venerdì 23 luglio 2010

VESTITO PER AMARE ---IL NUOVO DISCO TRIBUTO A LEONARD COHEN by Ruben Book


Mentre l’antico bardo canadese – poeta dei poeti, come riconosciuto anche da sua Bobbità Dylan – gira il mondo col suo raffinatissimo show nel tentativo di lasciare un segno nel tempo (ma le sue canzoni lo hanno già fatto abbondantemente) e di rimpinguare le sue casse, svuotate dal suo ex manager (mai delitto fu più propizio all’arte: senza questa prosaica motivazione difficilmente l’autore di Suzanne si sarebbe messo on the road alla sua veneranda età…), viene dato alle stampe, per la produzione di Flavio Poltronieri, già curatore di altri due volumi tributo al cantautore – “Com(m)e trad(u)ire Leonard Cohen” (2004) insieme a Stefano Orlandi e “Nudo in ombra” (2006)- il terzo omaggio della serie.
“Vestito per amare” il titolo, che rimanda a temi consueti della poetica di Leonard Cohen.
Sensi e sentimenti dominano le tracce contenute in questa raccolta, brani più o meno noti del canzoniere coheniano proposti nelle versioni poetiche in lingua italiana dello stesso Flavio Poltronieri e del cantautore veronese Marco Ongaro.
Lunga la lista degli artisti che si sono cimentati nell’opera di togliere dalle versioni originali delle canzoni gli arrangiamenti d’epoca per dare nuova linfa a queste preziose composizioni.
Doveroso elencarli tutti: i veronesi Marco Ongaro, D Quartet, Alumediluna, Stefano Orlandi, Laura Facci e Ruben, già presenti nella precedente raccolta insieme al romano Massimiliano D’Ambrosio, a cui su indicazione dello stesso Ruben si sono aggiunti in questo nuovo lavoro i concittadini Fabio Fiocco, John Mario, Veronica Marchi, il torinese Massimo Lajolo con le sue Onde Medie, il bresciano Giovanni Peli, il romano Alessandro Hellmann, il fiorentino Tenedle (al secolo Dimitri Niccolai), lo spezzino Renzo Cozzani, nonché le genovesi Neve Su Di Lei (Marcella Garuzzo) e Valentina Amandolese.
Chi ha interpretato cosa? Lasciamo a voi la sorpresa e il piacere di scoprirlo, contattando Flavio Poltronieri (flavio.poltronieri@libero.it / Cell. 340 6824552).
Il cd verrà presentato ai primi di agosto alla convention biennale dei fan di Cohen, che si tiene quest’anno a Cracovia.
Voci di corridoio ci giungono che il lavoro è particolarmente piaciuto agli organizzatori, che già reclamano un nuovo volume per il 2012. Poltronieri è al lavoro, perché la passione per l’artista canadese coltivata in tanti anni di studi è fuoco che non accenna a morire.

RUBEN BOOK
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http://www.leonardcohen.com/

mercoledì 21 luglio 2010

STATUTO / THE SPECIALS 'Live' TRAFFIC FESTIVAL.Reggia di Venaria (TORINO) 15/07/2010 by ORNELLA OLIVIERI - Foto di SARA MARZULLO


Dopo il misurato ed analitico articolo di Claudio Decastelli sul live di Paul Weller del 15/07/10 a Torino é la volta di un pezzo-fiume stilato da una mia conterranea trapiantata a Siena per ragioni di studio, Ornella Olivieri, sulle altre due bands esibitesi al Traffic Festival il 15 sera all'insegna di una strepitosa e trionfale mod-connection, i torinesi STATUTO ed i decani dello ska-revival anglosassone di trent'anni fa, gli immarcescibili SPECIALS.
Sottolineo subito che di tutt'altra pasta da quello di Claudio é l'articolo di Ornella: a spadroneggiare i toni accesi e acritici del racconto'live' di una girl-fan sfegatata che vive attimo per attimo l'evento, speziato serialmente da flash esistenziali al passato e fratturato tra esso e le vibrazioni violente dell'adesso 'live'.
Siete in compagnia di una birra fresca accanto al pc? Ok...si può cominciare (P.Wally B.)




Continuano a venirmi in mente le parole di una famosa canzone degli STATUTO ogni volta che ripenso a questa tre giorni torinese che ha portato me e la mia socia a morire di caldo, mangiare piade mattina e sera, dormire due ore a notte quando andava bene, fritte in lenzuola di flanella, e soprattutto passare una delle più belle serate della mia vita 'so far':
che bravi siamo!
e ci gasiamo!
e ci vantiamo sempre di più!

Chiaramente dovevo immaginarmelo subito che sarebbe andato tutto bene quando alle nove del mattino aspettavo il mio treno in stazione a Siena e un distinto signore inglese mi si è avvicinando scusandosi molto e chiedendomi “Are you a West Ham supporter?”. “Indeed I am, Sir!”. No, non era un indovino, avevo su la maglietta à la Morrissey del West Ham Boys Club, tuttavia questo incontro di prima mattina m’è suonato strano e propiziatorio. La nostra conversazione di cinque minuti si è conclusa con un suo “God bless West Ham!” - dai, andiamo, incontrare un vecchio fan del West Ham in stazione a Siena alle nove del mattino é quantomeno strano.

STATUTO

Arriviamo a Torino dopo quasi sei ore mortali di treno, tuttavia nel giro di poco siamo a Venaria a cantare PIEEERA NON SEI SINCERA DA QUESTA SERA NON TI AMO PIU’! Oggettivamente la serata del 15 luglio è stata qualcosa di molto vicino al coronamento di un sogno di lunga data per quanto mi riguarda, ad ogni modo tutto è stato possibilmente superiore alle mie aspettative: arrivare a Venaria, con la splendida Reggia e lo striscione granata con su scritto MODS - Piazza Statuto mi ha scaldato il cuore. Purtroppo il rinomato ritardo tipico degli Inter City ha fatto sì che perdessimo la prima parte del live dei mods torinesi STATUTO, tuttavia la chiosa con Abbiamo Vinto Il Festival Di Sanremo ci ha fatto cantare a squarciagola e ci ha scaldato tantissimo in vista del Modfather PAUL WELLER e degli SPECIALS.
Una volta finito il set di Paul Weller il nostro hype nei confronti del proseguimento della serata era alle stelle, tuttavia mi riusciva seriamente difficile immaginare qualcosa di più superlativo della tiratissima versione di Shout To The Top, splendido tributo ai suoi Style Council. Tuttavia il discorso in merito agli Specials è diverso: gli Specials sono uno dei mie gruppi preferiti storicamente parlando. Li battono solo i Clash nella mia classifica del cuore .
Questo per dire: immaginate per un secondo cosa ho avuto in cuore per tutto il giorno. Quando ho iniziato ad ascoltare gli Specials ero sicura che mai avrei avuto la possibilità di vederli dal vivo su di un palco : questo pensavo quando adolescente studiavo al liceo e nel mio integralismo non ascoltavo niente che fosse uscito dopo il 1987. Per gli Specials era poi particolarmente doloroso. Per anni mi sono nutrita di tutto quanto prodotto dalla persona di Terry Hall, per anni ho ballato in qualsiasi posto le loro canzoni, dalla doccia alle selezioni musicali che seguono i concerti nel circondario, anni di Chelsea Cut e Ben Sherman e bretelle che a fine serata ti cadono giù per i pantaloni e non hai intenzione di rialzare.
Perché poi quando qualcuno mette su Nite Klub l’impulso irrefrenabile è quello di saltare in piedi e iniziare a folleggiare con skinhead moonstomp e gridare ' ...I WON’T DANCE IN A CLUB LIKE THIS COS ALL THE GIRLS ARE SLAGS AND THE BEER TASTES JUST LIKE PISS'. Quante volte l’ho pensato in un milione di serate buttate a Siena, cercando di uccidere la noia tipica che si impadronisce di noi abitanti (per caso) di questa ridente città?
Insomma, per tagliare corto, ero totalmente fuori di testa.

THE SPECIALS
Per montare il palco c’è voluta un’ora o giù di lì, ma quando hanno fatto cadere il back drop che emozione: il bellissimo Sir Horace Gentleman (mio idolo personale del gruppo dalla lettura del pregevole Ska'd For Life) e Roddy continuavano a ridacchiare al lato del palco e a guardare sorridendo il pubblico che a turno li indicava; noi intanto scambiavamo pareri sul concerto di Paul Weller con le generazioni diverse lì presenti, tra sorrisi d’approvazione, grin grin, wink wink, nudge nudge, say no more?
Infine il momento è arrivato: non ero così follemente felice da quando tre anni fa Paul Simonon in persona è salito sul palco alla Torre di Londra per il concerto con i The Good The Bad & The Queen di Damon Albarn. Se incontri Buddha per strada, sapete come si dice: mettetevi a ballare un po’ di sana skinhead moonstomp insieme e poi andate in un bar per una pint of beer.
In questo caso il mio personale Buddha è salito sul palco sulle note di 54-46 Was My Number di Toots & The Maytals (cazzo sì!) e ha subito attaccato a cantare ' All you punks and all you teds/National Front and natty dreads/Mods, rockers, hippies and skinheads/Keep on fighting ‘til you’re dead'; io ero talmente su di giri da non riuscire a chiudere più la bocca per lo stupore: avevamo fatto il toto scommessa sull’intro, io avevo votato Gangsters. Ma Do The Dog, dico DO THE DOG non me l’aspettavo. Perché è stata la prima canzone degli Specials che io abbia mai ascoltato, quindi continuavo a pensare “CAZZO” in loop.
E abbiamo iniziato a ballare come matte per davvero, a ridere e a pensare che '...oh! Avranno pure tutti tra i cinquanta e i sessant’anni ma spaccano il culo per davvero.
Sì, c’era il vuoto lì in fondo, dalla parte opposta alla nostra, alle tastiere. In realtà c’era un clone di Jerry Dammers aged 25 che si muoveva nella stessa maniera, che alla lunga ti indispettiva un po', pur essendo un validissimo tastierista and stuff.
Ok...apriamo questa parentesi sull’assenza di Jerry Dammers, così da toglierci il pensiero. Ci sono due scuole di pensiero nel mio cervello: A. E' una roba ignobile. Seriamente. Era il SUO gruppo con le SUE canzoni scritte da LUI. Fossi stata in lui li avrei ammazzati, fatti a pezzi e sciolti nell’acido.Gli Specials erano un'idea di Jerry Dammers, una sua visione, un suo progetto. Chi siete voi senza Jerry Dammers? B. STICA. Miglior concerto di sempre, Jerry Dammers o meno; è una reunion commemorativa, non devono scrivere canzoni nuove perché probabilmente senza di lui non ne sarebbero capaci, ma di suonare e cantare minchia se lo sanno fare.
Quindi archiviamo per sempre la questione 'Sì sei andata al concerto degli Specials ma mancava il pezzo migliore' senza poi dimenticare di sottolineare come Neville abbia provveduto a dedicargli una canzone, Little Bitch.
Scaletta superlativa e obbligata (certo c’erano le grandi assenti tipo Rude Boys Outta Jail, sebbene sia stata fortemente richiesta dal pubblico, Long Shot Kick De Bucket e soprattutto Ghost Town, la cui mancanza è stata particolarmente sentita da queste parti), ritmi serratissimi. Nonostante la stanchezza e la mancanza d'acqua non mi sono mai sentita meglio, trasudavo adrenalina.
La costante di tutta la serata è stato l’amore per quella musica e quel tipo di scena, almeno tre generazioni che cantavano fianco a fianco con le lacrime agli occhi per la commozione, nessuno che si sentiva più figo degli altri, tutti stretti in un abbraccio collettivo con Statuto, Paul Weller e Specials.
Dopo esser stata ad un discreto numero di concerti e festival in giro per Italia ed Europa, dopo aver avuto negli ultimi anni varie esperienze posso affermare che la scena più friendly che io abbia mai incontrato sulla la mia strada è senza dubbio quella mod e quella skinhead. Torino è una città strafortunata, la realtà di Piazza Statuto è qualcosa che nel resto d’Italia ci sognamo e che mi scalda il cuore.
Per dirla tutta poi io pianifico di sposare Terry Hall da quando avevo 15 anni. Checché se ne dica in giro è ancora bello, tosto, depressissimo (anche se si é visto sorridere BEN DUE VOLTE) e adorabile. Ogni volta che lo guardavo mi chiedevo: come è possibile che un uomo così strano sia il front man di un gruppo ska revival? In ogni caso ci sguazza. Ho letto in giro commenti su come sembrasse annoiato: ma le avete viste le registrazioni dei concerti di trent'anni fa? E' TERRY HALL, è mesto di suo, è il suo (fantastico) personaggio. Poi date un ascolto a Well Fancy That, ultima track del secondo album dei Fun Boy Three, e ne riparliamo.
Momenti memorabili Hey Little Rich Girl, Little Bitch e Nite Klub, qualcosa vicino alle mie all time favorites. E poi Concrete Jungle giustamente e meritatamente cantata dal nostro splendido Radiation. Commozione ad ogni nota, parole gridate, abbracci con i vecchi skins e mods presenti, occhiate di approvazione e tante pacche sulle spalle. Grandi apprezzamenti nei confronti del pubblico (effettivamente splendido): il migliore quello di Terry ' Thank you so much, you’re beautiful. Not as much as me clearly…'.
Dopo Enjoy Yourself a chiudere, chiaramente, tutti ci aspettavamo un encore. Gli stessi Specials sul palco non sapevano se poter continuare a suonare o meno.
Dannato coprifuoco. Lynval ad un certo punto è uscito fuori per calmare gli animi e spiegarci che il coprifuoco non permetteva più alcuna canzone. Screw the Curfew.
I cori ci hanno tenuti vivi per un bel pezzo...' rude boy rude boy ma che colpa abbiamo noi se beviamo più di voi…'.

Fatta anche questa. Vive e vegete, ore di skinhead moonstomp, digiuno e sete, ma felici e contente, stese sul prato con una birra e un sorrisone stampato in faccia. Ci siamo allontanate cantando '...I’m forever blowing bubbles, pretty bubbles in the air' per rimanere in tema con i cori da stadio che hanno caratterizzato tutta la serata, alla ricerca di un kebab che ci rimettesse al mondo prima di andare a tribolare un po’ tra le lenzuona di flanella in Corso Regina Margherita.

ORNELLA OLIVIERI
http://acrylicage.tumblr.com
acrylicagecollective@gmail.com


Foto di SARA MARZULLO
http://www.flickr.com/photos/ilperiodoipotetico/
http://acrylicage.tumblr.com,


La scaletta degli SPECIALS:
“Do the dog”
(Dawning of a) New era”
“Gangsters”
“It’s up to you”
“Monkey man”
“Rat race”
“Hey little rich girl”
“Blank expression”
“Doesn’t make it alright”
“Concrete jungle”
“Stereotypes”
“Man at C&A”
“A message to you Rudy”
“Do nothing”
“Little bitch”
“Nite klub”
“Too much too young”
“Enjoy yourself”


http://www.trafficfestival.com/
http://www.thespecials.com/THE SPECIALS
http://www.myspace.com/statutoska

lunedì 19 luglio 2010

PAUL WELLER 'Live' 15/07/2010 TRAFFIC FESTIVAL .Reggia di Venaria (TORINO) by Claudio Decastelli, foto di Alberto Bruno



Avremmo voluto esserci ma in ogni caso MusicBox omaggia la discesa in Italia dell'immarcescibile PAUL WELLER (in occasione dell'appena concluso Traffic Festival di Torino, 14-17/07/10 in grande spolvero di mod-tradition per la partecipazione oltre che di Weller anche dei gloriosi SPECIALS, principi mod-ska ritornati alla ribalta e della mod-band italiana degli STATUTO) con un bel live-report di Claudio Decastelli, non meramente celebrativo ma obiettivo e sottilmente critico che non scalfisce in ogni caso di un' unghia la potenza e l'efficacia live di Weller.
Un sentitissimo ringraziamento ad Alberto Bruno per avermi permesso di pubblicare le sue belle foto (Pasquale 'Wally' Boffoli)


Seguendo le gesta musicali di PAUL WELLER ormai da tanti anni devo aver finito per quasi idealizzare la sua musica e il suo stile. Quindi piu' che quello che in effetti ha suonato il 15 luglio forse ho come riferimento quello che mi aspettavo che suonasse. E come mi capita non di rado, anche per il concerto di Venaria il confronto tra l'aspettativa e la realta' non e' stato in favore della prima.
Probabilmente nonostante l'ascolto ossessivo di Wake up the nation (suo ultimo lavoro) mi gira in testa piu' il Weller di Stanley Road. In cuore mio mi auguravo che dal vivo i suoni dell'ultimo lavoro potessero mischiarsi con lo stile 'classico', facendo venir fuori un ennesimo 'modern classic'. Invece non mi pare che sia andata a finire cosi'. Anzi man mano che il concerto andava avanti mi sembrava sempre piu' che Weller avesse scelto di deviare, anche live, in modo marcato dal suo passato musicale, appoggiandosi molto per farlo sia su sonorita' che quasi non frequentava prima di Wake up the nation sia su un uso 'estremista' degli strumenti: (un po' tante) tastiere - in un pezzo addirittura 4! - a generare anche rumori e tappeti (e raramente un suono di hammond, tipico invece del suo suono che fu), abbondanza di rumore, riverberi e altri effetti alla Pink Floyd nelle chitarre, atmosfere dilatate e altre un po' psicotiche ...
Mi e' parso che per tirare fuori in relativamente poco tempo - ci sarebbe voluto un concerto piu' lungo per sviluppare una scaletta efficace - quello che dovrebbe essere la sintesi attuale della loro evoluzione musicale, sia lui che la band siano finiti un po' oltre le righe, esasperando i suoni nel tentativo di rendere tutto piu' efficace nel minor tempo possibile.
Quando hanno provato (riuscendoci in pieno) a fare il punto della situazione, e' stato chiaro che invece ci fossero le premesse per una performance piu' completa e articolata: Wild Wood riletta secondo il nuovo corso era decisamente bella, Shout To The Top (Style Council) eseguita invece in modo 'tradizionale' ha reso evidente che la band e' dotata a livello tecnico e di gusto, i pezzi dei Jam, Pretty Green e Start (da Sound Affects) e Strange Town hanno dimostrato che la 'storia' di Weller e' sempre attualissima.
Fast Car/Slow Traffic, Moonshine, Aim High, Pieces of a Dream e parecchi altri dall'ultimo cd sono pezzi formidabili e in concerto hanno un buon impatto fisico ed emotivo. In un'ora e mezza/due di concerto a Weller e band sarebbe stato pero' possibile far saltare fuori altri aspetti della loro attuale condizione musicale. Dover invece chiudere tutto (e senza bis, immagino come si siano sentiti bene la' su palco!!!) in un'oretta potrebbe invece aver fatto prevalere, anche in professionisti di quel calibro, un'ansia da prestazione concertistica che certo non ha aiutato.
Come non ha aiutato me a seguire il concerto l'impressione di un mixaggio un po' confuso e di un'amplificazione esterna un po' sporca.
In ogni caso e' stato un concerto alla fine apprezzabilissimo ed entusiasmante.
Ce ne fossero tutti i giorni di cosi' ...
Claudio Decastelli


foto di ALBERTO BRUNO


La scaletta di PAUL WELLER
“The changingman”
“Push it along”
“From the floorboards up”
“Moonshine”
“Up the dosage”
“Strange town”
“No tears to cry”
“Aim high”
“Shout to the top”
“Trees”
“You do something to me”
“One bright star”
“Pieces of a dream”
“Broken stones”
“Wild wood”
“Pretty green”
“Start!”
“Fast car, slow traffic”
“Come on let’s go”



http://www.paulweller.com/
http://www.trafficfestival.com/

giovedì 15 luglio 2010

THE WILDEST THINGS IN THE WORLD 7'' (Boss Hoss Records / 2010) by Wally Boffoli


WILDEST THINGS IN THE WORLD è il secondo e più recente documento sonoro della BOSS HOSS RECORDS, novella e molto promettente etichetta pesarese diretta da Gianfranco Branchesi, focalizzata sulle nuove ‘sensazioni’ garage-punk italiane ed internazionali.
Trattasi di un 7’’ a 45 giri (per ascoltarlo ho dovuto scomodare il mio vecchio giradischi…sempre pronto a venirmi in aiuto!) che fa il paio con God Save The Fuzz, il devastante c.d. di debutto dei THE BARBACANS di cui ho parlato in Music Box proprio prima di questo articolo.
Prima di essi, mi diceva Gianfranco, c’è stata una compilation distribuita solo nel giro dei gruppi pesaresi e dintorni.
I quattro brani contenuto nel 7’’ tengono decisamente fede al titolo programmatico: quattro ‘selvagge’ bands di varia nazionalità impegnate nel professare il verbo garage pur con diversa declinazione: si comincia proprio con i marchigiani Barbacans che con Cut Your Head G.S. confermano il loro mood teso ed angosciato con l’organo ossianico di Joe Carnarelli in fatale evidenza a disegnare trame conturbanti. A trascinare l’ascoltatore in un vortice di ineluttabile furia garage la sua voce flaccida e malata.
Gli inglesi THEE VICARS, saliti alla ribalta da poco con Psychotic Beat eseguono il secondo brano della prima side Can’t See Me in perfetto crudo british-garage, ovvero basandosi essenzialmente su un serrato riff chitarristico che mi ha ricordato subdolamente (non è possibile sbagliarsi) quello della mitica You Really Got Me scolpita nella storia garage/beat nei primissimi anni ’60 dagli antesignani Kinks di Ray Davies. Il piglio esecutivo dei Vicars però è brutale, come deve essere una garage-band del nuovo millennio e come lo sono le bands di questo disco targato Boss Hoss..
A pagare pesante tributo alla tradizione sulla seconda side di Wildest Things In The World sono anche i messicani LOS EXPLOSIVOS, che compaiono anche nel recente violentissimo Slovenly 2010 Sampler, incredibile compilation (44 brani) di new-garage internazionale.
La loro No Fres Para Mi, dopo neanche un minuto si rivela non esser altro che la cover in lingua spagnola di I Can Only Give You Everything, classicissima song/seminale riff composta da Van Morrison ed incisa dallo stesso artista con i Them nei fatidici sixties, ma reinterpretata nei decenni successivi da Troggs, Mc5 ed altre bands. Los Explosivos ne offrono una rivisitazione asciutta ma estremamente calda e godibile.
Gli ultimi garagers di questo disco sono gli argentini LOS PEYOTES: Pintalo De Maron è il brano meno ossessivo dei quattro, speziato da un pizzico di power-pop che piacerà di più a chi nel garage cerca armonia e melodia.
Dopo l’estate uscirà un nuovo episodio di Wildest Things In The World targato Boss Hoss Rec.(con la collaborazione di Giuda l'Onesto Rec., distribuzione Area Pirata) che comprenderà di sicuro un’altra band italiana, una spagnola ed una brasiliana.
L’attendiamo fiduciosi…iniziativa riuscita alla grande!

www.myspace.com/bosshossrecordsitaly
http://www.facebook.com/profile.php?id=100001079734760&ref=ts
http://www.myspace.com/thebarbacans
http://www.myspace.com/peyotes
http://www.myspace.com/theevicarsuk
http://www.myspace.com/losexplosivos

Pasquale ‘Wally’ Boffol
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mercoledì 14 luglio 2010

THE BARBACANS : GOD SAVE THE FUZZ (Boss Hoss Records/Go Down Records) by Wally Boffoli


E’ ormai da tempo che il panorama neo-garage italiano ha raggiunto vertici di eccellenza, dimostrando che non ha nulla da invidiare a quello straniero in termini di passione e professionalità.
Ben si adattano queste considerazioni a GOD SAVE THE FUZZ, debutto sulla lunga durata (si fa per dire: 33 minuti) dei marchigiani BARBACANS, band nostrana su Boss Hoss Records, giovane etichetta garage pesarese distribuita dalla Go Down Records che prende in prestito la ragione sociale da un brano dei Sonics..
Un disco che sorprende sin da Kick The Children, primo brano che subito mette a fuoco una caratteristica che ritroveremo lungo tutta la mezz’oretta di durata del cd: i Barbacans hanno sì un suono base decisamente garage, basato sull’intreccio intrigante della chitarra fuzz di Walker e del farfisa in odor di Question Mark/96 Tears di Joe Carnarelli, il lead-vocal della band, ma su di esso innestano ventate di spumeggiante energia vocale e strumentale decisamente punk (alludo al punk cosiddetto ‘umano’ di matrice anglosassone ’77-’80), deliziose vestigia power-pop ed inaspettati cambi ritmici, decisamente funzionali all’economia atmosferica dei brani.
Insomma una rivisitazione dinamica e coinvolgente dell’ottica sixties-garage che da Kick The Children investe via via in modalità formidabili songs come What’s Fantastic (dagli azzeccatissimi risvolti melodici), Turn Away, Jude The Honest, White Mask, facendone degli autentici martelli sonori per nostre pur collaudate orecchie.
Registrato benissimo l’anno scorso al Circo Perrotti vintage studio di Gjion in Spagna God Save The Fuzz la dice lunga sulle potenzialità (in parte già chiarissime) espressive dei Barbacans, che accrescono il parco sonoro in alcuni brani (Kick The Children, Time For The Choice, What’s Fantastic) con le harps gementi di Skika e Jorke Explosion, s’infilano con il perfido strumentale Into The Madness in un tunnel oscuro prima di esplodere nel finale baccanale punk Mad Mike!.
The Barbacans in God Save The Fuzz, che assurge a smanioso manifesto estetico della Boss Hoss Records (speriamo prodiga di nuovi fulminanti shots!), confermano l’arte tutta punk-garage di esprimere e sintetizzare tante idee vincenti nello spazio apparentemente angusto di 2-3 minuti.
Sfizioso l’artwork ed i comix della confezione, surreale Phantom Opera la traccia video contenuta nel cd.

http://www.myspace.com/thebarbacans
http://www.facebook.com/pages/The-Barbacans/53705807706
http://www.facebook.com/l/b3e3d9dTW3X8Sdhf0L6pX__90Hg
www.myspace.com/bosshossrecordsitaly

Pasquale 'Wally' Boffoli

martedì 6 luglio 2010

NO STRANGE : Psichedelia militante --- by Rosalba Guastella


Lo confesso, é da un pò che non parliamo in MusicBox di bands nostrane: cercherò di ovviare in questo debutto d'estate 2010 iniziando da una delle formazioni più longeve del panorama rock italiano: quei NO STRANGE torinesi formatisi nel 1980, in vita sino al 1992 e riformatisi nel 2008 per riproporre la loro versatile nozione di psichedelia corroborata dagli anni trascorsi.
Quello che segue é un 'pezzo' emozionale sulla band torinese scritto da Rosalba Guastella, collaboratrice più recente dei No Strange impegnata alla tanpura ed ai backing vocals.
I No Strange hanno inciso un nuovo lavoro per la Toast Records. (Wally Boffoli)


E' arrivata l'estate 2010 per l'esattezza è luglio...un caldo torrido...
I NO STRANGE s'incontrano a casa di Pino Molinari l'ormai storico chitarrista, fratello dell'eclettico batterista Lucio, entrambi colonne portanti della storica band torinese, l'atmosfera è senza tempo come i No Strange, band che riesce a combinare insieme ingredienti come: la dolcezza, la semplicità, i gusti più ricercati, la raffinatezza, i suoni incantevoli, le atmosfere sonore conturbanti ed avere un potere energetico e trascinante sul pubblico che resta trasognante dopo le loro rare esibizioni.
La formazione è in parte nuova ma il cantante è sempre lui:
Ursus (Salvatore D'Urso)! ...un cantante che non nasconde l'amore per le percussioni, i tamburelli, i sonagli indiani ed altre diavolerie varie e che non esita a sfoderare dal vivo, insieme alla sua voce dal timbro inconfondibile, le sue sperimentazioni ritmiche e vocali e che in questa nuova avventura sarà affiancato ai cori e controcanti...come nelle migliori fiabe... dalla fatina Fairysunrise, allieva di Ezzu che con la tanpura lo accompagnerà al sitar...una fiaba anche un po' indiana...
Ed è proprio grazie all'incontro tra Ursus ed Ezzu che ha preso vita il progetto musicale soprannominato nostrangico quando con una chitarra e una tastiera e delle buone idee musicali si scriveva l'Universo...
Sempre presente all'appello il simpaticissimo bassista Paolo Avataneo oggi anche attore comico e viaggiatore dell'universo e certo non poteva mancare una tra le migliori chitarre torinesi, Tony d'Urso nonché fratello di Ursus con il suo tocco pinkfloydiano.
Come il caldo e l'estate anche i No Strange sono tornati e se vi capita di passare da via Lodi e sentire della musica fuoriuscire dalle finestre con le note a forma di cristalli sognanti … non ditelo troppo in giro...ma è pura magia.

ROSALBA GUASTELLA



NO STRANGE Discografia

Demo Tapes
1983 Rainbow -- Autoprodotto
1984 Lisergic tomahawk --Roller Coaster Italy
33 giri
1985 Trasparenze e suoni -- Toast Records Italy
1987 L'Universo -- Toast Records Italy
1991 Flora di Romi -- Toast Records Italy
45 giri
1986 White bird/Fiori risplendenti --Toast Records Italy
CD
1998 Medusa --- Toast Records Italy
Compilation in Vinile
1985 Eighties colours Electric eye Italy
1987 What exactly is a joke Vinile/Crazy Mennequin Italy
1988 Oracolo Toast Records Italy
1993 Who are them? Face Records Italy
1993 Apocalisse di diamante Toast Records Italy
Compilation in CD
2006 Electric Psychedelic Sitar Headswirlers Vol 9 --Purple Lantern Usa
Progetti Paralleli
Alberto Ezzu Lux Vocal and Instrumental Ensemble
2006 Consonanze armoniche, Ostinati Ritmici e Veri Bordoni Immobili -- Cooperativa Primainsieme Italy

http://www.myspace.com/nostrange

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giovedì 24 giugno 2010

DISCHI STORICI (1) by Gianluca Merlin = DEEP PURPLE (1969) -- SMALL FACES: Ogden's Nut Gone Flake -- NIRVANA : All Of Us

Music Box inaugura una nuova rubrica: DISCHI STORICI, curata da Gianluca Merlin, conduttore radiofonico e grosso appassionato di rock. Tre dischi alla volta da un passato più o meno prossimo verranno presi in esame e raccontati sinteticamente. Spero sarà un'occasione ed uno stimolo, soprattutto per i più giovani, per riscoprire importanti ma anche inedite pagine rock affinché non cadano in un ingiusto dimenticatoio.
Sicuramente integrerò le scelte di Gianluca Merlin con quelli che io ritengo dischi 'indimenticabili', la rubrica comunque é aperta a contributi. (Pasquale 'Wally' Boffoli)


DEEP PURPLE (1969/Spitfire Rec.)-
Deep Purple. So già che sgranerete gli occhi e la domanda sarà scontata...ma con tutti gli album dei Deep Purple proprio questo ci vai a proporre?. Sì, semplicemente perchè quelli della Mark II li conoscono tutti. Della Mark I, invece, si conosce poco. Questo, il terzo e ultimo disco della line up con Rod Evans voce e Nick Simper al basso è forse il più maturo per songwriting e idee. A partire da una copertina in cui degli sprovveduti Purple sono stati inseriti da un collage in un dipinto di Jeronimus Bosch, "il giardino delle delizie", scelta alquanto discutibile ma di effetto, si ha la sensazione di una certa classicità, cosa ribadita in alcuni brani, dove le redini sono ben salde in mano a Jon Lord.
Chasing Shadow è un brano fulminante, dove una serie di percussioni esotiche fanno da crescendo ad un ritmo rock incalzante intriso di psichedelia e canali di bilanciamento che saltano da una parte all'altra dell'orecchio generando stordimento, seguita da Blind, un rock in stile classicheggiante dove si sente il clavicembalo e sembra di essere alla corte di Re Sole.
Nastri contrari per The Painter, brano tra i più rock del disco, dove troviamo il grande dualismo Blackmore-Lord venire fuori negli assoli, cosa ripresa più avanti nella Purple Mark II. Finale a suite con April, preludio a Concerto for Group and orchestra e sfogo classico di Lord, che orchestra anche gli archi. Da riscoprire...

SMALL FACES: OGDEN'S NUT GONE FLAKE (1968/Originals)
Il manifesto psichedelico degli Small Faces. A partire dalla meravigliosa copertina che in versione 33 giri era tonda e riproduceva una scatola di tabacco, è un concentrato di brani meravigliosi uniti per metà da una trama concettuale tenuta assieme dal comico inglese Staney Unwin. Pesante accento cockney per tutto il disco e un singolo nella top ten inglese, quella Lazy Sunday che 10 anni dopo ci ritornerà costringendo gli Small Faces a riunirsi anche se per solo 2 anni.
Tutte le sfumature musicali possibili si trovano in questo disco : rock (Afterglow of your love, Rollin' Over, Song of a Baker), psichedelia (Ogden's nut gone flake, The Journey) folk (The Hungry Intruder, Mad John) e atmosfere da Music hall inglese (Happydays Toy Town)
Purtroppo sarà anche il canto del cigno della prima fase degli Small Faces. Quasi imposibilitati a portare dal vivo questo disco e divisi da contrasti interni tra i due leader, la band si scinde in 2 tronconi con da una parte l'inquieto Steve Marriott negli Humble Pie e il resto della band che arruola Ron Wood e Rod Stewart per ribattezzarsi Faces...ma queste sono 2 altre storie.....

NIRVANA : ALL OF US (1968/Edsel)
20 anni prima che tre ragazzi di Seattle avessero idea di chiamarsi così, un'altra band ha pensato bene di adottare questo nome, in altro genere musicale più vicino al significato mistico - psichedelico. Alla base di questa band le due menti e membri stabili della formazione , Patrick Campbell- Lyons e Alex Spyropulos. Insieme, radunano musicisti di studio per realizzare il secondo lavoro della band attingendo ancora una volta dalla pesante influenza dei Beatles di Sgt. Pepper, ma anche dai Traffic di Mr Fantasy. C'è la sensazione che i due oltre ad essersi ascoltati i dischi tantissimo se li siano anche fumati o tirati su a mo' di polverina... Arrangiamenti curati, uso di archi, pianoforte, poca chitarra, tanti cori e qualche fiato.
L'iniziale Rainbow Chaser è la canzone che è rimasta nella storia, con quel phasing che pervade la musica, ma sono da citare anche All of us per il ritornello accattivante , Trapeze con il pianoforte predominante e c'è anche spazio per una canzoncina per bambini come Everybody Loves The Clown, dove i bambini sono anche protagonisti al canto.
Tante idee, molta creatività e brani che conquistano anche al primo ascolto. Copertina stile Ben Hur, forse a testimoniare la magniloquenza della musica.

GIANLUCA MERLIN

martedì 22 giugno 2010

THE FROWNING CLOUDS: Intervista a ZAK OLSEN by Franco 'Lys' Dimauro


Difficile sopportare l’ enfasi con cui il mercato musicale “pilota” le proprie uscite discografiche vestendole con la buffa e patetica immagine di evento storico.
Qualche mese fa ad esempio sono stato invitato dalla Warner per un preascolto del nuovo album dei Baustelle (quelli che scrivono le canzoni per Irene Grandi) da un bunker sotterraneo in Viale Mazzini 112, con la clausola che, oltre a portare i respiratori artificiali, le recensioni sarebbero state “embargate” a data imposta dalla stessa Warner. Capite? Di queste pacchianate ci nutrono, per illuderci che siamo i prescelti tra i Profeti. Naturalmente ho declinato l’ invito, non sono abbastanza disciplinato per stare chiuso in una camera con altri idioti che prendono appunti per poi dire cose che avrebbero detto comunque.
Mi sono invece chiuso in casa ad ascoltare qualcosa che mi salvasse da questo ciarpame. E mi sono imbattuto nei Frowning Clouds.
Li avevo già incrociati un paio di volte, a dire il vero. La prima sul # 2 di Antipodean Screams, la seconda con un singolo uscito per una piccola label spagnola che adesso stamperà la versione in vinile di questo loro album di debutto.
Che è un disco meravigliosamente fuori dal tempo.
Un disco che nessuno ascolterà, probabilmente.
E che invece, se siete delle infoiate ninfomani che sbrodolano per i primi Stones, per i Pretty Things di Get The Picture?, per i Manfred Mann del biennio ‘64/’65, per il beat storpio dei Beat Merchants, per i Crawdaddys, per il Diddley maniaco di Bring it to Jerome, per i primi debosciati Wylde Mammoths o per l’ angst giovanile dei Gravedigger Five dovreste ascoltare assolutamente.
Lontano dall’ eversione sonora di molte garage bands attuali come quelle del giro In The Red, i Clouds giocano tutto su un Sixties sound maniacale, schietto, ingenuo e selvaggio. Abbiamo incontrato per voi Zak Olsen, leader della giovanissima band australiana per prepararvi all’ ascolto di Listen Closelier, il loro disco appena licenziato dalla Off The Hip.



LYS: Ciao Zak. Dalle foto e dalla forza espressiva che emerge da Listen Closelier immagino siate giovanissimi. Qual’ è l’ età media della band?
Zak: Ciao Lys. L’ età media è di 19 anni, visto che il più giovane tra noi ha 18 anni e il più “anziano” 20.


LYS: Ovviamente troppo giovani per aver vissuto realmente gli anni Sessanta e anche fuori tempo massimo per il revival neo-garage di venti anni dopo. Come è sbocciato dunque l’ interesse per quel tipo di suono?
Zak: Dal nostro amore per la musica degli anni Sessanta e dalla nostra voglia di riprodurla.
L’ abbiamo ascoltata in maniera così radicale che, nonostante non la si sia studiata e sviscerata tecnicamente, è come sgorgata fuori dalle nostre mani. Ecco perché considero il nostro approccio realmente di natura primitiva, istintiva.
Credo si avverta in ogni canzone che facciamo.
Fondamentalmente non ci siamo mai ispirati al revival degli anni Ottanta. Abbiamo cercato di essere più autentici. Non ci interessava appiccicare quei suoni fuzz, quelle urla esasperate e tutte quelle cose di cui quei dischi erano pieni. Ci interessava esplorare altri territori.
E malgrado molta gente continui a considerarci degli imitatori dei Kinks o dei primi Rolling Stones e nonostante per noi non sia affatto un problema, crediamo che in noi si possa trovare qualcosa di diverso.


LYS: Immagino per voi ci siano state delle band attuali che vi hanno fatto da guida in questa riscoperta o vi abbiano invogliato a scoprire quel suono di cui sembrate innamorati…
Zak: Be’, si. Amiamo un sacco i Brian Jonestown Massacre e gli Oh Sees ad esempio. Entrambe le band sono esempi di come si possa fare musica ispirata agli anni Sessanta usando risorse moderne a proprio vantaggio.
Di come si possa, in sintesi, trarre qualcosa di nuovo dal vecchio e viceversa.
Anche se l’ ispirazione vera è stata quella venuta fuori dall’ ascolto di band come Kinks, Pretty Things e Stones che ci attraggono come approccio, come concezione stessa di suono.
Avevano questo sound immacolato che certamente ci ha influenzato anche se noi siamo più proiettati verso un’ attitudine di tipo garage/psichedelico.
Ogni cosa che includa suoni o evochi qualcosa che venga dal passato ci interessa in qualche modo.


LYS: Perché i vostri coetanei dovrebbero ascoltare questa merda piuttosto che la roba ultramoderna che il mercato musicale spinge e riempie i club di tutto il mondo?
Zak: Hai ragione Lys, in effetti la musica elettronica e tutta quella roba lì è abbastanza alla moda per fare soldi in maniera rapida e anche per spenderli in modo altrettanto veloce.
Ma noi suoniamo musica senza tempo e non ce ne frega granchè di quanto suoni vecchia o stupida per i ragazzini di oggi. Vorremmo dire loro però che tutto è ciclico.
Le musiche sono state esplorate e riciclate infinite volte.
Ma noi troviamo che sia un sacco meglio della politica, per esempio.
Certamente molto più erotica ed artistica.
Vedi, secondo me è importante capire da dove hanno origine le cose.
Nel nostro caso potrebbe essere il ragtime o la musica delle jugband. Sono cose che ognuno dovrebbe ascoltare per capire da dove un sacco di musica moderna ha avuto origine.
Penso che molte band underground degli anni 60 meritassero molta molta più visibilità di quanto sia stata loro concessa.
Prendi gli Elevators per esempio.
Loro sono stati molto probabilmente i primi a coniare il termine psichedelico.


LYS: Nonostante il vostro sound non sembri avere molte analogie col folk rock dei Love, la vostra copertina mi ha riportato immediatamente alla mente quella di Da Capo. È un omaggio deliberato?
Zak: Molti ce l’ hanno fatto notare ma ti assicuro che abbiamo solo fatto qualche scatto vicino ad un albero e infine ne abbiamo scelta una. Ma non è stata una cosa intenzionale, voluta o ricercata nonostante ci piaccia un sacco il suono delle band folk rock come i Love e ci si auguri che la foto piaccia comunque ad Arthur Lee.


LYS: Che mi dici delle altre band in cui sei coinvolto, i selvaggi Bonniwells e i diabolici Last Gyspys?
Zak: Sfortunatamente i Last Gyspsies non esistono più, Lys.
Abbiamo fatto il nostro ultimo concerto tre settimane fa, mentre con i Bonniwells continuiamo a divertirci un sacco. Non scrivo musica per loro, fondamentalmente mi sono unito a loro con l’ unico scopo di imparare a suonare la batteria. Ma la cosa è andata molto oltre e sono molto felice sia andata così.


LYS: Avete in previsione qualche data in Italia o in Europa per quest’ anno?
Zak: Speriamo di venire il prossimo anno. Stiamo già mettendo i soldi da parte.


LYS: Per concludere, chi pensate vincerà la coppa del mondo quest’ anno?

Zak: Non me ne importa granchè. Ma spero la squadra migliore. Forse i Frowning Clouds. Ahahahah.

Franco “Lys” Dimauro

http://www.myspace.com/thefrowningclouds
http://www.messandnoise.com/releases/2000599
http://www.youtube.com/watch?v=D-Cv792abW4

domenica 20 giugno 2010

THE STOOGES: FUN HOUSE (Elektra-1970) by Franco 'Lys' Dimauro


Guai a voi, anime prave!
Non isperate mai veder lo cielo:
i' vegno per menarvi a l'altra riva
ne le tenebre etterne, in caldo e 'n gelo.


Benvenuti all’ Inferno.
Benvenuti nel regno degli empi, nella rappresentazione gotica del mondo moderno.
Benvenuti alle porte di Fun House.
Fun House non è un comune disco di musica rock. Fun House è IL disco rock.
E’ un disco di una demenza paurosa e di una pericolosità inaudita.
E’ il disco che suona più forte di tutto quello che c’ è stato prima di lui e di larga parte di quello che gli verrà dopo.
Marcio, decadente, scomposto, rumoroso, meccanico, malato, disperato, idiota, massacrante, spossante, sfatto, annichilente.
Fun House è lo schianto definitivo degli anni Sessanta e del suo sogno di far diventare la Terra un gigante Chupa Chups di amore e caramello.
Come i Velvet a New York, Iggy e gli Stooges ci preparano all’ angoscia.
L’ amore sognato si schianta con l’ odio reale. E fa un rumore terrificante.
E’ quel rumore, quel frastuono di lamiere contorte e quel puzzo di carni bruciate che gli Stooges registrano dentro gli Elektra Sound Recorders studio, sulla Ciniega Boulevard di Los Angeles.
Gli Stooges la chiamano la casa del divertimento ma dentro non ride nessuno.
Sono i quindici giorni in cui si costruisce il disco rock definitivo.
Don Gallucci sistema dei tappeti persiani per insonorizzare lo studio e obbligarlo a resistere al torrente di watt che lo investiranno da lì a breve, poi esce, lasciando entrare le belve. Tutte, Iggy e Steven McKay compresi.
Si sdraiano sui tappeti, fanno qualche foto, iniziano a mettersi a loro agio con alcol e droghe, quindi attaccano gli strumenti, sistemano i volumi fino a saturare l’ aria e simulano il loro agghiacciante spettacolo.
Non registrano le loro parti un po’ alla volta, come era accaduto per il disco d’ esordio. Tutto viene registrato come un live-show, nell’ ordine che poi le tracce occuperanno sul disco.
Dall’ altro lato del vetro Don Gallucci ha raggiunto Brain Ross-Myring cercando di infilare quell’ onda di energia animale dentro le bobine che girano sul gigantesco 8 tracce della 3M che occupa lo studio.
Sono davanti alla più potente rappresentazione del raccapriccio umano mai raffigurata. Gli Stooges sono animali chiusi dentro una gabbia di vetro ma fanno paura lo stesso.
Iggy grugnisce sul microfono, sputa sui vetri, delira, vomita schiuma di birra sui tappeti persiani.
Gli altri dietro disegnano la sagoma del rumore che hanno in testa.
Dentro la stanza girano erba, cocaina peruviana, psylocibina, anfetamine, eroina.
Il rumore prende forme sempre più malate fino a sfociare nel deragliante incubo free di L.A. Blues dove il jazz e il noise fanno per la prima volta l’ amore.
La band ha deciso di imburrarsi nell’ acido prima di partire per l’ ultimo viaggio.
Il delirio è assoluto. Tutto trema, dentro gli studi Elektra.
Dalle mensole cade qualche nastro, si stacca qualche lastra di lana di roccia, le assi di legno fanno rumore di ossa spezzate.
Gallucci comincia ad avere paura davvero, decide di lasciare la band lì dentro
anche dopo aver abbassato i cursori audio poco prima del quinto minuto,
finchè non avranno smaltito gli effetti del loro stesso dolore. Dietro il vetro non vede più delle bestie ma dei mostri abominevoli che si mordono a sangue, l’ uno avventandosi al collo o alla schiena dell’ altro. In un abbraccio di morte e dolore.

Dopo questo, sapendo che ogni cosa era stata ormai compiuta, disse: "Ho sete".
Vi era lì un vaso pieno d'aceto; posero perciò una spugna imbevuta di aceto in cima a una canna e gliela accostarono alla bocca. E dopo aver ricevuto l'aceto, Egli disse: "Tutto è compiuto!". E, chinato il capo, spirò.


Franco “Lys” Dimauro

http://www.iggyandthestoogesmusic.com/

THE FLESHTONES - It's Super Rock Time! The I.R.S. Years 1980-1985 (Raven - 2010) by Franco 'Lys' Dimauro


I Fleshtones, Cristo.
Gli psicopatici restauratori del rock.
Anzi, del Super Rock. Così Peter Zaremba e Keith Streng amavano chiamare il loro special-blend dove infila(va)no surf music, rock ‘n roll, soul, garage, R ‘n B, beat e frat-rock. La cosa più tamarra si potesse suonare mentre la televisione si popolava di mostri come Dead or Alive, Wham! o Bronski Beat.
Proprio quegli anni in cui i Fleshtones giravano per gli uffici di Miles Copeland mano nella mano con Alan Vega e Marty Thau e facendosi largo nei locali newyorkesi affollati dai punkettoni che ciondolavano tra i cessi e il palco su cui loro improvvisavano i loro set conditi di organo Farfisa, quando nessuno si ricordava più cosa fosse.
Sono gli anni raccontati da questa raccolta che pesca da tutto il catalogo I.R.S.: le due enormi ostriche Roman Gods (praticamente per intero, fatta eccezione per lo strumentale Chinese Kitchen, NdLYS) e Hexbreaker!, i due live parigini, le rarità di Living Legends, i singoli.
Praticamente una festa da portare in tasca. Apribile come quei tavolini in pvc da picnic.
Perché questo erano i Fleshtones, in quella stretta cerniera tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta: una perfetta macchina da divertimento, isolatasi dal macchinoso e cervellotico funky spastico dei Talking Heads così come dalla strampalata psichedelia dei Television, dalle canzoni da cartoon dei Ramones e dal pop gommoso dei Blondie che infestano la loro città in quegli stessi anni.
Loro sono talmente elementari e freschi che non puoi non mettere su una band dopo averli visti suonare.
Sono una bavosa che striscia lungo le cartine stradali dell’ America carteriana e reaganiana e, ovunque passi, lascia una schiuma viscida sulla quale i pochi appassionati del frenetico suono delle Nuggets-bands finiscono per rimanere appiccicati.
Strisciano su Athens e nascono i R.E.M..
Passano su Los Angeles e nascono i Dream Syndicate.
In pochi anni vengono tirate su le scene del Paisley Underground, del grass-roots, del garage revival: la febbre del ritorno al passato invade l’ America tutta.
Ma loro restano fuori da tutto.
Loro sono una scena a sé.
Loro sono i Fleshtones, eterni Peter Pan del rock ‘n roll.
Gli unici cui avremmo mai concesso di far suonare i Kingsmen come i Village People perdonando loro una cosa eticamente immonda come Right side of a good thing.
E ballandoci pure sopra come scimmie in calore.
God bless The Fleshtones.

Franco 'Lys' Dimauro

http://www.fleshtones.org/

giovedì 17 giugno 2010

FESTIVAL BLUES DI PISTOIA 2010 - XXXIa edizione - ( by P.B.)


Ricordo ancora con emozione la XXVIa edizione del 2005 cui ho assistito! Il Festival blues di Pistoia non ha mai fatto professione di ortodossia blues, ospitando artisti dediti ai generi più disparati. Nel 2005 ho avuto la fortuna di vedere live oltre James Cotton, Robert Cray, B.B.King, Lonnie Brooks, Poppa Chubby anche Chuck Berry, Jerry Lee Lewis, Eric Burdon, Country Joe McDonald, Jefferson Starship, Willy De Ville. L'edizione trentunesima di questo 2010 é ancora più eterogenea, comprendendo tra gli altri Porcupine Tree, Mica P.Hinson e Dweezil Zappa.
Ecco qui di seguito il cast.



Il programma e le informazioni sui prezzi dei biglietti d’ingresso.

mercoledì 14 luglio 2010 - Piazza del Duomo
PORCUPINE TREE (UK) (unica data italiana)
ANATHEMA (UK) (unica data italiana)
NORTH ATLANTIC OSCILLATION (UK) (unica data italiana)
Inizio concerti ore 19.30. Biglietti: 30 € (Posto Unico), 35 € (Tribuna Numerata)

giovedì 15 luglio 2010 - Piazza del Duomo
QUEENSRYCHE (USA) (unica data italiana)
GAMMA RAY (D) (unica data italiana)
HAMMERFALL (SWE) (unica data italiana)
LABYRINTH (IT)
Inizio concerti ore 19.30. Biglietti: 30 € (Posto Unico), 35 € (Tribuna Numerata)

venerdì 16 luglio 2010 - Piazza del Duomo
MARIO BIONDI (IT)
Inizio concerti ore 21.30. Biglietti: 30 € (Tribuna numerata), 35 € (Platea 2° set.), 45 € (Platea 1° set.)

sabato 17 luglio 2010 - Teatro Bolognini
ore 21:00 MICAH P HINSON (ingresso € 15)
ore 01:00 BUDDY WHITTINGTON (ingresso € 10)

sabato 17 luglio 2010 - Piazza del Duomo
JAMES HUNTER (UK)
BUDDY GUY (USA) (unica data italiana)
DWEEZIL ZAPPA Plays ZAPPA (USA)
RAPHAEL GUALAZZI (IT)
THE LAST STANDING & LEAN ON ME GOSPEL CHOIR (IT)
BUDDY WHITTINGTON (USA)
BANDS VINCITRICI OBIETTIVO BLUESIN
Inizio concerti ore 19.00. Biglietti: 30 € (Posto Unico), 35 € (Tribuna Numerata)

sabato 17 luglio 2010 - Centro storico
dalle ore 17.00 alle ore 01.00 BLUES BUSKERS

domenica 18 luglio 2010 - Villa Scornio
JIMMIE VAUGHAN feat. LOU ANN BARTON (USA)
THE ROBERT CRAY BAND (USA) (unica data italiana)
CEDRIC BURNSIDE & LIGHTNIN’ MALCOLM (USA)
GENERAL STRATOCUSTER & THE MARSHALS
FRANCESCO PIU (IT)
SERGIO MONTALENI BAND (IT)
BANDS VINCITRICI OBIETTIVO BLUESIN
Inizio concerti ore 19.00. Biglietti: 30 € (Posto Unico), 35 € (Tribuna Numerata)

Abbonamenti 2 serate (14-15 e 17-18) 50 € (Posto Unico), 60 € (Tribuna Numerata)

domenica 18 luglio 2010 - Centro storico
dalle ore 17.00 BLUES BUSKERS



Bluesin
tel.: 0573 99 46 59
fax: 0573 97 52 08
info@pistoiablues.com

Ufficio Stampa
David Bonato
Davvero Comunicazione
Via Roveggia 122 / A
37136 Verona
info@davverocomunicazione.com

venerdì 11 giugno 2010

Concerto inaugurazione mondiali calcio 2010 in Sudafrica: Tinariwen, Vieux Farka Touré etc...(by P.B.)


Incredibile concerto di tre ore e passa ieri sera a Soweto in Sudafrica per l'inaugurazione del mondiali di calcio 2010. A prescindere dalle stars create dalla globalizzazione come Shakira e Black Eyed Peas sulle quali é meglio stendere un velo più o meno pietoso per il resto c'é stato un susseguirsi ricchissimo di musicisti africani ed indigeni (del Sudafrica e non) per niente conosciuti da noi in Europa. Alcuni deliziosamente melodico/pop con agganci alla tradizione africana ma altri hanno fatto sfoggio di un'estetica musicale all'insegna di pura ipnosi.....!
All'inizio la mia era solo curiosità, poi mi sono appassionato all'esibizione di musicisti che hanno dimostrato l'estrema ricchezza cromatica e ritmica della musica africana, ma soprattutto ribadivano (...riflettevo ieri sera) come molte componenti del rock e della musica contemporanea vengono proprio da lì.
Quelli che mi hanno colpito più di tutti sono stati Vieux Farka Tourè ed il suo gruppo; su un tappeto ritmico fascinoso e ripetitivo Touré produceva dei suoni chitarristici inediti ed ammalianti ottenuti con una tecnica che mi é parsa del tutto nuova.
E poi i Tinariwen, depositari della cultura tuareg del Mali, che si sono esibiti teste e corpi fasciati materializzando, con chitarre elettriche e percussioni delle nenie assolutamente avvolgenti e desertiche. Essi sono insieme ai Tamikrest i testimoni più attendibili della ricca tradizione berbera..ed avevo letto che stanno collaborando con musicisti occidentali come i Dirtmusic (Eckman, Brokaw e Hugo Race).
Del resto esistono anche gli indimenticabili precedenti dello stone Brian Jones che aveva indagato negli anni '60 col suo disco Joujouka sui riti musicali dell'Africa settentrionale e di Plant-Page che avevano sposato alcuni dei loro brani all'esecuzione di musicisti e percussionisti marocchini.
Ed infine i BLK JKS, elettrici e caracollanti, introdotti da Alicia Keys da anni impegnata come produttrice di nuovi talenti africani (thanks Romolo!).
Se c'é un musicista che mi é mancato la sera del 10 Giugno nella cronaca televisiva da Soweto quello é Bob Marley, il profeta che aveva dimostrato come dall'Africa proviene tanta della nostra cultura. Non malvagi comunque sono stati John Legend ed Alicia Keys. Ora non ci resta che ubriacarci di calcio....

venerdì 9 aprile 2010

FLOWER FLESH: LIVE AT THE ENCOUNTER POINT (demotape) by Pupi Bracali


Perché recensire su un web magazine così importante come Music Box il demo dal vivo di un oscuro e sconosciuto gruppo prog italiano? Prima di tutto per becero nepotismo perché il tastierista dei Flower Flesh è, appunto, mio nipote, poi perché anche il bassista è un caro amico con il quale ho condiviso qualche cosa, ma soprattutto perché il dischetto che sta suonando da ore nel mio lettore (ho fatto la rima) è il preludio alla fiammeggiante pubblicazione di un “vero” prossimo CD che sto aspettando con ansia (anche perché spero che me lo regalino).
Quindi, abbandonando il fatto personale con la sua prima persona singolare, passiamo a un plurale più giornalistico e vediamo che succede tra i solchi di questo prodottino musicale.
Rock progressivo, l’abbiamo già detto, e già il titolo un po’ Marillonesco ci conduce su quella strada aperta alla fine degli anni sessanta da gente come Moody Blues, Procol Harum, King Crimson, Genesis, e non ancora giunta alla sua fine, anzi arricchitasi di una miriade di diramazioni e sfaccettature.
Il brano che apre il cd è rivelatore del suono del gruppo: un prog con sfumature vagamente AOR che si potrebbe ricondurre, non si sa quanto consapevolmente, a una band come i Magnum, e con diversi cambi di tempo nel giro dei pochi minuti di ogni “canzone”.
Le tastiere elettroniche spruzzano soffi Hawkwindiani nella prima parte del primo pezzo che contiene un bellissimo solo di chitarra wah-wah, registro inusuale nel mondo progressive ma che ci piace tanto, mentre il successivo “Scream and die” si fa notare per una bella apertura tastieristica eterea e sognante verso la metà del brano subito ripresa dal cantato in inglese del vocalist del quintetto e per un finale con solo di chitarra supportato dalle tastiere che però si limitano a fare “tappeto” quando le vedremmo meglio più movimentate e fantasiose magari in un assolo incrociato con la chitarra.
Il terzo brano ha, stranamente per un gruppo prog, un grosso debito coi Doors nella sua prima parte anche se la tastierina simil-Farfisa doorsiana che introduce il pezzo ha più somiglianze col riff iniziale di “Giant Hogweed” dei Genesis. Nonostante la breve durata (5:19) ci pare il brano più eclettico e composito del cd.
Il quarto brano denota purtroppo (e non me se ne voglia) una certa incertezza vocale del cantante (non dimentichiamoci che siamo dal vivo) ed è caratterizzato da un altro solo di chitarra wah-wah piuttosto ficcante, mentre il pezzo che chiude il cd contiene in pochi secondi ( anche qui non si sa quanto consapevolmente) un’autentica citazione dei Van Der Graaf Generator.
L’esecuzione dal vivo contempla, tranne che in un brano, dei finali piuttosto bruschi che preferiremmo addolciti da “code” strumentali più armoniose e sinuose come si addice a questo tipo di musica. Su basso e batteria, che ci pare svolgano egregiamente il loro lavoro, non vi è nulla da eccepire e come abbiamo già detto il sound a là Magnum la fa da padrone. Anche in questo caso come accade in molte bands di rock progressivo di oggi, (a volte persino anche in quelle più famose) il sapore prog è dato più dal sound che dai temi dei brani o dalle melodie e senza fare paragoni blasfemi il progressive dei settanta pur nelle sue strutture elefantiache aveva anche una “forma canzone” che restava impressa e incollata alla mente dopo pochi ascolti. Qui non accade, anche se durante l’ascolto la piacevolezza regna sovrana in un’atmosfera di “fresca antichità” e di un neo-barocchismo incline a un soft-hard americaneggiante.
Li aspettiamo al varco sulla lunga durata del prossimo cd.

Maurizio Pupi Bracali

www.myspace.com/flowerflesh
Flower Flesh Official fan Club on Facebook”

mercoledì 10 marzo 2010

PETER GABRIEL: SCRATCH MY BACK (Real world Rec./16 Feb.2010) by Maurizio Pupi Bracali



'Grattami la schiena Phil!'

Peter Gabriel non è Phil Collins.
Lapalissiano vero? Allora perchè cominciare una recensione con questo risaputo assioma?
Non lo sappiamo.
Se le vie del Signore sono infinite ( per chi è credente) e quelle del rock pure, (come affermato da Edoardo Bennato recentemente), le vie delle recensioni sono altrettanto non-finite, indefinite e imperscrutabili sebbene ci sia stato un tempo in cui i due Genesis furono accostati l’uno all’altro per il timbro delle loro voci a un primo ascolto apparentemente simili.
Niente di più falso naturalmente.
Al di là di superficiali apparenze la leggera e piacevole raucedine di Gabriel è, ed era, lontana anni luce dalla nasalità di Collins rivelatosi comunque nel tempo e a suo modo un ottimo cantante.
Fu ai tempi di “Trick of the tail” che il pubblico si meravigliò nell’ascoltare un Collins tanto gabrielano e quanti gridarono al miracolo rimembrando una “More fool me” di Sellinglendiana memoria, forse non si erano neppure accorti che il nostro batterista preferito cantava su disco già due intere canzoni più mezza fin dai tempi di “Nursery Crime”.
Un’altra comunanza che lega i due sodali del periodo genesisiano fu più recentemente quello dei similari progetti, ideati ognuno all’insaputa dell’altro e comunque abortiti entrambi, di pubblicare ciascuno un album di covers soul e rythm ‘n blues. E se Phil Collins nella sua carriera solista ci aveva abituati a situazioni del genere tuffandosi, per esempio, nel repertorio delle Supremes e collaborando in diversi modi con gli Earth Wind and Fire, Gabriel (che non è Collins) aveva flirtato col genere con brani pseudo-parentali scritti da lui medesimo come “Steam” o “Sledgehammer”.
Sono passati molti anni e Peter ( che non è Phil) ora il disco di cover l’ha pubblicato davvero.
Soul? Rythm ‘n blues? Niente di più lontano da queste due parolette.
Stupendo tutti (stupendo!) l’ex cantante dei Genesis ha fatto uscire un album, sì di covers, ma contenente brani che niente hanno a che vedere con ritmi danzerecci e movimentati e che ha rivestito con un luccicante abito di solo pianoforte e orchestra, al punto che una bella canzonetta che in molti abbiamo canticchiato sotto la doccia come “The boy in the bubble” di Paul Simon (coverizzata, ma in modo più o meno pedissequo, anche da Patti Smith nel suo album di cover “Twelve” del 2007 ) diventa nella lenta versione di Gabriel un brano dall’andatura ieratica e solenne.
Arrangiamenti per orchestra si diceva, ma chi si ricorda che il nostro eroe si era già cimentato sinfonicamente partecipando a un doppio album di vari artisti accompagnati dalla London Symphony Orchestra e dalla Royal Philarmonic Orchestra nel lontano 1976, intitolato “All this and the world war” colonna sonora di un dimenticato film creata per omaggiare i Beatles nel quale si era confrontato con John Lennon con una buona cover di “Strawberry fields forever”?
( E un’italianissima curiosità a latere vuole che in quell’album, tra quella trentina di grandi musicisti internazionali vi fosse anche il nostro “Richard” Cocciante (sì, proprio lui) che eseguiva mirabilmente “Michelle”).
E con questa nuova operazione Gabriel ci mette di fronte al disco più ostico e difficile della sua carriera di artista e della nostra di suoi ascoltatori, al punto che persino alcuni fans della prima ora, nonchè irriducibili, stanno storcendo il naso all’ascolto di questo “Scratch my back” così minimale e intenso.
C’è da dire che nel riproporre questi dodici brani (tredici con “Waterloo Sunset” dei Kinks che appare in un secondo cd coi remix di “Heroes”, “The book of love” e “My body is a cage”) trafugati qua e là tra un passato remoto e uno molto più prossimo, il musicista inglese fa “assolutamente sue” le canzoni prescelte al punto che una “The power of the heart” di Lou Reed sembra la sorella ritrovata di “Here comes the flood”. E nonostante queste orchestrazioni sinfoniche possano apparire a un ascolto distratto monolitiche e similari, in realtà non lo sono affatto, visto e ascoltato che “Mirrorball” degli Elbow con quei momenti/movimenti di violini ostinati ricorda certo minimalismo di Philip Glass quando invece “Philadelfia” di Neil Young sembra uscita dalla colonna sonora di un film americano. In “Apres moi” di Regina Spektor, Peter Gabriel (che non è Phil Collins) si ricorda di essere stato sodale e di avere assorbito qualcosa da Nusrat Fateh Ali Khan con un breve intermezzo di vocalizzi in stile qawwali notevolmente suggestivo mentre nella conclusiva “Street of the spirit” surclassa, ovviamente, con la sua interpretazione una delle voci più lamentose e monocordi della storia del rock, quella di Thom Yorke dei Radiohead.
Ora, tristi notizie riguardanti Phil Collins percorrono le strade delle cronache rock: pare che a causa di una recente malattia alla schiena legata alla postura tenuta nel corso degli anni, non potrà più suonare la batteria e forse neppure il pianoforte, facendo perdere prematuramente al pubblico della musica il drumming sanguigno e generoso di uno dei batteristi più bravi, originali e fantasiosi di sempre. In compenso, visto, anzi ascoltato, questo ultimo e interessantissimo disco, la schiena di Peter Gabriel gode ottima salute a parte qualche piccolo prurito; ma per quello c’è sempre il ricorso a una grattatina. Che poi a grattargliela nei punti giusti siano Bowie, David Byrne, Ray Davies, gli altri autori dei brani o gli ascoltatori di questo album sontuoso, bello e particolare, non ci è dato di sapere. Quello che sappiamo è che Peter Gabriel si è rimesso in gioco un’altra volta come è giusto che sia per un artista poliedrico e avventuroso come lui. Non sarà da tutti seguirlo in questa nuova, difficile e discutibile impresa, ma noi che l’abbiamo fatto e continuiamo a farlo con ascolti quotidiani e ripetuti, possiamo affermare con tranquillità che il piacere e la soddisfazione regnano sovrani, e guarda caso, è svanito anche quel minimo prurito alla schiena.

Maurizio Pupi Bracali