mercoledì 30 marzo 2011

BAUHAUS: "Oscure distorsioni soniche"

Bauhaus
Il celebre profilo stilizzato opera di Oskar Schlemmer diventò negli anni Ottanta una delle figure più rappresentative del dopo punk grazie a quattro ragazzi di Northampton che decisero di ispirarsi alla scuola d’arte tedesca della Staatliches Bauhaus per battezzare il proprio progetto artistico. Una band che debba fare male come un gruppo punk ma che penetri più in profondità. Che non si limiti a sfondare la carne come una spilla da balia, ma che si conficchi fin dentro le viscere, e lì rimanga. E infatti lì rimane, l’ aculeo dei Bauhaus, per quanti avranno la fortuna di incrociare la loro musica elettrica e scura, tenebrosa e claustrofobica.

Bela Lugosi's Dead
Il primo vagito di quella abominevole creatura esce dopo pochi mesi dalla nascita della band. Bela Lugosi‘s Dead dura, da sola, quanto 5 canzoni punk. Viene registrata in presa diretta il 26 Gennaio del 1979. E’ uno dei momenti massimi del post-punk tutto, iconograficamente e musicalmente parlando. Una plumbea e incalzante marcia elettrica su cui la voce di Peter Murphy si materializza e penetra squarciando il velo dei clangori metallici e del rantolio del basso che la tormentano, come un tetro vampiro dallo feritoia di una finestra. Il rock teatrale dei Bauhaus diventa l’avamposto della new wave meno compromessa con l’ elettronica e le macchine. Non fossero così emaciati e foderati di cipria li si vedrebbe grondare sudore sugli strumenti. Invece sono quattro vampiri di filigrana che suonano un glam rock iperamplificato figlio del Bowie più eccentrico e dell’ impassibile art-rock dei Joy Division. Il passaggio dalla Small Wonder alla 4AD è segnato da altri due singoli e dall’ uscita del primo strabiliante album.

In The Flat Field
"In the flat field" è un colosso. Un colosso macilento e tenebroso. Uno dei debutti più folgoranti della stagione post-punk inglese, immerso in una teatralità fanatica e perversa figlia diretta di icone transgeniche come Iggy Pop, David Bowie e Marc Bolan. Sono quelle, le radici del suono dei Bauhaus. Il glam perverso ed elettrico degli anni Settanta, privato dai colori e dalle pailettes. Niente piume di struzzo, niente lustrini, niente pellicce dentro i Bauhaus. Tutto è risolto nell’ essenzialità del bianco e del nero. Sagome e profili ariani che si stagliano nella controluce di lampade al neon. La musica dei Bauhaus degli esordi è un taglio nella carne, è l’ urlo primordiale di quattro uomini di Cro-Magnon perduti nella tormenta che annuncia l’ arrivo della glaciazione. Nessun riparo e nessun rifugio in questa sterminata distesa di ghiaccio. Solo la cognizione atavica di un destino ineluttabile, solo l’ urlo primigenio della carne, la sua implorazione aberrante e istintiva davanti alla virilità devastatrice della natura. Nonostante sia considerato uno dei punti nodali della musica dark, In the flat field fa storia a sè per questo suo vigore vitale. In the flat field è infatti una drammatizzazione della vita piuttosto che la rappresentazione inaridita e spenta del proprio vuoto umorale ed esistenziale tratteggiata su dischi nichilisti come Unknown Pleasure o Faith. Ciò che c’è di mortifero nella musica dei Bauhaus è piuttosto legato alla rappresentazione scenica, alla volgarizzazione mimica, alla dissimulazione mistica della morte e alla sua contestualizzazione in chiave pop (Bela Lugosi, il vampirismo, i pipistrelli) ed etica (il satanismo, l’epilessia, l’amore pagano). "In the flat field" è un disco votato all’eccesso.
Un disco che è una trappola di metallo arrugginito dentro cui si muove, battendo le ali, il vampiro Peter Murphy. Un album che vibra di una concitata frenesia convulsa (In the flat field, Dive, St. Vitus Dance) e di un enfatico tribalismo sciamanico (Double Dare, Small Talk Stinks) così come di caroselli eretici (God in an alcove, Stygmata Martyr) e di sfibranti singhiozzi da film dell’ orrore (Spy in the cab e il bellissimo e straniante crescendo della conclusiva Nerves). In the flat field è una incessante pioggia di chiodi che ti penetrano la carne. Voi, a differenza loro, siete ancora nelle vostre caverne. Scegliete se vale la pena uscire o restarvene accucciati alla vostra pelle di mammuth.



Mask
Dopo la barbarie macabra ed elettrica di "In the flat field" i Bauhaus cambiano maschera per rappresentare un’altra opera altrettanto inquieta ma sfaccettata e apparentemente irrisolta che se da un lato traghetta le spinte dark della band fin dentro l’horror dall’altro le veste di piccoli specchi per inscenare una disco music sghemba per vampiri dalle facce esangui. La cadaverica marcia funebre di Hollow Hills e la danza sintetica di Kick in the eye sono i due paradigmi di questo disturbo bipolare che sembra essersi impossessato del gruppo inglese che ha integrato alle scorie glam del debutto ripetuti ascolti di musica nera iconoclasta e inacidita come il dub, il reggae e il free jazz ma anche certa psichedelia floydiana.
Il suono del gruppo diventa elaborato, forse fin troppo concettuale rispetto alla furia elettrica degli esordi. Conserva il suo fascino sinistro e gloomy (The Passion of Lovers o The man with the X-ray eyes sono tra le migliori rappresentazioni del gotico moderno, NdLYS) ma gli cuce addosso abiti nuovi, diversi, insoliti, ambigui. Si contorce, si raggomitola, si muove all’ indietro, rallenta, si immerge nella terra come un lombrico e riemerge strisciando dalle sue viscere, si allunga, si attorciglia. "Mask" è il disco di un gruppo che sta cambiando pelle, un album dinamico e bizzarro che gioca col buio, la luce e le ombre. Con tetro rigore ma anche con grottesco senso dell’ humour (la caricatura di Of lillies and remains mal digerita da tanti ridicoli fanatici delle tenebre, NdLYS). I Bauhaus vi danno l’ occasione per ridere, anche vestiti da pipistrelli. Io non la sottovaluterei.

The Sky's gone out
"The Sky's gone out" è il disco più bislacco della tetralogia storica dei Bauhaus. Un album disomogeneo e mutevole che è soprattutto una gigantografia della teatralità gestuale e vocale che Peter Murphy ha impersonato sul palco e sullo schermo e che qui viene chiamato a reinterpretare con una enfasi quasi parossistica e surreale, raggiungendo il culmine della sua magniloquenza da musical nella maestosità plateale della lunghissima coda di Spirit.
"The Sky's gone out" incunea le tensioni elettriche e metalliche dei primi due dischi verso le derive acustiche e pinkfloydiane che troveranno ulteriore sviluppo nel disco conclusivo della loro carriera e negli esperimenti collaterali di David J. e dei Tones on Tail, sfoggiando i contorni di due anime che vivono accanto e si sfiorano senza tuttavia mai incontrarsi veramente, come succede dentro l’80% delle famiglie medie, non solo italiane. Un corridoio di un ospedale psichiatrico sul quale si aprono le porte delle camere di degenza dentro cui sono nascoste dagli occhi del mondo tutte le devianze morbose dei suoi ospiti: dagli attacchi epilettici di In the night all’ elegia funeraria di The Three Shadows pt. 2, dagli spasmi di Third Uncle (di Brian Eno) alla catalessi sensoriale di The Three Shadows pt. 1, dalle crisi di megalomania di Spirit alle crisi depressive di All we ever wanted, dalle manie di persecuzione di Silent Hedges fino alla tosse convulsiva e ai rantoli tracheali di Exquisite Corpse. "The Sky's gone out" non è tuttavia il disco incompiuto che molti hanno deciso che sia. E’ piuttosto l’album di una band in continua mutazione, perennemente insoddisfatta, perpetuamente alla ricerca di nuovi punti di equilibrio. Fatalmente attratta dalla luce e pur tuttavia destinata a brancolare nel buio. Ecco perché, quando sento parlare della leggenda dell’ uomo-falena, io so ESATTAMENTE quale sia la sua identità. "Press The Eject And Give Me The Tape" è un live uscito in questo stesso anno (1982), comprendente performance di brani tratti da "In The Flat Field" e "Mask".


Burning From The Inside
"Burning from the inside" è il disco che chiude, in diretta, la loro storia. Ed è un disco che odora di tormenta. Il resto, tutto quello che era venuto prima, dalla cassa da morto di Bela Lugosi agli inchini glam fatti a Marc Bolan e David Bowie, li avrei scoperti dopo, scorrendo a ritroso la storia di quella che allora mi pareva la band più affascinante del mondo. E devo ammettere che nei ventisette anni successivi non se ne sarebbero aggiunte molte di più. Nei Bauhaus tutto era luce fredda e accecante e tenebra profonda, immensa. Una caverna popolata da topi con le ali e dalle cui fessure penetrano coltelli di luce che ti spaccano gli occhi come lame di ghiaccio. Come quando, appena la puntina inizia a solcare il disco, il giro di basso di She‘s in parties doppiato dalla chitarra gelida di Daniel Ash, ti apre uno squarcio sul petto manco fosse una lametta intinta nell’ assenzio. L’assalto si fa ancora più crudo nel pezzo successivo, una marcia epilettica dedicata ad Antonin Artaud, profeta maledetto del Teatro della Crudeltà. Il suono è vicino a quello dei sabba valpurgici dei Banshees, una liturgia melodrammatica e pagana suonata mentre in cielo cominciano ad avverarsi le prime profezie dell’Apocalisse di Giovanni. King Volcano è invece un haiku ossianico, un canto votivo per ingraziarsi l’oracolo del Dio del fuoco. Odori forti di incenso. Piedi nudi e sonagli che picchiettano come in una danza del ventre ballata durante una veglia funebre annebbiata dall’ oppio. Una Carmina Burana araba salmodiata all’ ombra del minareto. Prima di scoprire che il muezzin si è legato una corda al collo.
Peter Murphy buca la session di Who killed Mr. Moonlight, afflitto dalla polmonite che lo terrà fuori per gran parte del lavoro. Il resto della band fa tutto da sola registrando questa malinconica canzone per piano e voce da Cortina di Ferro. Slice of life si muove morbida su quelle terse distese acustiche e vagamente pinkfloydiane che i Bauhaus hanno già cominciato a sviluppare sul disco precendente.
Anche qui c’ è un bagliore che esplode accecante e definitivo, come quello del trapasso. Honeymoon Croon è un glam lunare. Come per Antonin Artaud, riecco apparire gli uomini-lupo. Stavolta con la bava alla bocca. Kingdom's coming torna all’ amore per gli arpeggi acustici di All we ever wanted, una ballata che ti smorza il sorriso in faccia premendoti il petto con una forza crescente impercettibile ma inesorabile. Sono lingue di vento che tirano giù le ultime foglie, lasciando solo uno scheletro di legno a campeggiare nel tuo giardino. La title track è un lungo serpente di cespugli coperto di neve bianchissima. Benvenuti dentro il labirinto dell’ Overlook Hotel. Hope tiene fede al suo titolo e rompe un po’ l’ incantesimo dell’ intero lavoro lasciandoci con una canzone che ha un po’ il tenero sapore del commiato e un po’ quello propiziatorio di un Surya Namaskara. Ma i Bauhaus “bruciavano già dall’interno”. Per quanti tra noi restarono a bocca aperta a vedere esplodere questa Supernova e venire per sempre risucchiati nel loro Buco Nero. Un collasso per tutto simile al nostro. A pochi mesi dall’ uscita, i Bauhaus non esistono più. Il tempo di apparire in una famosa sequenza, in questo 1983, nel film 'vampiresco' di Tony Scott "The Hunger (Miriam si sveglia a mezzanotte") con David Bowie, Catherine Deneuve e Susan Sarandon: e nella colonna sonora, con Iggy Pop, Schubert, Ravel e Bach.


Gotham
Per quindici anni continuano a fare musica, da soli o in gruppo, lasciando riposare lo spirito dei Bauhaus nella cripta di Northampton. Qualcuno racconta che nelle notti di nebbia se ne sente il respiro per le strade della città. Poi, al diradarsi delle nebbie, ritorna nell’ immobilità del suo simulacro. Quando Batman torna a battere le ali, nel 1998, sotto di lui non ha più lo stormo di pipistrelli della Batcave ma
l’ intera Gotham City. Come è giusto che sia. Esattamente 15 anni e 4 giorni dopo l’ultimo concerto, i Bauhaus tornano a esibirsi dal vivo con la stessa identica formazione di sempre. Quando le luci si accendono sul palco dell’ Hollywood Athletic Club di Los Angeles che accoglie la prima data della reunion, quella che si materializza sul palco è una capsula del tempo. Peter Murphy, David J, Kevin Haskins e Daniel Ash quattro argonauti finiti sulla terra. Non è ancora il 2019 ma Los
Angeles, quella sera, sembra sommersa dalla stessa pioggia impenetrabile di Blade Runner. Sarà così per tutte le date del tour: 56 in tutto tra America, Europa e Giappone, tutte sold out. Tutti i vampiri sono risorti assieme a loro. E sono tutti lì ai loro gig. Diciotto tracce tratte da quattro di quei concerti finiscono dentro questo doppio, fotografando tutta la carriera del gruppo inglese: dal singolo di esordio Bela Lugosi‘s Dead/Boys fino alla supernova dark di She ‘s in parties e regalando la cover statuaria, immobile di Severance dei Dead Can Dance per la quale i Bauhaus si concedono pure il lusso di riaccendere i faretti allo iodio dello studio di registrazione. "Gotham" schiude il sepolcro dei Bauhaus per mostrarci che tutto è rimasto come prima. Nessuna suppellettile è stata sottratta. Le ceneri mortuarie sigillate, granello per granello, dentro i loro vasi di porcellana. Bauhaus are dead. Undead undead undead.

Go away white
Per il rientro discografico ufficiale occorre invece attendere altri dieci anni. I Bauhaus si ritrovano insieme, dopo un quarto di secolo, chiusi in uno studio per due settimane ad elaborare (non più di tanto, come vedremo) del nuovo materiale. Tutto in presa diretta e senza troppi ripensamenti, come una garage-band. "Go away white" frantuma però il percorso evolutivo della loro storia, partita come una versione “al neon” del glam rock, sperimentando quindi
l’uso del ritmo, della percussione e della camera d’ eco, fino ad approdare a quella sorta di torbida psichedelia floydiana che spirava tra le pieghe di Burning from the inside. Se proprio vogliamo sforzarci di riannodare dei legami con la loro discografia, diciamo che forse è Mask, a livello umorale, il riferimento più prossimo e persuasivo. Quindi i Bauhaus insolenti di Hair of the dog o Kick in the eye. A livello strumentale è il basso a regalare le emozioni migliori. Implacabile ma allo stesso tempo morbido, duttile. Le chitarre invece scelgono di farsi metallo, seguono traiettorie proprie ma sono perentorie, rigide, impassibili, nonostante l’ uso del wah wah hendrixiano. Tutta la prima parte del disco ha questa impostazione. Le cose cambiano sulla seconda parte del disco dove i toni si fanno più plumbei, grevi e soffocanti. Ma, per la prima volta, pure più tediosi. E’ una inquietudine dissimile da quella tetra e perversa cui i Bauhaus ci avevano abituato. C'è più di una eco del dark-ambient dei Dead Can Dance (evidentemente l’ effetto-Deliverance non si è ancora placato, NdLYS) su Saved ad esempio con Peter Murphy che gigioneggia (male) su uno sbiadito tappeto strumentale di campane e gelidi sintetizzatori. Le cose non migliorano nelle altre moviole enfatiche e glaciali di Mirror Remains, The Dogs ‘a vapour e Zikir (dove riaffiora però quella cappa funerea che fu già parte dei movimenti di The Three Shadows, NdLYS). Le cose migliori stranamente arrivano da un pezzo insolito come Black Stone Heart che squarcia l’ apatia e, a dispetto del titolo e del testo ('go away white' è estrapolato proprio da qui), gioca più con le luci che con le ombre. E’ il pezzo più leggero mai registrato dai Bauhaus, con tanto di motivetto fischiettato e piano guizzante. Altro pezzo che salverei è Endless Summer of the Damned, balletto marziale e teatrale alla stregua dei Virgin Prunes. Ma l’ impressione che resta, anche dopo ripetuti ascolti, è quella di abbozzi di idee promossi a canzoni senza avere l’ opportunità di venire sviluppati.

Due anni dopo, a ventisette anni da quel "Miriam si sveglia a mezzanotte" che ne aveva segnato il debutto di celluloide, Peter riappare nuovamente sul grande schermo per consegnarsi alle nuove generazioni gotiche nelle vesti di The cold one, nel terzo episodio della saga di Twilight. Solo, in una stanza fosca. Il Conte. White on white translucent black capes Back on the rack.
Qualcuno verrà a portarci via da qui, con le sue ali nere come la notte.
Franco “Lys” Dimauro

Bauhaus
Discography:
In The Flat Field (4Ad/Beggars, 1980)
Mask (Beggars, 1981)
The Sky's Gone Out (Beggars Banquet/A&M, 1982)
Press The Eject And Give Me The Tape (Atlantic, 1982)
Burning From The Inside (Beggars, 1983)
4 AD (4Ad, 1983)
The singles 1979-1983 Volume One (antologia, Beggars, 1983)
The singles 1979-1983 Volume Two (antologia, Beggars, 1985)
Swing the heartache - The BBC sessions (Beggars, 1989)
Rest in peace - The Final Concert (live, 1992)
Crackle (antologia, Beggars, 1998)
Gotham (live, Beggars, 1999)
Go Away White (Cooking Vinyl, 2008)


Singles/ EP
1979 - Bela Lugosi's Dead/Boys
1980 - Dark Entries
1980 - Terror Couple Kill Colonel
1980 - Telegram Sam
1981 - The Passion of Lovers
1982 - Kick In The Eye (Searching For Satori EP)
1982 - Searching For Satori EP
1982 - Ziggy Stardust
1982 - Lagartija Nick
1982 - Beggars Banquet
1983 - She's In Parties
1983 - The Sanity Assassin
2007 - The fona's song



Bela Lugosi's Dead (from 'The Hunger', Tony Scott movie 1983, with Susan Sarandon and David Bowie)
Boys

Nerves
Double Dare
Terror Couple Kill Colonels
Rosegarden Full Of Sores
Hollow Hills
The Passion Of lovers
Kick in The Eye
The Three Shadows Pt.3
Lagartija Nick
Slice Of Life
King Volcano
All We Ever Wanted
Telegram Sam
Ziggy Stardust
Black Stone Heart

SHORT REWIEVS: Mauve, “All night all the crickets died” (2011, Face like a frog Records)

Attivi dal 2005, scelgono l'inglese come lingua e nessuno potrà obiettare. Tra Stereophonics se possibile ancor più psichedelici e profumi di Velvet Underground, i Mauve ci ammaliano con la loro delirante eleganza. The solitude of ship (parte 1 e 2), Ahab e la suggestiva Summer shade valgono l'intero CD. Un lavoro che tocca vette altissime col gusto e la sapienza acida di Decay, in cui apprezziamo appieno l'affascinante voce femminile e la superba tessitura armonica delle chitarre, entrambe vera forza trainante e sognante della band. Dal vivo immagino meraviglie. 
Maurizio Galasso

martedì 29 marzo 2011

LIVE REPORT: The Yum Yums - Mads, Roma, 12 marzo 2011

Se volevate ascoltare del buon bubblegum powerpop come non lo avevate sentito da tempo dovevate venire con me al Mads a vedere gli Yum Yums. Il quintetto norvegese piu’ frizzante di una 7Up, ormai di casa nel nostro paese, è in grado di regalarci un’oretta di allegria, che in questi giorni di sciagure e sventure varie è ben accetta. Come non farsi ammaliare dalla voce di Morten Henriksen, dalla chitarra del gemello di Joey Ramone, Andreé Dahlmann, dalla frizzante sezione ritmica con Egil Stemkens al basso e Ulf Ramone Bendiksen alla batteria: ma soprattutto da quella forza della natura che corrisponde al nome di Vibeke Saugestad alle tastiere. Li incontro prima dello show e Vibeke mi saluta sorprendendomi, chiedendomi se stasera faccio le solite foto e io annuisco con un sorriso. 
E che il party abbia inizio:  I Wanna Be The One , Too Good To Be True, I Lied. Il pubblico partecipa canta, balla ed è per me molto bello vedere un'atmosfera così. Vibeke saltella sulle tastiere come un grillo, avvicinata da Andreé con la chitarra a gambe larghe in perfetto stile Ramones. Non so come dirvelo ma dentro di me è un’esplosione di felicità, che prosegue ascoltando Your Biggest Fan, Just Another Girl, la cover dei Pointed Stick Out Of Luck, Come On Come On, Back to Rosie,  Miss You Baby, Be My Baby, Need Your Love Tonight: e per me è molto difficile rimanere fermo con la videocamera. I Wanna Be The One, Too Good To Be True, I Lied: a questo punto i miei piedi cominciano ad andare per conto loro e quindi decido di passare la videocamera a mia moglie Stefy, che ultimamente mi accompagna nelle scorribande live.  Be With Me, Girls Like That, Sugar Rush,  Let’s Rock’N’Roll, Ways To Do You In.
Riprendo la videocamera a malincuore dato che mia moglie me la riappioppa, dopo che anche lei non riesce più a stare ferma.  Crazy Over You e Punk Rock Coming Trough ci avviano al gran finale, che si presenta sotto la forma sonora di  All Kindsa Girls dei favolosi Real Kids, dove, prima di iniziare, il buon Andreé scende dal palco e con grazia comincia a prendere tutte le ragazze che trova, tra cui un’impacciata e sorpresa Stefy, per portarle a ballare sul palco. Finito il concerto me ne vado a malincuore, dato che dopo ci sarebbero state le fantastiche Hormonettes e il Twiggy Party di Luzy L, ma cerco di accontentarmi e penso già a una prossima volta che ritorneranno: e mi raccomando, stavolta non perdeteveli!

Marco 'marcxramone' Colasanti

lunedì 28 marzo 2011

SHORT REWIEVS: LA FONDERIE, "Downtown Babele" (2011, autoprod. - distr. Goodfellas)

Nati nel 2009, passano dalle cantine ai locali al primo CD nel marzo di quest'anno. Colpiscono subito duro i ragazzi: l'invettiva lucida e santamente violenta di Cosa guardi in TV e la ritmica protowave di Fala fell scaldano il cuore. Ottima alchimia, belle chitarre aprono spazi di fuga disperati. Esseri umani potrebbe essere un gran singolo: psycowave adrenalinica e ironica. Trascinante. Così come Tutto il tempo che mi dai, un altro potenziale cattura-ascolti tra antichi Denovo prodotti dal “santautore” Battiato e contemporanei afflati di certo ispirato rock italico. Ottimo brano, nato bene e cresciuto in buon equilibrio. In Come scivola un vestito è da sottolineare la pregevole intro che meritava (e merita) un suo futuro sviluppo autonomo. Intanto passa una notte ci ricorda il miglior Adamo, ma è con il Gigante che La Fonderie ci saluta al meglio con suoni che dagli U2 di WAR esplodono in armonie dolci e selvagge, dilaniate da chitarre pregne di una ineffabile felice disperazione: può diventare un grande pezzo. Duri, ironici, trascinanti, sinceri. Bravi.
Maurizio Galasso

PROFILES - RICHARD HELL : "I Was A Punk Before You Were A Punk"

"Non c'è niente di meno vacuo dei suoi occhi, sporgenti come pezzi di alveari"
(Lester Bangs su Richard Hell, “Gig, gennaio '78”/"Guida ragionevole al frastuono più atroce", minimum fax, pag. 360)

Parte 0: “Ero un bambino che desiderava un folle amore”
Kentucky, 1949 - Comincia qui la storia di un certo Richard Meyers, nei sobborghi di una cittadina americana come ne abbiamo viste tante nei telefilm. In questo clima di spensieratezza, a sette anni, l'avvenimento che segnerà per sempre la storia di Richard è la morte del padre. Fino ai 16 anni la sua vita sarà un continuo spostarsi da un posto all'altro, situazioni diverse in scuole diverse ma allo stesso tempo la lontananza dai genitori lo renderà più 'libero' e proprio questo suo carattere, cresciuto senza supervisione, gli creerà non pochi problemi. Ci troviamo poi in Wilmington, nel 1966, nell'ennesima scuola superiore in cui si trasferirà/sarà trasferito Richard, città che diede i natali, nel suo stesso anno a un secchione della sua scuola, un certo Thomas Miller. Dopo essere stato espulso per l'ennesima volta (questa volta per aver mangiato dei semi allucinogeni di un fiore) nell'ottobre del 66, dopo la scuola i due adolescenti scapestrati decidono di scappare, fare l'autostop fino a trovarsi giù in Alabama, evento che li segnerà profondamente; Thomas si farà chiamare poi Tom 'Verlaine' (ispirato dal poeta francese decadente Paul) e Richard brucerà un campo di grano. Da quelle fiamme estirperà il suo nome d'arte, ovvero Hell. Dopo un paio di settimane verranno restituiti alle proprie famiglie, Richard racimolerà $100 lavorando in un negozio di libri porno e si trasferirà in pianta stabile a New York City nel 1967, dove lavorerà il minimo indispensabile per avere il massimo tempo libero per bere e 'wastin' time', continuando a sentirsi sempre stressato e incazzato verso qualcosa o qualcuno.

Parte 1: “Down at the Rock’n’roll Club”: The Neon Boys
Spesso rivede il suo amico Tom col quale condivide, in primo luogo, l'amore per la poesia che entrambi faranno venir fuori tramite Theresa Stern, un moniker sotto il quale firmeranno "Wanna go out?" (1973), un libro di 10 poesie col quale questa donna immaginaria, figlia di un ebreo tedesco, descriverà l'omicidio del suo miglior amico. Questo è solo l'inizio del periodo creativo verso il quale è proiettato Richard, che nello stesso anno scriverà un altro libro, il mini-romanzo "The Voidoid" (tenete bene a mente questo nome), intriso di disquisizioni su svariati argomenti (donne obese, Alabama), interessante oggetto di studio sulla New York dei primissimi '70, la più selvaggia, la più rock'n'roll. Ma nello stesso anno, l'amico Tom gli regalerà un basso e fonderanno i Neon Boys, con Billy Ficca alla batteria. Il trio vivrà solo nel 1973, poche sono le testimonianze, postume le registrazioni. L'assenza dai locali è dovuta alla mancanza di una seconda chitarra che potesse arricchire dal vivo un suono che dalle incisioni risulta molto rude, testimoniato dallo psicotico rockabilly di That's All I know (poi ripresa dai Sonic Youth durante le session di "Goo") e dalla dolce velvetiana Love Comes in Spurts, entrambe cantate da Hell. Amicizia fondamentale per i due sarà Terry Ork, proprietario del negozio di videocassette Cinemabilia (nel quale Richard è impiegato) e li aiuterà presentandogli un suo amico chitarrista, Richard Lloyd, da quel momento i Neon Boys saranno in 4 e cambieranno nome in Television. Il 1974 sarà un anno pieno di live dove cominceranno ad accogliere anche i consensi da Patti Smith, tramite recensioni e condividendo palchi. Nel periodo in cui gli autori dei brani dei Television saranno due, Richard dichiarerà di aver suonato per 6 mesi nella migliore band rock del pianeta, causa: aver raggiunto un perfetto equilibrio tra poesia e rock. Lo vediamo dai bootleg che sono circolati sulla rete, da un lato il romantico ed ellittico Verlaine (Venus, Prove It e delle embrionali Friction e Marquee Moon, brano simbolo della new wave americana intriso di visioni notturne, poi ripreso da tanti gruppettini proto-dandy), dall'altro il nevrotico e realista Hell (Blank Generation, Love Comes in Spurts -ancora nella versione dei Neon Boys- High Heeled Weels, ed una curiosa Fuck Rock N Roll) il tutto contornato da alcune cover che esprimeranno il lato più 'garage' di questa incredibile band (Fire Engine dei rozzi mangiafunghi 13th floor elevators, Psychotic Reaction dei selvaggi Count Five).
Nel 1975 Richard lascerà il gruppo, proprio quando dovranno registrare delle demo per il famoso produttore Brian Eno e tra i brani scelti per l'incisione non ne comparirà nemmeno uno di Richard, mentre tom Verlaine disprezzerà sempre di più l'atteggiamento dell'amico sul palco. Lasciati i Television, basterà una chiamata del mitico Johnny Thunders e gli Heartbreakers: sono pronti per strappare lacrime alle ragazze di New York con i loro lick blues. Anche in questo caso, avremo solo testimonianze di terza mano delle loro favolose performances, in cui Johnny e Jerry, appena usciti dalle New York Dolls, trasformeranno quei lick e quegli accordi mozzafiato appena imparati dal combo glam in quello che verrà poi chiamato 'punk'. Richard Hell anche qui riproporrà il brano Blank Generation (alquanto atipico rispetto al repertorio della band, costituito da brani come Goin Steady, Chinese Rocks, Pirate Love), una Love Comes in Spurts totalmente diversa da quella suonata con Verlaine ma più affine agli spezzacuori e infine, (come testimoniato dal "Live At Mothers"), la magnifica New Pleasure, composizione sghemba adattata alla meglio secondo lo schema della band. Ovviamente anche qui, la presenza di due compositori comincia a farsi sentire e Richard decide di lasciare il gruppo (senza alcun dissidio) e fondarne uno proprio, dove poter esprimere liberamente la sua unica visione.

Parte 2 1/2: The Plan
Nel 1976 sono pronti Richard Hell & The Voidoids con in formazione: il geniale Robert Quine alla prima chitarra illuminato dal sound dei Velvet Underground (in futuro suonerà anche col sommo Lou) e di formazione jazz, Marc Bell alla batteria (in futuro nei Ramones) e Ivan Julian alla seconda chitarra reclutato durante delle audizioni per la formazione della band. Buona parte del '76, Richard lo dedicherà alla stesura/rifinitura delle sue canzoni, debutterà a novembre all'olimpo del punk rock (CBGB's, ovvio no?) e ne uscirà fuori un 7" prodotto dallo stesso Terry Ork, con la pluricitata Blank Generation sul lato A, basata su una composizione jazz di fine anni '50 chiamata The Beat Generation (niente in comune col magnifico movimento letterario), sul lato B le inedite You Gotta Lose e l'allucinata Another World. I tempi sono ormai maturi e nel Settembre del 1977, darà alle stampe il bellissimo "Blank Generation".


Parte 3: New Pleasure - "Blank Generation" (1977, Sire)
Lo "sguardo vacuo" che domina la copertina di questo LP, e la 'seminale' foto a torso nudo violato da un laconico 'you make me' (é qui che nasce l'iconografia e l'immaginario punk) sembrano sfidarci, scavarci dentro e farci sputare fuori l'animo ribelle che risiede dentro ognuno di noi e che abbiamo coltivato durante l'adolescenza. La voce di Richard Hell nei primi solchi del vinile, in quella tanto travagliata Love Comes in Spurts, trasmette da subito una sensazione di isteria, di nevrosi, come le stesse performances della band, ed il look di Richard: capelli mal tagliati, vestiti semi-distrutti e chiazzati di sangue, atteggiamento strafottente. In Richard si coniugano le varie anime del rock underground degli '80 (poesia, senso di frustrazione, psicosi): egli recupera dalla sua minuta cultura musicale piccoli frammenti di Bob Dylan, Lou Reed, Iggy Pop, John Fogerty, e fà di Malcom McLaren un Marco Polo inglese in quanto il rosso produttore situazionista ascoltando i solchi del 7" prodotto da Ork, architettò la giusta direzione verso la quale dirigere i Sex Pistols. Il primo brano ci dà un perfetto ritratto di un cuore infranto, di un amore non-corrisposto nel giusto modo:
"l'amore giunge a sprazzi/sprazzi pericolosi che uccidono il tuo cuore/ma questa parte non te l'hanno mai detta, baby!".
Schiaffi atonali di chitarra ci introducono in Liars Beware, una slam-dance con argomento io-contro-loro molto comune nel punk. La maniera in cui qui Hell sciorina i suoi versi intrisi di rabbia e slang sono figlie del Bob Dylan (influenza e devozione sempre dichiarata dal bassista) che abbiamo adorato tramite brani come Thombstone Blues o Subterranean Homesick Blues, brani nati dallo stesso malessere urbano. Il deperimento emotivo del primo brano si concretizza in New Pleasures, caratterizzato da una ritmica piena di stop & go: potrebbe fungere da anthem ad una storia d'amore tra due persone accomunate dalla propria diversità:
"la tua mente è un rottame, ma va bene, corrisponde alla mia!", "sei diventata troppo fiacca per la vita", "ci sei troppo dentro non puoi sopravvivere, come fai ad arrivare oltre i 25 anni d'età?"
Betrayal Takes Two è il quarto brano del primo lato ballata con tanto di storytelling, fungerà tra spartiacque tra il caos iniziale e quello successivo di Down at the Rock’n’roll Club che fotografa le movimentate serate trascorse nei sobborghi newyorchesi. Il rock é pulsante con le chitarre che rombano, si perdono, si ritrovano, si rincorrono (ascoltare la versione originale uscita solo sul vinile e non l’obbrobrio pubblicato sul formato digitale). Quindi un brano che non supera i 2 minuti e che racchiude già nel titolo tutta la weltanschauung di Richard Hell: Who Says (it’s good to be alive)?, con un testo pieno di domande senza risposta:
“una volta nato ne sei dipendente/gli usufruitori non riesco a vedere il proprio orrore, faglielo notare se la vuoi annoiare/siamo asettici e statici dove non c’è nulla di buono, (ma) è solo un continuo dimenarsi”.
Non racchiude solo la visione poetica ma anche quella musicale del gruppo: lo slittare da una tonalità all’altra, con le 2 chitarre che si intrecciano in una visione del rock contorta, sostenute da un ritmo sempre irregolare. Sulla side B subito Blank Generation, il brano-manifesto dell'estetica punk newyorkese. La genesi è lenta, ci rendiamo conto di cosa stiamo ascoltando solo quando Richard irrompe con una frase degna di un racconto di Edgar Allan Poe:
“Dicevo ‘cacciatemi via di qui!’ ancora prima che fossi nato, è rischioso avere una faccia”
Il testo di questa canzone é la perfetta anamnesi della “generazione vuota” della quale Hell è parte ma, non deve prestarsi forzatamente ad un interpretazione decadente della vita: l’inutilità della sua generazione rappresenta uno spazio da riempire e tutti possono farlo (è anche il messaggio del punk newyorchese tutto).Segue la cover di un brano dei
Creedence Clearwater Revival, Walkin on the water per poi arrivare ad una canzone che sembra uscire dalla penna di Verlaine: The Plan è un brano (quasi una ballata), molto più ‘normale’ rispetto agli scampoli di nevrosi precedenti. Una storia a lieto fine, ambientata prima tra ‘mura aliene’, poi con un amore appassionato, appassito e ritrovato. Siamo giunti alla fine, la lunga (8 minuti) Another World. La voce di Richard é quella di un paranoico incerto nell’esprimere i propri sentimenti mentre il brano procede lento, con pochi accordi melodici, per poi esplodere tra urla e sconnessi squilibri chitarristici. “Punk più nello spirito che nelle fattezze sonore” (Le Guide Pratiche di Rumore, Punk, pag. 69) è la frase che sintetizza al meglio un album come questo. Richard Hell era probabilmente conscio di aver sfornato un album epocale, ritratto di un periodo storico unico e irripetibile: un album a sua volta irripetibile che suona perennemente attuale.
"The Blank Generation" era stato anche il titolo di un film del 1976 di Amos Poe (regista essenziale dell'avanguardia punk) ed Ivan Kral (Patti smith Group),("Blank Generation Movie Trailer") altrettanto fondamentale per la scena newyorkese del disco di Richard Hell: ci si può vedere in azione allo storico CBGB la crema del punk-new wave di quel periodo, Patti Smith, Blondie, Television, The Ramones, Talking Heads, The Heartbreakers, The Shirts, Wayne County, The Marbles, the Dolls, Miamis, Harry Toledo, ed i Tuff Darts con Robert Gordon. Performances di Richard Hell & The Voidoids ci sarebbero state soprattutto nell'altro "Blank Generation" movie girato nel 1980 da Ulli Lommel, storia di Nada (Carol Bouquest), giornalista francese trapiantata a New York che ha una relazione con una nascente punk rock star, Billy; nel film appare anche Andy Warhol.

Parte 4: "Funhunt" (2 LP, Danceteria)
Ventdue date in Inghilterra di spalle ai Clash, li terranno impegnati ottobre e novembre del '77. Una data di quel tour la troviamo sul CD “Time” e i Voidoids dimostrano di essere nel pieno della forma; brano d’apertura, come sempre, Love Comes in Spurts qui eseguita in una maniera esplosiva che farebbe impallidire qualunque giovane ed agguerrito gruppo punk, Liars Beware suonata al doppio della velocità, una
New Pleasure gravida di pathos e l’aggiunta di altre due cover oltre al brano dei Creedence: I wanna be your dog eseguita come se fosse una loro composizione con Richard che abbaia quasi posseduto e una drogatissima Ventilator Blues dei Rolling Stones, (tra i due brani ci sarà anche un intervento parlato di Johnny Rotten). Ma ciò che succede dietro il palcoscenico è tutt'altra storia. Il tour sarà un disastro per Richard Hell: la sua dipendenza dalla droga (iniziata a New York già tempo addietro) aumenta.
"Io e Dee Dee ci frequentammo per un anno o due, soprattutto per procurarci della droga. Potevi comprare una bustina di ero per tre dollari. Era quello il prezzo standard. Andavamo all'angolo tra la Dodicesima ed Avenue A. Ci saranno stati dieci o venti ragazzini portoricani che avranno avuto circa tredici anni, che facevano da corrieri. Davamo a loro i tre dollari e quelli tornavano con la bustina. Era solo un divertimento solo che, sai com'é, era talmente divertente che le cose cominciarono ad accelerare all'impazzata. tutto sembrava andar meglio, con un pò di droga!" (Richard Hell, "Please Kill me" 1996 by Legs McNeil, Gillian McCain, Baldini-Castoldi 2006).
Richard non reggerà il dover essere lucido ed energico su un palco diverso ogni sera in paesi diversi e spesso dinnanzi a un pubblico poco amichevole.Alla fine delle 22 date, stanco di “mangiare cibo per cani”, il batterista Marc Bell molla il gruppo per aggregarsi ai mostri sacri del punk, i Ramones, coi quali debutterà sul quarto LP Road to Ruin (1978). Richard Hell è deciso a mettere la parola fine alla vicenda dei Voidoids soprattutto perché si sente sfruttato dalla Sire.
Ma proprio in questa fase delicata, verrà chiamato dal famoso Elvis Costello che gli proporrà di ritornare in Inghilterra per fargli da spalla per 7 date al Dominon Theatre di Londra. I 2 chitarristi sceglieranno il batterista che sostituirà Marc Bell (un certo Frank Mauro) e Richard abbandonerà il basso per i live in modo da facilitare le sue esecuzioni vocali. Tornati in America cambieranno di nuovo bassista, questa volta sarà un loro roadie allora sedicenne (Jahn Xavier, in arte Xcessive), col quale suoneranno in patria durante la seconda metà del 1978 fino al 1979. Oltre alle 2 cover citate prima, il repertorio della band continua ad ampliarsi: vi saranno delle versioni embrionali di alcuni brani che finiranno su Destiny Street (nello specifico: The Kid with the Repleaceable Head, Staring in her eyes e Ignore that Door), di rado proporranno la psichedelica Crosstown Traffic di Jimi Hendrix e nel ’79 introdurranno un brano che purtroppo rimarrà solo sui bootlegs ma che è uno dei loro vertici: Funhunt, perfetta descrizione del tragico periodo in cui si trova Richard Hell, ma anche titolo di un disco registrato con i Voidoids al CBGB's ed al Max's Kansas City nel 1978 e 1979. Se la musica propone accordi malinconici e cambi di ritmo serrati, il testo è una disperata anamnesi dello stato psicologico in cui si trova il suo compositore che sembra perennemente alla ricerca di “una qualche specie di divertimento”.

Parte 5: "Destiny Street"
"Destiny Street" uscì nel 1982, 5 anni dopo il mio primo LP, perchè un discografico voleva farmi fare un disco. Ho messo su una band. Non volevo che fosse la stessa band di prima ma volevo suonare con Robert Quine."
"La mia ragazza era una trafficante di cocaina e io ero già un tossicodipendente".
[citazioni dal booklet di “Spurts: The Richard Hell Story” CD]
1982. Al duo Hell & Quine si affiancano nuovi nomi: Naux (vero nome di Juan Maciel, nello stesso anno autore del mediocre LP electro-new wave “Light, Traps and Exploding Wires”) e Fred Maher alla batteria. “Destiny Street” è la seconda opera dei Voidoids, dalla genesi molto travagliata. Ormai tossicodipendente, Richard si assentava ripetutamente dallo studio, rimanendo a casa in quanto impossibilitato ad avere anche un ‘contatto’ col mondo esterno.
Il suono dell’LP è sicuramente più incline alla new wave che al punk del 77, partendo dalla traccia iniziale: The Kid with the Replaceable Head, un pop-punk quasi ballabile. A seguire ci sono 2 cover, la sgangherata You Gotta Move dei Kinks e la modesta ballata Going, Going, Gone di Bob Dylan (tratta da uno dei suoi lavori minori, “Planet Waves” del 1974). A seguire il rock’n’roll spastico di Lowest Common Dominator, la lunga Downtown at Dawn che potremmo quasi definire pop-disco e la ballata soft Time, una delle preferite di Richard Hell (ma non di chi scrive) con un testo che offre varie riflessioni sullo scorrere del tempo. La terza cover è I can only give you everything dei garage-rockers Them, un ottimo brano rock’n’roll con un Richard disperatissimo (ascoltate il finale), la incazzatissima e incendiaria Ignore That Door (la porta da ignorare sono le droghe, sarà il testo un promemoria per Richard?), la romantica e sublime Staring in Her Eyes, sicuramente la ballata più interessante del disco e l’ultimo brano, la title-track, un funky-rock con spoken-word, dove Richard ci parla del suo inaspettato incontro con una ragazza.
In sintesi l’album è diviso tra ballate a volte interessanti, a volte trascurabili, e brani rock’n’roll in pieno stile Voidoids che spesso attingono anche dal garage o dal punk, il tutto con un occhio di riguardo verso la new wave che vigeva all’epoca della sua incisione. Con questo album siamo giunti alla fine della vicenda dei Voidoids: dopo l’82 esisteranno in sporadiche reincarnazioni; nel 1984 registreranno 4 brani (contenuti inizialmente sulla cassetta-bootleg “R.I.P.” uscita quell’anno medesimo e poi ripubblicate sul doppio CD “Time"): i brani mostrano un gruppo totalmente diverso (nelle incisioni è presente addirittura un sax e un piano) dedito a un genere che ormai col punk non ha più nulla da spartire, dimostrato soprattutto dalla scelta di coverizzare un brano del pianista Allen Toussaint (Cruel Way to go Down). Per il resto abbiamo la strana e lunatica I Been Sleepin’ On it, la romantica The Hunter was Drowned e il breve (37 secondi) punk rock di Hey Sweetheart. Il gruppo si riformerà nell’'85 per pochissime date con una formazione totalmente diversa (senza Quine ma con Jody Harris come sola chitarrista, Ted Horowitz al basso e Anton Fier alla batteria). A detta di Hell “un piccolo esperimento che sulla carta sembrava buono ma non è funzionato assolutamente” e nel 1990 per un piccolo tour in Giappone.

Parte 6: Dim Stars
Dedicatosi anima e corpo alla scrittura negli anni 80, nel 1991 riceve una chiamata dal paladino del rock Thurston Moore (chitarra & voce dei Sonic Youth) che gli propone di formare una band dedita solo a cover. Richard Hell accetta la proposta e ai due si aggregano, Don Fleming (dei Gumball) alla seconda chitarra e Steve Shelley (anche’egli dei Sonic Youth) alla batteria. Esordiscono con un triplo 7” pubblicato per la Ecstatic Peace! di Thurston Moore, con una copertina del disegnatore Raymond Pettinbon (fratello del chitarrista dei Black Flag, per i quali ha disegnato il logo, tutti i flyers e buona parte delle copertine) che raffigura varie vignette satiriche su Batman. Si inizia con The Plug (cover degli Unnatural Axe, gruppo punk underground di Boston), l’inedita Dim Stars Theme densa di atmosfere notturne, il lato B è un'altra cover Christian Rat Attack dei Stickmen with Rayguns, cattiva e rumorosa allo stesso tempo. Il secondo sette polici comincia con un brano che Hell ha eseguito più e più volte ma mai in studio, You Gotta Lose (scritta nel 1976), qui in una versione malatissima, a seguire una jam noise-rock che riempierà anche il terzo vinile (durata complessiva del brano: 18 minuti e 40 secondi). Un ottimo inizio per una band che durerà pochissimo (secondo alcune fonti, non hanno mai fatto concerti): in questo 7” emergono i vari stili che hanno contribuito alla forma mentis dei singoli artisti: rock’n’roll, noise, punk, garage e altro ancora. L’anno successivo, su proposta di Richard Hell, in sole 3 settimane senza provare in studio, registreranno il loro unico LP (anch’esso ominimo). I primi due brani ricalcano lo stile di Destiny Street ma fungono solo da antipasto. Il rock bastardo di Memo to Marty, segue come contraltare la dolce Monkey dedicata alla sua ragazza (coverizzata da Kurt Vile nel 2009 per “Childish Progidy”), la cover del. grandissimo Howlin Wolf Natchez Burning che funge da intermezzo, Stop Breaking Down scritta e cantata da Thurston, un rock’n’roll ipnotico e slacker, Baby Huey (Do you wanna dance?) tratterebbe della guerra del Golfo (almeno da quanto affermato da Richard), il brano capolavoro The Night is Coming On, di nuovo con Thurston alla voce, punk melodico e introspettivo; Richard Hell è ancora in grado di farci emozionare con i suoi testi intrisi di poesia, (la notte credo sia una metafora della morte) Si procede con Downtown at Dawn, già presente in “Destiny Street”. Gli ultimi tre brani sono sicuramente i più sperimentali ma pur sempre rock: l’incubo di chitarre riverberate e voci cupe di Try This, Stray Cat Generation scritta da Don Fleming, bellissimo delirio noise chitarristico con un angosciante voce distorta. Brano di chiusura, la delirante cover Rip off dei T. Rex, con Jad Fair (dei geniali Half Japanese) al sax con tanto di jam noise annessa. In alcuni brani (All my witches come true, Downtown at Dawn, Stop Breaking Down, Natchez Burning e Monkey c'é alla chitarra il grande Robert Quine. Un disco che dimostra ancora una volta lo spessore artistico sia di Richard Hell che di Thurston Moore, consigliato in particolar modo ai fans dei Voidoids e dei Sonic Youth (nello stesso anno uscì il durissimo e sempre attuale “Dirty”).

Parte 7: "Go Now"
I Voidoids resusciteranno solo altre 2 volte: nel 2000 per registrare il brano inedito Oh e nel 2009 quando Richard Hell ri-registrerà da zero (senza Robert Quine, suicidatosi il 31 maggio del 2004 con un overdose di eroina) “Destiny Street”. Ai 10 brani della tracklist originale (tra cui una Downtown at Dawn più breve e la title-track allungata a 7 minuti) aggiungerà l’inedita Smitten e la già citata Funhunt (anch’essa mai registrata in studio). La formazione della band è la stessa dell’LP originale ma con contributi di vari chitarristi per gli assoli. Giudicare questo remake é difficile: é automatico il paragone con l'originale e non ne esce certo bene.
Nel corso degli anni ha pubblicato 2 romanzi: “Go Now” (1997, uscito anche su vinile nel quale Richard legge alcuni paragrafi accompagnato da Robert Quine, realizzato nel 1980) e “Godlike” (2005) pubblicato anche in Italia 2 anni dopo dalla Coniglio Editore (“Come Dio”), ambientato nel 1971, libro che tratta di una storia omosessuale tra 2 poeti, ricostruita (nella finzione) attraverso le memorie di uno dei due amanti (il più adulto), scritte nel 1997 durante il suo periodo di ricovero in ospedale.
Davide Waxxone e Wally Boffoli

Discografia:
R.I.P. (1984)
Time (2002)
Spurts, The Richard Hell Story (2005)

Neon Boys (1991, Overground)
A1: Time (Different Mix)
A2: Don't Die
B1: That's All I Know (Right Now)
B2: Love Comes In Spurts

The Voidoids
Blank Generation (1977)
Destiny Street (1982)
Funhunt: Live at the CBGB's & Max's (1989)

Dim Stars
Dim Stars (1992)
Dim stars EP (1992)

Richard Hell