martedì 12 ottobre 2010

WHITE NOISE SOUND: "White Noise Sound" (Alive/Goodfellas, 2010)

L’inizio affidato a Sunset è oltremodo folgorante.
Sembrano i Suicide suonati dai Jesus and Mary Chain.
Ripetitività e rumore.
Rumore bianco, come del resto avverte con palesata banalità il moniker della band gallese.
Sono i quattro minuti più convulsi di questo debut-album che invece piomba sin dalla successiva It is there for you in una sorta di torpore mistico-psichedelico che arriva già con i synth di Fires in the still sea a lambire i territori di una forma di ambient spettrale.
La prima parte di Blood torna ad affogare nel rumore poi le chitarre scompaiono inghiottite da lunghe note di sintetizzatore finché qualcuno della band (Paul Griffiths e Rhys Hicks per l'esattezza, NdLYS) riaccende gli smerigliatori, senza accennare alcun accordo.
No place to hide, la lunga traccia che segue, è invece una vite senza fine buona per l’autoipnosi col suo lento dipanarsi di un haiku armonico ripetuto all’infinito prima da una chitarra acustica, quindi da un sitar digitale, poi dai suoni di una slide, quindi da un simulatore di flauto, poi da una tempesta fuzz dalle dimensioni immani, fino al quietarsi conclusivo che sfocia nel banghra psichedelico di Don't wait for me e negli otto minuti di Dreams & Ecstasies, sorta di The End suonata sulle rive del Gange.
A quel punto nessuno di voi si ricorderà da dove si era partiti, ovvero da quel vortice di chitarre fuse di Sunset perché nel frattempo, come sciacalli dopo l’uragano Katrina, sono passati gli Slowdive, gli Spacemen 3 (Sonic Boom produce il disco, tra l’ altro), i Warlocks, i Dolly Rocker Movement e gli Psychic Ills a far man bassa di tutto.

Franco “Lys” Dimauro

Video/brani
There Is No Tomorrow
No Place To Hide
Is It There For You

White Noise Sound
WhiteNoiseSoundMySpace

STAN RIDGWAY: "Neon Mirage" (A440/Goodfellas, 2010)

Da qualche anno non riesco più ad immaginarmelo all’ impiedi.
Stan Ridgway affiancato da sua moglie e circondato dai suoi musicisti, seduto tra vibrafoni, armoniche blues, chitarre folk, fisarmoniche, flauti traversi e marimbas.
E’ così che lo immagino.
Ridgway non è più quello che era una volta.
Nessuno lo è, fatta eccezione per Rudi Protrudi, Pippo Baudo e me.
Suppongo viva una vita benevola, appena fuori dal centro abitato. In una di quelle ville dove il legno ha bisogno di essere tinteggiato ogni due anni perché conservi quel bianco-ambulatorio e il giardino richiede non solo il pollice verde ma anche l’ operosità delle restanti dita.
Tra una pennellata allo steccato e una potatura ai cespugli di rose lo immagino salire in soffitta, imbracciare la sua chitarra preferita, sedersi su una panca fatta col legno del ficus che ha dovuto sradicare tre anni prima per far largo al nuovo abete e raccontare qualche storia.
A Stan piace raccontare storie.
Lo ha sempre fatto e lo ha sempre fatto egregiamente.
Sa raccontare i dettagli che nessun altro vede.
Come quando passa una bella donna per strada e, mentre tutti commentano la forma del suo culo, Stan invece ci racconta il dettaglio della cucitura dei suoi pantaloni satinati o il numero di passi che ha regalato al marciapiede prima di allontanarsi seguendo il suo sogno che nessuno, tranne ancora una volta Mr. Ridgway, sembra aver colto nel suo passo deciso.
Spesso qualche storia finisce su disco.
E dal disco dentro un pacchetto di file.
E da un pacchetto di file dentro una piattaforma per file multimediali.
E da questa piattaforma dentro una porticina USB.
E da questa porticina su un supporto compatibile.
Poi, se ne perdono le tracce.
La musica di Stan Ridgway è a quel punto in ogni parte del mondo.
Le sue storie, storie per tutti.
E puoi immaginarti di stare in soffitta con lui, a rassettare i suoi attrezzi per il giardinaggio mentre lui, alle tue spalle, ti suona un pezzo di Dylan (Lenny Bruce), una bossanova mariachi (Desert of dreams), uno scarto di musica western che deve essergli avanzato dai tempi dei Wall of Voodoo (Neon Mirage), una ballata noir che pare rubata ai Morphine (Turn a blind eye), un reggae da confine texano (Flag up on a Pole), una Day up in the sun ciondolante come un pezzo dei Crash Test Dummies o un quasi-Santana come Scavenger Hunt che solo la sua voce e la sua armonica riescono a salvare dal salto nel baratro delle banalità.
Poi Stan guarda giù dalla finestra.
C’è un corvo rimasto intrappolato tra i rami di un albero di pino.
Stan scende e lo va a liberare.
Domani avrà quest’ altra storia da raccontare.
E anche se magari sarà noiosa come la Behind the Mask che scorre per sei minuti strazianti quasi in chiusura di questo "Neon Mirage" sai che ascolterai anche quella, anche a costo di socchiudere gli occhi.
Purchè zio Stan ti rimbocchi le coperte.

Franco “Lys” Dimauro

Video/brani
Neon Mirage

Day Up In The Sun
Wandering Star
Desert Of Dreams live
Lenny Bruce

Stan Ridgway
StanRidgwayMySpace

lunedì 11 ottobre 2010

BRAINKILLER: "The Infiltration" (RareNoise Rec./Lunatik, 2010)

Cercando un album che potesse mettermi sulla via pericolosa di quello snobismo musicale di cui sono sempre stata fedele avversaria, l'orecchio si è soffermato sul disco di debutto dei Brainkiller.
Volevo lasciare il mio porto sicuro, in cui il garage rock è la mia ancora più salda,
e iniziare ad esplorare mari sconosciuti. In questo senso, l'infiltrazione degli assassini cerebrali ha stuzzicato la mia curiosità. E il mio istinto non ha sbagliato.
Dietro i Brainkiller si celano tre dei compositori contemporanei più innovativi e stimati, che spaziano da orchestre di musica classica a big band di musica jazz, da cooperative dedite al free jazz ad elettronica da laptop. Insieme Brian Allen, Jacob Koller e l'argentino Hernan Hecht danno vita a “The Infiltration”, uscito per l'etichetta RareNoise Records, un album che fonde le varie esperienze musicale del trio per dare vita ad un jazz con infiltrazioni rock e classiche. La musica popolare del ventesimo secolo è la coprotagonista di questo disco: accenni dal mondo funky ed exotica si possono sentire nella track Gilberto's Fantastic Safari, in Michaelsketch viaggia quella distorsione tipica del primo album dei Nirvana, "Bleach".
O ancora, la batteria di Unfiltered sembra presa in prestito da un gruppo hard rock anni '70. Le atmosfere riescono a intercambiarsi anche l'interno dello stesso brano, costruendo la mappa di un viaggio mentale in continua fluttuazione ed evoluzione.
L'energia scaturita dal gruppo è solida e riesce perfettamente ad infiltrarsi nella mente dell'ascoltatore per tutte le undici tracks, senza suonare mai scontata. Anzi è quasi un gioco estremamente divertente ascoltare e riascoltare l'intero album cercando ogni volta l'ispirazione o la citazione dietro ogni composizione.
Nello stesso tempo è quasi incredibile come non suoni retrò: si ha invece l'idea di ascoltare un qualcosa di completamente innovativo e nuovo.
Un disco da consigliare a tutti gli appassionati di musica, che riesce ad aprire la mente a 360 gradi e dimostra come lo snobismo, in campo musicale, sia il vero nemico da sconfiggere.
Crizia Giansalvo

Video/brani
Gilberto's Fantastic Safari
Unfiltered Live


BrainkillerMySpace
RareNoiseRecords

GIANT SAND: "Blurry Blue Mountain" (Fire Records/Goodfellas, 2010)

A TUCSON STATE OF MIND

A Tucson, Arizona quando il cielo è blu il blu diventa un oceano di cielo, le strade si accorciano o si allungano al passaggio di caterpillar e coyote e l’aria tersa e secca, ubriaca di calore si scioglie come un ghiacciolo sul parabrezza di una Dodge Caliber nera, rigorosamente nera.
Ovunque tracce e profumo dei Saguaros, che come impettite sentinelle vegliano e sorvegliano la città ad est delle Catalina Mountains.
A 2 miglia da downtown ti accoglie l’immutata idea di provincia-sogno americana: distese di vecchie dimore in legno, giardinetti più o meno curati, cespugli di more, biciclette e bambini con magliette a righe, vecchie Oldsmobiles sfiatate, Mercuries convertibili, pancakes sui davanzali, Farmer Markets del sabato e negozi –biologici
per una umanità dai ritmi lenti, consapevoli e poco americani: ”Sei quello che mangi” e qui non mangiano obesità, cibo spazzatura e inutili additivi.
Il clima, il territorio, la sabbia che respiri e il cielo che ti guarda benevolo suggeriscono sottrazione ed essenziale asciuttezza esistenziale, non importa se sei avvocato dalle arringhe stringate, medico ayurveda o musicista in fuga dalle classifiche.
Asciutto e scarno e per questo potente e vero, lirico e solenne suona il nuovo capitolo della saga Giant Sand, "Blurry Blue Mountain".
La musica riempie l’anima, la voce di Howe Gelb densa come quella di un Lou Reed cullato da polverose amache e dissetato da tequile terapeutiche.
Anche l’apparente ossimoro di una band ormai per 5/6 danese al servizio del grande capo Gelb from Arizona funziona a perfezione: l’ossuta precisa sezione ritmica dà vita ad un vivace e multiforme telaio per tessiture chitarristiche eccellenti che si snodano a meraviglia seguendo la semplice legge del Twangy Alt Country: TREMOLO sempre e comunque, e se non bastasse … aggiungere TREMOLO!
Le suggestioni di questo semplice effetto per chitarra sono, nelle mani giuste, infinite: ora suona languido, ora misterioso, come una vorticosa spirale in bianco e nero ora ti trascina nelle sabbie mobili all’imbrunire, ora ti offre una spremuta di cactus a mezzogiorno con 45° all’ombra. Ma il risultato non cambia, a forza di “TREMOLARE” alla fine la chitarra fa vibrare l’anima .
Il divino tremolio è sparso ubiquamente nell’album, ma è particolarmente contagioso nella lunga notturna splendida Monk’s Mountain, in coppia con una chitarra solista che punge, graffia e lascia il segno come un impronta sulla luna di sabbia
all’incrocio fra la 5° East e Euclid Avenue.
Altrove ci imbattiamo nei cori da galeotti ai lavori forzati che tra un tiro di “Ball & Chain “ e l’altro intonano il ritornello di Ride The Rail , nella divertente citazione (involontaria??) degli Who di “A Quick One While He’s Away” nella graziosa ballata country pianistica Lucky Star Love ingentilita dalla voce e dai cori di Lonna Kelly.
Troviamo atmosfere grintosamente ‘post punk meets alt.-country' in Thin Line Man, avvolgenti languori e super twang fra Duane Eddy e leva Bigsby a portata di mano in No Telling, distorsioni melmose come da paludoso titolo in Brand New Swamp Thing, in un vincente connubio fra’chicken pickin’ chitarristico, lava Big Muff e voce Ry Cooder circa 1974.
Dove invece non sventola la bandiera dell’Arizona spicca la diversità della fumosa ballata jazz pianistica Time Flies, sigaretta tra le labbra, camicia di lino e cena da Yamato, il Sushi Restaurant su East Grant Road, fascino, salute, e atmosfere retrò.
Tucson di notte s’illumina di musica, di birre messicane, di suonatori per mestiere, per missione, per condanna o per inevitabile destino.
Fra University Boulevard e la 3° i giovani romantici , sognatori aspiranti eredi Howe Gelb del futuro sudano felici sui palchi dei clubs, testano i microfoni cantando storie ispirate da granelli di sabbia giganteschi e poi, inevitabilmente, accendono il tremolo sul più bello, contando ad occhi chiusi sull’effetto sorpresa.
Ma è Love a Loser, il finale di "Blurry Blue Mountain" che ci sorprende nella notte fonda ad amare tutti i perdenti, leggere figure di cartapesta che volteggiano sui tasti liquidi del pianoforte, mossi dalla voce assonnata di Gelb e sospinti verso l’alba dal sospiro di Lonna Kelly.
Fuori dal coro, fuori dall’Amerika, fuori dalla Danimarca, ‘a Tucson state of mind’.
Andrea Angelini

Video/brani
Ride The Rail
Lucky Star Love
Fields Of Green
Monk's Mountain

Giant Sand
Giant Sand
GiantSandMySpace
HoweGelb

ANIKA: "Anika" (Invada/Goodfellas, 2010)

L'amore in comune per reggae, dub, post punk: ecco cosa lega subito la giornalista freelance inglese Anika e Geoff Barrow (batterista di Beak, proprietario di Invada Rec. e mente dei favolosi Portishead) una volta conosciutisi casualmente. Parlando delle proprie fisse per il punk, il dub e le girls groups dei sixties si ritrovano in studio.
Registrano tutto il disco in presa diretta e senza sovraincisioni, per rendere il tutto piu' vero possibile, in 12 giorni esatti.
Ne viene fuori un disco che se fosse uscito nei primi '80 si sarebbe ritagliato un bel posticino accanto a Pop Group, P.I.L, Slits e compagnia bella.
Si parte con con il ‘pop’ di Terry, ed e' come se le Shangri-Las venissero maltrattate dai P.I.L., il tutto passando per i Velvet Underground di Sunday Morning. Questa sensazione di straniamento si avra' per tutto il disco.
Il mantra dub di Yang Yang e lo psychedelic pop di End Of The World sono emozione pura.
C’è anche occasione per due belle covers: una Masters Of War di Bob Dylan qui riproposta in due modalità, di cui la seconda ‘club version’ e la splendida I Go To Sleep (di Ray Davies dei Kinks, già incisa in passato da Pretenders e Cher).
Il viaggio attraverso l’affascinante cross-over che caratterizza tutto il disco continua con il post punk di Officer Officer, il delirio pop di Sadness Hides The Sun ed il reggae dub di No One’s There.
In conclusione un bel disco, fuori dal tempo, che fara' felice gli amanti dei gruppi succitati; tutti i riferimenti stilistici sono comunque miscelati con un gusto pop molto particolare.
Consigliati per il vostro i-pod : Terry, I Go To Sleep, Masters Of War (Club), End Of The World, No One’s There.

Marco Colasanti


Video/brani
Yang Yang

AnikaMySpace

InvadaRecordsBlogspot

EMMA TRICCA: "Minor White" (Finders Keepers/Bird Rec./Goodfellas, 2010)

Emma Tricca è una folk-singer nata in Italia, ma da tempo trapiantata nel Regno Unito. Ha girato il mondo plasmando una sua precisa identità: New York, Texas e Roma dove ha suonato insieme al grande John Renbourn.
Infine Londra dove ha affinato le sue qualità compositive di folk-singer.
"Minor White" è il suo debutto discografico: un viaggio intimo e poetico.
Il tentativo, lungo le dieci tracce, é di fondere la tradizione del british folk con sonorità moderne legate alla matrice indie. Il disco è pervaso da umori delicati e suggestivi. La voce eterea di Emma ci accompagna per mano lungo i luoghi della sua vita.
Una serie di istantanee di viaggio di cristallina bellezza si susseguono, a creare un mosaico dai colori vivi e gioiosi. Si parte subito magicamente con le atmosfere seducenti di All Along The Hudson, pezzo accompagnato da un organo che incanta, vagamente ipnotico, che fa tutt’uno con la voce seducente di Emma.
Poi si passa alle atmosfere bucoliche di Cobblestone Street, dove la voce di Emma, accompagnata da una maschile sullo sfondo, sussurra e sembra invitare l’ascoltatore a seguirla per immergersi insieme nei suoi ricordi.
Tappa successiva é Middle Town; qui l’atmosfera si fa più nitida, meno trasognata.
Eccoci quindi come per incanto in una Parigi narrata nella sua nuda identità (Paris Rain) da un tintinnio di percussioni e chitarra acustica: ad essere evocata é una pioggia che pulisce l’anima.
Atmosfere ancora ovattate e sognanti in Monday Morning Yawning dove sembra davvero di intravvedere lo sguardo di Emma: quello che vede e sente.
Il mood insiste su questo piano narrativo: quello dei ricordi.
Gli sguardi, i primi fremiti, evocati da una melodia gioiosa e fiabesca: desiderio quasi di riviverli nella loro purezza, questo si respira in Long Letter.
Menzione particolare merita il penultimo brano del disco It Doesn’t Matter,
il momento più ispirato, a mio avviso, dell’intero lavoro sotto molti aspetti, soprattutto per il sapiente modulare della voce che diventa una dolce carezza al nostro ascoltare.
Il disco si chiude con il fotogramma di un altro luogo del viaggio dell’anima di Emma: l’accorata Lost in New York, quasi un sigillo a tutte le esperienze vissute, riassunte come per magia in questo emblematico brano che chiude Minor White, prezioso e toccante disco.
La speranza è che Emma Tricca, professione folk singer, sappia ancora regalarci in futuro momenti di puro lirismo, gioia e speranza come questi: con la sua voce tersa e cristallina e la sua inseparabile sei corde acustica.
Walter Pasero

Video/brani
All Along The Hudson

Emma Tricca Live at Shh! All day festival of Quiet Music
Emma Tricca live at Green Man Festival "500 miles"

EmmaTriccaOfficialSite
EmmaTriccaMySpace

domenica 10 ottobre 2010

WINO: "Adrift" (Exile On Mainstream/Goodfellas, 2010)

Wino in realtà è Robert Scott Weinrich, ed ha le spalle un passato davvero stupefacente; cantante e chitarrista abile ed incendiario ha militato in bands statunitensi ben note a chi ha seguito il rock a stelle e strisce più estremo degli ultimi trent’anni: Obsessed, Saint Vitus, Spirit Caravan, The Hidden Hand, Shrinebuilder (membri di Neurosis, Om e Melvins).
Ma in questo splendido "Adrift", suo terzo album solista, dopo a "A Bottle Ff Pills With Bullet Chaser" (2008) e "Punctuated Equilibrium" (2009) di stoner o doom rock non v’è traccia nelle forme consuete: Wino si presenta ‘nudo e crudo’, in compagnia solo della sua voce fiera e barricadera e della sua ‘crepitante’ chitarra acustica servendoci dodici songs di un’intensità davvero esaltante: se fossi costretto ad affibbiare a tutti i costi ad Adrift un’etichetta parlerei di ‘heavy folk’, termine certamente inedito ed inusuale.
La potenza comunicativa di brani come Adrift, I Don’t Care, Old And Alone riesce a sommuovere quel qualcosa ‘dentro’ ognuno di noi assopito e rassegnato, e dà la forza di riprendere a lottare!
In DBear, Whatever, Hold On Love, Mala Suerte rabbia e disperazione si mescolano, nelle interpretazioni vocali spiritate di Wino, con toni di indomito spirito ribelle sino alla cover acustica straordinaria e toccante di un classico dei Motorhead, Iron Horse/Born to Loose.
Non si pensi assolutamente quindi ad un album folk tout-court, ma ad una sorta di sua sublimazione acustico-elettrica: i soli vibranti e saturi (fulminanti è il termine più consono) sovraincisi in I Don’t Care, Mala Suerte la dicono lunga sulla non ortodossia della visione artistica di Wino.
A splendida conferma i feedback elettrici dello strumentale O.B.E., una fragrante alba psichedelica, i delicati fraseggi acustici della tenera Suzane’s Song (l’altro brano strumentale del’album) sino all’orgia elettrica della finale Green Speed, con i soli di Wino che saettano strisciando e strofinandosi come serpi velenose.
Grandissima ispirazione, esemplare potenza interpretativa: se mi piacesse (o dovessi) usare le stelline come valutazione assegnerei ad "Adrift" il massimo.
Wally Boffoli
Video/Brani
Adrift
Iron Horse/Born To Loose
I Don't Care
Southern Lord

venerdì 8 ottobre 2010

THE MUFFS: "Blonder And Blonder" (1995, Reprise), by Wally Boff

Kim Shattuck non è in giro da poco: insieme a Melanie Vammen nei tardi anni ’80 militò nella band garage losangelina delle Pandoras, guidata dalla talentuosa Paula Pierce, prima di formare con la stessa Melanie The Muffs nel 1991; quindi di esperienza sui palchi rock di locali e localacci americani la terribile ‘riot girl’ (ma quanti anni avrà?) ne avrà accumulata parecchia.
Lo si capisce subito anche solo vedendo i video girati durante i suoi concerti italiani d’inizio ottobre 2010, che Music Box vi ha regalato in calce al live-report di Marco Colasanti: strapazza la chitarra con quel minimo di tecnica che la vecchia ‘cara’ ottica punk richiede, canta con voce roca ed insolente da ‘monella’ ormai trentenne, ‘guastando’ le sue performances vocali con frequentissime urla strozzate!
Quindi The Muffs suonano punk rock direte voi ! Beh sì, ma non proprio e non solo: se ascoltate uno qualsiasi dei loro sei albums pubblicati tra il 1993 ed il 2004 ("Really Really Happy" è l’ultimo ma pare che ne stiano ultimando uno nuovo in studio) dovreste accorgervi che in realtà il loro rock ed i loro brani, tutti firmati dalla Shattuck, sono il risultato di una sapiente ricetta tutta americana e non certo nuova:
si ascolti l’album "Blonder And Blonder" di ben quindici anni fa (1995-Reprise), probabilmente il più riuscito, e scoprirete (se avete buone orecchie) come è abile Kim, coadiuvata da due ottimi e spericolati strumentisti quali Ronnie Barnett al basso e Roy McDonald (ex Red Kross) alla batteria, ad incrociare interpretazioni tirate allo spasimo pepate dai suoi immancabili ‘histeric shouts’ a tirate melodiche contagiose: il power pop nettissimo di brani come Sad Tomorrow (very radio friendly, la mia preferita!), Won’t Come Out To Play, I’m Confused, End It All , Laying On A Bed Of Roses, temperano gli eccessi punk di Oh Nina, Red Eyed Troll (song ultra-arrogante), Funny Face, Ethyl My Love.
Punk più melodia, insomma come il punk-pop dei Green Day et similia direte voi: no, non ci siamo; le ascendenze melodiche power-pop di bands gloriose e seminali come Beat, Pop, al femminile come Runaways, si sentono tutte nel rock di Muffs, e che abbiano inciso ed in repertorio brani come Rock’n’Roll Girl dei Beat di Paul Collins la dice lunga sulle loro preferenze artistiche.
The Muffs sono riusciti a rivestire lo scheletro ed il tiro di un punk tipicamente californiano (Avengers, Nuns) con la polpa pop-melodica delle bands suddette: e Kim Shattuck non sarà la terribile Wendy O. Williams dei Plasmatics ma le sue songs insolenti e le sue interpretazioni angry sono davvero un bel sentire!
Wally Boff

Video/brani
Sad Tomorrow Oh Nina
Rock'n'Roll Girl
MuffsBlogspot
MuffsMyspace

LIVE REPORT: THE MUFFS - 1° ottobre 2010, Roma, Mads (supporter: The Intellectuals, Killtime), by Marco (Marcxramone) Colasanti

Finalmente ci siamo. Dopo un paio di mesi dall'annuncio della data dei Muffs  e aspettando trepidamente di vedere la bella Kim Shattuck e soci, finalmente il gran giorno è
arrivato.
Iniziano The Intellectuals con il loro grezzo garage punk: bene, del selvaggio rock'n'roll per iniziare ci sta' tutto. Molto bravi.
Finito il loro set si passa al caro vecchio punk rock dei Killtime.
Ormai saranno decine di volte che li vedo e riescono sempre a stupirmi: il loro set scivola via in una mezz'oretta e alla fine il buon Stevo mi regala due belle covers, Walking Out On Love dei Beat di Paul Collins e Surrender dei Cheap Trick.
Okay, ci siamo: piazzo il fedele Mozza con la videocamera in un posto tranquillo per riprendere il concerto, e mentre in prima fila aspetto che arrivino sento una mano che mi tocca la spalla e una vocina che mi dice: "... sorry!".
E' Kim che scavalcandomi letteralmente si accinge a montare sul palco.
Si parte subito con Happening dall’album "Hamburger", poi Lucky Guy ed Oh Nina, stupende per continuare con brani tratti da "Blonder And Blonder" (l'album piu' saccheggiato della serata e secondo me il loro capolavoro).
Rimango incantato dalla grazia di Kim e per un'attimo ritorno indietro di 20 anni quando in epoca grunge e college rock le casse del mio stereo sparavano canzoni come queste. Per loro il tempo non è passato .
Il gruppo si diverte e tra una battuta e l'altra snocciola tutti i suoi cavalli di battaglia con qualche pezzo nuovo (un nuovo album?).
Dopo l’esecuzione di Ethil My Love (perfetto garage punk) si arriva alla fine, ma la gente ne vuole ancora. Loro ci accontentano subito con altri 2 pezzi, la splendida Honeymoon e Big Mouth .
Poi ci salutano e sorridendo se ne vanno.
La gente si avvia verso l'uscita e qualcuno si dimena alla musica del dj di turno : noi aspettiamo di entrare nel camerino per fare qualche foto assieme al gruppo.
Grazie a Suze (Susanna Motta) dopo un po' entriamo e loro, disponibilissimi e divertititi ci assecondano.
Ci salutiamo e ci avviamo nella notte romana che ci accoglie in un caldo surreale, sudati, stanchi ma come sempre in questi casi felici di aver passato una notte indimenticabile.
Marco (Marcxramone) Colasanti


Foto e video di Marco Colasanti

Muffs live Roma, Mads 1/10/2010
Muffs1 live Roma, Mads 1/10/2010
Muffs2 live Roma, Mads 1/10/2010

giovedì 7 ottobre 2010

THIRD EAR BAND (Harvest, 1970 - Gottdiscs, 2005)

Third Ear Band é un golem d'incontaminata sacralità uditiva che riemerge da un passato profondissimo, senza alcun aggancio all'attualità, per il semplice fatto che qualcuno nella massa senza volto sente di aver bisogno di nutrire la sua anima con qualcosa di assolutamente 'alieno' ed 'altro': che sia Walter, un 'giovane' di ventisette anni mi riempie di attonito stupore; quasi mi pento del veleno vomitato in questi anni sulle 'empty new generations'.
Quello che segue é un esperimento, una non 'recensione', un bollettino emozionale stilato in dangerous equilibrio tra stati d'animo indefiniti, confusi, ma straordinariamente concreti, ectoplasmizzati da un retaggio sensoriale ancestrale piantato in fondo all'inconscio.
Se l'esperimento sia riuscito e degno di un seguito tocca solo a voi dirlo: in caso contrario perdonateci, abbiamo solo ceduto ad un irragionevole richiamo dell'anima (Wally Boff)


THIRD EAR BAND: § Glen Sweeney:tablas § Paul Minns:oboe § Richard Coff:viola § Mel Davis:violoncello

Impossibile definire questi mostri sacri, imprigionarli in una categoria, atipici, unici, innovatori.
Nella loro musica tutto respira: world music, free folk, psichedelia, acid rock, progressive, space rock. La loro musica è letteralmente un ''laboratorio” di idee e proposte: free folk d'avanguardia, privo di schemi.
Non vi resta che accomodarvi ed addentrarvi nell'ascolto (meglio se leggendone i commenti) di quella che possiamo chiamare davvero un'esperienza dei sensi e della mente. Un inno ai quattro elementi.

Air (10:29)
Air si tocca, un soffio d'aria, di vento ci sfiora i sensi attraverso la musica ed un'eco lontano si dilata: ritmi tribali, esoterici. Sono da solo al centro di una terra senza nome: questa musica, quei passi li sento io, solo io, insistono. Un misto di inquieto sentire e ricerca interiore? Forse. E’ musica per lo spirito? Sì, forse. Ma lo è soprattutto per i sensi, per dire ci sono, sono qui; l'aria mi circonda, un tutto con gli elementi che vengono in successione come una cascata.

Earth (9:52
)

Tocchiamo il suolo con la seconda suite Earth. Sulla terra si danza, si ama, si fanno follie: ecco cosa trasmette questa atmosfera dal mood medioevale. Il ritmo si fa incalzante, le donne invitano gli uomini a danzare, ad amare, a vivere; la terra è carne, vita, sentire e amare! Il ritmo e l'incidere della suite, non invita a meditare: invita ancor di più a sentire il godimento degli elementi attorno, a farsene irradiare. Una terra senza nome, ma che può diventare la mia terra, la tua e di chiunque ascolti questa suite evocativa.

Fire (9:19)
Chi sente la vita manifestarsi, qui e ora, sulla terra, sin dall'inizio della terza suite Fire si sentirà fremere dentro, perchè l'incedere iniziale è davvero un grido della foresta, l'urlo che sembra rimanere strozzato in gola a chi vuol cantare ed urlare al mondo la sua presenza; echi lontani e sussurrati da strane creature (uomini o donne?) si sentono venire da un dove indefinito, inquietudine e lato oscuro della natura, un fuoco che scalda solo chi sa vivere prima sulla terra. L’incedere è sinistramente monotono e cavernoso, si levano poi lontane voci, richiami che destano, che disorientano. La terza suite è davvero una chiave di volta, così tanto misteriosa, impenetrabile, ossessiva, ma allo stesso tempo ipnotica: di chi sono quelle voci? questo fuoco? è una minaccia? la terra in pericolo?

Water (7:04)
Si ascolti e si attenda in silenzio l'ultima suite Water in cui la voglia di sperimentare il free folk si sposa ancora misteriosamente con spunti acidi! Il rumore della cascata, i suoni sinistri, il senso di smarrimento, ingredienti essenziali, da brivido!
Assolutamente la suite migliore dell'album che chiude un autentico capolavoro!
Essenziale, da avere ed ascoltare.
Walter Pasero

ProgArchives
Psychedelicfolk
Thehistoryofrockmusic

mercoledì 6 ottobre 2010

RECENSIONI: THE DISCIPLINES, “Smoking Kills” (2008 Second Motion Rec. - Italia 2010), di Claudio Decastelli

Smoking kills” è il primo lavoro discografico di The Disciplines, la band messa in piedi da Ken Stringfellow dei Posies e alcuni componenti del disciolto gruppo pop norvegese Briskeby, già titolare di successi commerciali in patria. 

Uscito nel 2008 proprio in Norvegia, con il progressivo estendersi del raggio di azione del gruppo il cd e' poi stato via via pubblicato in altri paesi europei e negli Stati Uniti, fino a trovare casa anche in Italia grazie alle etichette Inconsapevole e Tubular Records. “Smoking kills” non e' un disco di rock norvegese (ammesso che esista) e neppure un sottoprodotto dei Posies, di cui Stringfellow è co-fondatore e co-leader. E neppure di garage, come qualcuno ogni tanto cataloga la band, tratto in inganno forse dalle provenienze scandinave (che altrove nella penisola significano appunto quel genere) e forse dal giro di chitarra del primo brano del cd (e video piu' circolante in rete), Yours for the taking. Che appunto inizia e prosegue ispirato a quello stile, per poi pero' trasformarsi brevemente nel ritornello in un mezzo reggae e ritornare quindi con violenza sul riff iniziale fino a un'accelerazione di chiusura quasi punk. 

(foto: Enrico Laguardia)
Difficile con questi riferimenti farsi un'idea univoca di cosa sia quella musica. Perché poi il tutto ha una strutturazione curata, varia, a tratti anche non prevedibile negli sviluppi: pop, tutto sommato, nella migliore accezione del termine. Pero' chitarra e sezione ritmica suonano potenti, ma tenute “sotto controllo” da una produzione di studio attenta a usare la potenza in funzione del pezzo e a non lasciarla prevalere. Ken Stringfellow poi canta con irruenza e forza, senza comunque sacrificare per questo le sfumature espressive che richiede l'interpretazione: il risultato alla fine e' una 'killer song', di soli 2,19 minuti. Ma neppure la successiva Wrong lane arriva ai 2 e mezzo, fatti di accelerazioni e rallentamenti, stop, ritmiche e chitarra un po' storte e una strofa '”ruffiana” che controbilancia le punte piu' acuminate di un'altra canzone difficile da classificare. Lo stesso vale per Get it wrong, che finisce in neanche 3 minuti, con la strumentazione da power-trio virata all'hard e tanto di (breve) assolo di chitarra. Che tende invece verso il punk-rock nei refrain e nel bridge di Bad mistake, 150 secondi totali in cui il ritornello fa in tempo a infilarsi in qualche anfratto del cervello, ben distinguibile dall'andamento invece un po 'glam' e melodico della strofa. 

(foto: Enrico Laguardia) 
Gli altri sette brani del cd si susseguono con le stesse caratteristiche: 3 o 4 superano i 3 minuti, tutti si presentano con qualcosa, un riff o il cantato, che vuole farsi ricordare. Qualcuno ha anche aspirazioni da hit e uno, Oslo, lo è stato davvero, in Norvegia: ed è anche l'unico dall'atmosfera melanconica e l'andamento slow di ballata, con un ritornello che cresce a ogni ascolto: ma pure questo  non aiuta a collocare The Disciplines su una delle strade del rock che meglio si conoscono. 

I componenti della band non sono di primo pelo e nelle loro esperienze musicali hanno sicuramente potuto assimilare dagli stili e dalle idee con cui sono venuti a contatto parti che sono poi confluite nello stile personale loro proprio. “Smoking kills” sembra quindi il risultato, guidato e ricercato, di capacità e ispirazioni accumulate nel tempo e restituite tutte assieme dopo essere state, piu' o meno inconsciamente, selezionate e amalgamate. Senza l'ambizione di inventare qualcosa, ma magari pero' con quella di non porsi limitazioni, nella migliore tradizione, questa volta, del rock.

Claudio Decastelli

VIDEO


FILIPPO ANDREANI: "La storia sbagliata" (2010, Autoproduzione/Venus/Lunatik), by Ruben

“Muore giovane chi è caro agli dei”.
Le parole del poeta greco Menandro si addicono certo al Neri e alla Gianna,
due giovani partigiani comunisti innamoratisi e morti sullo sfondo della Resistenza. Ma chi erano costoro?
Il comasco Filippo Andreani ha avuto l’idea – bella – di esordire con un concept basato sulla storia – vera – di Luigi Canali, nome di battaglia “Capitano Neri” e di Giuseppina Tuissi, nome di battaglia “Gianna”.
La vicenda dei due è nota. Gianna e il Neri si conoscono durante la lotta partigiana e s’innamorano. Catturati dai fascisti e torturati, si rifiutano di collaborare. Riescono a fuggire. Vengono però processati per tradimento (sulla base di semplici sospetti, ma le testimonianze dei repubblichini presenti agli "interrogatori" concordano che non parlarono).
Nessuno dei partigiani crede al tradimento dei due, Neri riprende il suo ruolo di comandante. Il suo nome lo ritroviamo poi nelle oscure vicende legate alla fine di Mussolini e al cosiddetto "mistero del tesoro di Dongo", oro di Stato che, secondo una non provata supposizione, il segretario della Federazione comunista di Como, Dante Gorreri, contro il parere di Neri, voleva fosse incamerato dal PCI.
Neri viene ucciso da ignoti. Gianna cerca la verità sulla fine del suo amato, ma viene uccisa anche lei. I loro corpi non furono mai trovati.
Vennero poi assassinati il padre di Gianna, tre sue amiche e due amici, nonché un giornalista. Nessuna luce è mai stata fatta su queste morti.
Detto in sintesi della cupa storia, possiamo ora affermare che il concept è costruito veramente bene. I testi si fanno apprezzare sia sul piano dei contenuti, per come Filippo ripercorre la storia dei giovani amanti guerrieri trascendendo con la forza della poesia la durezza della realtà della guerra, sia sul piano formale, per il lirismo del linguaggio e l’uso della rima baciata (scrivere testi in rima è più difficile che farlo in versi liberi …).
Gli arrangiamenti convincono, e soprattutto in A te che dormi, forse il
miglior brano della raccolta, e in Mi chiamo nessuno, resoconto dell’esperienza carceraria di Neri, sono particolarmente efficaci rispetto alla narrazione.
Semmai in tutti i brani non avrebbe guastato un minor numero di strumenti impiegati, che avrebbe fornito anche più incisività al racconto. Ma, si sa, nelle opere prime si tende ad aggiungere più che a togliere, e quindi il peccato è veniale.
Al di là dei dati “tecnici”, il disco è emozionante. Credo - mi auguro per l’autore - che susciterà ovunque grandi consensi. Soprattutto per l’originalità del tema trattato, fra storia, memoria civile e mito.

Ruben

FILIPPO ANDREANI LIVE IN COMO, 26 MARZO 2010
FILIPPO ANDREANI IN CONCERTO, COMO 2 MARZO 2010
MySpaceFilippoAndreani

martedì 5 ottobre 2010

"LIVE REPORT": STEVE WINWOOD - Roma, 3 ottobre 2010 - Auditorium (by Andrea Angelini)

Un artista come Steve Winwood ha bisogno di poche presentazioni: polistrumentista di valore, in particolare eccellente all’organo e alla chitarra, cantante fenomenale dalla vocalita’ soul-blues influenzata dal suo idolo Ray Charles ma del tutto personale, e autore di dozzine di classici entrati ormai da decenni nel vocabolario della musica Rock.
Steve si e’ sempre mantenuto su livelli dignitosi persino negli indegni anni ’80, commercializzando solo in minima parte il suono delle sue produzioni, e dalla meta’ degli anni ’90 con la riproposta dei Traffic e alcuni azzeccati album solisti, e’ tornato a far parlare di se’ e della sua musica.
Sull’onda della celebrata recente tournée con l’amico Eric Clapton, Steve torna in Italia e la curiosita’ di ascoltarlo ancora una volta mi ha spinto insieme ad altre centinaia di persone ad affollare la Sala Santa Cecilia dell’Auditorium di Roma la sera del 3 Ottobre.
Sul palco belle luci essenziali e formazione minimale in puro stile Traffic: Steve si alterna all’Hammond e alla chitarra, Tim Cansfield alla chitarra, Satin Sinoe alle percussioni, Paul Booth al Sax, flauto e all’organo, Davide Giovannini alla batteria.
Si nota quindi, come spesso nei Traffic dal vivo, la mancanza di un bassista, lasciando all’organo il compito di coprire le frequenze basse.
La scaletta ha il pregio di scorrere fluida attingendo a vari periodi musicali e privilegiando esecuzioni ed arrangiamenti “aperti” dei brani, per valorizzare le capacita’ esecutive e garantire il divertimento dei musicisti della band.
Cosi’ oltre ai piacevoli brani del recente "Nine Lives", dalle marcate ritmiche e percussioni latine, si ascoltano le immortali I’m a Man, Can’t Find My Way Home, The Low Spark Of High Heeled Boys, Empty Pages, il mega-successo degli anni ’80 Higher Love, e una versione di 20 minuti di Light Up Or Leave Me Alone, con bellissimi assoli in stile jazzistico e senza ombra di autocompiacimento o noiosita’ da parte di tutti i musicisti a turno.
Quello che apprezzo di piu’ e’ sentire Steve e i suoi completamente immersi nelle note che generano, dare spazio a tutte le loro influenze stilistiche e trasmettere gioia, energia e calore con la musica.
La voce di Winwood e’ assolutamente splendida ed integra, capace di vette altissime e potenza come 45 anni fa, forse ancor piu’ calda ed avvolgente in certi passaggi.
Tutti i componenti della band suonano in modo eccellente, come una formazione ben assortita e rodata, nessuno ha la freddezza o il distacco del turnista.
Gli ultimi 20 minuti del concerto sono da brividi: per i due bis finali acclamati dal pubblico Steve torna in scena con il solo batterista e il saxophonista che si siede all’organo.
Con Steve alla chitarra suonano una versione micidiale di Dear Mr.Fantasy, con un assolo di sei minuti di chitarra celestiale, caldo, sinuoso, infuocato come
l’originale del 1967.
Poi l’apoteosi finale: con la band al completo si scatena in una Gimme Some Loving come il co-autore e produttore originale Jimmy Miller avrebbe gradito, un orgia di percussioni e parti ritmiche serratissime, l’Hammond in bella evidenza e la voce di Steve perfetta, grintosa ed esuberante come quando cantava questo inno nel 1966 a 17 anni.
Bellissima serata, musica d’altri tempi come concezione ed esecuzione e la conferma della purezza artistica di Steve Winwood , davvero 'forever young'.

Andrea Angelini
(fotografie  di Andrea Angelini)

Steve Winwood live
Steve Winwood - Live - Roma 03/10/10: Can't Find My Way Home
Steve Winwood - Dear Mr. Fantasy - Live Milano 02/10/2010
Steve Winwood - Low spark of high heeled boys -- AB Brussels 17 October 2008
Steve Winwood Live Concert: I'm A Man -- November 20 2008, Academy of Music of Milan
Steve Winwood Live - Empty Pages, 1/22/2008, Lancaster PA