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venerdì 30 dicembre 2011

FAREWELL POETRY: "Hoping for the Invisible to Ignite" (Uscita: 26 settembre 2011, Gizeh Records)

# Consigliato da DISTORSIONI

FareWell Poetry è un collettivo di artisti che nasce a Parigi nel 2009 attorno all’idea di un progetto sperimentale che coniugasse insieme immagini, musica e poesia. Il collettivo, nato su iniziativa di Frédéric D. Oberland e Jayne Amara Ross cui si sono aggiunti Stéphane Pigneul, Eat Gas, Stanislas Grimbert e Colin JohnCo, dà vita ad un rock strumentale che miscela insieme

mercoledì 2 novembre 2011

PSYCHEDELIC HORSESHIT: “Laced” (release date: 29 luglio 2011, Fat Cat)

# Consigliato da Distorsioni

Psychedelic Horseshit è una band lo-fi noise-pop proveniente da Columbus, Ohio. Il termine shitgaze, che descrive molto bene la loro musica, fu coniato per scherzo da Kevin De Broux, bassista della band. Ripreso dalla stampa specializzata, il termine finì per classificare un intero genere musicale. Lo shitgaze degli Psychedelic Horseshit è sporco, grezzo, destrutturato e si sviluppa attraverso

lunedì 26 settembre 2011

I BREAK HORSES – “Hearts” (30 agosto 2011, Bella Union)

Dietro al progetto I Break Horses si nascondono i nomi di Maria Linden e Fredrick Balck. La prima si occupa delle musiche mentre lui invece della parte testuale. Entrambi di Stoccolma si sono conosciuti qualche anno fa grazie ad un forum per ipocondriaci. Maria Linden racconta: "Sul forum dove ci siamo conosciuti parlavamo dei sintomi di un cancro che pensavamo di avere entrambi. Così abbiamo scoperto di avere interessi musicali e amici in comune, che ci hanno poi fatto incontrare di persona".

sabato 27 agosto 2011

DIE! DIE! DIE!: "Form" (2011, Golden Antenna Records, Goodfellas)

In Europa la musica propende sempre verso la tendenza del momento, viaggia con i ritmi forsennati, consumistici e impersonali della moda e ne subisce gli stessi dettami. In piena fase di rock’n’ roll revival i saccenti del mestiere hanno acceso i riflettori su alcune “scene” esterne al vecchio continente per mostrarsi alternativi e ben sintonizzati. Tutto questo per lo più è servito ad alimentare il calderone del mainstream o

mercoledì 24 agosto 2011

BE FOREST: “Cold” (2011, We Were Never Being Boring)

Le rievocazioni sono tipicamente cicliche, legate ai tempi periodici delle generazioni. Abbiamo già avuto modo di parlare del recupero delle sonorità dark-wave degli anni ’80 mescolate allo shoegaze degli anni ’90 in occasione dell’uscita del bellissimo “Common Era” dei Belong. In questa circostanza fa piacere anche segnalare il pregevole “Cold” dei pesaresi Be Forest, giovanissima formazione rock che nel 2011 ha avuto modo di mettersi in mostra vincendo la sezione “miglior gruppo” 2011 del M.E.I. di Faenza .

mercoledì 6 luglio 2011

THE PAINS OF BEING PURE AT HEART: “Belong” (2011, Slumberland)

The Pains of Being Pure at Heart sono un indie band di New York formatasi nel 2007 con un sound spiccatamente brit-pop o shoegazer se preferite. Dopo un ep di 4 pezzi nel 2007 ha debuttato con l’omonimo album 2 anni dopo ottenendo i favori di pubblico e critica. Un disco che all’epoca sorprese tutti, con quelle atmosfere care alle bands d’albione di 20 anni fa: il sound di TPOBPAH infatti è sempre molto melodico, mai troppo ruvido, e dopo quel sorprendente debutto i ragazzi ci riprovano con la sempre difficile opera seconda.

lunedì 27 giugno 2011

THIS WILL DESTROY YOU: “Tunnel Blanket” (2011, Monotreme Records)

C'è un vento gelido e tagliente che soffia in "Tunnel Blanket". Un disco del genere potrebbe tranquillamente provenire dalla zona più fredda del pianeta terra. E invece non è proprio così. I This Will Destroy You arrivano da una delle zone più calde degli states, il Texas. Il gruppo, formato da Chris King e Jeremy Galindo, Donovan Jones al basso e tastiere, Alex Bhore alla batteria, si riunisce intorno al 2004 per pubblicare l'anno successivo un eccellente EP dal titolo "Young Mountain" che li metterà subito sulla giusta strada.

giovedì 23 giugno 2011

YOUNGTEAM: “Daydreamer” (2011, Northern Star Records/Goodfellas)

Dalla fredda Svezia, madre di potenti garage bands come Nomads, Hives, Gluecifer e Hellacopters, ecco arrivare questo fiammeggiante lavoro di tutt'altro registro. Diciamo subito che ci muoviamo in ambito neo-psichedelico, i riferimenti non possono che essere My Bloody Valentine, Slowdive, Brian Jonestown Massacre e via citando, tuttavia non si tratta di un disco derivativo, infatti i nostri hanno quel tratto personale che divide le produzioni scarse da quelle di qualità. Originari di Stoccolma sono al secondo album, oltre ad aver partecipato alle compilations “Revolution in Sound” e “Psichedelica 4”.

lunedì 20 giugno 2011

STELLA DIANA: "Gemini" (2011,Happy/Mopy Records)

Stella Diana, ovvero stella del mattino, è il nome attribuito al pianeta Venere durante lo Stilnovismo, movimento poetico italiano sviluppatosi sul finire del Duecento. Con questo nome si indicava quindi la stella che annunciava il mattino, la nascita di un nuovo giorno. Gli Stella Diana si portano dietro un nome abbastanza ambizioso, che racchiude anche qualche responsabilità. Nati da un idea di Dario Torre e Giacomo Salzano, il progetto ha visto successivamente l'innesto in formazione nel 2002 di Raffaele Bocchetti alla chitarra elettrica e del batterista Massimo del Pezzo nel settembre del 2005.

lunedì 7 marzo 2011

SHOEGAZE: "Origine e fine (?) di un genere" - My Bloody Valentine, The Jesus And Mary Chain, Ride, Slowdive ...

Le origini e la storia dello Shoegaze

Curioso destino quello di un genere musicale di essere definito dall’atteggiamento immobile tenuto dai musicisti i quali rimanevano in tale posizione osservando il pavimento della scena (o piuttosto le proprie scarpe) mentre suonavano, giustificando in tal modo, del tutto inconsapevolmente, il termine che ne è derivato: “Shoegaze”. A questo proposito, onde non generalizzare eccessivamente, vanno fatte un paio di precisazioni. A coniare inizialmente il termine con cui venne poi identificato il genere musicale in questione fu la rivista britannica “Sounds”, seguita a ruota da numerose altre riviste di settore. Il termine esatto adoperato in tale occasione fu ‘shoegazer’ riferito per l’appunto a colui o coloro che adombravano sulla scena quella postura caratteristica volta a 'guardare le scarpe'. Solo in seguito tale parola, nella parlata quotidiana venne troncata e divenne ‘shoegaze’ o ‘shoegazing’ con il significato non tanto di colui che 'guarda le scarpe' ma di genere riferito a coloro che volgevano lo sguardo in basso, sul pavimento.
In realtà dunque, lo shoegaze non si riduceva evidentemente ad un aspetto puramente scenografico o “spettacolare” ma divenne piuttosto una definizione identificativa di una ben precisa espressione sonora fino ad allora mai manifestatasi apertamente con queste caratteristiche. E questa precisazione è indispensabile per sgombrare il campo da molte e talvolta opportune obiezioni che si potrebbero fare sulla genesi reale del genere shoegaze. La storia della musica è un campo disseminato di molti semi ed è spesso assai difficile conferire una patente di originalità ad un frutto maturo senza correre il rischio di dimenticare tutti i frutti maturati precedentemente verso cui si rimane in una qualche misura debitori.
Tuttavia, non volendo in questa sede approfondire una disamina sulle origini del genere shoegaze che ci porterebbe assai lontano con il rischio peraltro fondato di giungere a conclusioni opinabili, ritengo più utile rimanere nel tracciato universalmente riconosciuto nel fissare le origini di questo particolare genere musicale pur non disdegnando un paio di veloci considerazioni personali (peraltro condivise da più parti).
Lo shoegaze databile intorno alla fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 fu in origine un’espressione musicale tipicamente britannica e identificata come una variante del rock alternativo. A voler essere pignoli, molta critica posteriore ha fortemente messo in dubbio l’esistenza stessa di un genere shoegaze, quasi si trattasse di un’ 'invenzione' senza alcuna sostanziale connotazione di novità, ascrivibile soltanto a certa stampa che con compiacimento (ogni novità vale pur sempre qualche copia venduta in più) coglieva ogni possibilità per suscitare curiosità attorno a nuovi movimenti e musicisti. La definizione data al genere ebbe tuttavia successo e questo nonostante risultasse assai poco gradita agli stessi protagonisti. Le caratteristiche più evidenti e identificative dello shoegaze comprendevano una manipolazione in special modo delle chitarre fino a creare quel tipico muro di suoni che costituisce una delle particolarità del genere e che per l’appunto induceva i musicisti coinvolti ad un controllo costante degli effetti che ne scaturivano da cui l’esigenza di volgere lo sguardo verso il basso. Suoni che sfociavano in distorsioni, riverberi, improvvisi scivolamenti nel silenzio e lenta 'ricostruzione' del muro sonoro quasi si trattasse di suoni appesi ad un orizzonte lontano, nuvole gonfie di pioggia, stratificazioni avvolte dalla nebbia con le voci degli interpreti dai toni spesso sognanti, evocativi e quasi privi di consistenza pur se in un percorso musicale che si trascinava in avanti come un drappo infinito. Il tutto teso a 'riformare' quasi la consuetudine di trovare nelle note melodie frutto di accordi tradizionali, ormai del tutto assenti.
Lo shoegaze ha avuto in fondo una vita brevissima che si può quantificare in non più di 3-4 anni e tuttavia ha dato il via alla nascita di un numero incredibile di bands ma anche di varianti del genere fino a 'contaminare lo slow-core, la musica ambient, persino la space music e il rock in generale in tutte le sue espressioni posteriori. Numerose bands shoegaze sono nate lontano dalla patria di origine, negli Stati Uniti, in Oriente, in Italia a dimostrazione del fatto che il genere ebbe la capacità di identificare in sé vocazioni e desideri che affascinarono molti, lasciando una vivida traccia del proprio passaggio fino ai nostri giorni.


My Bloody Valentine, "Isn't Anything"

Volendo identificare in questa breve ricognizione dello shoegaze un punto di partenza e quindi una band-un disco ritengo che si possa facilmente convenire che gli autentici pionieri del genere furono i My Bloody Valentine con il loro primo album dal titolo “Isn’t Anything” (1988, Creation). Un album complesso, probabilmente non di facile presa, ricco di architetture spesso distanti fra loro ma è tra questi solchi che il mondo dell’epoca ha visto nascere un suono nuovo tanto da conferire ai My Bloody Valentine il ruolo di iniziatori del genere shoegaze. Un esempio evidente è rappresentato da questi due brani tratti dall’album (Nothing Much to Lose - All I Need) nel quale lo shoegaze delle origini trova la sua piena realizzazione. E il brano successivo Lose My Breath vede i My Bloody Valentine prefigurare tutte le caratteristiche peculiari di un genere che ben presto vedrà lo shoegaze approdare in territori avvolti da una luce sfocata, perennemente avvolti da una nebbia impenetrabile in cui solo il suono sembra concedere una possibilità alla vita.


The Jesus and Mary Chain, "Psychocandy"

Ammesso e non concesso che i Bloody Valentine abbiano ottenuto a ragione la palma di ‘fondatori’ del genere shoegaze non si può assolutamente tacere il fatto che ancor prima del loro album suddetto, già nel 1985 esordiva una band scozzese, The Jesus and Mary Chain dei fratelli William e Jim Reid con un album, “Psychodandy” (1985, Blanco Y Negro) che va considerato una pietra miliare per le innovazioni che ne sono derivate e per aver tracciato, senza dubbio alcuno, la via maestra dello shoegaze.
Atmosfere eteree, paesaggi sognanti, sovrapposizioni melodiche a feedback e un gran numero di distorsioni sono le caratteristiche peculiari di un sound completamente virato verso un percorso fino ad allora ignoto e che indusse a considerare gli strumenti (e la chitarra in primo luogo) come fonte di suoni ben lontani dalla tradizionale costruzione armonica sebbene un evidente debito in tal senso vada pagato a band come i Velvet Underground ma ecco che rischieremmo di fare un percorso a ritroso nella storia della musica.
Il brano di apertura di “Psychodandy” era Just like honey che fin dall’attacco è un perfetto, magnifico esempio di shoegaze con i componenti della band che hanno già lo sguardo rivolto verso il basso, concentrato sugli strumenti. Album che non è affatto esagerato definire leggendario .
You trip me up
Never understand
Cut dead
Taste of Cindy
Sowing Seeds
My little underground
Something's Wrong



Cocteau Twins, "Head Over Heels"

Una citazione va fatta anche per un’altra band fondamentale che merita indubbiamente un posto nel novero del movimento shoegaze per quanto non ascrivibile a questo genere: i Cocteau Twins. Questa band scozzese, formatasi nel 1979 e quindi molto prima che il movimento shoegaze prendesse piede, aveva già elaborato toni e sonorità che possono considerarsi antesignani del genere. Il secondo album della band in particolare (priva ormai del batterista Will Heggie), dal titolo “Head over heels” (1983, 4AD) vede Elizabeth Fraser protagonista di un simbolico trapasso dalla dark wave ad atmosfere quanto mai rarefatte con il connubio fondamentale dei muri sonori apportati dalla chitarra di Robin Guthrie. Un album emozionante che contiene già evidenti le impronte del genere shoegaze in divenire nelle sue espressioni più malinconiche ed intimiste ma anche e soprattutto nell’approccio sonoro di Robin Guthrie.
Sugar Hiccup
In Our Angelhood
Five Ten Fiftyfold
The Tinderbox (Of a Heart)


Quale che ne sia l’origine autentica, il genere shoegaze ha catalizzato da subito su di sè un grandissimo interesse e numerosissime bands si sono affacciate da allora sulla scena, con risultati più o meno degni di nota. Inutile dire che solo nominare quelle più rappresentative richiederebbe un lungo capitolo appositamente dedicato. In questa sede dunque, per puro diletto ma certo di stuzzicare comunque la curiosità dei neofiti per un approccio al genere trattato, mi limito a citare un paio di album da cui propongo interessanti estratti.


Ride, "Nowhere"

Il primo album in questione è “Nowhere” dei Ride (1990, Creation). Originari di Oxford, i Ride sono stati inizialmente fra i rappresentanti più interessanti della scena shoegaze britannica per passare poi, dopo alterne vicende, a percorrere strade ben diverse. L’album in questione, che costituisce il debutto discografico della band, rimane ad ogni modo fra i capisaldi e certamente uno dei più distintivi del genere shoegaze. Val la pena sottolineare a questo punto che All Music Guide ha definito “Nowhere” fra i più importanti in assoluto nella storia dello shoegaze.
Seagull
Kaleidoscope
In a different place
Polar bear
Dreams burn down
Decay
Paralysed
Vapour trail




Slowdive,“Just for a day”, "Souvlaki"

Fra le mille bands che hanno lasciato una traccia indelebile nel panorama dello shoegaze non ci si può esimere dal citare ancora gli Slowdive (quella che personalmente ho amato di più) che incarnavano anche nel nome tutte le caratteristiche del genere. I primi due album della band sono fra i “punti cardinali” dello shoegaze, da più parti considerati fra i più belli in assoluto, e hanno lasciato una traccia profonda in molte bands che ne hanno seguito le orme. Gli Slowdive si formarono nel 1989 e pubblicarono il loro primo album "Just for a Day" nel 1991 per la Creation Records, ormai alle soglie della parabola discendente dello shoegaze. La band chiuse il suo percorso artistico nel 1995 con il suo terzo ed ultimo album che è stato a lungo al centro di una controversia circa le coordinate stilistiche adottate dalla band in quell’ultima occasione. Da quella magnifica esperienza nacquero poi i Mojave3. Ma questa è già un’altra storia.
Spanish air
Celia’s dream
Catch the breeze
Ballad of sister blue
Brighter
The sadman
Primal

Ed ecco un’ampia presentazione del successivo album degli Slowdive, “Souvlaki” (1993, Creation), senza dubbio il loro lavoro più maturo e convincente che vede addirittura la presenza di Brian Eno in un paio di brani alle tastiere oltre che in veste di produttore dell’album. Il disco ebbe anche una sua versione per il mercato statunitense. Paragonati agli stessi My Bloody Valentine o ai Cocteau Twins gli Slowdive riuscirono a toccare con “Souvlaki” uno dei vertici assoluti dell’esperienza shoegaze. Brani come Machine Gun (con la voce eterea e sognante di Rachel Goswell e un muro sonoro da mettere i brividi), la brevissima Here she comes (con l’inconfondibile voce di Neil Halstead e le tastiere di Brian Eno) o la straordinaria Souvlaki space station e When the sun hits sono vere e proprie gemme del firmamento shoegaze, ormai parte della storia della musica.
Allison
40 days
Sing
Altogether
Melon yellow
Dagger


My Bloody Valentine, "Loveless"

Con le date e le determinazioni cronologiche si rischia di prendere sempre dei sonori abbagli, specie se l’argomento è quello di una storia della musica. Non va di certo diversamente con la necessità di stabilire la fine del genere shoegaze propriamente detto, senza tenere conto di tutte le derivazioni e le influenze posteriori. In linea di massima però lo shoegaze trova il suo punto d’arrivo nel secondo, straordinario, sofferto album degli irlandesi My Bloody Valentine che dopo aver dato l’avvio al genere, simbolicamente ne determinarono anche la “fine”. “Loveless” (1991, Creation) dato alle stampe alla fine del 1991 costituisce il raggiungimento dell’espressione massima del genere tanto da essere universalmente riconosciuto come l’album nr. 1 dello shoegaze e fra i più grandi della musica in generale. Un album avvolto da un’aura di leggenda, con una certosina ricerca di soluzioni sonore innovative, incisioni interminabili, snervanti sessioni di registrazione, difficoltà di ogni genere, non ultime quelle economiche per gli elevati costi di produzione e realizzazione del disco. Un album che, a prescindere dal genere di riferimento, tutti gli amanti della musica dovrebbero aver ascoltato nella vita almeno una volta. Il disco iniziava con questo brano, Only shallow, sintesi perfetta del genere shoegaze in uno stato di grazia.
To Here Knows When
When you sleep
I only said
Come in alone
Sometimes
Blown a wish
Soon


La fine (?) dello Shoegaze

La parabola del genere "shoegaze" chiudeva così il suo breve percorso dopo un fiorire di bands che avevano dominato le pagine della stampa specializzata e le classifiche indie per almeno tre-quattro anni. Quasi nessuna di queste bands ebbe modo di approdare al mercato USA e quindi di prolungare nel tempo il proprio percorso artistico e, nella maggior parte dei casi, vennero semplicemente spazzate via dall’arrivo del “grunge” e del britpop in Gran Bretagna. Molti gruppi si sciolsero, altri si avviarono su altre strade. Ma questa in fondo è sola una mezza verità. In realtà lo shoegaze rimase ben vivo sotto la cenere e continuò a dare vita ad esperimenti di derivazione che andarono sconfinando in generi assimilabili. Ne venne fuori così un costante, continuo sviluppo del genere che seppure lontano dalle caratteristiche “pure” delle origini ha continuato a mantenere una cifra stilistica comune che è giunta fino ai tempi nostri e che è riconoscibile in un numero impressionante di bands!
Certamente ne riparleremo.

Roberto Melfi


SHOEGAZING Selection by Federico Porta e Marco Colasanti: Fifteen Shoegazing Songs

lunedì 21 febbraio 2011

SHORT REVIEWS - Asobi Seksu “Fluorescence” (2011, Polyvnyl/Goodfellas)

Una modella giapponese e un chitarrista. Non sono i Pizzicato Five e nemmeno epigoni di Serge Gainsbourgh. Sono Yuki Chikudate e James Hanna, ovvero gli Asobi Seksu. Questo Fluorescence”, uscito per l'etichetta Polyvinyl, è il loro quarto album. Ascoltare questo disco è un tuffo in pieni anni '80. Batterie potenti, usate soprattutto sui tamburi. Chitarre piene di effetti. Svolazzi di synth analogici. La voce della graziosa Yuki ricorda le divine dell'epoca, Liz Fraser soprattutto, Siouxsie, come nell'epica Trails o Alison Statton. In generale potrebbe essere un disco della storica etichetta 4AD, vedi brani come Pink Light  in cui la voce maschile fa i controcanti, ma il clima generale non è tenebroso come per i gruppi dell'epoca, ma più arioso e melodico. The Ocean  devia un poco, è impostata sulle tastiere. Chi ama questo tipo di sonorità ascolterà “Fluorescence” col massimo piacere. Per gli ascoltatori più giovani spero che possa essere il trampolino da cui partire alla scoperta della new wave e dello shoegazing successivo.
Alfredo Sgarlato