giovedì 27 gennaio 2011

Attivato il gestore dei feed

in testa alla colonna sulla destra del blog, è stato inserito il gestore dei feed, che prima mancava del tutto e tramite il quale chi ne fa uso puo' aggiungere MusicBox al proprio lettore (di feed, appunto)

mercoledì 26 gennaio 2011

DAVID WIFFEN: A Great Canadian Loner

David Wiffen nasce l'11 marzo 1942 in Inghilterra ma muove presto per il Canada nel 1958, iniziando la sua carriera di folksinger in quel di Toronto suonando nelle coffehouses nei primi anni 60; una bella testimonianza di quelle esibizioni è raccolta nell'adesso introvabile live "At The Bunkhouse Coffeehouse(1965)" registrato in quel di Vancouver .
Tra i 12 brani presenti il classico Four Strong Winds molti anni prima della versione del connazionale Neil Young, molto più acerba a dire il vero, oltre a Don't Think Twice, It's All Right di Bob Dylan.
Dopo questo disco suona in varie bands tra cui The Pacers e The Children,dopo di che entra a far parte per tre anni dei Three's A Crowd dei quali è ospite del misconosciuto album "Christopher’s Movie Matinee (1968)", uno dei tanti dischi psych-folk dell'epoca; la sua voce è ben riconoscibile nel brano The Way She Smiles,e in Gnostic Serenade, questa molto bella cantata a 2 voci con Donna Warner.
Nei primi '70 è impegnato più che altro a combattere la sua personale campagna contro l'alcolismo, ben documentata dal brano More Often Than Not dal primo David Wiffen del 1971.
La Fantasy record, una delle tante label folk USA del tempo concede fiducia a David e gli permette finalmente di registrare il suo tanto agognato disco d'esordio il bellissimo "David Wiffen(1971)" solo 29 minuti di splendide songs , con la pesante influenza di Fred Neil, ascoltare per esempio One Step e Never Make a Dollar That Way, stupenda, ma tutto l'album scorre ad alti livelli. C'è anche l'autobiografica Mr. Wiffen.
Dopo che il mondo intero ha ignorato il disco il nostro non si perde d'animo e con l'aiuto del grande Bruce Cockburn, e della United Artist, dà alle stampe il capolavoro "Coast To Coast Fever (1973)", una dei dischi solistici più belli usciti da terra canadese.
Difficile scegliere un brano migliore delle 10 perle che incoronano l'album,
dall'iniziale Skybound Station, l'omonima Coast to Coast Fever, White Lines, occorrerebbe citarle tutte; mi piace segnalare anche la cover di un brano di Cockburn, Up on the Hillside.
Il paragone con Fred Neil anche qui è evidente, anche se adesso la sua voce è più personale, molto profonda e intensa.
Dopo questa splendida prova, inutile dire ignorata da critica e pubblico, a parte la ristretta cerchi dei super appassionati/informati, David sempre alle prese con l'alcool dipendenza, abbandona tristemente la carriera di singer per impiegarsi come autista di limousine e handicappati.
Poi dopo 26 anni da "Coast to Coast Fever" incredibilmente ritorna in circolazione e realizza il suo terzo e ultimo album in studio, "South Of Somewhere" tutto sommato deludente, considerati i 2 precedenti gioielli.
Il disco contiene vecchie songs riarrangiate e nuovo materiale, tra questi Cool Green River e Fire On The Water, sempre deliziose ma forse qualcosa del vecchio fascino è andato perso.
La voce dopo tutti questi anni è sempre bella, e David sembra voler gridare al mondo: 'ci sono ancora, almeno stavolta ascoltatemi' ma non sarà così. David Wiffen: un altra bella favola dal freddo Canada!

Riccardo Martelli

DAVID WIFFEN Discography:

David Wiffen At The Bunkhouse Coffeehouse, Vancouver BC (Universal International, 1965)
Christopher's Movie Matinée (ABC Dunhill, 1968, as a member of 3's a Crowd)
David Wiffen (Fantasy, 1971; CD reissue via Akarma, 2001. Out of print.)
Coast to Coast Fever (United Artists, 1973)
South of Somewhere (True North, 1999)

OASIS: "Standing On The Shoulder Of Giants" (rel. date: Feb 23, 2000 - rec. date: Apr /Aug 1999 - EPIC)


Riascoltato a mente fredda, liberandosi dal condizionamento dei dischi precedenti "Standing On The Shoulder Of Giants" è meglio di quello che solitamente si pensa.
Gli Oasis possono anche permettersi il lusso di iniziare un disco con uno strumentale, Fuckin’ In The Bushes, per poi switchare sulla classicissima Go Let It Out, dal bel tiro malsano-intrippato, per scivolare quindi sulla freakettona e simil-lisergica Who Feels Love.
Non male Little James, scritta da Liam Gallagher in un inedito sussulto creativo e funziona benissimo Gas Panic!. Chiude magniloquente Roll It Over, finalone perfetto per questi ragazzotti, derivativi finché si vuole, ma 

abbastanza furbi da aver capito che se non si è geni – mica madre natura è carina con tutti – si può sempre salire sulle spalle dei giganti per vedere espandersi i propri orizzonti e respirare l’aria tersa delle altezze.

Ruben

Quando lo ascoltai, dopo aver saputo che Paul McGuigan e Bonehead se n'erano andati pensai davvero che la band sarebbe andata allo sfascio: ed invece questo disco è la riprova della maturazione della band. Registrato al Chateau D'Herouville studios in Francia si avvale anche dell'aiuto di musicisti di studio, e segna un cambiamento in lande più rock e dure della band. Go let it out è un brano davvero tosto, dinamico, bello da ascoltare ancora oggi, tra Beatles e Who.

Quel Fucking In The Bushes è stato campionato da una frase che disse un signore inglese anziano riguardo agli hippies presenti all'isola di Wight nel 1970 "Kids running naked ... fuckin' in the bushes" e ha un riff molto zeppeliniano. Tanti comunque sono i brani godibili in questo "Standing On The Shoulder Of Giants", ed è uno dei dischi che ha avuto maggiori videoclip promozionali rispetto agli altri dischi degli Oasis.
Gianluca Merlin

The other tracks:
Sunday Morning Call
I Can See A Liar
Where Did It All Go Wrong?
Put Yer Money Where Yer Mouth Is
Let's All Make Believe

1-2-3-4 SHOREDITCH Festival (July 24th 2010 - London): Bo Ningen, Silver Machine, Comanechi, Fucked Up, Veronica Falls ...

Fa tanto freddo in tutta Italia (e chissà ancora per quanto): abbiamo pensato bene di proporvi la cronaca (stagionata) di Myriam Bardino di un festival estivo londinese tenutosi nel luglio del 2010, e di regalarvi un pò di sole, cielo e notte inglesi. Ne approfittiamo anche per fare la conoscenza ed ascoltare alcuni interessanti nuovi 'acts' internazionali, dei quali alcuni stupefacenti: occhio ai links ipertestuali! (Wally)

L'azzurro acrilico del cielo e l'odore dell'erba essicata dal sole.
Questo e' quello che mi viene in mente quando ripenso al festival 1-2-3-4 della scorsa estate nel parco di Shoreditch, un quartiere all'est di Londra.
A mezzogiorno, ci sono venti persone davanti al palco centrale: "1234 Converse". Converse? Si l'evento e' sponsorizzato da Converse e da Jagermseister. Non possiedo un paio di "chucks" e non bevo Jagermeister. Perche'? Non so perche', sono fatti miei e nemmeno Raz Deagan riusci' a convincermi negli anni '90.
Sul palco un delirio musicale regalato dagli Action Beat, un collettivo inglese d'improvvisazione punk-noise. Tre batterie, due bassi e due chitarre. Il festival inizia nel migliore dei modi. Dalle due del pomeriggio alle quattro, devo essermi distratta e improvvisamente arrivano gli S.C.U.M. L'entusiasmo delle giovani ragazze che mi stanno accanto e' sicuramente scaturito dal bel tenebroso Thomas Cohen, un incrocio tra Brian Moloko e Nick Cave. Anche se musicalmente mi fanno venire in mente i Placebo, c'e' qualcosa di insanamente piacevole in questo gruppo. E' l'ora delle Dum Dum Girls, una delle ultime rivelazioni Sub Pop che oltre ad avere sei gambe notevoli, e' un gruppo che ha trovato un equilibrio interessante tra le Bangles e Siouxsie and the Banshees. Il sole mi sta dando alla testa. Dal palco Converse, mi sposto al palco Rough Trade dove i Comanechi offrono un set esplosivo, molto punk-noise. Duo composto dalla fenomenale giapponese Akiko (voce e batteria) e dal chitarrista Simon Petrovich. In questa occasione sono coadiuvati da un altro batterista. Anche Jim Sclavunos, in mezzo al pubblico, accanto a noi, sembra apprezzare il set e si gratta piu' volte la barba in segno di consenso.
Si passa ora al tendone Artrocker dove si esibiscono un gruppo di donnine che convincono solo per le loro vesti trasparenti e succinte: le Trush Metal. Musicalmente e femministicamente da dimenticare. Passo davanti allo stage Converse mentre Peter Hook ripropone pietosamente "Unknown Pleasure" davanti a un pubblico in delirio, per me senza motivo. L'idea mi fa ribrezzo e appena incalza Love will tear us apart, un brivido mi percorre la schiena e trovo rifugio dai Toes che mi riconfortano con il loro ska intramontabile. Mi pento ancora di non aver visto i Rolo Tomassi, ma la fila era lunga, il caldo insopportabile e ho preferito rinfrescarmi dalle Vivian Girls con il loro pop leggero e delicato per una mezz'oretta.
Infatti dalle 8.30 pm alle 9 pm sono davanti al palco Converse dove si esibisce il supergruppo dei Silver Machine: Bobbie Gillespie, Gene Matlock e Zak Starkey (figlio di Ringo Starr) con delle cover strepitose dei classici del rock tra cui I want you dei Troggs, Psychotic Reaction dei Count Five per chiudere in bellezza con Action Woman dei Litter con un delirio generale del pubblico ma soprattutto di garage-punk fans con gli occhi e le orecchie fuori dalle orbite.
Solo dieci minuti dai Veronica Falls che non mi convincono per niente e dopo avere diviso una pizza con i miei vicini mi butto di nuovo sul palco centrale dove ha gia' iniziato il gruppo di hardcore punk canadese, Fucked Up. Il cantante Pink Eyes, non esita a fare stage diving, a spogliarsi e ritrovarsi in mutande dopo solamente due pezzi. Energia e sana pazzia come non se ne vedeva da tempo. La sera sta calando. Dopo nove ore di musica, sono allo strenuo delle forze. Evito i These New Puritans che dovranno abbandonare il loro set per problemi tecnici e mi dirigo verso il palco Artrocker per assistere a quella che sara'la rivelazione del festival: Bo Ningen. Un gruppo di minuti capelloni giapponesi che hanno trovato l'annello musicale mancante tra Black Sabbath e Sonic Youth: lo show e' eccezionale. I corpi dei musicisti che si contorcono sugli strumenti, riti satanico-musicale e i volti dei presenti in completa estasi come Faris Badwan degli Horrors, in fondo alla sala. Non sorprende neanche un po' che la rivista Mojo abbia recentemente scritto “Bo Ningen, quite probably the most exciting young band in London right now".
Ancora vacillante da questa assurda esperienza noise-psichedelica mi dirigo verso le giostre per scambiare le ultimi opinioni sul festival con i pochi superstiti. E' notte, i cancelli del parco si chiudono ma la notte degli aftershows del festival e' solo all'inizio.
Myriam Bardino

TEETH OF THE SEA: "Your Mercury" (2011, Rocket Recordings)


Avreste mai pensato di poter aprire la porta di una nuova dimensione e catapultarvi nello spazio? Avere la possibilità di accarezzare una stella non capita tutti i giorni. Bastano i 75 secondi di Transfinite per farvi "ambasciatori" del nuovo mondo.

L'impatto è di quelli bruschi, da lasciare il segno nelle vene. Si parte da Manchester. Direzione? L'infinito. Dopo aver esordito nel 2009 con "Orphaned by the Ocean" il quartetto inglese dei Teeth Of The Sea torna con un nuovo lavoro, "Your Mercury", con il quale si candidano a tutti gli effetti come una delle formazioni rivelazione del 2011.
"Your Mercury" è una monumentale ondata sonora tra progressive e post rock che quasi annulla ogni legge gravitazionale. Un disco capace di metter d'accordo gli appassionati di una certa musica alternativa, di quella elettronica e dell'avanguardia in generale. Il fascino dell'ignoto è da sempre qualcosa che cattura l'attenzione dell'essere umano. A.C.R.O.N.Y.M.

Visto in questo senso "Your Mercury" può essere considerato come la colonna sonora della nostra mente, un Odissea Nello Spazio del tutto personale.

Suoni caldi e freddi, elettrici e sintetici, tribali e spaziali si accavallano lungo un labirinto che collega le nostre fantasie con il mondo reale.
Un viaggio siderale ai confini della psichedelia verso quel lato oscuro della nostra mente che chiede ancora di essere illuminato dalle note.
Michele Passavanti

BAROQUE - “Rocq” (2011, Hertz Brigade Records)

Nella seconda metà degli anni '70, quando finalmente la musica italiana cominciava a varcare i propri confini provinciali e con pochi, ma ben assestati, passi “scavalcava” l'Oceano, gli amici americani avevano coniato un termine assai simpatico per descrivere queste bands che snocciolavano riff di chitarra non sugli accenti di quel mid-tempo tipico dell'hard rock di scuola angloamericana, ma piuttosto su ritmi che, in qualche modo, ricordavano la tarantella. Il termine era “spaghetti rock” e, attenzione, al di là del solito becero e scontato luogo comune (italiani = pasta), non voleva affatto essere dispregiativo: al contrario, era un attestato di stima verso un popolo che aveva saputo proporre una strada fino a quel momento inedita e di certo diversa dai clichèes anglofoni, sicuramente personale, presentando una propria idea di rock che, comunque, nel mondo piaceva e piace tuttora.
Ecco, i Baroque, che qui presentano il loro album, intitolato “Rocq” e pubblicato dalla loro personale etichetta, anch'essa battezzata “Rocq” (dopo un esordio èdito dalla francese Musea, label specializzata in prog-rock, avanguardia, sperimentazione e, in generale, musica altra) mostrano in qualche modo una parentela con quello “spaghetti rock”. Chitarre e organo Hammond si scambiano arpeggi e riff a ritmo, consentitecelo, di “tarantella”.
Attenzione, però: le chitarre, soprattutto nei timbri più crunchy, e le tastiere, rigorosamente vintage (tanto organo, piano e piano elettrico, sporadici i synths), svelano sonorità anni '70, mentre, tutto al contrario, le linee di basso corpose, presenti e scandite, e il drumming giocato in maniera “tribale” sulle sonorità più gravi di toms e timpani sono profondamente anni '80, in qualche modo quasi dark-wave. Il cantato è, invece, del tutto imprevedibile: nelle parti più soav”(come in La festa dell'alloro) può far emergere echi (probabilmente inconsapevoli) di bands assolutamente “underground” a cavallo tra '80 e '90, come i Sithonia, ma più spesso è giocato invece su interpretazioni “cattive” e ringhiose, talvolta sostenuto da armonie vocali degli altri componenti, ora più ironiche (come in Karatechismo), ora “folkeggianti” (la già citata La festa dell'alloro), ora persino – a sorpresa – “queenesque”, come nella conclusiva Soup de la Maison. Il cantato è più spesso in italiano, sporadicamente (e in maniera un po' meno convincente) in inglese.
Ma non pensate che questo calderone di influenze sia gestito in maniera disordinata o casuale dai“Baroque: al contrario, loro sanno benissimo che cosa vogliono fare e dimostrano di farlo molto bene, con grinta e convinzione. Il mix risulta sempre godibile, a tratti molto affascinante, globalmente originale e personale, solo in pochi momenti lascia un po' perplessi, e sono quelli in cui la band sceglie bizzarre atmosfere estremamente “retrò”, tra musical e cabaret, come in Parlapetalo o Il Camaleonte, che peraltro sono anche tra gli episodi più brevi.
Originali, abbiamo detto, e con almeno due evidenti differenze rispetto a quello storico “Spaghetti Rock” del tempo che fu, di cui parlavamo all'inizio: una certa concisione formale (quasi tutti i brani stanno sotto i 4 minuti) e, soprattutto, una dote che alla maggior parte delle bands italiane di sempre è puntualmente mancata: l'ironia. Lo svelano titoli a loro modo geniali, come Cardiopasto, la già citata Karatechismo, nella quale emerge prepotente, sia nello stile delle liriche quanto in quello dell'arrangiamento, lo spettro di Fabrizio De Andrè, o Mio fratello si droga, forse il momento più toccante, emozionante e riuscito tra le 12 canzoni che costituiscono i 42 minuti dell'album.
Alberto Sgarlato

Da “La fiaba della buona notte”: Memento

martedì 25 gennaio 2011

BATUSIS : “Batusis” 7” (May 4 2010, Smog Veils Records)

Dead boy play with the doll, giocando con una canzone dei Lords of the New Church. Il ragazzo di cui parliamo è Cheetah Chrome, chitarrista dei Rocket From The Tombs e Dead Boys, la bambola è Sylvain Sylvain, chitarrista dei New York Dolls.
Nel 2010 decidono di unirsi per dare vita ad un gruppo, i Batusis. Detto chiaramente, non so se amarli o odiarli, se ringraziarli per aver abbandonato un ennesimo progetto di reunion e aver inciso un nuovo ep con un bel rock’n’roll tirato come raramente capita, o se essere infastidita dagli echi così forti delle loro precendenti esperienze in questo lavoro. Il disco è un viaggio nel purgatorio del rock’n’roll, indeciso se c’è abbastanza forza per un viaggio negli inferi, in compagnia di due che la loro ascesa nel paradiso l’hanno sempre schivata con maestria. Una tenebrosa cover di Blues Theme di Dave Allen and The Arrows, famosa colonna sonora di uno dei film manifesto delle controculture sixties “I Selvaggi” di Roger Corman, apre il disco.
Le mani rosse sulla copertina e il rombo della Triumph sembrano il preludio ad una discesa rovente dove per tutti i quattro minuti rimani senza fiato in attesa, e la successiva What you lack in brains, cantanta da Syl, farà in modo che le vostre gambe diano la giusta palpitazione. Ma alla lunga i fischi, gli accenni di piano e i vari condimenti di uhuh, tutto dannatamente dolliano, in compagnia di un cantato che sembra strizzare l’occhio allo stile di Danko Jones, sembra stucchevole.
Lato b, altro giro altra corsa. Si apre con Big Cat Stomp, altro pezzo strumentale, campo in cui i due dimostrano di eccellere. Ci sono delle belle chitarre sleazy e sembra tutto di nuovo pronto per un tuffo nel fuoco, fino a quando non parte Bury You Alive, cantata da Cheetah Chrome, un titolo che pone degnamente fine alla vostra discesa. Cheetah dà una prova migliore del compagno, nonostante i rimandi ai suoi precedenti gruppi sopracitati siano fortissimi. Le chitarre continuano a essere possenti e le parole del brano suonano come un voodoo dal karma insolitamente positivo. Alla fine dei giochi vago ancora nel mio limbo e probabilmente sarà solo all’uscita dell’album vero e proprio che saprò il mio destino, sperando che la temperatura sia più rovente che mai.

Crizia Giansalvo

BATUSIS (feat. Sylvain Sylvain & Cheetah Chrome) Live @ Thee Parkside, San Francisco, 10/17/10
Jet Boy - Live
The Arrows – Blues Theme

MySpaceBatusis

KRAUT ROCK/KOSMISCHE MUSIK - "FAUST" (1971, Universal Distribution)

Questo di Maurizio Pupi Bracali non é un semplice articolo sul primo omonimo album dei Faust. E' il racconto di uno dei più sconvolgenti dischi 'krauti' trasfigurato attraverso ricorrenti tranci di vita, é musica che entra nell'esistenza, esistenza che entra nella musica. Maurizio non sa rinunciare alla sua vocazione di scrittore anche quando parla di musica, e meno male! Perché ci regala un'autentica perla di 'aneddotica rock', palpitante di ricordi: il disco dei Faust é una ricca portata servita su un piatto ancora unto e sporco di emozioni e fibrillazioni giovanili! (wally)















' A quei tempi avevo una cagnetta. Si chiamava Mia ed era una cucciolina Breton. Io nella mia cameretta mettevo sul giradischi quel disco un poco strano che possedevo da pochi giorni e poi mi buttavo sul letto. Con le mani incrociate dietro la nuca osservavo il soffitto bianco, poi chiudevo gli occhi e mi godevo quella musica elettronica e dadaista così schizofrenica e fuori da ogni schema sonoro ascoltato prima. Mia mi raggiungeva, balzava sul letto e mi si accucciava accanto poggiandomi il muso sul fianco o sulla pancia.
A un certo punto la cacofonia industriale e metallica della suite iconoclastica che stava su una delle due facciate sfumava lentamente lasciando il posto a due voci maschili che apparentemente in lontananza borbottavano qualcosa in tedesco. Era a quel punto che, ogni volta e immancabilmente, Mia sollevava il suo musetto bianco dalla mia pancia, drizzava le orecchie e poi cominciava a borbottare anch'essa in direzione della cassa acustica dalla quale provenivano le voci. Non era un ringhio, non era un latrato e nemmeno un guaito o un uggiolìo, era un borbottìo canino, un susseguirsi di buf buf sincopati che si alternavano a quelle voci teutoniche come in una conversazione. Mia osservava attentissima la cassa dello stereo per quel paio di minuti (forse meno) in cui “parlava” con i due tedeschi, poi le voci terminavano, la musica riprendeva e la mia cagnetta si riaccucciava al mio fianco mentre io mi domandavo chissà cosa si erano detti lei e i Faust.
La stranezza del disco non era solo nella musica, era il primo LP che vedevo (e ascoltavo) in vinile trasparente anziché nel risaputo colore nero. Anche la copertina era una busta di spessa plastica trasparente attraverso la quale si vedeva il disco con, unica concessione artwork, la stampa di una radiografia a raggi X delle ossa di una mano.
Quel disco non l'avevo comprato, l'avevo permutato: in cambio avevo ceduto al mio caro amico Santino, un patito della California più hippie, "If i could only remember my name" il capolavoro west coast di David Crosby. Santino sarcasticamente mi prendeva in giro, mi accusava di avere fatto il cambio solo perché quel disco dei Faust era strano e particolare ma che in fondo era inascoltabile e non mi piaceva neppure. Aveva ragione solo in parte; effettivamente avevo fatto il cambio perché quello sconosciuto disco dei Faust era strano e particolare, ma poi me n'ero innamorato.
Ciliegina sulla torta, era venuto fuori dalle cronache dell'epoca (il mitico Ciao 2001) che di quel disco originale ne esistevano solo seicento copie in tutto il mondo. Solo seicento copie! E una era la mia! Comunque quei tempi erano il 1971, il titolo dell'album era eponimo del gruppo e tre lunghi brani percorrevano le due facciate in un'orgia catastrofica di suoni e di colori.
Why dont'you eat carrots? (9:35, Faust) il primo brano, già annunciava la furia elettronica e indomita che si annidava tra quei solchi e che percorreva sismicamente l'album; in questo brano oserei dire c'è tutto; tutto quanto si possa (in)immaginare da un gruppo che fa sua e mette in musica, probabilmente senza consapevolezza, una sorta di stream of consciouness, il flusso di coscienza non tanto di Joyce quanto quello Burroghsiano (e i futuri "Faust Tapes" del 1973 lo certificheranno con i loro ventisei frammenti dadaisti slegati e assemblati senza capo né coda che coprono quei quasi quarantaquattro minuti), in un concetto di non-musica che in tempi più recenti possiamo trovare in certe cose dei rumoristi californiani Negativland.
Sintetizzatori sibilanti, citazioni di canzoni famose di gruppi famosi, pianoforti dissonanti, fiati jazzati, musica da fiera di paese, marcette bandistiche, collages zappiani, ritmi convulsi, rumori siderali, canti da osteria e voci declamanti convivono in questo brano informale e alienato pervaso da una dissoluzione e dissolutezza totale e dadaista come si è già detto e bisogna accostarsi al successivo Meadows Meal (8:05, Faust, Sossna) per ascoltare un arpeggio 'normale' che si perde però subito dopo tra nuovi rumori e rimbombi tellurici, accenni di blues trasversale e un triste organo da chiesa che conduce una liturgia ossianica e scurissima fino all'esperienza stordente di Miss Fortune Part 1 Part 2 (16:36, Faust) esperimento live che alterna situazioni di clamoroso clamore a silenzi improvvisi.
Percussioni impazzite e fuori tempo ritmano la danza spaventevole e folle di un gruppo di esagitati agitatori di suoni che poi ironicamente di colpo cambiano marcia narrando inaspettate fiabe a due voci e cantilenando litanie fino all'orgia finale di reboante percussività e di elettronica compulsiva e sgangherata, simile al ritmo incrostato di una betoniera che si appresta a gettare le basi per la costruzione di un maniero gotico nella foresta nera e che si spinge imperterrita fino alla catarsi giungendo a far terminare l'ascolto smarriti ed estenuati.
Da tutto questo trapela comunque una sincerità d'intenti; e se sui Faust ho storto più volte il naso riguardo le loro (presunte) simpatie politiche destrorse, mi inchino alla loro integrità morale e anticommerciale, a una comprovata purezza d'animo e a una modestia di tutti i componenti che li portava a non scrivere nemmeno i loro nomi sulle copertine.
Tutto questo fece sì che tra i Corrieri Cosmici furono gli esponenti più a latere, i meno conosciuti, i meno ascoltati e quelli dalla carriera più effimera.
Alcuni anni dopo, (sarà stato il '74) presentatomi da un amico comune, conobbi un ragazzo di Torino. Si chiamava Stefano Moretto ed era venuto con la famiglia a trascorrere un'estate al mare nella mia città. Con Stefano c'intendemmo subito, nacque quella che si dice un'intensa e sincera amicizia. Passammo quella lunga estate insieme, bevendo birra con gli amici e suonando la chitarra tra la luna e i falò sulla riva del mare, parlando di musica e di ragazze e scoprìì così che lui adorava i Faust; aveva tutti i dischi usciti fino ad allora più alcuni bootlegs dalle registrazioni approssimative e inascoltabili.
Aveva tutti i dischi dei Faust tranne il mitico primo album stampato fino a quel momento in sole seicento copie e naturalmente rarissimo e introvabile.
Quello lo avevo io. Da parte di Stefano cominciò allora un corteggiamento assiduo e inarrestabile; ogni pochi giorni mi chiedeva di vendergli quell'album epocale, mi offriva soldi, la sua chitarra di marca, decine di altri dischi in cambio, ma io niente! Non cedevo alle lusinghe, sapevo che quel disco era troppo raro e prezioso per darlo via in cambio di alcunché.
L'estate poi passò; la nostra amicizia divenne sempre più forte, superò persino un momento di tensione quando la sua ragazza decise di lasciarlo per mettersi con me; poi a settembre Stefano dovette ripartire per Torino. Lo accompagnai alla stazione ci salutammo commossi e imbarazzati, sapevamo che tra breve si sarebbe trasferito a Ferrara e non sarebbe più tornato in vacanza nella mia città. Dicemmo le solite cose banali e risapute che si dicono proprio in quei momenti, poi, pochi minuti prima che arrivasse il treno gli dissi di aspettare un attimo che sarei tornato subito. Lui non capì e lo abbandonai col suo stupore. Abitavo vicino alla stazione, mi precipitai e pochi minuti, dopo ero di ritorno. Mentre il treno sbucava dalla curva che lo portava al marciapiede raggiunsi Stefano con le mani nascoste dietro la schiena e mentre lui saliva e ci abbracciavamo per l'ultima volta tirai fuori da dietro la schiena il primo album dei Faust e glielo diedi.
“Tieni”, gli dissi, “tu hai tutti gli altri dischi e sei un vero appassionato, te lo meriti più di me.” Stefano si mise a piangere dalla commozione e io ci andai molto vicino. Dopo, come in una canzone di Claudio Lolli, il treno si rimise in moto e ci salutammo coi lacrimoni venir giù mentre mi salutava dal finestrino agitando il disco.
Ora sono passati oltre trent'anni. Mia, la mia cagnetta breton è morta ovviamente da moltissimo tempo, di Stefano dopo alcune lettere e qualche telefonata da Ferrara, ho perso ogni notizia. Santino, il mio amico fricchettone westcoastiano, abita in una cittadina a pochi chilometri ma non ci frequentiamo e non ci vediamo più da anni e alcuni mesi fa un mio conoscente occasionale sapendo della mia passione per il rock mi ha regalato circa trecento LP che altrimenti avrebbe sconsideratamente buttato via. Era tutta roba degli anni settanta soprattutto americana e californiana.
Quando sono arrivato a casa me li sono guardati attentamente uno per uno e osservando alcune scritte a margine delle copertine e delle buste interne ho scoperto con sorpresa che erano dischi appartenuti proprio a Santino il mio amico hippie. Ho continuato la visione di quegli album e finalmente l'ho trovato: "If i could only remember my name" il mio vecchio disco che avevo scambiato coi Faust.
“Era ora che ritornassi a casa dopo tutti questi anni”, ho detto al faccione rosso di David Crosby sul retro-copertina e poi ho aggiunto parlando con me stesso: “E chissà che un giorno non ritorni anche il primo album dei Faust, in questa vita non si sa mai...”

Maurizio Pupi Bracali

lunedì 24 gennaio 2011

SIXTIES PSYCHEDELIA - Joseph Byrd & THE UNITED STATES OF AMERICA

Questa é la storia di una delle tante misconosciute e straordinarie leggende psichedeliche americane di più di 40 anni fa, THE UNITED STATES OF AMERICA e del suo artefice, Joseph Byrd.

Parlare del progetto The United States Of America del poliedrico Joseph Byrd vuol dire affrontare almeno marginalmente un discorso che impegna più aspetti della cultura e della società. Nei primi anni ’60, tra l’asse improbabile New York – Los Angeles, la prima avanguardista e sperimentale, la seconda conservatrice, si sviluppa la storia che porta alla realizzazione di questa che è una delle opere di riferimento della psychedelia americana.
The american way of life sarà, in quest’opera, il leit-motif e l’elemento parodiato e da decostruire. Già da anni la filosofia della Beat Generation si poneva fortemente critica alla società americana così come stava evolvendosi e Byrd, tra ambienti di quella matrice e tra le esperienze maturate negli happening del movimento 'Fluxus', confeziona una sorta di teatro/canzone che ha i connotati di una militanza cabarettistica. Un’opera per lo più passata sotto silenzio e riscoperta solo dopo molti anni, forse perché posta al confine stilistico, dove la psychedelia si fonde con la ricerca elettronica.
Nei primi sixties, in New York, c’è un grande fermento artistico che interessa la musica, la pittura, la letteratura, il cinema e ogni forma di arte che possa coinvolgere il panorama giovanile. Particolarmente attivo, in questo senso, è Andy Warhol, iniziatore del fenomeno artistico ‘pop’ular art, che apre il proprio studio, la Factory, e mette a disposizione le proprie risorse a un pubblico misto di intellettuali più o meno disoccupati e artisti che si pongono in un contesto ibrido tra protesta, cultura della droga e consumismo.

E’ in questo ambito sociale in fermento che si trova ad operare Joseph Byrd, poeta e musicista compositore diplomatosi a Stanford e polistrumentista eclettico che già aveva dimostrato di saperci fare col jazz suonando il vibrafono. Pervaso dal fuoco sacro della sperimentazione e della rappresentazione colta, infatuato del clima avanguardista e seminale di NY, inizia nella Big Apple un percorso che lo vede impegnato su più fronti. Aderisce al gruppo neodadaista “Fluxus” i cui componenti sperimentano forme artistiche musicali, poetiche e visive discoste dall’atto artistico creativo tradizionale, in nome di un’arte totale dove danza, teatro e performance si trovano coesi alla musica e alla poesia.


 
Nel primo happening musicale organizzato dal movimento Fluxus, Byrd compare elencato a fianco di molti artisti del periodo e soprattutto a fianco di La Monte Young, col quale terrà un primo concerto nel loft di Yoko Ono su Bank Street. Sperimenta nella cerchia degli artisti e degli intellettuali di John Cage e studia musica elettronica alla New School diplomandosi e diventando compositore, produttore, insegnante, arrangiatore e conduttore d’orchestra. Dovendosi mantenere svolge mansione d’amanuense per il compositore Virgil Thomson, che lo avvicina alla musica tradizionale americana; questa esperienza sarà importante perché la struttura delle sue due opere musicali, The United States Of America e The American Metaphisical Circus, saranno strutturate su echi, sonorità e ritornelli della cultura tradizionale approfondita proprio nel corso di questa frequentazione.
In quel periodo conosce Doroty Moskowitz, primo e fondamentale elemento per la realizzazione del progetto THE U.S.A., con la quale inizia un rapporto di collaborazione musicale e una relazione sentimentale. Già in quel periodo, nella City, Byrd si fa notare come uno dei più promettenti giovani sperimentali nell’ambito della composizione musicale. Nel 1963, con Doroty, emigra a Los Angeles per esportare la propria esperienza acquisita in un nuovo ambito sociale culturalmente meno seminale di New York e con ancora molte delle potenzialità da esprimere nella sperimentazione artistica.

Iscritti ambedue all’U.C.L.A. (University of California at Los Angeles) seguono corsi di musica indiana, di musica ambientale, di acustica e di psicologia della musica, in un percorso circolare che apporta nuova linfa al personaggio Byrd compositore. Con una associazione di studenti, artisti e musicisti indiani, nel 1965, organizza happening dove tutti i partecipanti sono coinvolti in dinamiche sperimentali multiformi e dove, con questi nuovi stili, si organizzano una serie di concerti/rappresentazioni musicali. Nel frattempo si crea in Byrd la consapevolezza che il suo lavoro sarà influenzato e improntato all’impegno civile e politico, comunque schierato contro la guerra nel Vietnam e la American way of life.
Nel 1966 la relazione con Doroty s’interrompe e lei torna in NY, mantenendo comunque rapporti di amicizia. Dopo circa un anno Doroty, chiamata ancora da Byrd, torna a L.A. per formare il progetto U.S.A.. Byrd interrompe ogni collaborazione con l’U.C.L.A. e si dedica a pieno titolo a comporre musica. La line-up del gruppo, consolidatasi nel tempo, è ormai così formata: Joseph Byrd, il quale compone, orchestra e suona electronic music, electric harpsichord, organ, calliope, piano; Doroty Moskowitz, lead singer, dalla voce affascinante e fredda che è la più vicina a Byrd e al suo mondo musicale; Gordon Marron, magico tessitore acustico ed elettrico delle arie melodiche e dei suoni lancinanti del suo electric violin e che aziona il ring modulator; Rand Forbes, che suona un electric bass senza tasti; Craig Woodson, electric drums, percussion, il quale spazia nel progetto in vari generi percussivi, compreso quelli tribali africani.

Nasce così il progetto The United States of America che dà anche il nome al gruppo musicale ed al titolo del concept album datato 1968 per la Capitol che ne consegue. E' un progetto musicale geniale e ancora fresco e attuale, figlio della contestazione hippie, risultato di una controcultura avanguardista, debitrice dell’esperienza del seminale conterraneo Frank Zappa e, all’opposto, dell’influenza operistica, classica e rinascimentale.
L'opera ha il fine di combinare sonorità elettroniche, radicalismo politico/musicale e teatro. Appare da subito che il collante dell’opera è la musica tradizionale americana, qui però utilizzata come vero e proprio elemento psichedelico; i richiami strumentali all’esercito della salvezza, i tratteggi religiosi tipici vengono usati spesso riverberati e comunque agiscono da elementi burleschi e satirici tipici del cabaret, a dimostrare non solo l’espediente musicale e artistico ma soprattutto il messaggio socio-culturale di rigetto dei luoghi comuni e delle contraddizioni dell’america sixties. Hard coming Love

Lo strumento che predomina è il violino elettrico, che in tutti i brani risulta esserne il nerbo, sia usato nella sua connotazione acida che nella forma più pulita e melodica. Le introduzioni e i finali dei brani sono musicalmente rumoristici, con pezzi bandistici che ricordano il circo, ninne nanne elettriche, trombette, organetti da fiera.
Sembra una mente aliena adusa agli sterminati spazi cosmici quella che inscena paesaggi lirici che ricordano spazi siderali ghiacciati condannati a contaminazioni liquide, a sperimentazioni elettroniche psichedeliche.
Il violino elettrico, quando è lancinante, accompagna le parti cantate disturbando le nenie e i cantati che richiamano al panorama musicale dei Beatles, dei Jefferson Airplane e del repertorio della casa discografica delle comuni hippie, la Holy Ground, soprattutto vicino alle arie dell’esperienza artistica "A to Austr".
La voce solista femminile, la splendida e particolare voce di Doroty Moskowitz, caratterizza e lega l'opera. Doroty sembra nata per cantare nella liquidità dei suoni del gruppo che confeziona un album originale, a tratti ironico, sempre colto, assolutamente emozionante. Un’opera che non stanca mai. Uno dei migliori pezzi è Where is yesterday, una preghiera psichedelica che ipnotizza così come il canto gregoriano cattura il credente che trascende nella dimensione spirituale. In Cloud song il violino si addolcisce e gli altri strumenti sono pizzicati in un genere che ricorda, pur nella sperimentazione, arie e momenti medievali o indiani. In Love song for the dead Che si identifica sicuramente il brano più melodico e accessibile, con la tipica strutturazione di forma-canzone. La fisarmonica e la ritmica dal timbro tribale africano accompagnano qui una Doroty malinconica e ispirata seppur la sua voce non dissipi il senso d’inquietudine che pervade tutta l’opera.

Si eleva alto il brano finale dell'opera, The american way of love che, in una carrellata di espedienti psichedelici da favola che si sviluppa in tre parti, ricostruisce e riassume tutto l'album in una cacofonia di astrazioni oniriche pervase da motivi che riecheggiano la civiltà musicale americana e contemporaneamente ti riportano indietro nel tempo, facendo riesumare, nella melancolia, i primi momenti di "veglia" innocente nell'utero materno.
Gli ultimi incisi musical-popolari, infatti, perdono l’aspetto stridente del riverbero ed il cross-over del violino elettrico contrastante con fraseggi musicali da festa di paese, che simboleggiano la corruzione di valori che dovrebbero essere incorruttibili, a favore di una trama quieta degli ultimi echi vitali, che simboleggiano una primigenia purezza.
I Won't Leave My Wooden Wife for You, Sugar
L’anno successivo, con una nuova line-up stavolta di più affermati, ma meno ispirati musicisti, Joseph Byrd compone e suona il suo nuovo ed ultimo progetto musicale/rappresentativo, "The American Metaphysical Circus", che pur essendo interessante e valido e con un canovaccio ricalcante il primo progetto non raggiunge comunque i livelli di originalità, di liricità e di espressione rappresentativa della precedente opera, forse anche per la mancanza della voce particolare di Doroty che viene sostituita da quella delle cantanti Victoria Blond e Susan De Lange.

Per sei anni si perdono le tracce del geniale compositore per poi ritrovarle nel disco solista “A Christmas Yet To Come” edito nel 1975 dalla Takoma, dove il compositore rivisita e riarrangia alcuni brani della tradizione natalizia. Nel 1976, sempre dalla Takoma, esce il suo altimo album “Yankee Transcendoodle” col sottotilo “Electronic Fantasies for Patriotic Synthesisers”, avente per tema il patriottismo americano.
Oggi Byrd è un professore di music history al College di Redwoods, in Northern California ed ha rinunciato alla produzione discografica. L'album U.S.A. è stato ristampato in CD dalla etichetta Sundazed con 10 bonus track.
Marcello Rizza
Discografia originale album:
"UNITED STATES OF AMERICA"(Columbia CBS, 1968)
JOE BYRD AND THE FIELD HIPPIES, "The American Metaphisical Circus" (Columbia CBS 1969);
 JOSEPH BYRD, "A Christmas Yet To Come" (Takoma, 1975)
 JOSEPH BYRD "Yankee Transcendoodle" (Takoma, 1976)

http://www.scaruffi.com/vol2/usa.html