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domenica 6 novembre 2011

BOOK REVIEWS: "The New Rockstar Philosophy" di Hoover/Voyno (2011, NdA)

Forse non è esattamente una Bibbia come invece affermato nell'appassionata introduzione di Manuel Agnelli (Afterhours). Sicuramente però "The New Rockstar Philosophy" si pone come una vera e propria guida per i musicisti che vogliono confrontarsi con l'industria musicale. Il libro nasce come sintesi delle esperienze raccolte nel blog omonimo (continuamente aggiornato)

domenica 16 ottobre 2011

BOOK REVIEWS: Antonin Varenne, “Sezione suicidi” (2011, Einaudi Stile Libero)

Recentemente sulle pagine de La Repubblica si è sviluppato un dibattito sul numero eccessivo dei libri pubblicato in Italia: se si entra in libreria il settore gialli si è ormai ingrandito a dismisura ed è diventato impossibile star dietro, anche per il lettore più accanito, a tutte le uscite proposte; in più i titoli tendono a sparire prestissimo dagli scaffali e se perdi l’occasione ripescarli diventa un’impresa. Questo per dire che mi ero fatto colpevolmente sfuggire questo magistrale noir francese - già ormai se non sono gli sciapi pseudo sofisticati gialli della Vargas

BOOK REVIEWS : Joaquim Guerreri, “La legge del più forte” (2011, La Nuova Frontiera)

Arriva dal Messico il detective privato Gil Baleares, protagonista di questo violento e barocco noir che ci viene proposto dalla Nuova Frontiera, editore attento a proporre quanto di meglio e di nuovo si muove nella letteratura ispanica e portoghese.

"Avete idea di come appare Città del Messico alle sei di mattina? Il cielo, una ferita purulenta, una crema marrone densa come l'olio usato di una macchina o come un cappuccino in un bicchiere di vetro,

BOOK REVIEWS: Andrej Longo, “Lu campo di girasoli” (2011, Adelphi 2011)

Un po’ fiaba tenebrosa e sensuale, un po’ melo neorealista, un po’ romanzo picaresco il nuovo libro dello scrittore ischitano Andrej Longo ci immerge in un Sud, per molti versi identificabile con il Salento, dai sapori forti e decisi e dalle aspre contraddizioni, nel quale la vita sembra pulsare al ritmo della pizzica ed avere il sapore forte dei suoi cibi e dei suoi vini, e i colori accesi e violenti dei suoi paesaggi. “Lu campo di girasoli” è raccontato in una lingua creata o, meglio come ha dichiarato Longo, sognata dallo stesso autore attingendo ai vari dialetti meridionali:

giovedì 28 luglio 2011

BOOK REVIEWS - “Il Duka in Sicilia” di Vittorio Bongiorno (Einaudi Stile Libero 2011, pp. 215, €. 17,00)

Il Duka è ovviamente il grande Duke Ellington e in Sicilia c’è stato veramente, la sera del 17 luglio 1970, a suonare e far sognare con la sua orchestra il pubblico del Palermo Pop, il primo festival musicale italiano che l’impresario italoamericano Joe Napoli aveva voluto nella terra dei suoi genitori portando ad esibirsi alcuni grandi nomi del jazz e del rock. A trenta chilometri da Palermo, il piccolo paese di Jato, quattro case arroccate sul monte, quello stesso 17 luglio celebra il festino di San Calò, il santo negro, solo che questo rischia di essere l’ultimo, infatti la curia ha deciso di chiudere la piccola chiesa e trasferire il parroco, solo un miracolo può salvare San Calò.

martedì 26 luglio 2011

BOOKS REVIEWS: “Morte apparente” di THOMAS ENGER (Iperborea 2011, €. 17,00)

Quando ho letto le considerazioni critiche sulla società norvegese contemporanea con le quali Ignazio Gulotta conclude questa recensione di un recente noir di uno scrittore norvegese, ho pensato subito alla straordinaria coincidenza con i fatti gravissimi successi qualche giorno fa in Norvegia. Questa recensione é stata scritta non molto tempo prima, le parole con cui Ignazio la sigilla suonano oggi come un sinistro presagio (wally boffoli)

Agghiaccianti sorprese attendono i mattinieri uomini scandinavi che portano a passeggio il loro amato cane, come sanno bene i lettori dei noir nordici, e così quando Thorbjørn Skagestad avrà l’infelice idea di ficcare il naso in una tenda abbandonata nella collina di Ekeberg a Oslo i suoi occhi si troveranno davanti lo sconvolgente spettacolo del cadavere orrendamente sfigurato di una giovane donna semisepolta nel terreno.

giovedì 21 luglio 2011

BOOK REVIEWS: “Il danno” di Elsebeth Egholm (2011, Einaudi Stile Libero)

“Il danno” è il quarto capitolo di una serie di gialli, ma il primo pubblicato da noi, che ha per protagonista Dicte Svendsen, giornalista di cronaca nera della città danese di Åarhus, divorziata, convivente con il fotografo di guerra Bo e madre di una ragazza diciottenne. Dicte si trova invischiata in un’inchiesta che metterà in pericolo la sua vita e farà vacillare il suo fragile equilibrio esistenziale. Tutto inizia con il ritrovamento, durante scontri fra immigrati e polizia davanti a una discoteca, del cadavere di una giovane donna col ventre squarciato a causa di un taglio cesareo.

domenica 3 luglio 2011

BOOKS REVIEWS: MIKAEL NIEMI, “L’uomo che morì come un salmone” (2011, Iperborea)

Pajala, estremo Nord della Svezia, il cadavere sventrato con una fiocina da salmone dell’anziano ex doganiere e maestro elementare Martin Udde dà l’avvio ad una complessa indagine che porta la giovane detective Therese Fossner, inviata da Stoccolma, ad affrontare un difficile viaggio dentro una comunità la cui esistenza si è aggrovigliata nella lotta fra il tentativo di integrarsi nella società svedese contemporanea e quello di preservare le proprie radici culturali e linguistiche. I tornedaliani che abitano quelle zone sono infatti finlandesi, la loro lingua, il meänkieli, è una variante del finnico,

giovedì 30 giugno 2011

PROFILES - JAMES GRAHAM BALLARD (1930 - 2009)

Ed eccola la tanto attesa monografia, più volte annunciata, di James Graham Ballard, considerato da molti lo scrittore più profetico del XX secolo, in buona compagnia di William Burroughs. Non é la prima volta che ci occupiamo di Ballard, questa volta però il contributo di Alfredo Sgarlato è ben più corposo, tracciando l'evoluzione creativa ed ispirativa dello scrittore nella prima parte, i suoi rapporti intriganti con l'immaginario rock nella seconda ed infine nella terza - questa davvero una sorpresa - scrivendo un racconto 'alla sua maniera'. Buona lettura! (wally boffoli)

giovedì 9 giugno 2011

FRANCO BOLELLI/LORENZO 'JOVANOTTI' CHERUBINI “VIVA TUTTO!” (2010 Add editore)

Lorenzo Cherubini da Cortona, cantante, Franco Bolelli da Milano, filosofo. Nove mesi di e-mail in cui il racconto quasi quotidiano di pensieri ed esperienze scivola fluido e naturale, sincero e onesto dando corpo e vita a un diario epistolare in continua evoluzione, quella biodiversità in evoluzione tanto cara a Franco Bolelli che in Lorenzo vede concretizzarsi, contatto dopo contatto, il concetto taoista di filosofia evoluzionista. Non solo compiere l’azione, ma essere noi stessi l’azione. La crescita quotidiana di un nuovo disco, il suo lento e a tratti frustrante divenire squarciano il velo sul progredire della vita stessa nei suoi aspetti minimi e meravigliosi, come il gioco di una bimba o un giro in bici nel bosco o la sofferenza di una madre nel suo lento distaccarsi dalla consapevolezza e dal mondo, e il comprendere come questi siano non solo parte della spirale naturale, ma essi stessi nello stesso istante vita e morte, luce e buio, yin e yang.

martedì 7 giugno 2011

VISIONI DAL FUTURO - GEORGE ORWELL: "1984", The Big Brother + Soundtracks

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Questo articolo dello scrittore di 'noir' savonese Maurizio Pupi Bracali, nostro collaboratore, mi sembra non solo d'attualità ma obiettivamente addirittura proiettato nel futuro: partendo da una squallida, attuale tematica mediatica, attraverso l'analisi di '1984', famoso grande romanzo scritto nel 1948 da George Orwell, Pupi ci prende sapientemente per mano, spiegandoci quale incredibile funzione abbia avuto quel romanzo di vera e propria 'cassandra' delle mutazioni sociali a venire, disegnando inquietanti scenari di là a venire che riguardano tutti noi (wally)

Il Grande Fratello?
Un quotidiano savonese di qualche giorno fa titolava testualmente un articolo di cronaca locale della zona in cui vivo: Il grande fratello sulle strade di Savona: telecamere in diversi punti della città. Avendo letto il giornale al bar, poco dopo lo abbandonavo su una sedia del dehor dove veniva fatto preda da un gruppo di ragazzi, due maschi e due femmine, che, seduti al tavolino accanto, cominciavano a sfogliarlo. Giunti alla pagina dell’articolo citato, lo stupore e l’incredulità di quei giovani diventavano maggiori del tasso zuccherino delle brioches e dei cappuccini che avevano davanti. Quei quattro non riuscivano a crederci: a Savona si sarebbero svolte le selezioni per partecipare al Grande Fratello.

sabato 4 giugno 2011

BOOK REVIEWS: “11” di Mark Watson (2011, Einaudi Stile Libero, €.18,00)

Nel momento in cui Xavier Ireland, australiano da cinque anni trapiantato a Londra, decide di non intervenire per salvare un ragazzino malmenato da un gruppo di bulli, undici vite saranno sconvolte in vario modo dalle conseguenze di questa sua decisione. Del resto Xavier, nasconde un segreto, qualcosa di traumatico che ha spezzato un amore e una solida amicizia che durava dalle elementari è accaduto nel suo passato a Melbourne e lo ha indotto ad abbandonare il paese e a cambiare nome. Oggi vive da single e conduce una trasmissione radio notturna dispensando consigli agli irrequieti e solitari londinesi insonni. Ma nella vita fuori dall’etere Xavier ha deciso di non agire, le cose vanno come devono andare e il nostro intervento, anche con le migliori intenzioni, rischia di peggiorare le cose, questa è la sua filosofia di vita.

domenica 29 maggio 2011

BOOK REVIEWS: “Il vino della solitudine” 2a Ed. di Irène Némirovsky (Adelphi 2011, pp.245, €.18,00)

Uscito in Francia nel 1935 e una prima volta in Italia nell’immediato dopoguerra, questo romanzo della Némirovsky viene ora ripubblicato da Adelphi che sta meritoriamente facendo conoscere al lettore italiano questa straordinaria scrittrice russo, ebrea, francese. La sua vita è già un romanzo, un tragico romanzo segnato dai drammatici avvenimenti che sconvolsero la prima metà del Novecento e da un’angosciante vicenda familiare. Fuggita con la famiglia dalla Russia in seguito alla rivoluzione d’ottobre e rifugiata in Francia, paese nel quale giovanissima comincerà la sua carriera di scrittrice, la Némirovsky concluderà la sua esistenza, così come il marito, nei campi di sterminio a soli 39 anni, si salveranno invece le sue due figlie.

lunedì 2 maggio 2011

BOOK REVIEWS: “Vizio di forma” di Thomas Pynchon (Einaudi Stile Libero, 2011, €.20,00)


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Thomas Pynchon, uno dei grandi nomi e numi della letteratura americana contemporanea, si confronta con il noir con questo romanzo del 2009, ambientato nella Los Angeles del 1971, quando l’età d’oro del flower power sta declinando e la generazione psichedelica ha perso l’innocenza: si sta celebrando il processo a Charles Manson. La restaurazione sta avanzando, Reagan governa la California e gli hippy sembrano più disorientati che mai, mentre sui luoghi che furono teatro dei loro riti avanza la speculazione edilizia. Soltanto l’ex surfista Larry “Doc” Sportello, detective privato, instancabile fumatore di spinelli, sul cui ufficio fa bella mostra la targa “Localizzazione, Sorveglianza, Discrezione”, non casuale acronimo di LSD, sembra aver mantenuto integri gli ideali utopistici degli anni ’60: quando Shasta il suo perduto amore gli chiederà di aiutarla a ritrovare il costruttore Michael Wolfmann, l’uomo per il quale l’aveva lasciato, non esiterà a mettersi sulle tracce dello scomparso. Puro altruismo o piuttosto una ferita d’amore non rimarginato?
Fatto sta che Doc si troverà invischiato in un intreccio inestricabile, dapprima arrestato come responsabile dell’omicidio di una guardia del corpo di Wolfmann, poi via via coinvolto in vicende in cui sono protagonisti poliziotti corrotti, fratellanze ariane, surf bands, zombie, organizzazioni criminali dedite al commercio di droghe e a complotti anticomunisti, sette di dentisti assassini.
Si sviluppa così una trama labirintica al cui confronto i noir di Chandler e Hammett appaiono chiari e limpidi come le acque di un lago alpino. Nelle 460 pagine del libro è condensata una sorta di enciclopedia della cultura pop americana dell’epoca: canzoni, pare siano circa 400, film, attori, programmi Tv, personaggi sportivi vengono citati ad un ritmo torrenziale. Il risultato è un’opera francamente di aspra lettura, la prosa ellittica, labirintica dell’autore accoppiata ad una trama che si fa sempre più intricata ed oscura ne inficiano la riuscita: nondimeno molte pagine sono godibili, soprattutto per la capacità di rievocare l’ambiente della controcultura californiana, fra fiumi di droghe allucinogene, miti utopistici, trip mistici, diete macrobiotiche e rock sparato a tutto volume.
Un’ultima notazione sull’edizione estremamente spartana e lacunosa, non una nota accompagna il testo, eppure il lettore non è certo obbligato a conoscere tutti i personaggi e le serie tv o i telefilm citati: eppure il libro viene venduto all’esorbitante prezzo di 20 euro; con cifre anche più basse piccoli editori elargiscono edizioni eleganti e ben curate. Oltre a disquisire tanto del caro cd, sarebbe ora di affrontare l’argomento dei prezzi spesso scandalosamente alti di certi libri. Cosa dovrà pensare il lettore quando sfogliando il libro si troverà davanti termini come “stewardii” o “cereali stroiati”? Forse è anche per questo che la lettura di questo libro lascia insoddisfatti anche chi aveva apprezzato le opere precedenti di Pynchon.

Ignazio Gulotta

Il book trailer

domenica 27 marzo 2011

BOOK REVIEWS - MIHA MAZZINI, “Il giradischi di Tito” (2008, Fazi Ed. - €.16,00)

Anche se il libro è uscito tre anni fa vale la pena segnalarlo, sia per la buona qualità della scrittura e della storia, sia perché, anche se ambientato in un Paese e in un mondo lontano non geograficamente, ma politicamente e culturalmente dal nostro, ci fà fare un piacevole viaggio a ritroso in un periodo in cui il rock era per la gioventù una vera ragione di vita e rappresentava la scoperta di un mondo di libertà e rottura con il passato, e se questo è stato vero nei paesi capitalisti, lo è stato ancor di più in quelli socialisti.
Slovenia primi anni Settanta: Egon è un tredicenne timido e impacciato che vive con la nonna, vecchia bigotta che crede di parlare con le anime dei defunti, e la madre, donna delle pulizie nella ferriera del paese che vive immersa nei film melodrammatici e convinta di avere un figlio stupido e che non le vuole bene; il padre non c’è, scomparso, quindi Egon non può beneficiare di quel relativo benessere di cui godono i suoi coetanei i cui genitori lavorano in Germania. La sua vita si consuma fra il cinema del paese e la lettura dei fumetti, il suo più grande desiderio, un giradischi, sembra irraggiungibile e così non può ascoltare nemmeno l’lp dei T.Rex che la cugina gli ha regalato.
E allora l’unico modo per farsi una cultura musicale, non potendo ascoltare i dischi, è quello di leggere le riviste in biblioteca o di collegarsi nottetempo con radio Lussemburgo per ascoltare un concerto degli Slade. Sarà poi l’incontro con Roman l’hippy che giudica i suoi gusti troppo commerciali a spingere Egon a fare anche lui, come i suoi concittadini più benestanti, il viaggio del sabato verso la Gorizia italiana per acquistare un disco dei Pentangle, passaporto per entrare in casa di Roman dove Egon fumerà sigarette dal sapore strano e ascolterà i racconti di uno che ha visto l’India e Woodstock: scoprirà il progressive e l’Incredible String Band.
Il giradischi di Tito è un romanzo di formazione, c’è la scoperta del sesso e il primo innamoramento, lo scontro con un mondo adulto che sembra estraneo e distante, la solitudine e la nascita dell’amicizia, l’incontro con la morte, ma il libro ci fa anche conoscere un mondo per noi misterioso, quell’Est europeo comunista che non era del tutto impermeabile alle suggestioni e alle novità che venivano dall’Occidente; la gioventù slovena ascolta il rock, compra dischi e blue jeans nella vicina Italia, vede Easy Rider e ad imitazione degli eroi di quel mitico film si lancia per la strade su scassati motorini cantando a squarciagola Born to be wild.
Miha Mazzini, che ha tratto questo romanzo da un suo film, “Sweet Dreams”, mai uscito in Italia e da cui sono tratte le foto di questo articolo, racconta la storia con piglio quasi neorealista: raffigura con vivacità e con un tocco di affettuosa ironia le picaresche disavventure del giovane Egon, compresso da una vita familiare gretta e misera e da una società conformista e paternalista nella quale la figura di Tito è il cemento intorno a cui tutto ruota e si regge. Ma il nostro protagonista fiuta attraverso la musica e il cinema l’aria nuova che anima il mondo, le sue azioni sono mosse da uno spirito sotterraneo di ribellione e libertà che da lì a qualche anno cambierà decisamente il corso della storia, ma questa è un’altra lunga storia.
Ignazio Gulotta

sabato 26 marzo 2011

BOOK REVIEWS: Paolo Ganz, “Venice Rock'n'Roll” (2011, Fernandel)

Paolo Ganz, veneziano, è un musicista blues, maestro di armonica ma anche chitarrista e cantante della mod-band anni '80 Go-Karts ed è l'autore del libro “Venice rock'n'roll. Avventure e vigliaccate di pirati della Laguna”, da poco uscito per l'editore Fernandel, sua terza prova come scrittore. Lo incontro a Venezia, al Caffé Rosso in Campo Santa Margherita, una delle poche zone della città dove ancora si può trovare qualche locale aperto la sera fino a tardi. Ho vissuto sette anni a Venezia e non ho avuto percezione dell'esistenza di una grande scena rock, non certo nella parte lagunare della città, per cui, dopo le presentazioni, la prima cosa che chiedo all'autore è proprio dov'è il rock'n'roll a Venezia. Non ho ancora letto il libro e quindi non so che è ambientato in gran parte negli anni '70 quando – mi spiega Paolo Ganz – Venezia era piena di locali in cui si poteva suonare, così come nel decennio prima, gli anni '60 e ancora fino al decennio dopo, gli anni '80, mentre oggi non è più possibile, bisogna andare fuori, perché a Venezia non ci sono più locali dove poterlo fare e in ogni caso bisognerebbe suonare di giorno dato che di sera ogni tentativo di squarciare il silenzio che la caratterizza, per assenza di traffico automobilistico e altri rumori, viene stroncato sul nascere. Scrive nel libro:
«La musica, di qualsiasi genere e provenienza, è considerata alla stregua dei peggiori rumori molesti e invadenti: non arte o svago quindi, ma semplicemente chiasso e disturbo!».
E' una cosa che purtroppo ho sentito spesso a Venezia, questo rimpianto per una città vivace e vitale, in una parola vissuta, che oggi non esiste più.
Nel romanzo "Venice rock'n'roll" c'è tutto questo. C'è da un lato la storia di un gruppo di ragazzini, ventenni negli anni '70, che inseguendo la loro passione per la musica mettono su una band e cominciano a suonare con strumenti da quattro soldi, senza amplificatori e con dei fustini del Dixan a fare da batteria. E' una storia che accomuna molti ragazzi e che potrebbe quindi essere ambientata ovunque, ma il fatto che si svolga a Venezia, città unica al mondo, la rende in qualche modo una storia speciale. C'è la musica nel libro e c'è Venezia, oggi «quinta di cartapesta sempre più inzuppata e macera, merletto nella boccia di vetro», ma un tempo più aperta e vivibile. Ed essendo una storia veneziana è infarcita di frasi in dialetto, dal momento che i veneziani parlano molto il dialetto fin da bambini, il che contribuisce a creare quello sguardo ironico, ma allo stesso tempo benevolo, con cui l'autore guarda alla sua città e che coinvolge ancora di più il lettore in una scrittura molto fluida e piacevole. Il libro è comunque opportunamente corredato da un dizionarietto finale con la traduzione dei termini dialettali e delle espressioni gergali in italiano.
«Da noi – forse a memoria dell'ancestrale legame tra vita lagunare ed elemento liquido – anche le vecchiette più decrepite sanno calcolare con precisione degna di uno studio balistico traiettoria ed effetti del contenuto di un secchio, riuscendo a valutare l'anticipo con cui lanciare. E ben sanno inquadrare il bersaglio, tanto da poter scegliere se colpire in pieno (in questo caso – appunto – si ritorna a casa bòmbi) o semplicemente sgianzàr, e quindi avvisare che al prossimo baccano non ci sarà più pietà alcuna».
Il protagonista del romanzo, Paolo “Catfish” Ganz, comincia la sua esperienza musicale influenzato dai Beatles, come accadeva a molti in quegli anni.
«Da ragazzini adoravamo i Beatles, e appena scoprimmo sfogliando Ciao 2001 (per inciso, quella data inglobata nel titolo ci appariva inarrivabile, impossibile e addirittura cosmica) che i nostri eroi si erano esibiti a Londra, dall'alto della terrazza della Apple, cercammo di emulare a ogni costo le loro gesta […]"
Ma naturalmente nemmeno allora era così facile suonare a Venezia e spesso i tentativi di provare in strada, sui tetti o negli androni dei palazzi finivano bruscamente alla comparsa di una qualche vecchietta arrabbiata alla finestra.
«La mia prima formazione musicale fu minata da una costellazione di sfratti e diffide per rumori molesti. In un primo tempo il complessino con cui mi esercitavo ottenne ospitalità a casa mia, perché l'intento dei miei era quello di controllarmi in ogni momento, e ci fu messa a disposizione la polverosa soffitta di calle dei Bombardieri. Si provava solo al sabato pomeriggio, durante la mia settimanale scarcerazione dal collegio di Treviso, ma erano disturbi da poco: due chitarre collegate a un aplificatore di appena dieci watt di potenza, un basso (senza amplificatore) e la batteria composta da fustini del Dixan».

Il libro percorre le vicende dei ragazzi dagli anni '70 a tempi più recenti, procedendo per flash-back alternati e ricomposti, con episodi legati alla musica ma anche alle prime esperienze con le ragazze, alle serate passate a bere ombre, e alle «avventure e vigliaccate» varie che spesso hanno lo scopo di procurarsi qualche soldo per gli strumenti.
«Un basso, mi ci voleva un basso! Di chitarre bene o male ne avevamo una a testa, ma nel gruppo mancava il basso, e io QUELLO volevo suonare! Erano ancora i tempi bui del collegio a Treviso, quando aspettavo smaniando la liberazione del sabato pomeriggio per ritrovare la musica, le ragazzine e gli amici. Nei brevi momenti di libertà quotidiana – durante la cosiddetta libera uscita, insomma – le mie mete erano invariabilmente le vetrine dei tre negozi di strumenti musicali in città. E proprio nel più modesto acquistai per quindicimila lire, dopo furiosi e disperati risparmi, il mio primo strumento a quattro corde. Era una bottega all'antica proprio sotto i portici di via Santa Margherita, una strada tutta ciottoli che scendeva a precipizio verso il Sile; con le pareti gialline dipinte a olio e una quantità impressionante di anticaglie a imbandire la vetrina. Il proprietario, un tipo tracagnotto e distinto che tutti chiamavano il colonnello, indicò tra gli strumenti appesi quanto poteva propormi nel nuovo e nell'usato di marca; ma quando depositai sul banco tutti i miei averi cambiò espressione e cavò dal magazzino una 
specie di pagaia marca Bigson, in vaga forma di mezzaluna sghemba e fortemente asimmetrica. Che si trattasse di uno strumento povero e strausato lo si capiva al volo, ma quello che stupiva – oltra a una foggia che nemmeno Frankenstein avrebbe saputo immaginare – era il colore: giallino, lo stesso giallino delle pareti a olio».
Dunque Paolo compra il suo primo basso, presto denominato “il basso dei turchi” per la sua forma e il suo colore. Carico di eccitazione per l'acquisto fa la sua trionfale entrata in sala prove il sabato pomeriggio accolto dagli amici festanti:
«con la Galanti verde bottiglia di Nano Pavàn, la batteria dei Cadaveri, il microfono RCF tipo altare di Capodistria e questo nuovo acquisto eravamo un vero complesso!»
Ma sorge subito un problema: come si accorda un basso?
«Collegammo l'aggeggio all'amplificatore da chitarra (a volume basso, bassissimo, perché si raccontava a mezza voce che collegando un basso a un amplificatore da chitarra l'altoparlante poteva anche esplodere) e ne uscì un borbottio sordo, ovattato e privo di dinamica: dov'erano i bei suoni di John Entwistle in My Generation che mi avevano stregato? Ma un altro grave problema attanagliò le nostre giovani menti: come si accordava un basso? L'accordatura standard del basso elettrico è identica a quella del contrabbasso, cioè un'ottava sotto alle quattro corde più gravi della chitarra...Oggi sarebbe bastato accedere a internet per trovare la soluzione, ma il magico mondo in linea, dove tutto sembra a portata di mano, in quel lontano 1973 era ancora a una distanza siderale. Cosa avrei pensato allora se qualcuno mi avesse detto che in un prossimo futuro avrei avuto in casa un elettrodomestico (cos'altro è oggi un computer?) per mezzo del quale in pochi minuti avrei scaricato più o meno legalmente le musiche che tanto desideravo? Ricordo con nostalgia le fiere natalizie dove furbi ambulanti spacciavano 45 giri contraffatti: sui due lati c'erano due canzoni entrambe famose, praticamente due lati A, ma eseguite alla buona da cantani sconosciuti, in un inglese distorto e claudicante. I nostri genitori si accontentavano di quel due per uno, anche perché il famoso lato B – che a noi ragazzi appassionati in fregola spesso svelava inconsueti arrangiamenti da discutere e provare – per loro era solo una canzone di seconda».
Dunque a quei tempi il problema dell'accordatura del basso andava risolto diversamente e i ragazzi si rivolgono al nonno di Capodistria, maestro di banda, per avere lumi. Capodistria proviene da una famiglia musicalmente aperta e proprio grazie alla madre i ragazzi scoprono la loro strada musicale.
«Fu proprio sua madre, una bella donna di orgini istriane, a farci casualmente conoscere la musica che sarebbe stata la pietra d'angolo per la nostra formazione. Accadde che per il quattordicesimo compleanno del
figlio decise di acquistare un quarantacinque giri (eh sì, erano anni in cui non si largheggiava!), così andò al negozio e chiese candidamente un disco di musica moderna. Il fato guidò la mano del commesso verso 5:15 degli Who, brano incluso in "Quadrophenia", l'album più famoso della band inglese. Appena l'amico arrivò in carbona e lo fece girare sul giradischi avuto in regalo con Selezione, il nostro mondo cambiò».
I brani da citare potrebbero essere ancora molti poiché la lettura di Venice rock'n'roll è davvero trascinante. Ma se vi siete riconosciuti nelle vicende raccontate in questi passaggi, oppure se non avete idea di come fosse il mondo non in linea o se semplicemente volete leggere un bel romanzo a sfondo musicale, questo libro fa decisamente al caso vostro.
Rossana Morriello

giovedì 24 marzo 2011

BOOK REVIEWS - BORIS VIAN: “Musika & Dollaroni - Contro l'industria della canzone" (2008, Stampa Alternativa)

BORIS VIAN  (Ville d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959)
La sincope è un’alterazione in medicina: il cuore smette di battere, i sensi ti abbandonano. In musica è il cambiamento, il tempo va dal forte al debole. Inizio questa recensione parlando della sincope perché è il termine che più facilmente e diffusamente si può accostare a Boris Vian. Non solo perché morì per il suo cuore sincopato, ma perchè trascorse tutta la sua breve vita ad un ritmo irregolare, frenetico. Lontano dal clichè dell’artista maledetto, morì a 39 anni in un cinema, maledicendo gli americani rei di aver travisato a loro piacimento la trasposizione su grande schermo del suo romanzo “Sputerò sulle vostre tombe”. Una morte carica d’ironia, visto il cammino parallelo tra Vian e la cultura americana. Vian ne era attratto visceralmente, sapeva cogliere il meglio di ciò che offriva l’America e sapeva essere un beffardo amico con lei. Un rapporto patafisico per eccellenza, prendeva i dettami americani e li rovesciava, li accettava e poi li esorcizzava. Si finse scrittore afro americano, Vernom Sullivan, e scrisse alcuni romanzi sulla scia dei noir-hard boiled facendo quasi una parodia degli stessi romanzi americani. Il primo ad uscire sotto pseudonimo fu proprio “Sputerò sulle vostre tombe”, romanzo in cui Vian gioca d’anticipo sulla mitizzazione dell’era adolescenziale dipinta su un telo nero. La vendetta di un nero sulla pelle bianca si gioca sul sesso, sulle macchine, sul ballo, sull’alcool, in uno stile asciutto, secco e crudo. Ma anche qui il tutto è il contrario di tutto, vista la finalità denunciatrice del razzismo che ha il libro. Esattamente come da perfetto ingegnere riesce a manipolare le parole e crearne di nuove (pianocktail forse vi dirà qualcosa), così riesce a manipolare e filtrare con perspicace ironia e sarcasmo i messaggi delle sue opere. Un comun denominatore della vita artistica di Vian sembra essere la critica sagace contro un mondo che si sforza di apparire perfetto dopo quel terribile virus conosciuto come seconda guerra mondiale. Prende in prestito la missione degli artisti Bebop, genere jazz che introdurrà in Francia, facendo suonare i suoi amici Duke Ellington, Miles Davis e Charlie Parker, scrivendo di jazz (celebri le sue critiche per la rivista Le Jazz Hot), suonandolo con la sua fedele tromba tascabile ("trompinette") nel Les Saint-Germain Club Tabou e producendolo come direttore artistico del reparto jazzistico della Philips prima e poi della Fontana Records.

“Musika & Dollaroni - Contro l'industria della canzone”
La simbiosi antropologica che ebbe Boris Vian con la musica era di una lucidità disarmante e prova ne dà l’ultimo saggio che scrisse “En avant le zizique”, pubblicato in Italia come “Musika & Dollaroni – Contro l’industria della canzone”. C'è un elemento che dovete tenere in considerazione quando iniziate la lettura di questo saggio: 1958, anno di stesura. Sarà un dato che metterete in dubbio quando terminerete. In un centinaio di pagine Vian regala una critica al vetriolo contro l'industria discografica, impegnata all'epoca a gettare le basi per edificare il suo potere. Quale futuro avrebbe avuto la canzone quando le logiche aziendali e commerciali sarebbero divenute le coordinate su cui dirigerla? La risposta non prefigge vincitori o vinti, ma solo variabili volte a contrastare la mediocrità, colpevole di piegarsi al volere della massa e non del pubblico. Un capitolo, una parte dell'ingranaggio intorno alla musica: interpreti, editori, disc jockey, musicisti, critici, tecnici di registrazione, nessuno sfugge al tiro di Vian. L'intero processo produttivo intorno a quei tre minuti schizzanti di note è passato al setaccio, deriso e analizzato con un occhio proiettato avanti di decenni. Il nostro scriveva già nei primi anni cinquanta un concetto straordinariamente d'avanguardia:

“(...) il pubblico ha diritto di esigere che gli venga fornita, se lo chiede, la registrazione dell'opera completa di Duke Ellington o di Fats. Ciò fa parte del patrimonio musicale umano, ed è intollerabile che se un tizio non vuole ristampare un disco non si possa mai più ascoltare quel disco. Insomma, viva i pirati; come nei film in technicolor, sono i più simpatici”
.

Inconsapevolmente, Vian aveva messo nero su bianco i nomi di coloro che avrebbero compiuto la vendetta contro il sistema discografico. Tra le pagine di "Musika & Dollaroni", condite di accenni sulla cultura e la società francese e sempre quel delizioso sberleffo, si respira la necessità di ridare libertà alla musica, sbarazzarsi del dettame “perchè si venda deve essere una m ...”.
La cultura dell'uomo incolto doveva stare lontana da processi fordisti, da ministri pronti a sbattere i musicisti nel gradino più basso della scala evolutiva, da

“un insieme di falliti, impotenti e cacasotto, che si basano sul disgusto che ispirano ai creativi e truccano le loro piccole combine con impudenza”,

da una stampa non libera sempre preoccupata di accontentare e non di rischiare pur di non perdere lettori, dai suoi critici che sprigionano ego autocelebrativo dalle loro penne, doveva invocare una rivoluzione in nome del microsolco. Questa era la fotografia scattata da Vian nella sua epoca, un obiettivo che sembra oggi puntato su una scala di tempo statico. Nonostante alcuni degli auspici invocati da Vian si siano avverati, come la creazione di congegni elettronici capaci di avvicinare espressioni musicali tra loro lontane o l'adozione della cultura del Do It Yourself da parte degli artisti, l'industria musicale non ha rinunciato a costruire le sue pentole d'oro, dimenticando i coperchi essenziali per non annegare. Sia chiaro, non è un messaggio utopico quello che troverete: Vian conosce troppo bene la vita per non sapere che i compromessi sono talvolta necessari. Ma il compromesso non è una giustificazione per gli errori e per la scarsa qualità di ciò che abbiamo tra le mani, piuttosto è il momento in cui mettersi in gioco e saper creare e vendere un prodotto discreto, ma ragionevole. Un po' come nella vita cerchiamo di adeguarci ai compromessi rimanendo leali a noi stessi. O almeno lo speriamo. "Musika & Dollaroni" è un promemoria essenziale per chiunque ami la musica e si innalza ogni giorno a novello Don Chisciotte in suo nome.
Crizia Giansalvo
Boris Vian

Selezione di brani di o scritti da Boris Vian:
Le Déserteur
La Java Des Bombes Atomiques
Les Joyeux Bouchers
Le Petite Commerce
Magali Noel – Alhambra Rock
J'suis snob
Live at Saint Germain At Presse

domenica 13 marzo 2011

BOOK REVIEWS: “Non si deve morire due volte” di Francisco Gonzalez Ledesma (2010, Giano Ed., Euro 17, 50)

Morto Manuel Vasquez Montalban è il più che ottantenne Francisco Gonzalez Ledesma a mantenere il ruolo di cantore della Barcellona del tempo che fu, attraverso il personaggio dell’anziano ispettore Mendez, conoscitore malinconico e disincantato di ogni angolo della città, una città che muta rapidamente sotto i suoi occhi e va perdendo i suoi connotati più sinceri e popolari per vendersi alle logiche del mercato, i quartieri operai vengono soppiantati da anonimi e sinistri non luoghi fatti di uffici, agenzie, locali alla moda, grattacieli dove l’uomo è solo con il suo destino. “I bravi architetti agiscono da controrivoluzionari, anche se non lo sanno” penserà un personaggio contemplando la città che cambia. Ma Mendez, poliziotto allergico alle regole e ai conformismi, è memoria storica e parte integrante di Barcellona, delle sue vie più oscure, dei suoi bar fumosi e rumorosi dove si assiepano fino a notte tarda giocatori d’azzardo, prostitute, ladri, poeti, vagabondi e sognatori; è l’aria pura dei quartieri residenziali che fa male ai polmoni di Mendez, abituati “all’aria abbastanza conosciuta, fetida, pesante e carica di storia” dei bar del Barrio Chino.
In questa Barcellona dominata dal dio denaro, in cui “lo stato capitalista ha fatto sì che le rivoluzioni non ci siano più e presto farà sì che non ci siano più sigarette”, si dipana la trama di questo noir duro e amaro in cui si muovono killer efferati, terroristi islamici, pedofili, imprenditori senza scrupoli e in cui si intrecciano tre vicende che solo alla fine troveranno un nesso comune. La giovane sposa Sandra uccide il giorno delle nozze il promesso sposo, che si scopre essersi presentato anche lui armato alla cerimonia di nozze; Gabri, appena uscito dal carcere dove scontava la pena per aver ucciso e decapitato il violentatore di sua moglie, poi morta di parto, per saldare un debito verso la cognata viene assoldato per compiere un assassinio da un ricco uomo d’affari; in una villetta di Vallvidrera una signora, che un tempo introduceva le giovani barcellonesi in società, ora sfrutta una bambina down, a lei affidata da un islamico, in un giro di clienti pedofili.
Ma il lettore stia attento, qui quasi nulla è come appare, la verità si nasconde nei personaggi ancora capaci di emozioni, di sentimenti, di amore e di pietà. Nel dipanarsi della vicenda emerge una società in cui è ormai il denaro l’elemento centrale nei rapporti umani, denaro e potere sono il fine della società capitalista che ha distrutto qualunque valore umano ed etico; la borghesia, chiusa nelle sue ville protette da videocamere e bodyguard conosce soltanto l’inganno e la menzogna, i matrimoni sono matrimoni d’affari, l’amore è ridotto a una questione di sesso e potere, i rapporti umani inesistenti; sono i reietti, i perdenti, coloro che sono stati lasciati ai margini del boom della new economy, quelli capaci di sentimenti, di dignità, di amore e di orgoglio: la segretaria che rifiuta le avances del padrone, il vecchio giardiniere comunista, l’ex galeotto col senso dell’onore e della giustizia, ma anche l’ironico ispettore Mendez che ai computer e ai telefonini preferisce il suo fiuto e la capacità di osservare dentro gli sguardi delle persone.
Ancora una volta Gonzalez Ledesma ci dà un grande noir da godersi pagina dopo pagina, ma anche un’occasione per riflettere sul cammino che il mondo globalizzato ci sta imponendo e conferma come il genere sia oggi quello che, almeno nei suoi autori migliori, si dimostra più efficacemente in grado di aiutarci a leggere la realtà che ci circonda. Concluderei questa recensione con un’altra fulminante citazione scelta fra le tante che il libro propone e che è in qualche modo una chiave di lettura per tutta l’opera dell’autore catalano: “Le rivoluzioni le fa chi sta meglio in strada che in casa contro chi sta meglio in casa che in strada".
Ignazio Gulotta

domenica 20 febbraio 2011

BOOK REVIEWS: "A' Rebours" di Joris Karl Huysmans

Un libro sicuramente anomalo, ma per certi versi affascinante. "À Rebours" di Joris Karl Huysmans può essere visto da molti punti di vista come un passo in avanti rispetto alla presa di coscienza e ai conseguenti esiti nichilisti dostoevskiani di “memorie del sottosuolo”. In "À Rebours" il protagonista attua una coerente scelta di vita asociale e distaccata, quasi un rifugio costruito attorno alle proprie ossessioni e alle proprie nevrosi, sino alle conseguenze più estreme. Des Esseintes (questo è il nome del protagonista), è un un aristocratico, che stanco di una vita banale e di una società divenuta mediocre, si rifugia nella campagna della perifieria parigina, dedicandosi ad una vita solitaria fatta di passioni e di manie, tra opere d’arte, libri rari, stoffe finissime, pietre preziose, fiori, essenze, profumi. La sua è una ricerca raffinata ed effimera di tutto quel che si pone come artificiale in opposizione a tutto quello che è naturale. È una ricerca delle costruzioni innaturali, delle manipolazioni più eccentriche, come se la manipolazione della natura desse ulteriore senso alle cose e alla propria esistenza. Ma questa ricerca estrema nasconte una sotterranea nevrosi che porterà il protagonista ad un deperimento fisico e psicologico, oltre che ad una completa sconfitta esistenziale.
Alla fine Huysmans scorgerà la (propria) salvezza nella fede, come se la trascendenza costituisse l’esito definitivo del suo desiderio di distacco e di rottura dalla naturalità. Huysmans porta alle estreme conseguenze questa contrapposizione. Una creazione artificiale, sia essa una opera latina medioevale, un quadro di Gustave Moreau, una essenza profumata o una qualsiasi manipolazione di un oggetto naturale, è vista da Huysmans come una crescita rispetto ad una semplice creazione della natura, come se quella manipolazione fosse in grado di darne ulteriore valore, ulteriore senso. L’artificiale diviene l’innaturale. Quella di Huysmans è certamente una visione hegeliana. Ma Huysmans è anche testimone del suo tempo, di un fine ottocento di enormi cambiamenti sociali dovuti ad una industrializzazione nella quale il progresso aveva come finalità proprio il superamento della natura stessa. Oggi, di fronte al susseguirsi di inquinamenti radioattivi e chimici, di dispersioni di catrami, nafte e plastiche, di fronte ad una soglia che non è più opportuno superare, si impone la necessità di una riconversione naturale dell’oggetto artificiale, di una rinaturalizzazione dell’artificiale. Occorre rovesciare Hegel. Occorre rovesciare Huysmans.

Felice Marotta

sabato 22 gennaio 2011

BOOK REVIEWS: "Memorie dal sottosuolo" di Fedor Dostoevskij / Ascolto abbinato consigliato: "Grinderman 2"

"Vi giuro, signori, che l'esser troppo consapevoli è una malattia, un'autentica, assoluta malattia"(F. Dostoevskij).

Ho deciso di pubblicare questo articolo di Felice Marotta perché ho trovato alcuni concetti e stati d'animo in esso espressi straordinariamente moderni, come la 'solitudine' ed il 'ripiegamento' dell'uomo su se stesso: estrapolarli dal diciannovesimo secolo e trapiantarli quasi 'naturalmente' nel nuovo millennio vi pare una cosa tanto maldestra ed inopportuna? Probabilmente é lo stesso Dostoevskij ad essere autore/filosofo morbosamente 'moderno! Ascolto abbinato consigliato: "Grinderman 2" (Wally)



"Memorie dal sottosuolo" ("Записки из подполья") di Fedor Mihailovic Dostoevskij é una esplorazione della natura umana, dei suoi sottosuoli e delle sue zone d'ombra. Dico subito che è un libro che ferisce. Mickey Mouse And The Goodbye Man
Le "Memorie dal sottosuolo" sono le memorie dell' 'uomo superfluo'. Musil definì questo stesso uomo "Uomo senza qualità"("Der Mann ohne Eigenschaften") . Chi è allora l'uomo senza qualità?
E' un uomo che vive di troppa consapevolezza di sè, che si rifugia nella immensa ricchezza del proprio io, che non riesce per questa sua naturale propensione, a dare conseguenze pratiche alla propria vita attuale. In Musil la coscienza è lo spazio in cui si realizzano le infinite possibilità, lo spazio delle vuote e progressive costruzioni.
Quella di Ulrich (protagonista del "Der Mann ohne Eigenschaften") è una coscienza inquieta, sempre in tensione tra un ideale di esattezza (che diventa metafisica) e la consapevolezza invece che il reale avrà sempre margini di indeterminazione, per effetto di quella proprietà che Nietzsche definì 'inesauribilità del reale'. Evil
La costruzione di intrecci di possibilità è un eccesso di consapevolezza, una costruzione vertiginosamente intelligente di un mondo non-attuale e per questo motivo, una costruzione non-fisica, un fallimento della vita pratica.
Super Heathen Child
Mentre in Musil il fallimento esistenziale è un fallimento che resta però sospeso, un fallimento che non si esplicita perchè rimane irrisolto in quella stessa tensione che cerca (non riuscendoci) di esprimere l'inesauribilità del reale, in Dostoevskij il giudizio etico negativo sull'incapacità di vivere una vita pratica è invece espresso nettamente: Worm Tamer
("Un essere che si abitua a tutto: ecco, penso sia la migliore definizione che si possa dare dell'uomo. Forse io mi credo un uomo intelligente proprio e solo per questa ragione, che in tutta la vita non m'è mai riuscito di portare a termine nulla")
L'uomo superfluo, il protagonista del romanzo dostoevskiano, vive con sofferenza la consapevolezza della propria incapacità di agire ("la consapevolezza è per l'uomo una delle più grandi disgrazie") Star Charmer.
Per questo, la solitudine diviene il rifugio in cui vivere senza disturbi la ricchezza della propria intelligenza, maturando desideri di riscatto, egoismi, pulsioni inconscie, in un ripiegamento continuo nel proprio io che però resta incapace di farsi atto:

("Non solo cattivo, ma proprio nulla sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto. E ora vegeto nel mio cantuccio, punzecchiandomi con la maligna e perfettamente vana consolazione che l'uomo intelligente non può diventare seriamente qualcosa, ma diventa qualcosa soltanto lo sciocco. Kitchenette
Sissignori, l'uomo intelligente del diciannovesimo secolo deve ed è moralmente obbligato a essere una creatura essenzialmente priva di carattere; mentre l'uomo di carattere, l'uomo d'azione, deve essere una creatura essenzialmente limitata. Questa è la mia quarantennale convinzione. Ora ho quarant'anni, e quarant'anni sono tutta una vita; sono la più decrepita vecchiezza. Vivere più di quarant'anni è indecente, volgare, immorale! Chi vive oltre i quarant'anni? Rispondete sinceramente, onestamente. Ve lo dirò io chi: gli sciocchi e i mascalzoni. Bellringer Blues
Lo dirò in faccia a tutti i vecchi, a tutti quei vecchi venerandi, a tutti quei vegliardi profumati e dalle chiome d'argento! Lo dirò in faccia a tutto il mondo! Ho il diritto di dirlo, perché io stesso camperò fino a sessant'anni. Fino a settant'anni, vivrò! Fino a ottant'anni, vivrò!")


Mentre in Musil si intravvede una via d'uscita in una sorta di futura comunione spirituale con l'altro (Agathe), in Dostoevskij non vi sarà pacificazione, la salvezza può esserci solo nell'altro (Liza), ma l'uomo superfluo distruggerà per egoismo e meschinità l'unica possibilità di redenzione che gli rimane, per la stessa incapacità di conciliare l'esistenza di un mondo-altro con quella del proprio mondo interiore.
Dico che il romanzo dostoevskiano è un testo che ferisce, perchè non lascia alcuna via d'uscita e di salvezza a chi si rifugia, con egoismo ed eccesso di consapevolezza, nell'autocontemplazione del proprio io e della propria intelligenza, rinunciando a far vivere pienamente il proprio agire nel mondo.

Felice Marotta e Wally Boffoli

Memorie dal sottosuolo
Memorie sal sottosuolo (adattamento e regia di Gabriele Lavia)