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domenica 6 novembre 2011
BOOK REVIEWS: "The New Rockstar Philosophy" di Hoover/Voyno (2011, NdA)

domenica 16 ottobre 2011
BOOK REVIEWS: Antonin Varenne, “Sezione suicidi” (2011, Einaudi Stile Libero)

BOOK REVIEWS : Joaquim Guerreri, “La legge del più forte” (2011, La Nuova Frontiera)

"Avete idea di come appare Città del Messico alle sei di mattina? Il cielo, una ferita purulenta, una crema marrone densa come l'olio usato di una macchina o come un cappuccino in un bicchiere di vetro,
BOOK REVIEWS: Andrej Longo, “Lu campo di girasoli” (2011, Adelphi 2011)

giovedì 28 luglio 2011
BOOK REVIEWS - “Il Duka in Sicilia” di Vittorio Bongiorno (Einaudi Stile Libero 2011, pp. 215, €. 17,00)

martedì 26 luglio 2011
BOOKS REVIEWS: “Morte apparente” di THOMAS ENGER (Iperborea 2011, €. 17,00)

Agghiaccianti sorprese attendono i mattinieri uomini scandinavi che portano a passeggio il loro amato cane, come sanno bene i lettori dei noir nordici, e così quando Thorbjørn Skagestad avrà l’infelice idea di ficcare il naso in una tenda abbandonata nella collina di Ekeberg a Oslo i suoi occhi si troveranno davanti lo sconvolgente spettacolo del cadavere orrendamente sfigurato di una giovane donna semisepolta nel terreno.
giovedì 21 luglio 2011
BOOK REVIEWS: “Il danno” di Elsebeth Egholm (2011, Einaudi Stile Libero)

domenica 3 luglio 2011
BOOKS REVIEWS: MIKAEL NIEMI, “L’uomo che morì come un salmone” (2011, Iperborea)

giovedì 30 giugno 2011
PROFILES - JAMES GRAHAM BALLARD (1930 - 2009)

giovedì 9 giugno 2011
FRANCO BOLELLI/LORENZO 'JOVANOTTI' CHERUBINI “VIVA TUTTO!” (2010 Add editore)
martedì 7 giugno 2011
VISIONI DAL FUTURO - GEORGE ORWELL: "1984", The Big Brother + Soundtracks
VISITA ILNUOVO SITO DI DISTORSIONI:

Un quotidiano savonese di qualche giorno fa titolava testualmente un articolo di cronaca locale della zona in cui vivo: Il grande fratello sulle strade di Savona: telecamere in diversi punti della città. Avendo letto il giornale al bar, poco dopo lo abbandonavo su una sedia del dehor dove veniva fatto preda da un gruppo di ragazzi, due maschi e due femmine, che, seduti al tavolino accanto, cominciavano a sfogliarlo. Giunti alla pagina dell’articolo citato, lo stupore e l’incredulità di quei giovani diventavano maggiori del tasso zuccherino delle brioches e dei cappuccini che avevano davanti. Quei quattro non riuscivano a crederci: a Savona si sarebbero svolte le selezioni per partecipare al Grande Fratello.
sabato 4 giugno 2011
BOOK REVIEWS: “11” di Mark Watson (2011, Einaudi Stile Libero, €.18,00)
domenica 29 maggio 2011
BOOK REVIEWS: “Il vino della solitudine” 2a Ed. di Irène Némirovsky (Adelphi 2011, pp.245, €.18,00)
Uscito in Francia nel 1935 e una prima volta in Italia nell’immediato dopoguerra, questo romanzo della Némirovsky viene ora ripubblicato da Adelphi che sta meritoriamente facendo conoscere al lettore italiano questa straordinaria scrittrice russo, ebrea, francese. La sua vita è già un romanzo, un tragico romanzo segnato dai drammatici avvenimenti che sconvolsero la prima metà del Novecento e da un’angosciante vicenda familiare. Fuggita con la famiglia dalla Russia in seguito alla rivoluzione d’ottobre e rifugiata in Francia, paese nel quale giovanissima comincerà la sua carriera di scrittrice, la Némirovsky concluderà la sua esistenza, così come il marito, nei campi di sterminio a soli 39 anni, si salveranno invece le sue due figlie.
lunedì 2 maggio 2011
BOOK REVIEWS: “Vizio di forma” di Thomas Pynchon (Einaudi Stile Libero, 2011, €.20,00)
VISITA ILNUOVO SITO DI DISTORSIONI:

Fatto sta che Doc si troverà invischiato in un intreccio inestricabile, dapprima arrestato come responsabile dell’omicidio di una guardia del corpo di Wolfmann, poi via via coinvolto in vicende in cui sono protagonisti poliziotti corrotti, fratellanze ariane, surf bands, zombie, organizzazioni criminali dedite al commercio di droghe e a complotti anticomunisti, sette di dentisti assassini.

Si sviluppa così una trama labirintica al cui confronto i noir di Chandler e Hammett appaiono chiari e limpidi come le acque di un lago alpino. Nelle 460 pagine del libro è condensata una sorta di enciclopedia della cultura pop americana dell’epoca: canzoni, pare siano circa 400, film, attori, programmi Tv, personaggi sportivi vengono citati ad un ritmo torrenziale. Il risultato è un’opera francamente di aspra lettura, la prosa ellittica, labirintica dell’autore accoppiata ad una trama che si fa sempre più intricata ed oscura ne inficiano la riuscita: nondimeno molte pagine sono godibili, soprattutto per la capacità di rievocare l’ambiente della controcultura californiana, fra fiumi di droghe allucinogene, miti utopistici, trip mistici, diete macrobiotiche e rock sparato a tutto volume.
Un’ultima notazione sull’edizione estremamente spartana e lacunosa, non una nota accompagna il testo, eppure il lettore non è certo obbligato a conoscere tutti i personaggi e le serie tv o i telefilm citati: eppure il libro viene venduto all’esorbitante prezzo di 20 euro; con cifre anche più basse piccoli editori elargiscono edizioni eleganti e ben curate. Oltre a disquisire tanto del caro cd, sarebbe ora di affrontare l’argomento dei prezzi spesso scandalosamente alti di certi libri. Cosa dovrà pensare il lettore quando sfogliando il libro si troverà davanti termini come “stewardii” o “cereali stroiati”? Forse è anche per questo che la lettura di questo libro lascia insoddisfatti anche chi aveva apprezzato le opere precedenti di Pynchon.
Ignazio Gulotta
Il book trailer
domenica 27 marzo 2011
BOOK REVIEWS - MIHA MAZZINI, “Il giradischi di Tito” (2008, Fazi Ed. - €.16,00)

Slovenia primi anni Settanta: Egon è un tredicenne timido e impacciato che vive con la nonna, vecchia bigotta che crede di parlare con le anime dei defunti, e la madre, donna delle pulizie nella ferriera del paese che vive immersa nei film melodrammatici e convinta di avere un figlio stupido e che non le vuole bene; il padre non c’è, scomparso, quindi Egon non può beneficiare di quel relativo benessere di cui godono i suoi coetanei i cui genitori lavorano in Germania. La sua vita si consuma fra il cinema del paese e la lettura dei fumetti, il suo più grande desiderio, un giradischi, sembra irraggiungibile e così non può ascoltare nemmeno l’lp dei T.Rex che la cugina gli ha regalato.
E allora l’unico modo per farsi una cultura musicale, non potendo ascoltare i dischi, è quello di leggere le riviste in biblioteca o di collegarsi nottetempo con radio Lussemburgo per ascoltare un concerto degli Slade. Sarà poi l’incontro con Roman

Il giradischi di Tito è un romanzo di formazione, c’è la scoperta del sesso e il primo innamoramento, lo scontro con un mondo adulto che sembra estraneo e distante, la solitudine e la nascita dell’amicizia, l’incontro con la morte, ma il libro ci fa anche conoscere un mondo per noi misterioso, quell’Est europeo comunista che non era del tutto impermeabile alle suggestioni e alle novità che venivano dall’Occidente;

Miha Mazzini, che ha tratto questo romanzo da un suo film, “Sweet Dreams”, mai uscito in Italia e da cui sono tratte le foto di questo articolo, racconta la storia con piglio quasi neorealista: raffigura con vivacità e con un tocco di affettuosa ironia le picaresche disavventure del giovane Egon, compresso da una vita familiare gretta e misera e da una società conformista e paternalista nella quale la figura di Tito è il cemento intorno a cui tutto ruota e si regge. Ma il nostro protagonista fiuta attraverso la musica e il cinema l’aria nuova che anima il mondo, le sue azioni sono mosse da uno spirito sotterraneo di ribellione e libertà che da lì a qualche anno cambierà decisamente il corso della storia, ma questa è un’altra lunga storia.
Ignazio Gulotta
sabato 26 marzo 2011
BOOK REVIEWS: Paolo Ganz, “Venice Rock'n'Roll” (2011, Fernandel)

«La musica, di qualsiasi genere e provenienza, è considerata alla stregua dei peggiori rumori molesti e invadenti: non arte o svago quindi, ma semplicemente chiasso e disturbo!».

Nel romanzo "Venice rock'n'roll" c'è tutto questo. C'è da un lato la storia di un gruppo di ragazzini, ventenni negli anni '70, che inseguendo la loro passione per la musica mettono su una band e cominciano a suonare con strumenti da quattro soldi, senza amplificatori e con dei fustini del Dixan a fare da batteria. E' una storia che accomuna molti ragazzi e che potrebbe quindi essere ambientata ovunque, ma il fatto che si svolga a Venezia, città unica al mondo, la rende in qualche modo una storia speciale. C'è la musica nel libro e c'è Venezia, oggi «quinta di cartapesta sempre più inzuppata e macera, merletto nella boccia di vetro», ma un tempo più aperta e vivibile. Ed essendo una storia veneziana è infarcita di frasi in dialetto, dal momento che i veneziani parlano molto il dialetto fin da bambini, il che contribuisce a creare quello sguardo ironico, ma allo stesso tempo benevolo, con cui l'autore guarda alla sua città e che coinvolge ancora di più il lettore in una scrittura molto fluida e piacevole. Il libro è comunque opportunamente corredato da un dizionarietto finale con la traduzione dei termini dialettali e delle espressioni gergali in italiano.
«Da noi – forse a memoria dell'ancestrale legame tra vita lagunare ed elemento liquido – anche le vecchiette più decrepite sanno calcolare con precisione degna di uno studio balistico traiettoria ed effetti del contenuto di un secchio, riuscendo a valutare l'anticipo con cui lanciare. E ben sanno inquadrare il bersaglio, tanto da poter scegliere se colpire in pieno (in questo caso – appunto – si ritorna a casa bòmbi) o semplicemente sgianzàr, e quindi avvisare che al prossimo baccano non ci sarà più pietà alcuna».
Il protagonista del romanzo, Paolo “Catfish” Ganz, comincia la sua esperienza musicale influenzato dai Beatles, come accadeva a molti in quegli anni.

Ma naturalmente nemmeno allora era così facile suonare a Venezia e spesso i tentativi di provare in strada, sui tetti o negli androni dei palazzi finivano bruscamente alla comparsa di una qualche vecchietta arrabbiata alla finestra.
«La mia prima formazione musicale fu minata da una costellazione di sfratti e diffide per rumori molesti. In un primo tempo il complessino con cui mi esercitavo ottenne ospitalità a casa mia, perché l'intento dei miei era quello di controllarmi in ogni momento, e ci fu messa a disposizione la polverosa soffitta di calle dei Bombardieri. Si provava solo al sabato pomeriggio, durante la mia settimanale scarcerazione dal collegio di Treviso, ma erano disturbi da poco: due chitarre collegate a un aplificatore di appena dieci watt di potenza, un basso (senza amplificatore) e la batteria composta da fustini del Dixan».

«Un basso, mi ci voleva un basso! Di chitarre bene o male ne avevamo una a testa, ma nel gruppo mancava il basso, e io QUELLO volevo suonare! Erano ancora i tempi bui del collegio a Treviso, quando aspettavo smaniando la liberazione del sabato pomeriggio per ritrovare la musica, le ragazzine e gli amici. Nei brevi momenti di libertà quotidiana – durante la cosiddetta libera uscita, insomma – le mie mete erano invariabilmente le vetrine dei tre negozi di strumenti musicali in città. E proprio nel più modesto acquistai per quindicimila lire, dopo furiosi e disperati risparmi, il mio primo strumento a quattro corde. Era una bottega all'antica proprio sotto i portici di via Santa Margherita, una strada tutta ciottoli che scendeva a precipizio verso il Sile; con le pareti gialline dipinte a olio e una quantità impressionante di anticaglie a imbandire la vetrina. Il proprietario, un tipo tracagnotto e distinto che tutti chiamavano il colonnello, indicò tra gli strumenti appesi quanto poteva propormi nel nuovo e nell'usato di marca; ma quando depositai sul banco tutti i miei averi cambiò espressione e cavò dal magazzino una

Dunque Paolo compra il suo primo basso, presto denominato “il basso dei turchi” per la sua forma e il suo colore. Carico di eccitazione per l'acquisto fa la sua trionfale entrata in sala prove il sabato pomeriggio accolto dagli amici festanti:
«con la Galanti verde bottiglia di Nano Pavàn, la batteria dei Cadaveri, il microfono RCF tipo altare di Capodistria e questo nuovo acquisto eravamo un vero complesso!»
Ma sorge subito un problema: come si accorda un basso?


Dunque a quei tempi il problema dell'accordatura del basso andava risolto diversamente e i ragazzi si rivolgono al nonno di Capodistria, maestro di banda, per avere lumi. Capodistria proviene da una famiglia musicalmente aperta e proprio grazie alla madre i ragazzi scoprono la loro strada musicale.
«Fu proprio sua madre, una bella donna di orgini istriane, a farci casualmente conoscere la musica che sarebbe stata la pietra d'angolo per la nostra formazione. Accadde che per il quattordicesimo compleanno del

I brani da citare potrebbero essere ancora molti poiché la lettura di Venice rock'n'roll è davvero trascinante. Ma se vi siete riconosciuti nelle vicende raccontate in questi passaggi, oppure se non avete idea di come fosse il mondo non in linea o se semplicemente volete leggere un bel romanzo a sfondo musicale, questo libro fa decisamente al caso vostro.
Rossana Morriello
giovedì 24 marzo 2011
BOOK REVIEWS - BORIS VIAN: “Musika & Dollaroni - Contro l'industria della canzone" (2008, Stampa Alternativa)
BORIS VIAN (Ville d'Avray, 10 marzo 1920 – Parigi, 23 giugno 1959)
La sincope è un’alterazione in medicina: il cuore smette di battere, i sensi ti abbandonano. In musica è il cambiamento, il tempo va dal forte al debole. Inizio questa recensione parlando della sincope perché è il termine che più facilmente e diffusamente si può accostare a Boris Vian. Non solo perché morì per il suo cuore sincopato, ma perchè trascorse tutta la sua breve vita ad un ritmo irregolare, frenetico. Lontano dal clichè dell’artista maledetto, morì a 39 anni in un cinema, maledicendo gli americani rei di aver travisato a loro piacimento la trasposizione su grande schermo del suo romanzo “Sputerò sulle vostre tombe”. Una morte carica d’ironia, visto il cammino parallelo tra Vian e la cultura americana. Vian ne era attratto visceralmente, sapeva cogliere il meglio di ciò che offriva l’America e sapeva essere un beffardo amico con lei. Un rapporto patafisico per eccellenza, prendeva i dettami americani e li rovesciava, li accettava e poi li esorcizzava. Si finse scrittore afro americano, Vernom Sullivan, e scrisse alcuni romanzi sulla scia dei noir-hard boiled facendo quasi una parodia degli stessi romanzi americani.
Il primo ad uscire sotto pseudonimo fu proprio “Sputerò sulle vostre tombe”, romanzo in cui Vian gioca d’anticipo sulla mitizzazione dell’era
adolescenziale dipinta su un telo nero. La vendetta di un nero sulla pelle bianca si gioca sul sesso, sulle macchine, sul ballo, sull’alcool, in uno stile asciutto, secco e crudo. Ma anche qui il tutto è il contrario di tutto, vista la finalità denunciatrice del razzismo che ha il libro. Esattamente come da perfetto ingegnere riesce a manipolare le parole e crearne di nuove (pianocktail forse vi dirà qualcosa), così riesce a manipolare e filtrare con perspicace ironia e sarcasmo i messaggi delle sue opere. Un comun denominatore della vita artistica di Vian sembra essere la critica sagace contro un mondo che si sforza di apparire perfetto dopo quel terribile virus conosciuto come seconda guerra mondiale. Prende in prestito la missione degli artisti Bebop, genere jazz che introdurrà in Francia, facendo suonare i suoi amici Duke Ellington, Miles Davis e Charlie Parker, scrivendo di jazz (celebri le sue critiche per la rivista Le Jazz Hot), suonandolo con la sua fedele tromba tascabile ("trompinette") nel Les Saint-Germain Club Tabou e producendolo come direttore artistico del reparto jazzistico della Philips prima e poi della Fontana Records.
“Musika & Dollaroni - Contro l'industria della canzone”
La simbiosi antropologica che ebbe Boris Vian con la musica era di una lucidità disarmante e prova ne dà l’ultimo saggio che scrisse “En avant le zizique”, pubblicato in Italia come “Musika & Dollaroni – Contro l’industria della canzone”. C'è un elemento che dovete tenere in considerazione quando iniziate la lettura di questo saggio: 1958, anno di stesura. Sarà un dato che metterete in dubbio quando terminerete. In un centinaio di pagine Vian regala una critica al vetriolo contro l'industria discografica, impegnata all'epoca a gettare le basi per edificare il suo potere. Quale futuro avrebbe avuto la canzone quando le logiche aziendali e commerciali sarebbero divenute le coordinate su cui dirigerla? La risposta non prefigge vincitori o vinti, ma solo variabili volte
a contrastare la mediocrità, colpevole di piegarsi al volere della massa e non del pubblico. Un capitolo, una parte dell'ingranaggio intorno alla musica: interpreti, editori, disc jockey, musicisti, critici, tecnici di registrazione, nessuno sfugge al tiro di Vian. L'intero processo produttivo intorno a quei tre minuti schizzanti di note è passato al setaccio, deriso e analizzato con un occhio proiettato avanti di decenni. Il nostro scriveva già nei primi anni cinquanta un concetto straordinariamente d'avanguardia:
“(...) il pubblico ha diritto di esigere che gli venga fornita, se lo chiede, la registrazione dell'opera completa di Duke Ellington o di Fats. Ciò fa parte del patrimonio musicale umano, ed è intollerabile che se un tizio non vuole ristampare un disco non si possa mai più ascoltare quel disco. Insomma, viva i pirati; come nei film in technicolor, sono i più simpatici”.
Inconsapevolmente, Vian aveva messo nero su bianco i nomi di coloro che avrebbero compiuto la vendetta contro il sistema discografico. Tra le pagine di "Musika & Dollaroni", condite di accenni sulla cultura e la società francese e sempre quel
delizioso sberleffo, si respira la necessità di ridare libertà alla musica, sbarazzarsi del dettame “perchè si venda deve essere una m ...”.
La cultura dell'uomo incolto doveva stare lontana da processi fordisti, da ministri pronti a sbattere i musicisti nel gradino più basso della scala evolutiva, da
“un insieme di falliti, impotenti e cacasotto, che si basano sul disgusto che ispirano ai creativi e truccano le loro piccole combine con impudenza”,
da una stampa non libera sempre preoccupata di accontentare e non di rischiare pur di non perdere lettori, dai suoi critici che sprigionano ego autocelebrativo dalle loro penne, doveva invocare una rivoluzione in nome del microsolco. Questa era la
fotografia scattata da Vian nella sua epoca, un obiettivo che sembra oggi puntato su una scala di tempo statico. Nonostante alcuni degli auspici invocati da Vian si siano avverati, come la creazione di congegni elettronici capaci di avvicinare espressioni musicali tra loro lontane o l'adozione della cultura del Do It Yourself da parte degli artisti, l'industria musicale non
ha rinunciato a costruire le sue pentole d'oro, dimenticando i coperchi essenziali per non annegare. Sia chiaro, non è un messaggio utopico quello che troverete: Vian conosce troppo bene la vita per non sapere che i compromessi sono talvolta necessari. Ma il compromesso non è una giustificazione per gli errori e per la scarsa qualità di ciò che abbiamo tra le mani, piuttosto è il momento in cui mettersi in gioco e saper creare e vendere un prodotto discreto, ma ragionevole. Un po' come nella vita cerchiamo di adeguarci ai compromessi rimanendo leali a noi stessi. O almeno lo speriamo. "Musika & Dollaroni" è un promemoria essenziale per chiunque ami la musica e si innalza ogni giorno a novello Don Chisciotte in suo nome.
Selezione di brani di o scritti da Boris Vian:
Le Déserteur
La Java Des Bombes Atomiques
Les Joyeux Bouchers
Le Petite Commerce
Magali Noel – Alhambra Rock
J'suis snob
Live at Saint Germain At Presse



“Musika & Dollaroni - Contro l'industria della canzone”


“(...) il pubblico ha diritto di esigere che gli venga fornita, se lo chiede, la registrazione dell'opera completa di Duke Ellington o di Fats. Ciò fa parte del patrimonio musicale umano, ed è intollerabile che se un tizio non vuole ristampare un disco non si possa mai più ascoltare quel disco. Insomma, viva i pirati; come nei film in technicolor, sono i più simpatici”.
Inconsapevolmente, Vian aveva messo nero su bianco i nomi di coloro che avrebbero compiuto la vendetta contro il sistema discografico. Tra le pagine di "Musika & Dollaroni", condite di accenni sulla cultura e la società francese e sempre quel

La cultura dell'uomo incolto doveva stare lontana da processi fordisti, da ministri pronti a sbattere i musicisti nel gradino più basso della scala evolutiva, da
“un insieme di falliti, impotenti e cacasotto, che si basano sul disgusto che ispirano ai creativi e truccano le loro piccole combine con impudenza”,
da una stampa non libera sempre preoccupata di accontentare e non di rischiare pur di non perdere lettori, dai suoi critici che sprigionano ego autocelebrativo dalle loro penne, doveva invocare una rivoluzione in nome del microsolco. Questa era la


Crizia Giansalvo
Boris VianSelezione di brani di o scritti da Boris Vian:
Le Déserteur
La Java Des Bombes Atomiques
Les Joyeux Bouchers
Le Petite Commerce
Magali Noel – Alhambra Rock
J'suis snob
Live at Saint Germain At Presse
domenica 13 marzo 2011
BOOK REVIEWS: “Non si deve morire due volte” di Francisco Gonzalez Ledesma (2010, Giano Ed., Euro 17, 50)


In questa Barcellona dominata dal dio denaro, in cui “lo stato capitalista ha fatto sì che le rivoluzioni non ci siano più e presto farà sì che non ci siano più sigarette”, si dipana la trama di questo noir duro e amaro in cui si muovono killer efferati, terroristi islamici, pedofili, imprenditori senza scrupoli e in cui si intrecciano tre vicende che solo alla fine troveranno un nesso comune. La giovane sposa Sandra uccide il giorno delle nozze il promesso sposo, che si scopre essersi presentato anche lui armato alla cerimonia di nozze; Gabri, appena uscito dal carcere dove scontava la pena per aver ucciso e decapitato il violentatore di sua moglie, poi morta di parto, per saldare un debito verso la cognata viene assoldato per compiere un assassinio da un ricco uomo

Ma il lettore stia attento, qui quasi nulla è come appare, la verità si nasconde nei personaggi ancora capaci di emozioni, di sentimenti, di amore e di pietà. Nel dipanarsi della vicenda emerge una società in cui è ormai il denaro l’elemento centrale nei rapporti umani, denaro e potere sono il fine della società capitalista che ha distrutto qualunque valore umano ed etico; la borghesia, chiusa nelle sue ville protette da videocamere e bodyguard conosce soltanto l’inganno e la menzogna, i matrimoni sono matrimoni d’affari, l’amore è ridotto a una questione di sesso e potere, i rapporti umani inesistenti; sono i reietti, i perdenti, coloro che sono stati lasciati ai margini del boom della new economy, quelli capaci di sentimenti, di

Ancora una volta Gonzalez Ledesma ci dà un grande noir da godersi pagina dopo pagina, ma anche un’occasione per riflettere sul cammino che il mondo globalizzato ci sta imponendo e conferma come il genere sia oggi quello che, almeno nei suoi autori migliori, si dimostra più efficacemente in grado di aiutarci a leggere la realtà che ci circonda. Concluderei questa recensione con un’altra fulminante citazione scelta fra le tante che il libro propone e che è in qualche modo una chiave di lettura per tutta l’opera dell’autore catalano: “Le rivoluzioni le fa chi sta meglio in strada che in casa contro chi sta meglio in casa che in strada".
Ignazio Gulotta
domenica 20 febbraio 2011
BOOK REVIEWS: "A' Rebours" di Joris Karl Huysmans



Alla fine Huysmans scorgerà la (propria) salvezza nella fede, come se la trascendenza costituisse l’esito definitivo del suo desiderio di distacco e di rottura dalla naturalità. Huysmans porta alle estreme conseguenze questa contrapposizione. Una creazione artificiale, sia essa una opera latina medioevale,

Felice Marotta
sabato 22 gennaio 2011
BOOK REVIEWS: "Memorie dal sottosuolo" di Fedor Dostoevskij / Ascolto abbinato consigliato: "Grinderman 2"

Ho deciso di pubblicare questo articolo di Felice Marotta perché ho trovato alcuni concetti e stati d'animo in esso espressi straordinariamente moderni, come la 'solitudine' ed il 'ripiegamento' dell'uomo su se stesso: estrapolarli dal diciannovesimo secolo e trapiantarli quasi 'naturalmente' nel nuovo millennio vi pare una cosa tanto maldestra ed inopportuna? Probabilmente é lo stesso Dostoevskij ad essere autore/filosofo morbosamente 'moderno! Ascolto abbinato consigliato: "Grinderman 2" (Wally)
"Memorie dal sottosuolo" ("Записки из подполья") di Fedor Mihailovic Dostoevskij é una esplorazione della natura umana, dei suoi sottosuoli e delle sue zone d'ombra. Dico subito che è un libro che ferisce. Mickey Mouse And The Goodbye Man
Le "Memorie dal sottosuolo" sono le memorie dell' 'uomo superfluo'. Musil definì questo stesso uomo "Uomo senza qualità"("Der Mann ohne Eigenschaften") . Chi è allora l'uomo senza qualità?
E' un uomo che vive di troppa consapevolezza di sè, che si rifugia nella immensa ricchezza del proprio io, che non riesce per questa sua naturale propensione, a dare conseguenze pratiche alla propria vita attuale. In Musil la coscienza è lo spazio in cui si realizzano le infinite possibilità, lo spazio delle vuote e progressive costruzioni.

Quella di Ulrich (protagonista del "Der Mann ohne Eigenschaften") è una coscienza inquieta, sempre in tensione tra un ideale di esattezza (che diventa metafisica) e la consapevolezza invece che il reale avrà sempre margini di indeterminazione, per effetto di quella proprietà che Nietzsche definì 'inesauribilità del reale'. Evil
La costruzione di intrecci di possibilità è un eccesso di consapevolezza, una costruzione vertiginosamente intelligente di un mondo non-attuale e per questo motivo, una costruzione non-fisica, un fallimento della vita pratica.
Super Heathen Child
Mentre in Musil il fallimento esistenziale è un fallimento che resta però sospeso, un fallimento che non si esplicita perchè rimane irrisolto in quella stessa tensione che cerca (non riuscendoci) di esprimere l'inesauribilità del reale, in Dostoevskij il giudizio etico negativo sull'incapacità di vivere una vita pratica è invece espresso nettamente: Worm Tamer
("Un essere che si abitua a tutto: ecco, penso sia la migliore definizione che si possa dare dell'uomo. Forse io mi credo un uomo intelligente proprio e solo per questa ragione, che in tutta la vita non m'è mai riuscito di portare a termine nulla")

Per questo, la solitudine diviene il rifugio in cui vivere senza disturbi la ricchezza della propria intelligenza, maturando desideri di riscatto, egoismi, pulsioni inconscie, in un ripiegamento

("Non solo cattivo, ma proprio nulla sono riuscito a diventare: né cattivo, né buono, né furfante, né onesto, né eroe, né insetto. E ora vegeto nel mio cantuccio, punzecchiandomi con la maligna e perfettamente vana consolazione che l'uomo intelligente non può diventare seriamente qualcosa, ma diventa qualcosa soltanto lo sciocco. Kitchenette
Sissignori, l'uomo intelligente del diciannovesimo secolo deve ed è moralmente obbligato a essere una creatura essenzialmente priva di carattere; mentre l'uomo di carattere, l'uomo d'azione, deve essere una creatura essenzialmente limitata. Questa è la mia quarantennale

Lo dirò in faccia a tutti i vecchi, a tutti quei vecchi venerandi, a tutti quei vegliardi profumati e dalle chiome d'argento! Lo dirò in faccia a tutto il mondo! Ho il diritto di dirlo, perché io stesso camperò fino a sessant'anni. Fino a settant'anni, vivrò! Fino a ottant'anni, vivrò!")

Dico che il romanzo dostoevskiano è un testo che ferisce, perchè non lascia alcuna via d'uscita e di salvezza a chi si rifugia, con egoismo ed eccesso di consapevolezza, nell'autocontemplazione del proprio io e della propria intelligenza, rinunciando a far vivere pienamente il proprio agire nel mondo.
Felice Marotta e Wally Boffoli
Memorie dal sottosuolo
Memorie sal sottosuolo (adattamento e regia di Gabriele Lavia)
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