sabato 17 febbraio 2007

Recensioni / Italiani ; TORQUEMADA : Tales From The Bottle ( Insecta Rec./ Fleisch Agency, 2007)

Quando un disco mi entusiasma lo recensisco sempre con passione, particolarmente se si tratta di una band italiana.
E' decisamente il caso dei bergamaschi TORQUEMADA, un trio noise dal tiro micidiale: questo é quanto sprigionato dai brani di TALES FROM THE BOTTLE, il loro album d'esordio uscito da poco.
Ringrazio perciò sentitamente Nora Bentivoglio della Fleisch Agency che ne cura le sorti per avermeli fatti conoscere e ricambio con questa recensione con la quale li segnalo caldamente a tutti i lettori di questo music-blog.
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It’s Going inaugura alla grande TALES FROM THE BOTTLE, album d’esordio del trio bergamasco TORQUEMADA, uscito per l’Insecta Records (Udine) verso fine gennaio, e subito si stenta a credere di trovarsi al cospetto di una band italiana: un riff di basso assassino (Davide Perucchini, cui va il merito della registrazione e realizzazione tecnica del disco in locations bergamasche) introduce un sound esasperato quasi live, il vocalismo alcoolico ed abbruttito del chitarrista Alfonso Surace e continui bruschi cambi di tempo.
It’s Going già evoca atmosfere infernali ed esistenziali estreme e va a sfociare felicemente in Figure It Out, a mio parere uno degli episodi più felici del disco, in cui i Torquemada riescono a fondere noise, attitudine dark e frenesia punk trasfigurando il tutto in una sorta di sfrenato e diabolico boogie di cinque minuti.
Ma anche il seguente Industrialnoisepostrock, sintomatico sin dal titolo, è emblematico di come il trio bergamasco sia abilissimo nel far confluire nel proprio sound le derive soniche più disparate.
Il sabba continua con il seguente torrido e strisciante Infernalcoholic Man : a questo punto è chiaro che i tre abbiano una predilezione per i chiaroscuri, i pieni ed i vuoti; dato confermato dalla martellante Times.
Non lasciano tregua all’ascoltatore con Plug e Me & My Cat : riffs chitarristici ossessivi e squadrati, voce esasperata, basso cupo e vero albero motore la drums polimorfa di Luciano Finazzi. Facendo mente locale, se vogliamo individuare nei particolari ascendenti e coordinate stilistiche : in tutti questi brani pesantezza stoner, furore grunge vanno a braccetto con la geometricità implacabile degli Shellac, ma a parer mio anche in parte con la brutalità noise-blues degli indimenticati americani Chrome Cranks.
I potenti Torquemada mi ricordano molto sul versante del furore esecutivo un altro grande ed eclettico gruppo noise italiano, One Dimensional Man.
La frastagliata Superrodeo Frog mette in scena improvvisi stop e silenzi (caratteristica presente anche in altri brani); la finale WHO? é una tormentata song segnata ancora una volta da rallentate minacciose estasi dark, una sorta di sublimazione finale dell’atmosfera sulfureo-tossica che si respira nei precedenti otto brani.
Davvero un esordio sorprendente Tales From The Bottle, e se alzare il gomito dà risultati come questo…beh, allora Alfredo, Luciano, Davide continuate imperterriti a riempire i bicchieri e non lasciateli mezzi pieni !
Un plauso finale all’artwork diabolicamente etilico-erotico di Daw .

PASQUALE BOFFOLI

http://www.insectarecords.com/
http://www.torquemada.tk/
http://www.myspace.com/iltorquemada

venerdì 16 febbraio 2007

From The Past / TOM WAITS: "Blood Money & Alice" (Anti/Epitaph, 2002)

Il monumentale triplo "ORPHANS" (recensito in questo music-blog), uscito sul declinare del 2006 ha risvegliato inesorabilmente in tantissimi fans la febbre TOM WAITS, (forse avrete capito essere uno degli artisti internazionali preferiti in assoluto dal sottoscritto), per la quale non esiste antibiotico alcuno ! Ho cosi fatto mente locale : anche nel 2002 l'imprevedibile Tom aveva fatto uscire a sorpresa in contemporanea due stupendi lavori, "BLOOD MONEY" e "ALICE" e sono andato a risentirmeli: poi mi sono ricordato che ne feci uno speciale per MusicBoom, un sito cui allora collaboravo, e sono andato a cercarmelo . Ecco come lo introducevo : "... Tom Waits- mood per nottambuli e nostalgici perduti / ... questa non é più solo musica: é arte, pittura camuffata, teatro, poesia...vita!". Dopo nel 2004 Waits ha pubblicato l'ottimo REAL GONE, che aveva un approccio diverso. Qui vi ripropongo con qualche modifica dettata dal tempo trascorso la mia doppia recensione di "BLOOD MONEY" e "ALICE"  del 2002, raccomandandovi vivamente di andare a riscoprire questi due lavori, e se non li conoscete di recuperarli: sono un tassello imperdibile nella lunga trama artistica di questo songwriter imprescindibile del nostro tempo!

SOLDI SPORCHI DI SANGUE e FAVOLE-NUVOLE!

Due dischi di Tom Waits che escono in contemporanea! La notizia quando iniziò a trapelare qualche tempo fa, mandò i fedelissimi dell'impareggiabile songwriter (ed anche chi scrive!) in 'brodo di giuggiole'. Waits é come un male oscuro: una volta che ne rimani infettato non solo é impossibile trovarne l'antidoto, ma non vuoi proprio trovarlo! Il suo microcosmo musicale é ormai da tempo fuori dai trends e dai corsi e ricorsi che abbondano nel rock e pop-system: chiuso in se stesso, claustrofobico, burbero, esso é il risultato di un percorso eclettico e personalissimo che ha permesso agli iniziali profondi amori blues e jazz be-bop (con filo diretto con la beat-generation letteraria degli anni '50) di incrociarsi strada facendo con le suggestioni della cultura mitteleuropea dei primi decenni del '900, il cabaret di Kurt Weill in primo luogo.
Quello che pareva agli occhi dei puristi un connubio se non impossibile perlomeno azzardato é divenuto invece tenacemente e semplicemente 'Tom Waits mood', atemporale e sospeso perennemente come un equilibrista sul filo sottile delle emozioni.
Mule Variations (1999) era stato un disco carnoso e terreno, ombrosamente blues: BLOOD MONEY ed ALICE, ricavati da due lavori teatrali rappresentati in Europa nel 2.000 con la regia di Robert Wilson ed interamente musicati da Waits in simbiosi con la sua preziosa ed amata compagna Kathleen Brennan, sono invece calati in una densa dimensione espressionista, e portano impressi come un marchio i segni della colonna sonora.
Soprattutto Blood Money che dei due dischi é il più sagomato ed incisivo: contiene le canzoni che hanno sottolineato la piéce teatrale Woyzeck, tratta dall'omonimo lavoro del poeta realista George Buchner che narro' nell'800 per la prima volta nella letteratura tedesca l'esistenza infelice di un uomo del popolo. Tom Waits dimostra di andare musicalmente a nozze con queste tematiche grottesco/tragiche, forte dell'apporto di un pugno di strumenti e strumentisti magicamente sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda immaginifica: i fiati multiformi di Colin Stetson e Bebe Risenfors, l'harp del veterano Charlie Musselwhite, l'insostituibile ex-Canned Heat Larry Taylor al basso e poi marimbe, celli ... oltre il solito campionario/antiquariato di Tom, pump organ, toy piano, chamberlain e l'incredibile calliope, che dà il nome anche ad uno strumentale.
Ecco allora la marcia marziale di Misery Is The River Of The World, con voce da lupo mannaro, le altrettanto perentorie God's Away On Business e Starving In The Bell Of A Whale che sembrano sottolineare crudamente l'inevitabilità del destino; incedere quasi da processioni religiose hanno invece When The World Is Green e Another Man's Vine, attraversate da una malinconia indicibile, un senso di scoramento che appartengono solo al blues così come l'ha forgiato Waits nel corso dei suoi dischi... Completano il quadro di Blood Money alcune tenere, rudi, introverse ballate nella miglior tradizione di Tom, Coney Island Baby, Lullaby, The Part You Throw Away, un paio di porzioni strumentali dal sapore astratto e straniante ed un'incredibile finale, A Good Man Is Hard To Find nella quale il nostro gigioneggia vocalmente (ma proprio tanto!) come un novello Louis Armstrong.
Se si escludono alcuni episodi come Reeperbahn, Kommienezuspadt e Table Top Joe, nei quali ritorna il Tom Waits più sarcastico e mitteleuropeo, il tono generale di Alice, il secondo lavoro ispirato al racconto di Lewis Carroll ne riflette bene il contenuto favolistico ed irreale.
La produzione e il suono stesso di brani lenti ed oppiacei come Barcarolle, I'm Still Here, We're All Mad Here, Flower's Grave é molto meno fisico di Blood Money, quasi velato e placentale. Si ha l'impressione di attraversare una silente oscura foresta dagli alti fusti, accompagnati dalle melodie indolenti e dalla struggente intensa poesia di Lost In The Harbour, Watch Her Disappear, Fish & Bird, Poor Edward, No One Knows I'm Gone sino all'indicibile bellezza dei soffusi toni blues di Alice con un inarrivabile sax-solo di Colin Stetson.
La serie di strumentisti in Alice si allunga e prevalgono i toni languidi e nostalgici del violino, crepuscolari della viola e del cello, la solitudine serale e notturna del piano e delle tastiere di Tom.
Quelle di Alice sono favole dal fascino torbido, oscuro, finite male . Due dischi diversi ma complementari che ripropongono clamorosamente il fascino malato del songwriting di Tom Waits, un uomo, un artista con i piedi ben piantati ed intrecciati con le profonde radici della terra ma con la testa persa tra spessi banchi di nuvole sulfuree ed extraterrene.
PASQUALE BOFFOLI

lunedì 12 febbraio 2007

Sixties Culture / Collaborations : THE STORY OF SKIP BIFFERTY ( 1968) - 2 cd reissue ( Castle Music / 2003) by Marcello Rizza

Dopo un lungo fisiologico intervallo del blog (c'est la vie!) eccovi un altro ottimo scampolo di Sixties Culture made in England del nostro Marcello Rizza. Un patrimonio immenso che, per fortuna, non finiremo mai di esplorare e riscoprire!
Un'eccellente band pop-sike (così si dice da un pò !) quella degli SKIP BIFFERTY .
Il loro unico lavoro del 1968 é stato ristampato nel 2003 in doppio cd dalla Castle Music con molte appendici: riascoltato oggi risulta ancora eclettico e carismatico, ma ve ne parla meglio Marcello qui di seguito.
Gli Skip Bifferty, originati dalla crisi dei Chosen Few (già insieme dal 1962), nella formazione definitiva erano Graham Bell (lead vocal), Mick Gallagher (organ), John Turnbull (guitar), Colin Gibson (bass), Tommy Jackman (drums).
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Questo album l’avevo già da alcuni anni ed era da me considerato come uno dei migliori della mia collezione sixties. Ma esso consta di 14 brani, mentre il CD, tra bonus track, BBC Sessions e brani registrati sotto il nome di Alan Hull, Heavy Jelly e Griffin, ne ha ben 40! Che sorpresa risentire l’album ridigitalizzato!
Intendiamoci…io sono un accanito sostenitore del suono analogico. La sua rotondità, la sua pienezza, la sua “imperfezione” vengono riprodotti dal mio Gold Ring (testina) - Micro Seiki (piatto) – AGI Canadese (preamplificatore) – Yamaha M1 (amplificatore) – JBL (coppia diffusori) in maniera calda e dalla dinamica coinvolgente. Se il vinile, oltre al suono, avesse anche la comodità del CD non l’avrei mai rimpiazzato nelle mie preferenze sugli acquisti.
Insomma…il vinile come una autovettura d’epoca…bellissima, con tutti i suoi rumori e i suoi difetti…ma per uno come me che macina musica a casa, sul lavoro e tantissimo in macchina, l’autovettura d’epoca è il lusso della gita fuori porta.

Ma torniamo a THE STORY OF SKIP BIFFERTY, doppio CD della Castle Music. I primi 14 brani racchiudono lo stupendo album originale del 1968. E’ un opera che credo conoscono in molti e che tratterò qui concentrandomi più sui meno conosciuti brani acclusi al CD. Giusto le mie impressioni per dire che trovo il lavoro svolto dai SKIP BIFFERTY geniale, multiforme seppur coeso, psichedelico di quella british psychedelia romantica che tanto mi tocca il cuore. Un album comunque che appare come un prodotto maturo, privo delle ingenuità, a volte anche affascinanti, dei gruppi medi del periodo British.
Chitarra che spesso tiene il ritmo con la batteria, così come, con la stessa tecnica anche più esasperata, fanno i July nel loro altrettanto splendido secondo lavoro (qualcuno ha notizie del primo lavoro?), pianoforte, chitarra elettrica, la splendida voce di Bell, i coretti…questi gli strumenti importanti. Una buona dose di ironia, poi, non guasta mai.
E’ infatti con brani come “Gas board under dog” che ti viene voglia di ballare, al passo con i loro coretti scherzosi, con la rara “voce narrante” e con il banjo iniziale che da l’incipit per il ritmo del pezzo. Con “Yours for at least” invece ci si cala perfettamente nel tipico sound beatlesiano, come peraltro in qualche altro brano…d’altronde siamo nel periodo!.
Il pianoforte è invece lo strumento principale in un brano melodico e dal sapore vagamente epico come “Follow the path of the stars”. Sempre il pianoforte a farla da padrone, fin dal’incipit, nel bellissimo brano "Jeremy Carabine”, anche se la chitarra elettrica, nella parte centrale del brano, si merita un plauso. Negli extra tracks spicca il loro primo brano edito, “On love”, dove la chitarra elettrica è predominante ma è già presente l’ironia e la predilezione ai giochetti recitati in coro. In “Happy Land” troviamo la più classica delle pop-sike con tanto di violini e l’allegria della canzonetta poco impegnata. Bellissima la seguente cortissima “Reason to live”, molto intimista e dai cori e cadenze alla Nirvana (quelli british!). “This we shall explore” è forse la mia preferita delle bonus track; inizia come un classico brano beatlesiano ma poi diventa assolutamente originale e personale.
E’ però dal secondo CD che vengono le sorprese. Le BBC Sessions sono veramente interessanti. Sopprassiedo nella descrizione dai brani già presenti nell’album, anche se ottimamente eseguiti in versioni alternative. Parto invece subito con “The Hobbit” che è assolutamente stupenda! Le note la danno come ispirata al racconto di Lewis Carrol “Alice nel paese delle Meraviglie”, ma resto perplesso perché il titolo cita invece i personaggi simpatici ed eroici dell’opera di Tolkien. Forse mi sfugge qualcosa o traduco male l’inglese delle note. Anche “Once” è particolare e si distingue per i ricami preziosi della chitarra acustica, sebbene nella parte centrale, come spesso nei loro brani, la chitarra elettrica si mette in vetrina con onore. “Aged aged Man” ricorda molto, nella iniziale interpretazione col pianoforte, la sigla dei vecchi telefilm della famiglia Addams, anche se dopo pochi secondi già la forma canzone classica beat torna prepotente. Con “Disappointing day” ritorna la classica pop-sike version, con tanto di coretti e pianoforte…ma c’è canzone e canzonetta…e questa è canzone! C’è poi una versione della sempre verde “Don’t let me be misunderstood” che si intuisce essere molto bella, rallentata e resa finanche triste. Dico “si intuisce” perché la registrazione, probabilmente tratta da un acetato rovinatissimo, rende difficile avvicinarsi al brano se non con lo spirito di chi cerca assolutamente “ancora qualcos’altro”.
Con “In the morning” si ritorna all’anima psichedelica british del gruppo, ma anche qui la qualità della registrazione lascia molto a desiderare. Che bello il brano “I am the noise in your head”! Pubblicato con il nome Griffin, viene fuori questo pezzo di 4 minuti decisamente maturo e intelligente, veramente prezioso e con una line-up allargata che rende più complessa la costruzione del tessuto musicale. Anche le soluzioni cantate appaiono più moderne, e sembra a tratti di sentire i Jefferson Airplane un po’ più duri. Sempre come Griffin, fanno un pezzo molto d’intrattenimento, delicato e tratteggiato dalle solite chitarra acustica e pianoforte.

MARCELLO RIZZA

http://www.alexgitlin.com/npp/skipb.htm

http://bandtoband.com/index.php?Page=Search&BandId=6830

giovedì 18 gennaio 2007

Collaborations; Recensioni / From The Past : ANIMAL COLLECTIVE : SUNG TONGS ( Fatcat Rec. -- 2004) by Antonio Vergari

Un flash sull'immenso e variegato panorama indie americano degli inizi nuovo millennio.
Il nostro giovane collaboratore Antonio Vergari, appassionato della materia, fà che questo disco non cada nell'oblio, complice il ritmo serratissimo (fatto positivo o no ? lascio a voi l'ardua risposta) del panorama internazionale di questi ultimi anni .
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ANIMAL COLLECTIVE, due musicisti che vengono dalla pancia della terra e profetizzano in sottofondo che in realtà lì ci siamo ancora tutti; sono Avey Tare e Panda Bear ( cioè David Porter e Noah Lennox), gente di New York che sta insieme dal 2000 e che con SUNG TONGS di album ne ha fatti 5.
Un disco che è lungo, con 11 pezzi lunghetti pure loro e in mezzo una cosetta stupefacente da meno di un minuto.
Le canzoni più corte (Leaf House, Who Could Win A Rabbit, Sweet Road) sono un piccolo avviso per la gente che riesce a credere che dalla pazzia si guarisca, che le visioni abbiano una durata sempre inferiore ai tre minuti, che pensa dopo l’ascolto che magari non ha buttato tutti i soldi in un disco che ha tutti gli altri pezzi lunghi e sbrodolosi.
In realtà sono argute, elettro-folk, ballabili e gutturali. Come tutto il resto.
Quello che rimane in certi istanti è sul romantico ottocentesco (= nostalgico) (i quasi 13 minuti di Visiting Friends, Mouth Wooed Her), in altri sempre folk primitivo retto da percussioni e un brodo di rumori e battiti elettronici da post rock e liquidi in ebollizione lenta (Kids On Holyday, Good Loving Outside, Whaddit I Done) .
We Tiger meriterebbe di essere ballata fino a perdere il corretto movimento delle giunture.
College è il dolcetto da sorpresa finale di 57 secondi.
I precedenti impegni che avevano preso si erano concretizzati in scene più movimentate e sulla fine del mondo musicale per come lo conosciamo e una rinascita in un tutt’uno di suoni che è la realtà per come dovrebbe apparire sin dalla fine, cioè dall’inizio.
Per me non sono affatto gli eretici della loro religione, la colpa è nostra e la dimostrazione è la copertina, una delle più belle di quell’anno, il 2004.


ANTONIO VERGARI

http://www.myspace.com/animalcollectivetheband
http://fat-cat.co.uk/fatcat/artistInfo.php?id=53

Sixties Culture / Collaborations : La Psychedelia targata BAM CARUSO : RUBBLE & PHIL SMEE by Marcello Rizza


Dopo gli U.S.A., articolo molto apprezzato in questo musicblog, l'amico bresciano Marcello Rizza ci offre un altro illuminante squarcio sul tema del recupero di prezioso ed oscuro materiale musicale sixties, psichedelico/britannico in questo caso.
Si aprano gli scrigni .....
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In ogni campo dello scibile umano esistono personaggi che, per passione o per mestiere, vengono considerati maestri indiscussi. Esiste un mondo musicale sixties alternativo dove un carissimo personaggio assurge a tale considerazione e levatura: PHIL SMEE .
Questo Signore, ricercatore di memorabilia e di piccole grandi gemme del rock britannico sixties, negli anni ’80 si è messa una tuta blu da lavoro, è sceso nelle cantine buie delle case discografiche inglesi ed europee e ne è ritornato sporco di polvere ma con in mano tanti piccoli grandi tesori musicali.
Con una raccolta principalmente incentrata su materiale psichedelico e popsike, senza disdegnare il panorama freak, garage e folk, ha realizzato in vinile, con la attenta e purtroppo estinta BAM CARUSO, un enciclopedico progetto denominato “RUBBLE” che si è sviluppato in 17 volumi, successivamente portati a 20.
Tanti gruppi e artisti, allora persisi e che parevano destinati all’oblio, oggi anche grazie ad opere come queste vengono rievocati, riscoperti, apprezzati anche più di quanto lo siano stati a suo tempo. Certi progetti musicali ambiziosi e/o sperimentali dell’infervorato periodo ’60 non furono capiti, troppo avanti per l’ascolto medio trasmesso nelle radio e subito passati di moda quando un pubblico più smaliziato stava diventando competente e disposto ad accettare certe sonorità. Ma questo non deve far pensare che la raccolta Rubble sia esclusivamente dedicata a brani oscuri o improbabili; tutt’altro!
La propensione popsike di alcuni dei 17 volumi fa sì che dalle vibrazioni del solco vinilico si sviluppino certe deliziose canzoni che, rese al pubblico da un cultore del rock, non si abbandonano a sciroppose litanie bensì a intelligenti e romantiche melodie.
Prendo ad esempio la gradevolissima ballata dei MODE, Eastern Music, che riesce a rendere una fusione di espedienti melodici richiamanti panorami di praterie attraversate a cavallo e arie orientali.
Certo non si potrà mai dire che nessuno dei brani di questa opera sia banale, scontata, prevedibile.
Chi cerca cose particolari, azzardate, non potrà non deliziarsi, per esempio, scoprendo la splendida Mother No-Head dei GROEP 1850 che, sviluppando il tema musicale popolare del San Martino Campanaro, in una nuova partitura dal narrato psichedelico e dal timbro vocale cavernoso accompagnato dai cori maschili e femminili che riecheggiano i Carmina Burana medievali e l’opera sacra, ne restituisce una credibile e originale Dies Irae in chiave rock!
Non sono i soli ad aver avuto l’idea di una fusion tra Dies Irae e rock, a partire dai nostri FORMULA 3 fino a episodi meno noti quale quello del gruppo tedesco GOLGOTHA nel 1972.
E vogliamo parlare del panorama eighties legato all’esperienza psichedelica ‘60 celebrato nel doppione Rubble 9 (esistono due Rubble 9!)?
Come si fa a non amare Slow Motion degli ATTRACTIONS…si…proprio quelli che hanno accompagnato per anni Elvis Costello! E l’elettrico menestrello PAUL ROLAND con la sua cantilenante Mad Elaine?
La Bam Caruso non c’è più. Ha chiuso i battenti da molti anni. Phil Smee continua a far bene il suo lavoro.
Con la TENTH PLANET ha curato la raccolta in 4 volumi “THE ELECTRIC LEMONADE ACID TEST ” regalandoci altre chicche del panorama sixties, come Billy The Monster dei THE DEVIANTS o Lady Mary dei THE SALLYANGIE, il primo gruppo formato da Mike e Sally Oldfield.
Oggi la label PAST & PRESENT ristampa tutti i volumi Rubble. Finiranno presto anche queste ristampe…e molti si morderanno le dita per non averle prese in tempo. Affrettatevi!

MARCELLO RIZZA

mercoledì 3 gennaio 2007

TOP TEN 2006 / I magnifici 10 del 2006 by Pasquale Boffoli

Non sono mai stato un fanatico delle classifiche né tantomeno dei voti ai dischi, li ho sempre reputati banali e offensivi della dignità artistica dell'artista o della band di turno.
A mio parere una recensione che rispetti i criteri fondamentali, e cioé quelli informativi ed emotivi é l'unico dovere che un giornalista o critico o free-lance che sia ha nei confronti di un disco.
Avendo comunque stilato su richiesta per un sito cui collaboro la mia top ten dei migliori albums del 2006 ho pensato di proporvela in questo inizio di 2007.
Di 6 dei 10 dischi sotto indicati troverete recensioni e copertine in questo musicblog, pubblicate tra ottobre e dicembre.
Dei 4 restanti troverete qui le copertine :
AT WAR WITH THE MISTYCS da Flaming Lips sempre più onirici ed avvolgenti, ben lontani dalla contorta psichedelia degli inizi;
THE FREE : LIVE AT BBC, una full-immersion nell'hard-soul compatto e potente di una delle formazioni più significative dei '70 britannici;
ROGUE'S GALLERY, prodotto dal genio di Hal Willner, con un' impressionante cast di artisti noti e meno noti, raccolta 'piratesca' votata ad un folk metafisico
ed infine il quinto commovente capitolo delle AMERICAN RECORDINGS di JOHNNY CASH (una delle più illustri recenti scomparse!), A HUNDRED HIGHWAYS, il testamento più toccante che Johnny potesse lasciarci.



1) BRUCE SPRINGSTEEN : WE SHALL OVERCOME (The Seeger Sessions) (cd + dvd)

2) TOM WAITS : ORPHANS (3 cd)

3) GOV’T MULE : HIGH AND MIGHTY

4) PERE UBU : WHY I HATE WOMEN

5) FLAMING LIPS : AT WAR WITH THE MYSTICS

6) THE FREE : LIVE AT BBC (2 cd)

7) PAUL WELLER : CATCH-FLAME LIVE ! (2 cd)

8) JOHNNY CASH : AMERICAN RECORDINGS V/ A HUNDRED HIGHWAYS

9) NEW YORK DOLLS : ONE DAY IT WILL PLEASE US TO REMEMBER EVEN THIS (cd + dvd)

10) VV.AA. : ROGUE’ S GALLERY / PIRATE BALLADS, SEA SONGS & CHANTEYS
( 2 cd)

domenica 31 dicembre 2006

TOM WAITS: "Orphans" (3 CD) & "Burma Shave" (DVD, 2006)

Concludo questo 2006 in bellezza: con un articolo-fiume sull'ultima opera di TOM WAITS e su un suo recente DVD . Poteva esserci modo migliore per siglare i primi tre mesi di questo nuovo sito/blog musicale ma non solo? Tanti auguri e 'fatevi' di blues con Tom sino a notte inoltrata ed a 2007 subentrato! Se non dovessi ottemperare al solito palloso tradizionale cenone (con...quanti tipi ? Boh !) resterei molto volentieri sino ed oltre mezzanotte solo con Tom ed i suoi 'Orfani'!


TOM WAITS ha pensato bene di farci passare delle felici feste di fine anno producendo e pubblicando per la Anti Rec. ORPHANS : Brawlers, Bawlers & Bastards, un triplo cd di brani estratti da un catalogo credo privato pressocché inesauribile (ma forse ora si è esaurito?), quello suo e di sua moglie Kathleen Brennan.
Difficile credere che questo ghiotto flusso di coscienza ispirativo, 56 songs di cui 30 new recordings, veda la luce per la prima volta.
Occorre dirlo ? Si tratta di brani che neanche per un attimo segnano un calo d’ispirazione e d’interesse per l’ascoltatore e che sublimano volti diversi della sfaccettata arte americana di Waits: chi lo ama li conosce bene! Il blues prima di tutto : Brawlers, il primo cd è intriso di blues sino al midollo, blues come solo Tom sa cantare, rabbiosi, stizzosi, colmi di malinconia cosmica e faringite cronica !
Blues che distruggono qualsiasi estetica scolastica del come si dovrebbe cantarlo, blues catarrosi e scheletrici come Ain’t Goin’ Down To The Well firmato Leadbelly e Alan Lomax (maltrattato e trashizzato), Low Down o il traditional Lord I’ve Been Changed nei quali l’armonica sussultante e palpitante del veterano Charlie Musselwhite e la chitarra aguzza del solito insostituibile stregone Marc Ribot disdicono tutti gli impegni : hanno appuntamento con Tom ed il diavolo presso fatidici crossroads per ricalcare con lui le orme di uno che il blues del delta del Mississippi e di Howlin’ Wolf lo stravolse come mai nessuno prima, rendendolo poltiglia inudibile ed ululante, quel Don Van Vliet meglio conosciuto come Captain Beefheart ! Come il capitano il Waits di Orphans è un lupo allo stato brado, libero di dilaniarci l’anima come e quando vuole! Quelli di Brawlers sono incazzamenti blues che ignorano la fredda logica tecnica accademico/borghese dei masters…che a cantarli vorrebbero insegnare (che Dio perdoni coloro che ne sono convinti!) .
Gente !!! Waits ci ha insegnato dai suoi esordi che se non si inseguono con masochismo per materializzarli i propri fantasmi esistenziali, se non si svuota l’anima dalla zavorra quotidiana con la stessa urgenza di un defecamento da diarrea nel primo cesso a portata di mano, se non si sanno trasformare i limiti delle corde vocali in paurosi rantoli fuligginosi, il blues rimane una chimera.
Godetevi perciò sino allo sfinimento il primo dischetto zeppo di stomp-blues catacombali, rachitici, sghembi come 2:19, Fish In The Jailhouse, ma anche del rockabilly malato di Lie To Me e All The Time, dello sgraziato folk-hip hop (ebbene sì!) di Lucinda, del banjou paludoso di Puttin’ On The Dog, del desolato boulevard di Road To Peace, del raw-spiritual di Walk Away.
Bawlers secondo cd, è florilegio di ballate rassegnate ma stizzose, claudicanti, a tempo di valzer, commoventi, crudeli che fanno della povertà strumentale e del trionfo del lo-fi le loro armi vincenti, come del resto anche gli altri due cd.
Un violino, poche parche percussioni, fiati accorati, e a farci piangere il timbro perennemente arrocchito del signor Waits; il suo vocione scostante e colmo di tenero pathos è come una pellicola cinematografica: vi scorrono mille vite, mille grandi e piccoli sentimenti e risentimenti, mille storie di ordinaria miseria quotidiana.
Naturalmente alcune ballate mi fanno piangere di più: Widow’s Grove, dal mood irish-folk, la nostalgica struggente You Can Never Hold Back Spring, la minimale If I Have To Go, Fannin Street (che pare una romantica outtake dei primissimi acerbi lavori di Tom), la disperata e ruggente Down There By The Train.
Il terzo cd Bastards invece travolge con gli esperimenti ‘bastardi’ del passato a cominciare dagli innamoramenti mitteleuropei d’annata della marziale What Keep Mankind Alive di Weill/Brecht, rudi e sgraziati poetry minimali tratti da Bukowsky (Nirvana), Jack Kerouac (Home I’ll Never Be), Children’s Story dal Woyzeck di Georg Buckner sino alle misteriose disquisizioni sugli insetti di Army Ants tratte dalla World Book Enciclopedia; omaggi a lapalissiane icone letterario/esistenziali di Tom, sproloqui appoggiati su larvati e deraglianti tessuti sonori dal sentore di fetidi underground ferroviari/metropolitani, magari concepiti con quei musicisti ‘bastardi’ che lo seguono come cani ‘sotto la pioggia’ proprio in quella officina meccanica che Tom ama più di sua moglie e della sua musica, e dalla quale Kathleen è riuscita (per nostra fortuna!) a distoglierlo : se Tom avesse, come voleva, abbandonare per essa la scena avremmo perso uno dei pochi autentici perversi genii musicali ancora in circolazione.
Ed ancora, a sorpresa, in ordine sparso ; due omaggi ai fratellini Ramones: il punkaccio anomalo e sporchissimo di The Return Of Jackie And Judy su Brawlers, l’agrodolce Danny Says, colma di romanticismo suburbano su Bawlers.
L’epica e struggente ballata Sea Of Love ( Khour / Baptiste), gli anni ’50 maltrattati ed iniettati di vetriolo, On The Road con parole di Kerouac, ennesima genuflessione alla beatnick generation di cui è figlio legittimo sin dagli inizi della sua carriera (Closing Time, Heart Of Saturday Night, Nighthawks At The Diner…) , la fangosa e torbida Buzz Fledderjohn (sembra registrata in una pausa di lavoro nei campi nel cortile di una vecchia fattoria del Sud degli States tra armonica, dobro e cani che abbaiono), il gospel etilico Rains On Me composta insieme al vecchio compagno di sbronze Chuck Weiss: ‘ ..everywhere i go it rains on me !’ .
Che ci vuoi fare Tom…la vita non è facile per nessuno!
I tre dischi di Orphans sono un monumento alla sporcizia e all’autenticità di un artista/autore unico cui bastererebbe per essere felice armeggiare con chiavi inglesi, pistoni ed olio motore…; una palude insidiosa disseminata di sporchi e maleodoranti acquitrini e di sabbie mobili, ma sarà un vero piacere per noi appuzzolirci e sporcarci gli stivali sino a scomparirci nel 2007, nel 2008, nel 2009, nel 2010 etc.
Sempre per quanto riguarda Waits vi consiglio caldamente un DVD tedesco, BURMA SHAVE (Ace Ent.) in circolazione negli ultimi mesi del 2006, con registrazioni live e brani risalenti alla seconda metà degli anni ’70 : sto parlando di album epocali come Nighthawks At The Diner (1975), Small Change (1976), Foreign Affairs (1977) e Blue Valentine (1978) e di un Waits allora sbalorditivo crooner jazz/blues tutto bourbon & cigarettes!
Eccezionali versioni recitate e spoken words di Summertime e Burma Shave su lenti tappeti bluesati e jazz da brivido…Tom confuso e vacillante, prolisso, sigaretta incollata al labbro, capelli arruffati…un lampione, brandelli sputati e catarrosi di Romeo che sanguina, On The Nickel, Annie é tornata in città, Una cartolina di natale da Minneapolis e ... Vorrei essere a New Orleans!
Tanti medley ; persino Silent Night : perciò un ottimo regalo per le feste natalizie a chi volete bene!
Le immagini sono sgranate ma chi se ne frega … l’effetto nebbia giova decisamente a questo Waits d’annata perso nelle sue romantiche e disilluse storie d’amore suburbane e in faticosi risvegli da nottate jazz in clubs di infima categoria. IMPERDIBILI ENTRAMBI !!!
Pasquale "Wally" Boffoli

http://www.officialtomwaits.com/main.htm
http://www.tomwaits.it/
http://www.tomwaits.com/


Video: Lie To Me http://media.anti.com/tom_waits/orphans/lietome.mov
Audio: ascolta "You can never hold back spring"

DEATHS / DITTATORI A CONFRONTO: Saddam Hussein (1937 / Dec.30 2006) - Augusto Pinochet (1915 / Dec.10 2006) by Pasquale Boffoli

Non vorrei rovinarvi il capodanno 2006, ma due dittatori che muoiono nello stesso mese a distanza di 20 giorni non é cosa di tutti i giorni; due criminali sanguinari in meno, certo !
Ma c'é qualcosa .. anzi più di qualcosa che non quadra in queste morti se sottoposte a metodo comparativo, cosa che mi é venuta spontanea come fare questo pezzo di getto.
Sono davvero disgustato ed incazzato


Questi i fatti:

Il presidente George W. Bush ha parlato di un "atto di giustizia", frutto di un processo "equo" .
Ecco, queste sono state le parole del nostro carissimo capo di governo americano dopo la notizia dell’impiccagione (comminata dal Tribunale speciale iracheno che lo ha giudicato colpevole di crimini contro l'umanità per il massacro di Dujail, nel 1982…ma fortemente voluta da Bush…secondo Pannella; come dargli torto?) a 69 anni (1937 / 2006) dell’ex-dittatore Saddam Hussein , sanguinario autore di crimini contro l’umanità, avvenuta all’alba del 30 dicembre.
Altri commenti:
Tony Blair : ‘ Rispettiamo la decisione del governo iracheno’.
Israele : ‘ Giustizia è stata fatta ! ‘ .
Calderoli (Lega Nord) : Prego e provo pieta' per Saddam Hussein, ma era necessario che pagasse per le barbarie e i crimini che aveva commesso ‘ .

Certo caro George…giustizia è stata fatta, ed anche molto velocemente in questo caso !

Vorrei dire comunque a tutti questi signori ( se me ne fosse data possibilità!), gli unici che non si sono uniti all’unanime sdegno obiettivo del mondo occidentale per l’ esistenza della pena di morte a nuovo millennio iniziato…
all’ipocrita Tony, al delirante (da sempre) Calderoli, ai cari amici israeliani, ma soprattutto al sign.Bush, che appena 20 giorni prima, il 10 dicembre a Santiago del Cile è morto in ospedale in seguito ad un attacco di cuore e circondato dai suoi familiari un altro famoso ex-dittatore autore di crimini contro l’umanità, Augusto Pinochet, che nessuno di essi ipocritamente ( e questo termine è un colossale eufemismo!) ha pronunciato la benché minima parola sull’avvenimento….un vero vergognoso colpo di spugna ! Casuale? Lascio a chi mi legge commenti e giudizi a riguardo!
Pinochet è riuscito a non subire mai sino alla fine alcun processo davanti ad un tribunale del suo paese (al contrario di Saddam Hussein)… se l’è cavata ! Che mi dici a riguardo George, simpaticone ???
Uniche controindicazioni ? Non è stato proclamato quando è morto in Cile il lutto nazionale e non ha avuto i funerali di stato…..mi pare se la sia cavata cavata egregiamente…o no ?
Vorrei ricordare se permettete qualche marachella di Augusto, lasciato allegramente andare nell’ultimo decennio per motivi di salute dal Cile in Inghilterra e ritorno alla luce del sole con il beneplacito dei suoi amici di Washington :

Riporto da biografie.leonardo.it :

“ Il Generale Augusto Pinochet Ugarte, nato a Valparaiso il 25 novembre 1915, è passato alla storia come uno dei più disumani dittatori del Novecento, tristemente celebre per la barbara eliminazione dei suoi oppositori. Durante la sua feroce dittatura, durata dal 1973 al 1990, furono torturate, uccise e fatte barbaramente sparire almeno trentamila persone, gli uomini di Unidad Popolar, la coalizione di Allende, militanti dei partiti comunista, socialista e democristiano, accademici, professionisti, religiosi, studenti ed operai “ .

Ed ancora:

“ Dal 1973 al 1990 dunque il mondo fu testimone di migliaia di sparizioni, decine di migliaia di arresti, torture ed esilii. Tutto si concluse, apparentemente, con il "Plebiscito" del 1989, proposto dalla stessa giunta pinochetista. Il rifiuto a Pinochet scaturito dal plebiscito, in realtà fu una farsa che portò ad una pseudo-democrazia nella quale l'ex dittatore mantenne la carica di comandante supremo delle forze armate.
La costituzione emanata dalla dittatura rimase invariata; i delitti commessi furono "liquidati" con l'attuazione della politica della riconciliazione nazionale; l'omicidio di Stato nei confronti di coloro che denunciavano il proseguo della repressione ai danni dell'opposizione rimaneva una realtà; l'assegnazione a Pinochet, una volta in pensione, della carica di Senatore a vita con conseguente immunità ed impunità venne difesa ferocemente.
La "caduta" di Pinochet, fino a poco tempo fa considerato in Cile un intoccabile (negli ambienti militari ha ancora numerosi seguaci), è iniziata il 22 settembre del 1998, quando l'ex generale andò a Londra per una operazione chirurgica. Amnesty International e altre organizzazioni chiesero subito il suo arresto per violazione dei diritti umani.
Pochi giorni dopo il giudice spagnolo Baltasar Garzon emise un mandato di cattura internazionale, chiedendo di incriminare il generale per la morte di cittadini spagnoli durante la dittatura cilena.
A sostegno di questa richiesta si espressero le sentenze dell'Audiencia Nacional di Madrid e della Camera dei Lords di Londra, richiamandosi al principio della difesa universale dei Diritti dell'Uomo e stabilendo rispettivamente che la Giustizia spagnola era competente per giudicare i fatti avvenuti durante la dittatura militare in Cile - dal momento che si tratta di "crimini contro l'umanità" che colpiscono, come soggetto giuridico, il genere umano nel suo insieme - e che i presunti autori di gravi delitti contro l'umanità, come appunto Pinochet, non godono di immunità per i loro crimini, neanche se si tratta di capi di Stato o ex capi di Stato.
Purtroppo il Ministro dell'Interno del Regno Unito, il laburista Jack Straw, il 2 marzo 2000 decise di liberare Pinochet e di permettere il suo ritorno in Cile, negando quindi l'estradizione e adducendo "ragioni umanitarie": un'espressione che suonò come un insulto alla memoria e al dolore dei familiari delle migliaia di vittime della sua dittatura.
A Santiago il giudice Guzman continua la sua inchiesta contro Pinochet, ma il vecchio ex dittatore resiste in tutti i modi per non essere portato davanti a un tribunale del suo Paese, quel Cile che per oltre vent'anni ha dominato col pugno di ferro. In seguito ad un attacco di cuore, Pinochet muore il 10 dicembre 2006 dopo alcune settimane di degenza nell'ospedale militare di Santiago, a 91 anni. “

E tu caro George, e tu caro ipocrita Tony come mai sino alla fine di tutta questa lunga storia non vi siete mai pronunciati ?
Forse perché George, hai ricordato un po’ colpevolmente il ruolo avuto dal tuo paese e dalla Cia in quel golpe del 1973 che vide l’avvento di Pinochet e durante il quale morì l’allora presidente della repubblica Salvator Allende? Forse … ?
Concludo : Saddam è stato impiccato !
Pinochet se l’è cavata…..e poi ?
Ah scusate..che sbadato.. dimenticavo tutti i criminali nazisti …… non ricordo: qualcuno di loro è stato impiccato George ?


PASQUALE BOFFOLI


http://www.rainews24.it/Notizia.asp?NewsID=66322

http://www.tgcom.mediaset.it/mondo/articoli/articolo342155.shtml

http://www.repubblica.it/2006/12/sezioni/esteri/pinochet-cile/morto-pinochet/morto-pinochet.html

http://lanazione.quotidiano.net/art/2006/12/10/5451072

mercoledì 27 dicembre 2006

Sixties Culture/ MISTY LANE CONNECTION n°. 2 ; MISTY LANE Paper-Magazine n°. 20, by Pasquale Boffoli


Vi segnalo invece qui il n°.20 del magazine cartaceo in lingua inglese MISTY LANE curato da MASSIMO DEL POZZO, uscito di recente (la copertina é qui a sinistra) : 150 pagine fitte di articoli, interviste e monografie su Zombies, Bee Gees, Standells, Led Zeppelin, Prime Movers, Shocking Blue, Davie Allan. Mike Stuart Span etc....un lavoro immane; l'ennesimo capitolo di quella che si può considerare ormai una vera e propria enciclopedia/opera omnia su artisti e bands di tutto il globo terraqueo noti, meno noti, oscuri e criptici degli anni '60, decade beat-garage impagabile sviscerata in tutti i suoi multiformi aspetti musicali ed estetici.
In questo numero oltre il consueto imponente lavoro critico ed informativo di del Pozzo, contributi di colleghi stranieri importanti come Steve Elliott, Will Shade, Edwin Letcher e di appassionati free-lance garagers nostrani come Marcello Rizza, Michelangelo Mongiello, Checco, Antonio Olivieri e ... last but not least... anche di chi scrive, con una recensione del lavoro dei mod/garagers calabresi The Kartoons del 2005 Undelivered ed un'intervista al loro leader Francesco Ficco .
Inoltre in allegato alla rivista un cd davvero prezioso, il vol.3 di Today is just tomorrow's yesterday, 27 brani Sixties & Current Garage-Beat Sounds targati Misty Lane e Teen Sound.
Una vera leccornia per gli appassionati entrambi gli oggetti.
Unico piccolo (o meno piccolo...a seconda dei casi!) neo del magazine, che non ha nulla da invidiare a pubblicazioni estere del settore come Ugly Things etc... l'ostacolo della lingua e quindi il lavoro di volta in volta più o meno improbo per appropriarsi dei suoi decisamente ghiotti contenuti, ma Massimo del Pozzo giustamente non poteva fare altrimenti per essere presente su uno scenario critico specializzato internazionale.
Buona lettura ed ancora una volta : .... many thanks Max !!!

PASQUALE BOFFOLI

http://www.mistylane.it/
http://www.myspace.com/teensound
http://crea.html.it/sito/nowsound/

Sixties Culture / MISTY LANE CONNECTION n°.1 ; MISTY LANE RADIO SHOW by MASSIMO DEL POZZO



Se c’è in Italia un apostolo, o se preferite un vate della sixties/culture quello è sin dagli anni ‘80 MASSIMO DEL POZZO, amico ex-barese, ormai da tempo romano di adozione.
Musicista, giornalista, editor (il suo magazine cartaceo Misty Lane ormai è storico!), distributore di alcune tra le più importanti labels rock/garage internazionali (Low Impact, Voodoo Rhythm Rec…), produttore discografico ( Misty Lane Records e Teen Sound Records le sue due etichette) ha fatto della salvaguardia e della riproposizione in chiave moderna del patrimonio musicale e culturale degli anni ’60 la missione della sua vita, coadiuvato dalla sua compagna di vita Bethania Laushner.
Presto parleremo in questo sito di alcune sue recenti produzioni.
In questa sede vi segnalo un’altra sua importante recente iniziativa: uno show radiofonico naturalmente sui Sixties in onda sui 97.7 FM di RADIO CITTA’ FUTURA, ma è Massimo stesso a parlarcene e a darcene le coordinate :

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MISTY LANE RADIO SHOW Condotto da Massimo del Pozzo

In onda tutte le domeniche su RADIO CITTA'FUTURA
(97.7 FM oppure dal sito della radio)
oppure in streaming ogni giorno alle 10 e alle 18 su
RADIO MICCA CLUB http://www.miccaclub.com/intratt.html

2) Sulla sinistra della pagina vedete che c'è un'icona di radio, cliccateci sopra si apre una finestrella abbiate pazienza ci vuole un po' prima che carichi. È inoltre indispensabile avere sul pc il programma quick time se non lo avete andate su questo link e ve lo scaricate http://www.apple.com/quicktime/win.html; è gratis.
Altra condizione per ascoltare Misty Lane Radio Show è avere l'Adsl.
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Questi i contenuti della prima parte dello speciale U.K. andato in onda nello show radiofonico di Massimo del Pozzo illustrati dal conduttore con tutti i titoli dei brani/bands trasmessi in grassetto (enjoy !!!) :

Puntata dedicata al sound INGLESE, continuiamo la nostra ricerca a ritroso nel tempo con alcune band decisamente OSCURE, e per il piacere del nostro Franco chiuderemo con un brano italiano.
Il nostro viaggio nell' Inghilterra dei sixties non può che iniziare con un brano dei Beatles, rifatto però in chiave freakbeat dai grandi Score nel 1966 (anche se suona decisamente più tardo sixties) :
Please Please Me / The Score
La classica band inglese che ottenne un enorme successo in Italia, dove si trasferì per un po’ di anni. Qui con uno dei loro primi brani, fortemente in chiave Merseybeat :
She Asks of you / The Rokes
Beat inglese al 100% con i grandi Birds inglesi di Ron wood, ottimo combo di R&B bianco :
You're on my mind / The Birds
Un altro personaggio che farà parlare di se nella decade successiva, niente pocodimeno che Rod Stewart, qui con un classico blues apprezzato dai più nella versione classica degli Yardbirds:
Goodmorning little schoolgirl / Rod Stewart
Oscuro è davvero il termine più appropriato per la prossima band, provenienti da Belfast (Irlanda quindi), amici/rivali dei Them di Van Morrison dai quali vennero ovviamente oscurati...:
Call My name / The Wheels
Un salto nel mondo dei brani strumentali con un brano sorretto da un basso decisamente innovativo per i sixties :
Love You Too / The Sounds Nice
Puro Freakbeat con una delle band Inglesi che negli scorsi 10 anni è stata maggiormente rivalutata, gli ATTACK, tratto dal loro secondo singolo del 1967... il suono di Londra:
Anymore than I do / The Attack
Un brano che dedichiamo al nostro collaboratore oscuro Marco di Nicola, puro Mod Sound con il retro del loro unico hit #1, All or nothing:
Understanding / The Small Faces
Ancora Mod-Sound, ma decisamente una band sconosciuta con un solo singolo all’attivo :
Walking Walkin walking / The Favourite Sons
Uno dei brani freakbeat più gettonati nei raduni Mod, il brano è tratto dal loro primo singolo che uscì solo nel 1968 suonando però come una delle prime produzioni degli Who con echi Beatlesiani.. :
Father's name is dad / The Fire
Un salto in territori dal sapore psichedelico, per una band della Nuova Zelanda che incise su Decca e si trasferì in Inghilterra per un lungo periodo, ottimo freakbeat datato 1967:
Pink Dawn / The Human Instinct
Una nostra dedica se vogliamo alla vicina America, con uno dei brani di Boyce & Heart resi celebri dai Monkees (che gli inglesi definiscono bubblegum per amateurs) , qui in versione freakbeat :
I'm not Your steppin stone / The Flies
Ancora oscurità con i Nite People anche se la band ebbe un buon numero di singoli e addirittura un album verso la fine dei sixties... ecco la loro fantastica:
Love Love Love Love / The Nite People
Il prossimo è davvero uno dei miei brani preferiti ed infatti è divenuta una cover della mia band THE TRYPPS, la band del Lancashire con soli due singoli all’attivo:
Guess I Was Dreaming / The Fairytale


Ancora una cover strumentale scelta dai miei Trypps, questa volta ascoltiamo l’originale:
Disco 2 / The Salon band
Il prossimo brano segna quasi il passaggio a certo powerpop anticipando di qualche anno la creazione di questo termine che nel quale ritroviamo spesso brani dai forti accenti pop melodici con chitarre cristalline e accordi potenti, alla maniera dei migliori WHO:
Poor little heartbreaker / The Timebox
Finalmente una band conosciuta, gli immensi Pretty Things, con un brano dal loro album meno acclamato (per me il migliore che abbiano mai realizzato, Emotions, del 1967) , dal quale ascoltiamo:
Children / The Pretty Things
Ancora dall'anno di grazia 1967 una pietra miliare della psychedelia inglese :
Lucifer Sam / The Pink Floyd
Un salto in avanti e siamo nel 1969 (grande annata!) con un ottima Mod band nata dal freakbeat ed orientatasi presto su coordinate hard e pre-progressive, tratto dallo sfortunato (all’epoca) album Made in England:
Paper Man / The Bulldog Breed
In chiusura un piccolo omaggio alla Londra immaginaria di quegli anni ad opera di una band tutta italiana, i Marc Four del maestro ArmandoTrovajoli, brano che dedichiamo al nostro resident DJ Alessandro Casella: Piccadilly / The Marc 4 .

MASSIMO DEL POZZO mistylane@iol.it

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martedì 26 dicembre 2006

DEATHS ... / JAMES BROWN (May 3, 1933 --- Dec. 25, 2006)


' ...IT'S A MAN'S MAN'S MAN'S WORLD !'

Ero ancora con la mente al natale di quattro anni fa funestato dalla morte di Joe Strummer quando ieri, 25 Dicembre, mentre ero a tavola.. my brother Ciro mi telefona, ' ...non voglio rovinarti il pranzo ed il Natale..ma oggi é morto JAMES BROWN !'.
Semplici coincidenze queste feste quasi puntualmente segnate dalla perdita di GRANDI che abbiamo tanto amato ?
SEMPLICI COINCIDENZE !
Ma il sentimento che provo a queste notizie ormai é intriso di rassegnazione quanto di dolore !
Questo 2006 é stato poi particolarmente crudele : prima Syd Barrett, poi Arthur Lee, quindi Nikky Sudden per finire con il grandissimo JAMES ...
Non é importante quando tutti questi artisti hanno dato il meglio di sé, non é importante (mi si perdoni il paradosso!) quanto i loro dischi siano stati più o meno significativi per la musica del XX secolo; e non é neanche importante che non seguissi da tempo le sue vicende artistiche : se li ami, ogni volta uno di loro vola via porterà con sé un pezzettino del tuo cuore e della tua storia personale !
Ecco perché quando ho appreso la notizia le prime immagini affacciatesi alla mia memoria sono state le copertine di due 45 giri di James Brown, due piccoli 'cari' pezzi di vinile che tra il 1966 ed il 1967 il mio mai dimenticato mangiadischi color celeste (il primo supporto in assoluto grazie al quale ascoltar musica) ingoiava molto, molto spesso, insieme a quelli dei Troggs, Los Bravos, Spencer Davis Group, Stones, Beatles, Sandie Shaw, Lovin' Spoonful : IT'S MAN'S MAN'S MAN'S WORLD e COLD SWEAT.
Arduo quantificare le vibrazioni possenti penetrate nel mio dna, emanate da quella voce sensuale e tragica che urlava : '...nothing...without a woman to care ', ' ...he's lost in the wilderness..'.
Certo é, col senno di poi, che James in quel brano straordinario e dal feeling debordante, che a mio parere rimane uno dei più grandi della sua discografia e della storia del soul e del rock di tutti i tempi, disegnava tragicamente la vacuità dell'esistenza umana quando é priva di amore, di uno scoglio sicuro cui aggrapparsi.
Forse é per questo che di sbagli nella sua vita di artista ed uomo di colore ne ha fatti tanti ?
Se fosse qualcuno a farmi questa domanda risponderei : e chi é non commette sbagli nella sua vita, pagandone poi le conseguenze a livelli diversi ?
E poi la calda, vibrante COLD SWEAT, attorcigliata a strettissimi riffs fiatistici, colma di selvaggia, virile energia sessuale...urla minimali ed isteriche, il corpo che trionfa enfatizzando ed estremizzando quel concetto di fisicità che la cultura 'nera' ha sempre portato in seno.
Certo per molti, moltissimi, James Brown, o 'Mr. Dynamite', o 'the Godfather of soul' rimarrà sempre e solo quello di SEX MACHINE, PAPA'S GOT A BRAND NEW BAG e soprattutto quello di I GOT YOU ( I Feel Good), brano mortificato ed imbastardito da un milione di cover-versions di un milione di bands e vocalists scellerati disseminati sul pianeta terra .
Unico e solo brano '...I Feel Good ' con cui ormai l'ignaro ascoltatore e fruitore medio (per colpa di pubblicità, shows televisivi etc...e cioé a causa dei mass-media del cazzo ed inetti che ci opprimono quotidianamente) identificava l'artista.
Forse come al solito, solo con il suo trapasso a miglior vita é giunta l'ora di rendere giustizia alla vera arte del grande James ( ...un altro James, Chance/White ne sa qualcosa!)?
Ed allora signori, vogliamo iniziare proprio da quel brano che riusciva a galvanizzare soul e coglioni del sottoscritto... ed anche a farmi piangere, alla tenera età di 14 anni ?


This is a man's world /
This is a man's world /
But it would be nothing... Nothing without a woman to care /

You see man made the cars to take us over the world /
Man made the train to carry the heavy load /
Man made the electro lights to take us out of the dark /
Man made the bullet for the war like Noah made the ark /
Man thinks of our little baby girls and the baby boys /
Man make them happy 'cause man makes them toys /
And her man make everything, everything he can / You know that man makes money to buy from other man /

This is a man's world ...but it would be nothing.. nothing not one little thing...
Without a woman to care /
He's lost in the wilderness... He's lost in the bitterness He's lost, lost and ...

http://www.funky-stuff.com/jamesbrown/

PASQUALE BOFFOLI p.boffoli@tiscalinet.it

domenica 24 dicembre 2006

Collaborations / ANNIVERSARI ; THE BEATLES : REVOLVER ( Aug.5 1966) by Franco De Lauro

Anche in questo periodo di feste 2006 l'icona BEATLES fa parlare di sé per la pubblicazione del discusso LOVE, realizzato da George Martin. Ma l'argomento di questo articolo é un altro.
Era da tempo che avevo in mente di pubblicare un pezzo sul loro celeberrimo album REVOLVER , prima di tutto perché a mio modestissimo parere fu (é) sotto certi aspetti un'opera più innovativa dello stesso pluricelebrato Sergente Pepper, e poi, é lapalissiano, potevamo in occasione del quarantennale della sua pubblicazione far terminare il 2006 senza parlarne?
Per una serie di motivi ho finito col 'commissionare' il pezzo all'ineffabile Franco De Lauro, dopo aver constatato che l'aveva posto tra i suoi albums preferiti di sempre.
L'analisi che ne fa é molto personale e per certi versi inconsueta !
Vi raccomando vivamente di non lasciar trascorrere definitivamente il 2006 senza averlo riascoltato almeno una volta : dal 2007 in poi ripetete il rito ogni settimana, tra l'ennesima novità indie e l'ennesima band meteora....non vi farà certo male, anzi !
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REVOLVER ha compiuto quest’anno quarant’anni: fu pubblicato in Inghilterra il 5 agosto 1966, tre giorni dopo in America e questo è un buon motivo per parlarne, anche se si corre il rischio di dire cose trite e datate, trattandosi di uno degli album più noti e commentati nella storia della musica popolare.
The Beatles, nel 1966, erano già baronetti, per meriti artistici e commerciali.
Erano il complesso più famoso e acclamato, conosciuto nell’intero Pianeta, persino in Paesi dove la censura era più soffocante.
In quell’anno visitarono l’India.
Secondo la Storia comunemente accettata, da quel viaggio uscirono mutati e illuminati, nonché ispirati.
In realtà, l’unico fra i Beatles a subire una seria influenza dalla cultura indiana fu George Harrison ed anche lui ci mise un po’ prima di cominciare a comporre musiche e arrangiamenti orientaleggianti, cosa che, per fortuna, fece in maniera abbastanza parsimoniosa.
Io mi limiterei a dire che quel viaggio fece bene ai quattro di Liverpool.
Gli consentì di allargare la propria visuale, acquisire nuove sonorità e, soprattutto, di distaccarsi dal mondo musicale a sufficienza per poterlo guardare e interpretare meglio.
Si è detto, proprio riguardo a questo disco, che vi sono tracce di idee di altri musicisti, in particolare dei Byrds e dei Beach Boys. L’osservazione, se non proprio da contestare nelle radici, va precisata.
Il Beat, ormai, mostrava la corda.
Non si poteva continuare a proporre pezzi basati su pochi, semplici, giri di chitarra accompagnata da basso e batteria. La realtà era in evoluzione. Il nuovo, però, non era ancora ben definito.
I Beatles avevano, dalla loro, uno straordinario talento compositivo ma questo non basta a creare della musica di successo, soprattutto se si è al top e si vuole mantenere la posizione. La Storia racconta che i Fab dividevano la popolarità con i Rolling Stones, ma questa è pura fantasia.
Per universalità di consensi ed intensità di entusiasmo i Beatles erano in una posizione mai più assunta da nessuno.
Gli Stones, più che dei rivali, erano dei colleghi intenti a coltivare altre aree di vita musicale, direi quasi altri orari.
Quando gli impiegati timbravano il cartellino d’uscita e le sirene delle fabbriche liberavano la propria forza lavoro, quando le persone erano libere di prendersi cura di sé stesse, quello era il momento degli Stones, in un mondo ancora non snervato e virtualizzato dai media.
Gli Stones si rivolgevano alle viscere e alle passioni di un pubblico adulto, quando questo chiedeva qualcosa di forte, che alimentasse i flussi vitali.
I Beatles, che erano presenti anche in questi momenti, occupavano invece l’intera giornata, dalla colazione al lavoro e fino alla ninna nanna.
Erano amati dai ragazzi, ma anche dalle mamme e dai papà.
Degli Stones si è detto.
Degli altri, gli emergenti, nel 1966 dovevano ancora tutti mangiare pane duro prima di impensierire i Nostri.
Certo, c’erano i Beach Boys ma con Pet Sounds (pubblicato il 16 maggio 1966) avevano dato il canto del cigno.
E c’era Bob Dylan. Quello rappresentava un problema.
Il cantautore americano era impegnato, colto, ispirato e amato dagli intellettuali. Fin qui, poco male.
Il fatto, però, è che aveva pubblicato tre album molto pericolosi per la leadership dei Beatles, delle riuscite fusioni di folk e rock elettrico.
Mi riferisco a Bringing It All Back Home, Highway 61 Revisited ( 1965) ed al doppio vinile Blonde on blonde che precedette nel 1966 (fu pubblicato lo stesso giorno di Pet Sounds) di tre mesi circa la pubblicazione di Revolver.
Quel che è peggio, alcune sue canzoni erano entrate nel repertorio di tanti interpreti famosi.
La Bambina triste di Dylan non poteva vantare le centinaia di interpretazioni di Yesterday, però si sentiva molto e ovunque.
Dylan, inoltre, dava luogo a molteplici tentativi di imitazione e finanche plagio, il che era indice di carisma, oltre che di popolarità, a tutti i livelli, anche i più commerciali e leggeri.
Basti pensare a “Pietre”, la canzoncina portata da Antoine al Festival di Sanremo, la quale altro non era se non una versione scanzonata di “Rainy day women nos.12&35”.
Per i Beatles, Dylan era il problema.
Quel che seppero fare, al loro livello cioè al top, fu di valutare il nuovo, l’onda emergente, nel suo complesso, ponendosene a cavallo e facendosi portare.
Non orecchiarono gli altri, ma ascoltarono ed elaborarono le tendenze più interessanti, rifinendo, completando e finendo col precedere tutti.
Non c’è nulla di più foriero di successo che l’arrivare un attimo prima degli altri nel dire quel che tutti hanno sulla bocca.
Tecnicamente, se si può usare il termine, cosa fecero?
Si badi bene che è davvero appropriata l’osservazione di chi ha parlato di un album costruito a tavolino, cioè pianificato per uno scopo.
Questo atteggiamento accompagnerà il quartetto, in effetti, almeno fino all’esaurimento del periodo psichedelico ed in maniera molto evidente per l’orecchio allenato.
Non per niente Frank Zappa dedicherà ai Beatles uno dei suoi primi lavori meglio riusciti, la parodia di Sergent Pepper’s intitolata “We’re only in it for the money”.
Tornando ai Beatles: all’epoca di Revolver questi non avevano il tempo di aspettare che maturasse il pezzo capolavoro.
L’album in esame, infatti, non contiene nessun pezzo fra i primi dieci e, per quanto mi riguarda, neanche fra i primi venti nella produzione dei Fab. Contiene, però, quattordici ottimi brani, tutti arrangiati ed eseguiti al meglio e con l’uso appropriatissimo di nuove sonorità. Lennon & soci si diedero un tema.
Pensarono di fare dei bozzetti, dei quadretti situazionali nella tradizione britannica, con degli intermezzi.
I più giovani possono pensare al teatro di Mr. Bean, giusto per capire il concetto.
C’è l’uomo delle tasse (Taxman), quello che non riesce a trovare più amore negli occhi dell’amata (For no one) ed una allegra brigata di sommergibilisti (Yellow submarine).
Idee semplici, usate e svolte nei testi e nelle musiche in maniera, qualcuno direbbe, impressionistica, con l’oculato uso di suoni onomatopeici.
I Beatles avevano un pubblico mondiale e dovevano essere comprensibili anche da chi non conosceva la lingua inglese.
Ora, si potrebbe pensare che la bozzettistica di Revolver sia una forma disimpegnata di espressione musicale volta a fini commerciali. Niente è più lontano dalla verità di questo concetto.
Come aveva spiegato lo psicanalista Jung, l’arte di disegnare quadretti, situazioni e scenette affonda nell’esigenza di esprimere gli archetipi, che sono il fondamento della cultura umana.
In Inghilterra Jung non era e non è un personaggio della Cultura di cui parlano i dotti per darsi un atteggiamento.
Al contrario, il suo insegnamento è entrato nella cultura del popolo britannico, tanto da ispirare centinaia di artisti i quali tendono coscientemente al situazionismo.
Quella di Revolver, quindi, fu un’operazione di Alta Cultura, per lo scopo perseguito e per il risultato ottenuto.
In effetti Revolver risulta essere un capolavoro per la leggerezza e la naturalezza con la quale i quattro svolsero il compitino auto-assegnatosi.
Si pensi a Yellow Submarine.
Esistevano le ballate marinare ed i Beatles, ispirandosi ad esse, produssero un pezzo che è il modello ideale del genere.
Ci vorrà il miglior Neil Young, in evidente voglia di emulazione, per produrre un altro pezzo archetipico di simile livello.
Mi riferisco a Crippled Creek Ferry da After the gold rush, ma siamo nel 1971.
Tornando al 1966, la concorrenza, compreso Dylan, dovrà aspettare ancora parecchio per scalzarli, senza dimenticare di ringraziare la signora Lennon, la quale è sempre nei pensieri dei fan del marito.
E non nei migliori.