coccarda inglese con la tipica scritta mod si capisce che questo è il loro trademark.
Ma gli Elizabeth non sono solo questo. La loro musica è anche molto italiana per via dei testi e della ariosità dei brani, molto intimisti, rabbiosi e diretti ad un pubblico giovane. Registrato all’Esagono di Rubiera, dove molti grandi artisti italiani fanno uscire i loro dischi e sotto la direzione artistica di Daniele Bagni, bassista dei riuniti Litfiba, la band ha voluto dare sfoggio di una musica registrata in presa diretta con poche ma significative sovraincisioni.
Diversi i brani che vi piaceranno: Un modo per me è dedicata al sogno di un mondo migliore con un posto in prima fila", ed è anche il secondo singolo e videoclip, girato a Londra. Opportunità è non solo rivolta alle persone che devono decidere della loro vita perché “bisogna tuffarsi dentro ogni singola opportunità, non c’è più niente da perdere”, è anche un messaggio rivolto anche alle band che se ne stanno con le mani in mano e non fanno altro che lamentarsi che le cose non vanno bene. Piove su Milano è una romantica ballata e primo singolo che ha avuto anche una versione in inglese con You are my light (usata per uno spot televisivo). Paradossalmente funziona meglio la versione italiana, forse perché la musica ha battute più larghe che si addicono maggiormente alla nostra lingua, meno tronca di quella della terra di Albione.
Gli Oasis affiorano prepotentemente in Disinfettante. Su una traccia ritmica e una chitarra rock che ricordano All around the world, la band chiede “disinfettante per la terra”, un qualcosa che elimini l’abitudinarietà, “una lurida malattia, ti brucia il cervello è meglio evitarla” : quanti di voi , ascoltando questa canzone, non ci vedono i tempi attuali, così bui ed abitudinari?
Si parlava prima degli Who, che vengono omaggiati alla grande in La mia generazione. Su una tipica ritmica dove si staglia un hammond si confrontano un padre e un figlio: quest’ultimo vuole più spazio e comprensione per la sua vita, così diversa da quella del suo vecchio. Mi è piaciuta in particolare Schizofrenia: un’altra ballata malinconica su una persona che si interroga sulla sua pazzia, bello sentire che nel testo gli Elizabeth ci mettono poetica e fantasia. “Qualcosa è cambiato e non riesco a starci dentro”, non è la solita frase brutale che si incontra in certi testi, ed è anche un modo tipicamente British di esprimersi, in linea dunque con lo spirito degli Elizabeth.
Non mancano, insomma, le argomentazioni a questo disco, in confezione cartonata e zeppo di riferimenti inglesi, con su impressa una formula chimica, quella della ruggine appunto, presente nei suoni e nello spirito vintage della band con un occhio alla modernità. Come dice il loro mentore Paul Weller: “gli anni passano, le mode cambiano, l’attitudine resta”.
Gianluca Merlin

Produzione: Daniele Bagni, Carloenrico Pinna , Elizabeth
Studio di registrazione: Esagono di Rubiers (RE)
Formazione: Marco Montanari (Chitarra Elettrica,Voce)
Matteo Montanari (Tastiere)
Michele Smiraglio (Basso)
Francesco Micalizzi (Batteria)

Tracklist:
1. Un mondo per me
2. Opportunità
3. Piove su Milano
4. Disinfettante
5. Si è fatta quell’ora
6. Elisa, sempre qui
7. La mia generazione
8. Schizofrenia
9. Certi giorni
10. Norlevo
11. Io convivo con me
12. You are my light (bonus track)


Myspace

il videoclip di Piove su Milano
backstage della realizzazione del disco "Ruggine"
You're My Light

martedì 14 dicembre 2010

The Golden Age of THE KINKS - Parte Seconda: 1967-1969

The Golden Age of THE KINKS - Parte Prima: 1964-1966

1967
Il 33 giri "Something Else" del 1967 è pieno di queste mini storie: la deliziosa Two Sisters è sulla vita parallela di due sorelle, una sposata e madre, l'altra una tipica teenager dell'epoca; Death of a Clown, grande successo personale di Dave, sul tramonto di un vecchio clown, Situation Vacant sulla nefasta influenza delle suocere nella vita di coppia, Waterloo Sunset (votata 35 anni dopo fra i 5 migliori singoli britannici di sempre) cattura la tipica atmosfera londinese di Waterloo Bridge al tramonto, con i suoi colori e gli sciami di persone che si affrettano nella metropolitana.
Il raffinato pop descrittivo dei Kinks inizia però a palesare, pur in tutto il suo magnifico splendore, una mancanza di sintonia con i tempi e l'evoluzione musicale: la Summer of Love del 1967 catapulta tutto in un mondo fatto di LSD, visioni, funghi magici e suoni da essi ispirati e votati all'ampliamento delle coscienze. Il suono delle chitarre dopo la rivoluzione Hendrixiana e di Clapton, Beck, Page, Townshend, si fa iperdistorto e spaziale, gli assoli chilometrici, i festivals-happenings si moltiplicano ovunque e i testi cantano di rivolta o di esperienze mistiche e legate alle droghe o di amore come panacea universale. Essere banditi dagli USA che sono sempre di più il centro del mondo musicale e del mercato, è un handicap pesantissimo per i 4 di Muswell Hill.
In una scena musicale in cui il 33 giri ha ormai soppiantato il 45 giri come mezzo di espressione per i nuovi gruppi Rock psichedelici, i Kinks tentano di restare a galla con singoli e splendide canzoni.

1968
Mentre Autumn  (dicembre 1967) centra il bersaglio, Wonderboy e la magnifica Days (maggio 1968) non vendono granché. Stesso destino attende il grande capolavoro della band negli anni '60: oggi sembra incredibile dopo tutti gli onori e i riconoscimenti
tributatigli negli ultimi anni e le varie riedizioni in multipli box-set, ma "The Kinks Are the Village Green Preservation Society", album del 1968, fu accolto con freddezza, quasi ignorato dal pubblico e vide la luce in forma assai rimaneggiata dal deluso Ray, stanco delle continue lotte con la cecità dei discografici che si rifiutarono di pubblicare il disco in forma di doppio album.
Village Green è pieno di stupende canzoni e originali arrangiamenti ed è incentrato sul tema della nostalgia per le radici britanniche, atmosfere e tradizioni ormai intaccate dal modernismo dell'americanizzazione imperante. Ma i tempi non potevano essere più inadatti per una simile proposta: nel 1968 il motto era Revolution, non Preservation; Free Love, non Virginity; Action, non Observation. E' tuttavia un peccato che episodi musicali così perfetti non abbiano avuto all'epoca il giusto riconoscimento: si va dal pop-rock di Starstruck, Johnny Thunders, Village Green, al quasi hard-rock di Big Sky, Wicked Annabella alla delicatezza acustica di Sitting by the Riverside, Phenomenal Cat, al Calypso di Monica, al blues di Last of the Steam Powered Train.
Questo album segna anche l'ultima incisione dei Kinks nella formazione originaria: il bassista Peter Quaife abbandona, stanco della formula che lo costringeva ad un ruolo marginale e al suo posto arriva John Dalton, ottimo sostituto, già nel 1966 collaboratore della band.

1969
Ray Davies si rimise subito al lavoro e dopo qualche mese la sua predisposizione narrativa sfocerà in un progetto piuttosto ambizioso: un film per la televisione e un album che ne racconta in musica la trama. Ben prima che gli Who pubblicassero la pluricelebrata opera rock "Tommy", la mente di Ray partorisce "Arthur, the Decline and Fall of the British Empire", ennesimo capolavoro musicale, ispirato dalle reminiscenze infantili del cognato Arthur, uomo profondamente disilluso dalla situazione post-bellica inglese e persuaso ad emigrare in Australia, la nuova terra promessa.
Partendo dal personale la storia punta il dito sui malesseri della società britannica, attraverso la vicenda di un uomo qualunque colto a riflettere sul passato, sulle scelte fatte sul lasciarsi vivere e sulla mancanza di prospettive future. I tipici valori come patria, famiglia, benessere, vita tranquilla, onore militare, sono messi in discussione in una serie di canzoni permeate, stavolta, da un maturo disincanto e da un a presa di coscienza della assurdità e vacuità di certi credo così radicati nelle vecchie generazioni. Ma l'atteggiamento di Ray verso questo tipo d'uomo travolto dall'educazione e mentalità inculcategli è di comprensione e compassione più che di aspra e assoluta condanna.
Musicalmente il disco è forse il migliore realizzato fino ad ora dalla band.
La qualità eccelsa del songwriting, la ricchezza e la geniale trama degli arrangiamenti sono pari e a volte superiori a certe opere beatlesiane. Con molta discrezione e incisività fanno la loro comparsa i fiati, ma il sound rimane fondamentalmente chitarristico con frequenti interventi delle tastiere.
La produzione suona finalmente più moderna e potente, è un vero album rock più che di pop music.
Le tematiche, come detto, vanno dal duro antimilitarismo di Yes Sir, No Sir, Some Mother's Son, Mr.Churchill Says alle riflessioni sulla caduta dell'impero di Victoria, e Brainwashed, ai valori piccolo borghesi in Shan-gri-la, all'idealizzazione del passato in Young Innocent Days, fino alla conclusiva dichiarazione di solidarietà con tutti gli "Arthur" del mondo del brano omonimo.
L'uscita del disco nell'autunno del 1969 coincise con il rientro in tournee sulle scene americane terminato il bando quinquennale per i Kinks. Dopo un rilancio del gruppo ad opera dei discografici americani i Kinks fecero da supporto agli Who in alcune date iniziali e, dato che Arthur era uscito in America 6 mesi dopo Tommy, Ray si sentì accusare dalla miope critica americana di scopiazzare le idee di coloro che in più di un'occasione (come spesso ammesso da Pete Townshend) erano stati così ispirati dalle sue intuizioni musicali.
Le tematiche troppo sottili e l'approccio così maturo alle problematiche presenti nel disco risultarono, ancora una volta, non in sintonia con un'epoca storica in cui le vecchie generazioni dovevano essere spazzate via in nome della rivoluzione, non comprese e compatite.
"Arthur" non andò oltre il 92esimo posto nelle chart americane e i tre singoli estratti dall'album fecero poco meglio.
Nel 1969 infine uscì per la Golden Hour un'ottima raccolta dei Kinks riferentesi al periodo 1964-1969, "The Golden Hour of The Kinks", ripubblicata nel 1971 dalla Pye Rec.Questi aurei sei anni sono celebrati anche nel doppio cd "Kinks BBC Sessions 1964-1977", molto interessante, uscito nel 2001 per la Castle Music.
Gli anni Sessanta di chiusero così in modo artisticamente eccellente ed integro per uno dei gruppi più creativi e originali del decennio, ma certamente la scarsa considerazione del pubblico verso il tentativo di emanciparsi dal mercato dei singoli, dovette essere piuttosto frustrante per la delicata sensibilità di Ray Davies, consapevole di essere in uno stato di grazia creativa non compreso.
Il decennio successivo avrebbe riservato ai Kinks altri problemi, altre tensioni, altre ispirazioni, altra grandissima musica e finalmente, la meritata conquista del mercato americano.
Andrea Angelini
UnOfficial Kinks Website

martedì 30 novembre 2010

The Golden Age Of THE KINKS - Parte Prima: 1964-1966

Nel ribollente calderone della musica inglese dei primi anni '60 due erano, come è noto, le tendenze più seguite: un beat melodico e fresco sull'esempio dei Beatles degli esordi e un duro e aggressivo Rhythm'n'Blues fondato sul culto e l'amore per il Blues di Chicago.
Uno dei gruppi che nel corso degli anni arriverà a sintetizzare mirabilmente entrambe queste ispirazioni per poi creare uno stile assolutamente originale è quello dei Kinks. Il nucleo della formazione è costituito dai fratelli Ray e Dave Davies, separati da tre anni di età (rispettivamente classe 1944 e 1947) e da un'infanzia vissuta ognuno con una sorella diversa (ne avevano ben quattro) e il contatto con i numerosi membri familiari porterà i due fratelli ad appassionarsi e prendere ispirazione da tradizioni musicali alquanto varie. Già adolescenti trovano nella musica una forza capace di unire i loro caratteri altrimenti molto diversi: si esibiscono come duo in pub e alle classiche feste scolastiche. La scoperta del Blues e di Chuck Berry è la molla che fa scattare la voglia di un vero gruppo: nasce il Ray Davies Quartet dopo il reclutamento
di Peter Quaife al basso e John Stuart alla batteria, è il 1962.
Il repertorio è composto da tutto ciò che si allontana dallo squallido e moscio pop in voga nell'era pre-beatlesiana: Berry, i Ventures, Buddy Holly, cover di Blues. Il vedere i Rolling Stones dal vivo nei club londinesi e la conoscenza di Alexis Korner, santone della scena blues britannica, convincono sempre più Ray di essere sulla strada giusta: aggiungere ritmo e potenza alla tradizione del blues, contro ogni statico purismo.
Ray frequenta ancora la scuola d'arte (esperienza comune a moltissimi coetanei musicisti britannici dal futuro successo) e ne trae una serie di valori e stimoli attitudinali che non l'abbandoneranno più: l'ARTE al primo posto, poi il successo.
Nell'autunno del 1963, cambiato nome prima in The Ramrods (da un hit strumentale di Duane Eddy del 1958), poi in The Ravens (da una pellicola con Boris Karloff), ed infine in Boll Weevils (da una B-side di Eddie Cochran), incidono un demo ignorato dalle case discografiche freneticamente impegnate nella ricerca di cloni beatlesiani, ma un giovane produttore americano, Shel Talmy, rimane impressionato dai loro concerti e li segnala alla Pye Records che li mette sotto contratto.
Il nome del gruppo cambia definitivamente, stavolta l'ispirazione arriva da un serial televisivo nel quale appaiono spesso e volentieri indumenti di pelle nera "kinky boots", "kinky Jackets" allora di gran moda e con un'allusione peccaminosa e provocatoria i 4 si auto-nominano THE KINKS.


1964
All'inizio del 1964 il batterista Mick Avory entra a far parte del gruppo e dopo un paio di singoli di scarso riscontro commerciale si tenta maldestramente di imporre la band come trendsetters, con un look vagamente sadomaso e i capelli di Dave già ben oltre la lunghezza d'ordinanza del beatle-cut. Il momento è cruciale, un nuovo fallimento sarebbe fatale alla band. E il terzo 45 giri è il boom: You Really Got Me esce nell'agosto del '64 e ricattura la primitiva energia del rock'n'roll; un duro riff chitarristico prototipo dell'Hard Rock a venire, il suono sporco e grezzo a sottolineare le esplicite liriche e un caotico lancinante assolo di chitarra ne fanno un inno per tutti i garage-rockers presenti e futuri e uno sberleffo alle dolcezze commerciali volute dalla Pye Records. Un milione di copie vendute sanciscono il successo internazionale e il primo dei numerosi top ten hit consecutivi dei successivi 5 anni.
La vita dei quattro cambia radicalmente e segue la routine comune ai gruppi di successo dell'epoca: un primo album, metà brani originali, metà cover, assemblato in tutta fretta per capitalizzare il successo del recente 45 giri e la partenza per gli infiniti 'package tours', lunghe tournee nei cinema e teatri insieme ad altri artisti in un cartellone comune.
Nell'ottobre 1964 All Day and All of the Night ripete il successo con la stessa formula, ritmo spezzato da potenti accordi di chitarra e cori a più voci nel ritornello, servirà da ispirazione agli esordienti The Who che vi modelleranno I Can't Explain.


1965
Ma nel 1965 Tired of Waiting For You segna un netto cambiamento con le sue atmosfere rilassate che non si affidano al consueto impatto ritmico, l'elemento vincente è ora la melodia e un
arrangiamento dinamico. Anche l'album "Kinda Kinks" dell'aprile 1965 segue questa strada: 10 brani su 12 sono a firma Ray Davies e alternano tipici beat-blues ad episodi più romantici e riflessivi.
A questo punto i Kinks appaiono come inossidabili creatori di instant-hit, alla pari dei Beatles e dei Rolling Stones, ma le pressioni e gli interessi esterni derivati dal successo iniziano a farsi sentire. L'età media del gruppo è 20 anni con Dave che a malapena arriva ai 18. I contrasti interni sono all'ordine del giorno per le differenze caratteriali: Ray principale compositore e cantante si sente oppresso dall'obbligo di sfornare una canzone di successo ogni 3 mesi, la sua arte non può essere ridotta a puri scopi commerciali, diventa sempre più introspettivo e sarcastico nelle sue liriche e la sua musica acquista in melodia e dinamica interna, in poche parole si crea uno stile personale.
Dave è il casinista del gruppo, estroverso ed istrionico, sul palco come nella vita, passa le notti di locale in locale e di sbronza in sbronza, assorbendo tutte le nuove tendenze musicali e culturali della Swinging London.
Peter Quaife (1943 – 23 June 2010) è spesso compagno d'avventura di Dave, ma soprattutto attento alla sua immagine sartoriale che aggiorna di continuo a Carnaby Street così da diventare una vera icona per i Mods. Mick Avory è tranquillo e remissivo, spesso opera da mediatore nelle liti quotidiane e il suo rifiuto di prendere posizione sulle scelte musicali provoca l'ira di Dave; i due arriveranno ad una rissa personale durante un concerto, ormai parte della storia e della mitologia del rock anni'60.
Tutto ciò si riflette presto nella vita on the road: la prima tournee in USA, fondamentale per la conquista del Mercato più importante del mondo, ha esiti disastrosi. Il contatto con gli squali del Music Business americano disgusta i quattro che si esibiscono sempre piu' contro voglia, fino al punto di non presentarsi in scena una sera in California, e venendo perciò banditi per 4 anni dagli USA dalla potentissima e inflessibile Federazione Americana Musicisti per violazione contrattuale.
Ma il successo in patria e in Europa continua con due singoli: Set Me Free , Till The End Of The Day, duri e ritmati. Le intuizioni musicali di Ray e la voglia di sperimentare in studio sono spesso all'avanguardia, ma raccolgono credito e riconoscimento solo fra i colleghi musicisti: See My Friends suscita l'entusiasmo dei Beatles e di Pete Townshend per le chitarre che suonano come un sitar, ma la critica dell'epoca non attribuirà mai a Ray queste innovazioni.
L'album "Kink Kontroversy" del dicembre 1965 quasi tutto composto da brani originali mostra un'ottima coesione e riflette lo stato d'animo di Ray nel ricorrente tema dell'isolamento dal mondo e del sentirsi sopraffatto dagli eventi della vita.


1966

All'alba del 1966 la Swinging London è al suo massimo splendore e Ray, acuto osservatore, ne descrive i mille personaggi e situazioni in una serie di gustosi
ritratti. L'ironia e il sarcasmo verso ciò che vede accadergli intorno che Ray usa spesso ne fanno una sorta di critico sociale, e la sua piccola galleria non risparmia nessuno: Dedicated Follower of Fashion è diretta alle fatue ossessioni della moda, A Well Respected Man è sulle falsità borghesi, Dandy prende di mira il tipico poseur londinese, House in The Country i nuovi ricchi e i loro status -symbol. Così come per i Beatles, gli Stones o gli Who, l'ispirazione arriva dalla vita quotidiana, non è più solo la sfera affettiva ad essere celebrata nelle liriche.
Le soluzioni sonore si fanno sempre più elaborate, l'album "Face To Face" del 1966
vede la presenza fissa di Nicky Hopkins alle tastiere, in particolare al clavicembalo che caratterizza molti brani, e poi, sparsi un pò ovunque, rumori di tuoni e pioggia (Rainy Day in June), voci al telefono (Party Line), parodie musicali Hawaiane (Holiday In Waikiki), un vero gioiello di psichedelica ante litteram (Fancy).
L'album però è oscurato dal successo del singolo Sunny Afternoon, così rilassato e squisito da porsi come ideale rappresentante del pop britannico dei '60 (ed uno dei singoli migliori in assoluto di tutti i tempi ... i think - Wally-).
In realtà le tematiche sono poco spensierate: il protagonista ha fatto il classico salto sociale del nuovo ricco, è uomo di successo ma in balia di sé stesso, abbandonato da tutti, solo con i suoi vizi, impigrito e svuotata, metafora di Ray che esprime la sua disillusione per il successo e che di lì a pochi mesi gli costerà un serio esaurimento nervoso. Anche Dead End Street del novembre 1966 è ricca di contenuti inusuali per una pop song.
Una moderna depression-song la definì Ray, capace di ergersi oltre la gabbia dorata della star e avvertire il disagio della gente comune di fronte alla fine dei sogni di benessere: disoccupazione, affitto da pagare, routine quotidiana, questo il senso della vita? Le situazioni descritte da Ray acquistano sempre più un respiro quasi cinematografico nella loro complessità e solo il dono della sintesi appare capace di comprimerle in maniera efficace nello stretto spazio dei 3-4 minuti di una canzone.
Andrea Angelini
Unofficial Kinks Web Site