mercoledì 14 marzo 2007

Live / Esteri: THE CHESTERFIELD KINGS - Sonar, Colle Val d'Elsa (Siena) - 1° Marzo 2007 by Slania De Pau e Gianni Sanna


Ed ecco a voi finalmente il live-report sui CHESTERFIELD KINGS al Sonar di Siena del 1° Marzo come annunciatovi nel mio pezzo sulla band, composto dai miei amici di Sassari Slania De Pau e Gianni Sanna, con tanto di belle foto originali scattate dalla nostra inarrivabile Sixties Garage Girl !
Non é un mistero che esiste nella bellissima Sardegna un grande interesse per il sixties-garage ed una scena molto vivace e produttiva di bands tra le quali Rippers ed Hangee V.
Slania De Pau ne é grande conoscitrice ed animatrice, oltre che d.j. durante molti concerti garage isolani e creatrice in rete di ITALIA GARAGE, una room sixties molto attiva.
Ringrazio quindi davvero di cuore Slania ed il consorte Gianni (altrettanto esperto) per questo appassionato live-report, attendendo da loro un pezzo sulla scena garage sarda e sassarese.
Un caro saluto a tutta la room...e non dimenticate di cliccare (dopo aver letto il pezzo) sul filmino sui Kings realizzato a Siena da Slania. (P.B.)
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RITORNO AL FUTURO !
I Kings di Rochester catapultati nella scena attuale rock'n'roll dal '79 al 2007. La loro verve iniziale e’ rimasta intatta! Il tempo non ha scalfito questi re di pietra. Greg Prevost un po’ glam soprattutto nell’acconciatura , giacca rossa a pois neri, al collo foulard bianco a pois rossi, fusò neri e Beatle Boots a tacco alto, Andy pure sixties style” bassista eccezionale, sorridente dallo sguardo pulito sono i membri originali, ma l’intesa con i due nuovi Chesterfield Kings e’ notevole: il virtuoso chitarrista Paul Morabito ha assimilato perfettamente il ventennale lavoro del predecessore, ottimo alle percussioni il giovane e tenace Mike Boise.
Dal vivo spaccano! si sente subito, l’inizio del gig con “I’m not talkin” con il basso pulsante , sono freschi e concentrati per un ottima rendition di “Five years ahead of my time” dove la loro perizia tecnica nei suoni risulta grandiosa come sempre. I Chesterfield Kings pescano con oculata abilità da un po’ tutti gli album senza deludere gli appassionati del suono psych-punk. “I don’t understand”nuovo cavallo di battaglia irradia il nostro corpo assetato di sonorità sixties garage .
La porta del tempo si apre … e come per incanto inizia la stupenda “Outside Chance”, la loro musica va oltre... siamo ancora storditi dalla pura bellezza del basso ipnotico che introduce “Don’t blow your mind” (non presente in scaletta). Certe cose sono impossibili da sentire su disco, come il feeling tra musicisti e pubblico le note avevano a volte delle fissità che producono un effetto notevolmente psichedelico, dei mid-tempo e degli arresti improvvisi di ritmo che sembravano fluire come energia nei corpi di chi seguiva la musica.
Dal vivo sono migliori che in studio, la voce bellissima non ha perso tono, danno pathos ad ogni singola nota, soprattutto Andy Babiuk con il suo basso a goccia, Greg durante il concerto ha usato svariati strumenti musicali (harmonica, Mellotron, maracas e tamburelli) e dei piatti in miniatura per enfatizzare i passaggi musicali venati di viscerale rhym’n’blues.. non un accenno di stanchezza… sinuoso come una pantera ed energico come un giaguaro, salti e spaccate per un cinquantenne che sembra abbia bevuto dalla fontana dell’eterna giovinezza… quale il rock’n’roll e’ !!.
Alla fine del concerto enormi psych-balls rimbalzavano dal palco al pubblico entusiasta e divertito con scoppio finale e coriandoli argentati a cascata .
Spesso durante il concerto Greg si univa agli appassionati e scendeva come un Dio dall’Olimpo in mezzo a noi poveri mortali. I Chesterfield Kings del 2007 sono un ottimo gruppo, fresco ed energico sobrio e chiaramente psych-punk. .. Il loro suond è un distillato dei migliori gruppi Sixties Garage con una forte impronta RollingStoniana pur mantenendo la loro originalità.
Dopo varie sbandate a regola d’arte ritornano al suono dei gruppo Faro come: Blues Magoos, Electric Prunes e Chocolate Watch Band, già dall’album “ Where the action is” e continuano con i loro magic tours ad incantarci ...
La tracklist del concerto al Sonar :
1) I'M NOT TALKIN’
2) 5 YEARS AHEAD OF MY TIME
3) NON ENTITY
4) TRANSPARENT LIFE
5) I'M ROWED OUT
6) JOHNNY VOLUME
7) COME BACK ANGELINE
8) I'LL GO
9) I DON'T UNDERSTAND
10) OUTSIDE CHANGE
11) RUNNING THROUGH MY NIGHTMARE
12) FLASHBACK
13) BAD WOMAN
14) ROCK'N'ROLL MURDER
15) I'M SO CONFUSED
SLANIA, GIOVANNA, MATTIA con i CHESTERFIELD KINGS

http://www.youtube.com/Cavegirl66

http://www.thechesterfieldkings.com

SLANIA DE PAU e GIANNI SANNA

Sixties Culture / THE CHESTERFIELD KINGS: The Mindbending Sounds of...and a miny-story ! by Pasquale Boffoli


Certamente THE CHESTERFIELD KINGS da Rochester (N.York) insieme a THE FUZZTONES sono stati dagli anni '80 in poi (ed oggi più che mai) i maggiori alfieri del sixties-garage revival; ma credo non abbia più senso parlare di revival perché Greg Prevost (lead vocal), Andy Babiuk (bass), i membri storici nonché compositori di tutti i brani dei Kings e c. ne hanno fatto da sempre oltre che ragione artistica uno stile di vita a tutti gli effetti, come del resto Rudi Protrudi dei Fuzztones. Senza ombra di dubbio sono insieme a lui a livello internazionale i portatori 'sani' viventi più attendibili ed illustri della sixties-culture e delle sue raw e wild-sides, riproposte nei loro dischi ma soprattutto dal vivo con grande approccio modernista checché ne dicano i soliti detrattori.
Trattasi la loro di vera ed indefessa professione di rarissima fede che dura ormai da più di 25 anni; una missione di cui beneficiamo tutti noi appassionati, la stessa cosa che succede in Italia con un personaggio imprescindibile come Massimo dalPozzo e le sue Misty Lane e Teen Records, di cui abbiamo parlato in questo musicbox nei mesi scorsi.
The Chesterfield Kings hanno fatto quattro date 'live' in Italia tra il 28 febbraio ed il 3 marzo di quest'anno; noi vi riferiamo nel pezzo successivo a questo del loro act del 1° marzo al Sonar di Colle Val d'Elsa (Siena) grazie alla gentile disponibilità di due amici sassaresi, grandi appassionati di garage, Slania De Pau e Gianni Sanna che erano lì.
Qualcosa però prima sui Kings per i neofiti che leggono ('dejà vu' credo per i garage-fans di qualsiasi età!).
L'ultima fatica discografica di Prevost, Babiuk, Mike Boise (drums) e Paul Morabito (guitars), The Mindbending Sounds of... risale al 2003, pubblicato dalla Sundazed ma é stato ristampato recentemente dalla Wicked Cool, che pubblicherà pare prestissimo anche il loro nuovo lavoro già pronto.
The Mindbending Sounds of... é un ottimo album nel quale i Kings oltre naturalmente a riproporre tutti i clichés garage a loro cari mettono a punto un sound psichedelicamente profondo e denso, moderno e timeless allo stesso tempo: grandi sovraincisioni e lavoro in studio, brani molto cadenzati ed ipnotici, felice vena compositiva. Trip Through Tomorrow, Running Through My Nightmares, Mystery Trip, Disconnection, Transparent Life, mai frenetici ma carismaticamente magnetici vedono la proverbiale stentorea sguaiatezza vocale di Greg Prevost sposarsi ad una ricchezza timbrico-strumentale sorprendente, con Andy Babiuk impegnato ad una moltitudine di accessori vintage, Bijou dulcimer, baritone guitar, hohner pianet (un pò il Brian Jones della situazione) e Paul Morabito che si produce in alcuni soli riverberati da antologia oltre che alle tastiere.
Le sorprese poi non mancano : il grande Jorma Kaukonen (Jefferson Airplane, Hot Tuna...) alla lead-guitar in Mystery Trip e Death Is The Only Real Thing.. stile inconfondibile, quasi a gettare un ponte con un passato irripetibile.
E Little Steven che collabora a vario titolo (producendolo) ad I Don't Understand, perfetto gioiello pop-psyche, sorta di Kicks del nuovo millennio, l'episodio più radio-friendly dell'album. Little Steven, che ne firma anche le liner-notes a mò di pigmalione spirituale, si sa, é divenuto negli ultimi anni il guru del garage americano con il suo progetto Underground Garage cui i C.Kings hanno partecipato. Dal 6 novembre al 1° Dicembre hanno partecipato in America all'Underground Garage Rolling Rock & Roll Show Tour insieme a numerose bands tra cui New York Dolls e Supersuckers, 20 date itineranti tra la west e la east coast, il che li ha riportati notevolmente agli onori delle cronache.
Tra le maggiori citazioni disseminate nei brani di The Mindbending... come non nominare Seeds, Electric Prunes, ed ancora una volta, inevitabilmente, i Rolling Stones degli anni '60 (da sempre vera e propria monomania artistica di Prevost e c.): la dura Flashback inizia con un riff chitarristico ed un one-two di Greg praticamente fotocopiate dalla Jumpin' Jack Flash della premiata ditta Jagger-Richards e alla fine di Mystery Trip Prevost farnetica come Jagger negli undici minuti della famosa Goin' Home (Atfermath,1966).
Del resto avevano o no copiato la copertina originale di Atfermath nel loro lavoro Let's Go Get Stoned (Mirror/1994), quello con la cover di Street Fighting Man?
Questo lavoro conteneva anche un'ottima cover di I'm not talkin', che conoscevamo dall'adolescenza nella versione al fulmicotone degli Yardbirds.
Rollingstoniani sino al midollo, soprattutto lui, Greg Prevost, nel distorcere vocali e parole, sboccato quanto e più del suo totem Jagger.
Di eseguire covers i C.K. ne hanno fatto attraverso gli anni un'arte (alternandole però sempre a brani originali) giunta al culmine dello splendore con Where The Action Is! (Sundazed /1999), quando ancora militavano i due chitarristi Jeff E Ted Okolowctz: tra le altre, inarrivabili edulcorate/calligrafiche versioni di Happenings ten years time ago (Yardbirds), I'm not like everybody else (Kinks), I'm five years ahead of my time (Third Bardo), 1-2-5 (Haunted), Sometimes good guys don't wear white (Standells).
Dei Chesterfield Kings rimangono imperdibili anche opere come il primissimo grezzo Here Are The Chesterfield Kings (Mirror/1983), dove la loro conoscenza della materia sixties era già lapalissiana, il seguente Stop (Mirror/1985), nel quale la piegano con grande efficacia ad originali (Babiuk in primis) agili e penetranti come I cannot find her, She told me lies e Cry your eyes out.
La loro versatilità nel maneggiare l'immarcescibile archivio sonoro di cui ormai sono custodi fedeli é confermata da Don't open til doomsday (Mirror/1987), con originali come Selfish little girl, Everywhere, Ain't no use a testimoniare di un marchio di fabbrica inconfondibile; ma in Social end product il suono si indurisce notevolmente, tendenza confermata dal lavoro successivo The Berlin wall of sound (Mirror/1990), che fa registrare un innamoramento dei Kings per un suono molto più metallico, molto vicino al primo punk americano dei '70 (Stooges, N.Y.Dolls, Heartbreakers...) ed al rock&roll più puro. In genere questo non é album molto amato dai fans e dalla critica (o sbaglio?) eppure fa registrare vere e proprie scariche di adrenalina come Who's to blame, Dual action, Sick and tired of you, Love, hate, revenge o Pills, una baldanzosa cover dei Dolls ed é inoppugnabile segnale di grande eclettismo che li porterà nello stesso anno a pubblicare Drunk on muddy water, sempre per la Mirror, dove rivisitano il blues acustico ed elettrico e nel 1997 a prendere una sbandata per la musica surf. I 32 brani di Surfin' rampage, doppio su vinile (Mirror/1997) sono un'ennesima bizzarra incursione dei re di Rochester negli scampoli della musica giovanile, questa volta tra i '50 ed i '60.
Nel 1999 chiudono il cerchio tornando alla grande con rinnovata perizia e convinzione al sixties-garage, con Where the action is (di cui sopra) che praticamente contiene per intero Tripin out (The many moods of C.K.) un e.p. di sixties covers uscito solo su vinile nel 1997 per l'etichetta spagnola Imposiblle a supporto del loro tour ispanico.
Per concludere non si può tralasciare la preziosa compilation Night of the living eyes (Mirror/1989), contenente A and B-sides e live-songs risalenti al primissimo periodo della band, tra fine '70 e primi '80, compreso il loro primo 45 del 1979 I ain't no miracle worker.
PASQUALE BOFFOLI

lunedì 12 marzo 2007

Recensioni / Italiani / FORTHYTO : Seeming Calm ( Splasc(H) Records/I.R.D.) 2006


Scrivo davvero volentieri di Seeming Calm, prima avventura sonora dei FORTHYTO di Vito Quaranta, chitarrista, compositore, ricercatore e didatta musicale pugliese di rara competenza e dalla frenetica attività. Seeming Calm è stato realizzato a Bari, nei Sorriso Studio, tra la fine del 2005 ed i primi mesi del 2006: i suoi 11 brani sono un’intelligente sequela di grande bellezza compositiva, timbrica e pathos esecutivo, all’insegna di moduli jazzistici mai ortodossi, contaminati da sobri segmenti sperimentali (loop conduction) di sapore ambient ad opera dello stesso chitarrista.
L’iniziale The Unexpected Visitors (at Lope’s House) é davvero intrigante in tal senso, gravida di sagge suggestioni Eno-dipendenti.
Quaranta, splendidamente coadiuvato in questo progetto da alcuni bravissimi musicisti molto conosciuti nel circuito pugliese, in particolare barese (Davide Penta – basso acustico ed elettrico; Michele Campobasso – keyboards; Giuseppe Tria – drums & various percussions; Pippo ‘Ark’ D’Ambrosio – assorted percussions), sfoggia per l’intera opera un chitarrismo estremamente versatile ed emozionale, non sterilmente virtuosistico, esplorando in brani come The Train of Clouds, Hymn, The Last Goodbye fascinose e variegate sfaccettature armoniche, sia che si produca all’elettrica che all’acoustic o nylon string guitar.
I suoi avventurosi solo elettrici conquistano in progressione spazi armonici scandagliandoli con lo stesso trasognato fascino di un Pat Metheny, ma spesso proprio nei tre brani succitati cede ad un’urgenza più spiccatamente rock.
A volte l’avvolgente interazione poliarmonica tra le sue corde e le creative tastiere di M.Campobasso ricorda i cromatismi indimenticabili del Canterbury-sound, (…Matching Mole, Hatfield & North, National Health). I moods diversi e le svolte stilistiche inaspettate in uno stesso brano sono sorprendenti, come in The Fair of the Obvious che racchiude un inserto ‘flamenco’ (con tanto di hand-claps) originalissimo, o come la gioiosa ‘brasileira’ Masnada che chiude con la tenera saudade di un coro di bambini (della Scuola Elementare De Amicis di Mola di Bari).
Ma dove Quaranta eccelle è nell’acoustic guitar: la sua tecnica è calda ed intimamente lirica, sia che faccia uso strepitoso di ‘glissati’ ed ‘armonici’, come nella lenta e rarefatta Heart of Swallow o nella chiaroscurale commovente The Secrets of the Trees, sia quando passa alla nylon string guitar: ascoltatela in Deep Waves, altro episodio topico di Seeming Calm, una crepuscolare ballata di rara bellezza classica, accompagnata da archi splendidamente arrangiati; sembra un outtake strumentale di un disco di Nick Drake.
Vito ‘Forthyto’ Quaranta infine ha anche una passionaria vocalità che ricorda curiosamente il vecchio Peter Gabriel e che (a parte alcuni brevi emblematici inserti tra un brano e l’altro) straripa solo nell’impetuosa A Life in a Day.
L’apparente serenità marina di Seeming Calm, con un evocativo ‘ fischio trattato’ del chitarrista conclude sobriamente un lavoro che a più riprese traduce attraverso lunghe digressioni, pregevoli sperimentalismi cromatici e temi guida ora pacati ora vibranti le profonde suggestioni del mare, del cielo, della natura e della gente della terra di Puglia. Un disco che necessita di ripetuti ascolti per essere apprezzato in tutto il suo stratificato fascino poetico, che ecletticamente trascende con lucida maturità limiti di generi e di etichette.
PASQUALE BOFFOLI

www.forthyto.com

mercoledì 28 febbraio 2007

THE JAM : la Reunion - Direction Reaction Creation Ear Books - Collaborations : Wellerism by Francesco Ficco


Gli indimenticati ed indimenticabili The Jam tornano in questi giorni agli onori della cronaca : Bruce Foxton (bass) e Rick Buckler (drums) a 25 anni dallo scioglimento della storica e fondamentale band neo-mod e pare per celebrare i 30 anni dall'esordio seminale di In The City hanno riformato la band. Si parla di un tour di 19 date dal 2 al 27 maggio in Inghilterra, ma in marzo saranno in Italia, per riproporre tutto il repertorio classico; il 22 al Jailbreak di Roma (che stasera ospita i grandissimi Chesterfield Kings!), il 23 al Velvet Rock Club di Giais (Pn), il 24 al Sonar di Colle di Val d'Elsa (Si).
Paul Weller non ci sarà ; ha spiegato Buckler a Billboard : ' ...Paul ha chiuso ogni comunicazione con noi dal 1982 per motivi tutti suoi. So che lui sapeva della reunion e che non gli interessava".
Sarà rimpiazzato alla voce e chitarra da Russell Hastings dei The Gift, la cui somiglianza con Weller sembra sia incredibile e da Dave Moore; speriamo si riveli una reunion valida e non un fuoco fatuo!
Ma c'é dell'altro : nel novembre del 2006 é uscito Direction Reaction Creation Ear Book, ristampa del cofanetto di 5 cd stampato dalla Polydor nel 1997: 117 brani, praticamente tutte le registrazioni studio in ordine cronologico, compresi tutti i singoli e b-sides, molte rarità (brani eseguiti da Weller in solitudine) e demo. La Ear Books l'ha notevolmente impreziosito con uno stupendo book di 120 pagine formato grande, prodigo di esaurienti liner-notes, una completa gig-list della band, cronologia e discografia, tantissime foto rare e memorabilia.
Davvero ' the ultimate Gift for any Jam fan' .
Noi di MusicBox celebriamo questi due avvenimenti con questo esauriente pezzo sulla parabola artistica dei JAM scritto ed inviatomi da Francesco Ficco, focalizzato soprattutto sulle liriche sfaccettate ed incisive del giovane Paul Weller, componenti fondamentali dei brani della band, specchio fedele del disagio della gioventù anglosassone mod tra i '70 e gli '80, ma anche dell'inquietudine esistenziale del front-man dei Jam.
Francesco Ficco é uno storico mod cosentino grandissimo fan ( come me...) dei JAM e di PAUL WELLER, nonché leader da sempre della garage-band calabrese THE KARTOONS.
Grazie Francesco per questo excursus rivelatore sui Jam e sulla poetica di Paul Weller. (P.B.)
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WELLERISM : PAUL WELLER NEI TESTI DEI JAM .

La sincerità che traspare dalle liriche di PAUL WELLER è disarmante, schietta, diretta come un calcio nelle palle, ed allo stesso tempo malinconica, a tratti struggente in alcune delle pagine più personali.
Vale la pena citare subito alcune delle sue più belle canzoni, che affrontano svariati argomenti tutti di estrema attualità: Little Boy Soldiers, sulla guerra e lo stillicidio dei ragazzi soldato (la generazione dei nostri padri, per intenderci); The Eton Rifles, sulla sovversione politica come atteggiamento esteriore e di falsi ideali. Saturday’s Kids, sulla generazione di teenagers frequentatori di squallidi centri commerciali inglesi. Pretty Green, sulla consapevolezza che senza soldi non si può fare niente in una società come questa. La rabbia che esce da questi testi non è semplice spirito ribelle, è rabbia che ‘colpisce’, diretta a scuotere coscienze addormentate e automatiche, e aprire gli occhi di tutti noi. Proprio come le corde della sua chitarra, in perfetta corrispondenza tra quello che Weller canta ed il suo stile chitarristico, aspro, essenziale e sempre diretto, ‘sanguinante‘ di feedback .

Era il 1977 quando Paul Weller, Rick Buckler e Bruce Foxton vennero alla ribalta della scena musicale inglese col nome di Jam, dopo vari mesi passati a suonare nei pubs dei dintorni di Londra, precisamente a Woking. Lo stesso Weller ha ammesso che la svolta avvenne dopo aver assistito ad un concerto dei Sex Pistols, alfieri albionici del punk.
Ed è proprio sul suono punk, ma filtrato attraverso chitarre Rickenbacker, che i JAM stendono il loro tappeto sonoro basato su velocità, precisione e stile (parametri per eccellenza della cultura mod), azzeccando i primi singoli ed un album d’esordio che ha fatto scuola e rimane un caposaldo di tutto il periodo dell’esplosione del punk in Gran Bretagna.
Ma i Jam fecero molto di più per la buona tradizione del rock inglese: trasformarono il loro sound in qualcosa di raffinato, soprattutto a partire dal terzo album All Mod Cons del 1980 (lavoro fondamentale per la loro carriera, gradevole ed essenziale, con molti riferimenti ai padri indiscussi del genere, come Beatles, Who e Kinks, ai quali tributarono il brano David Watts), arrivando a fare emergere naturalmente il loro personalissimo stile compositivo e di grandi arrangiatori con capolavori come Setting Sons e Sound Affects, due album imprescindibili sempre presenti nelle migliori classifiche di musica pop.
Ma se la musica era di grande impatto sonoro, i testi di Weller ebbero un ruolo fondamentale nel contribuire al successo della band, e meritano un dovuto approfondimento utile ad apprezzare appieno il fenomeno Jam.
Quale altro gruppo suonava un eccellente power pop chitarristico e nello stesso tempo muoveva critiche dure e dirette alla borghesia inglese?Il periodo del debutto di In The City è contrassegnato da testi ribelli e anticonformisti, come la canzone che darà il titolo all’album successivo The
Modern World. Canzoni che parlano di storie personali e di gruppo vicine alla cultura dei mods, molte basate sull’insofferenza con la quale ogni ‘kid’ inglese poteva dire di avere qualcosa in comune, ma che colpivano dritte al ‘bersaglio’ sociale.
All’epoca Weller aveva 18 anni, ma nei testi di stampo giovanile già emerge una vena poetica non comune: la poesia come forma d’arte ha sempre affascinato Paul Weller.
Con il terzo LP All Mod Cons gli orizzonti si allargano ad una serie di tematiche dal tipico sapore inglese dolce amaro. Argomenti che possono trovarsi nelle liriche di un altro musicista inglese dei 60s che ha molto influenzato il giovane Weller nel modo di scrivere: Ray Davies, leader dei Kinks.
Chiari scenari di una società bigotta e arrivista descrivono personaggi nella vita quotidiana di sempre, che Weller senza giudicare racconta nella sua cruda e amara realtà: l’impiegato comune o la casalinga; il primo della classe o lo stesso adolescente immerso nella cultura mod, punk o skin che fosse.
Un tema molto caro a Weller è quello della diversità, del diritto di esprimere la propria individualità su tutto il resto della società, vista come piatta e bigotta, omologata ai costumi imposti come regole sociali. Non dimentichiamo che a quei tempi la censura inglese vietava l’uso di parole come ‘fuck’ o ‘shit’ in televisione ed alla radio (una volta, durante alcune registrazioni alla BBC recentemente pubblicate, i Jam dovettero cambiare alcune parole troppo esplicite di The Modern World) e se pure Londra sembrava essere il centro dell’universo, le leggi e la mentalità comune non erano così permissive. Town Called Malice, ad esempio, è ancora un quadro triste della provincia inglese, dove una certa classe sociale aspira ad una vita di falsa tranquillità, ed alle casalinghe che si sentono sole non rimane che prendersi una piccola fuga dalla realtà. Sempre dalla parte dei più deboli, Weller fa da specchio all’anima della società del suo tempo, mostrando dolori e difetti senza inutile retorica. Pronto a denunciare ingiustizie sociali e paranoie imposte dalla società britannica, ma anche pronto a sputare sul ‘music business’ o su come si può diventare ricco e famoso per poi essere dimenticato una volta passata la festa (To be someone) anche se il divertimento goduto è bastato a ripagare il protagonista (Didn’t we have a nice time).
La denuncia della violenza urbana cantata in Down in the tube station at midnight ha una portata visiva eccezionale, le sensazioni e le emozioni descritte scorrono davanti agli occhi dell’ascoltatore.
Bisogna infine ricordare testi di un’enfasi poetica non comune, come English Rose o Fly, dedicati alla sua fidanzata.

Nel 1982 Paul Weller scioglie i Jam dopo avere dato alle stampe il canto del cigno The Gift, album atipico per lo standard del gruppo, ma contenente canzoni molto belle e liriche sempre in sintonia con i tempi. Di lì a poco formerà gli Style Council, che gli porteranno una fama internazionale, ma questa è un’altra storia.
L’eredità che lasciano i Jam è enorme; le giovani band inglesi di oggi riconoscono di essere state influenzate musicalmente dal gruppo di Weller, Foxton e Buckler, e questo contribuisce, se ce ne fosse ancora bisogno, a non lasciare dubbi nel considerarli di diritto parte fondamentale della storia del rock inglese.

FRANCESCO FICCO

http://www.thejam.org.uk/

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Jam

sabato 17 febbraio 2007

Recensioni / Italiani ; TORQUEMADA : Tales From The Bottle ( Insecta Rec./ Fleisch Agency, 2007)

Quando un disco mi entusiasma lo recensisco sempre con passione, particolarmente se si tratta di una band italiana.
E' decisamente il caso dei bergamaschi TORQUEMADA, un trio noise dal tiro micidiale: questo é quanto sprigionato dai brani di TALES FROM THE BOTTLE, il loro album d'esordio uscito da poco.
Ringrazio perciò sentitamente Nora Bentivoglio della Fleisch Agency che ne cura le sorti per avermeli fatti conoscere e ricambio con questa recensione con la quale li segnalo caldamente a tutti i lettori di questo music-blog.
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It’s Going inaugura alla grande TALES FROM THE BOTTLE, album d’esordio del trio bergamasco TORQUEMADA, uscito per l’Insecta Records (Udine) verso fine gennaio, e subito si stenta a credere di trovarsi al cospetto di una band italiana: un riff di basso assassino (Davide Perucchini, cui va il merito della registrazione e realizzazione tecnica del disco in locations bergamasche) introduce un sound esasperato quasi live, il vocalismo alcoolico ed abbruttito del chitarrista Alfonso Surace e continui bruschi cambi di tempo.
It’s Going già evoca atmosfere infernali ed esistenziali estreme e va a sfociare felicemente in Figure It Out, a mio parere uno degli episodi più felici del disco, in cui i Torquemada riescono a fondere noise, attitudine dark e frenesia punk trasfigurando il tutto in una sorta di sfrenato e diabolico boogie di cinque minuti.
Ma anche il seguente Industrialnoisepostrock, sintomatico sin dal titolo, è emblematico di come il trio bergamasco sia abilissimo nel far confluire nel proprio sound le derive soniche più disparate.
Il sabba continua con il seguente torrido e strisciante Infernalcoholic Man : a questo punto è chiaro che i tre abbiano una predilezione per i chiaroscuri, i pieni ed i vuoti; dato confermato dalla martellante Times.
Non lasciano tregua all’ascoltatore con Plug e Me & My Cat : riffs chitarristici ossessivi e squadrati, voce esasperata, basso cupo e vero albero motore la drums polimorfa di Luciano Finazzi. Facendo mente locale, se vogliamo individuare nei particolari ascendenti e coordinate stilistiche : in tutti questi brani pesantezza stoner, furore grunge vanno a braccetto con la geometricità implacabile degli Shellac, ma a parer mio anche in parte con la brutalità noise-blues degli indimenticati americani Chrome Cranks.
I potenti Torquemada mi ricordano molto sul versante del furore esecutivo un altro grande ed eclettico gruppo noise italiano, One Dimensional Man.
La frastagliata Superrodeo Frog mette in scena improvvisi stop e silenzi (caratteristica presente anche in altri brani); la finale WHO? é una tormentata song segnata ancora una volta da rallentate minacciose estasi dark, una sorta di sublimazione finale dell’atmosfera sulfureo-tossica che si respira nei precedenti otto brani.
Davvero un esordio sorprendente Tales From The Bottle, e se alzare il gomito dà risultati come questo…beh, allora Alfredo, Luciano, Davide continuate imperterriti a riempire i bicchieri e non lasciateli mezzi pieni !
Un plauso finale all’artwork diabolicamente etilico-erotico di Daw .

PASQUALE BOFFOLI

http://www.insectarecords.com/
http://www.torquemada.tk/
http://www.myspace.com/iltorquemada

venerdì 16 febbraio 2007

From The Past / TOM WAITS: "Blood Money & Alice" (Anti/Epitaph, 2002)

Il monumentale triplo "ORPHANS" (recensito in questo music-blog), uscito sul declinare del 2006 ha risvegliato inesorabilmente in tantissimi fans la febbre TOM WAITS, (forse avrete capito essere uno degli artisti internazionali preferiti in assoluto dal sottoscritto), per la quale non esiste antibiotico alcuno ! Ho cosi fatto mente locale : anche nel 2002 l'imprevedibile Tom aveva fatto uscire a sorpresa in contemporanea due stupendi lavori, "BLOOD MONEY" e "ALICE" e sono andato a risentirmeli: poi mi sono ricordato che ne feci uno speciale per MusicBoom, un sito cui allora collaboravo, e sono andato a cercarmelo . Ecco come lo introducevo : "... Tom Waits- mood per nottambuli e nostalgici perduti / ... questa non é più solo musica: é arte, pittura camuffata, teatro, poesia...vita!". Dopo nel 2004 Waits ha pubblicato l'ottimo REAL GONE, che aveva un approccio diverso. Qui vi ripropongo con qualche modifica dettata dal tempo trascorso la mia doppia recensione di "BLOOD MONEY" e "ALICE"  del 2002, raccomandandovi vivamente di andare a riscoprire questi due lavori, e se non li conoscete di recuperarli: sono un tassello imperdibile nella lunga trama artistica di questo songwriter imprescindibile del nostro tempo!

SOLDI SPORCHI DI SANGUE e FAVOLE-NUVOLE!

Due dischi di Tom Waits che escono in contemporanea! La notizia quando iniziò a trapelare qualche tempo fa, mandò i fedelissimi dell'impareggiabile songwriter (ed anche chi scrive!) in 'brodo di giuggiole'. Waits é come un male oscuro: una volta che ne rimani infettato non solo é impossibile trovarne l'antidoto, ma non vuoi proprio trovarlo! Il suo microcosmo musicale é ormai da tempo fuori dai trends e dai corsi e ricorsi che abbondano nel rock e pop-system: chiuso in se stesso, claustrofobico, burbero, esso é il risultato di un percorso eclettico e personalissimo che ha permesso agli iniziali profondi amori blues e jazz be-bop (con filo diretto con la beat-generation letteraria degli anni '50) di incrociarsi strada facendo con le suggestioni della cultura mitteleuropea dei primi decenni del '900, il cabaret di Kurt Weill in primo luogo.
Quello che pareva agli occhi dei puristi un connubio se non impossibile perlomeno azzardato é divenuto invece tenacemente e semplicemente 'Tom Waits mood', atemporale e sospeso perennemente come un equilibrista sul filo sottile delle emozioni.
Mule Variations (1999) era stato un disco carnoso e terreno, ombrosamente blues: BLOOD MONEY ed ALICE, ricavati da due lavori teatrali rappresentati in Europa nel 2.000 con la regia di Robert Wilson ed interamente musicati da Waits in simbiosi con la sua preziosa ed amata compagna Kathleen Brennan, sono invece calati in una densa dimensione espressionista, e portano impressi come un marchio i segni della colonna sonora.
Soprattutto Blood Money che dei due dischi é il più sagomato ed incisivo: contiene le canzoni che hanno sottolineato la piéce teatrale Woyzeck, tratta dall'omonimo lavoro del poeta realista George Buchner che narro' nell'800 per la prima volta nella letteratura tedesca l'esistenza infelice di un uomo del popolo. Tom Waits dimostra di andare musicalmente a nozze con queste tematiche grottesco/tragiche, forte dell'apporto di un pugno di strumenti e strumentisti magicamente sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda immaginifica: i fiati multiformi di Colin Stetson e Bebe Risenfors, l'harp del veterano Charlie Musselwhite, l'insostituibile ex-Canned Heat Larry Taylor al basso e poi marimbe, celli ... oltre il solito campionario/antiquariato di Tom, pump organ, toy piano, chamberlain e l'incredibile calliope, che dà il nome anche ad uno strumentale.
Ecco allora la marcia marziale di Misery Is The River Of The World, con voce da lupo mannaro, le altrettanto perentorie God's Away On Business e Starving In The Bell Of A Whale che sembrano sottolineare crudamente l'inevitabilità del destino; incedere quasi da processioni religiose hanno invece When The World Is Green e Another Man's Vine, attraversate da una malinconia indicibile, un senso di scoramento che appartengono solo al blues così come l'ha forgiato Waits nel corso dei suoi dischi... Completano il quadro di Blood Money alcune tenere, rudi, introverse ballate nella miglior tradizione di Tom, Coney Island Baby, Lullaby, The Part You Throw Away, un paio di porzioni strumentali dal sapore astratto e straniante ed un'incredibile finale, A Good Man Is Hard To Find nella quale il nostro gigioneggia vocalmente (ma proprio tanto!) come un novello Louis Armstrong.
Se si escludono alcuni episodi come Reeperbahn, Kommienezuspadt e Table Top Joe, nei quali ritorna il Tom Waits più sarcastico e mitteleuropeo, il tono generale di Alice, il secondo lavoro ispirato al racconto di Lewis Carroll ne riflette bene il contenuto favolistico ed irreale.
La produzione e il suono stesso di brani lenti ed oppiacei come Barcarolle, I'm Still Here, We're All Mad Here, Flower's Grave é molto meno fisico di Blood Money, quasi velato e placentale. Si ha l'impressione di attraversare una silente oscura foresta dagli alti fusti, accompagnati dalle melodie indolenti e dalla struggente intensa poesia di Lost In The Harbour, Watch Her Disappear, Fish & Bird, Poor Edward, No One Knows I'm Gone sino all'indicibile bellezza dei soffusi toni blues di Alice con un inarrivabile sax-solo di Colin Stetson.
La serie di strumentisti in Alice si allunga e prevalgono i toni languidi e nostalgici del violino, crepuscolari della viola e del cello, la solitudine serale e notturna del piano e delle tastiere di Tom.
Quelle di Alice sono favole dal fascino torbido, oscuro, finite male . Due dischi diversi ma complementari che ripropongono clamorosamente il fascino malato del songwriting di Tom Waits, un uomo, un artista con i piedi ben piantati ed intrecciati con le profonde radici della terra ma con la testa persa tra spessi banchi di nuvole sulfuree ed extraterrene.
PASQUALE BOFFOLI

lunedì 12 febbraio 2007

Sixties Culture / Collaborations : THE STORY OF SKIP BIFFERTY ( 1968) - 2 cd reissue ( Castle Music / 2003) by Marcello Rizza

Dopo un lungo fisiologico intervallo del blog (c'est la vie!) eccovi un altro ottimo scampolo di Sixties Culture made in England del nostro Marcello Rizza. Un patrimonio immenso che, per fortuna, non finiremo mai di esplorare e riscoprire!
Un'eccellente band pop-sike (così si dice da un pò !) quella degli SKIP BIFFERTY .
Il loro unico lavoro del 1968 é stato ristampato nel 2003 in doppio cd dalla Castle Music con molte appendici: riascoltato oggi risulta ancora eclettico e carismatico, ma ve ne parla meglio Marcello qui di seguito.
Gli Skip Bifferty, originati dalla crisi dei Chosen Few (già insieme dal 1962), nella formazione definitiva erano Graham Bell (lead vocal), Mick Gallagher (organ), John Turnbull (guitar), Colin Gibson (bass), Tommy Jackman (drums).
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Questo album l’avevo già da alcuni anni ed era da me considerato come uno dei migliori della mia collezione sixties. Ma esso consta di 14 brani, mentre il CD, tra bonus track, BBC Sessions e brani registrati sotto il nome di Alan Hull, Heavy Jelly e Griffin, ne ha ben 40! Che sorpresa risentire l’album ridigitalizzato!
Intendiamoci…io sono un accanito sostenitore del suono analogico. La sua rotondità, la sua pienezza, la sua “imperfezione” vengono riprodotti dal mio Gold Ring (testina) - Micro Seiki (piatto) – AGI Canadese (preamplificatore) – Yamaha M1 (amplificatore) – JBL (coppia diffusori) in maniera calda e dalla dinamica coinvolgente. Se il vinile, oltre al suono, avesse anche la comodità del CD non l’avrei mai rimpiazzato nelle mie preferenze sugli acquisti.
Insomma…il vinile come una autovettura d’epoca…bellissima, con tutti i suoi rumori e i suoi difetti…ma per uno come me che macina musica a casa, sul lavoro e tantissimo in macchina, l’autovettura d’epoca è il lusso della gita fuori porta.

Ma torniamo a THE STORY OF SKIP BIFFERTY, doppio CD della Castle Music. I primi 14 brani racchiudono lo stupendo album originale del 1968. E’ un opera che credo conoscono in molti e che tratterò qui concentrandomi più sui meno conosciuti brani acclusi al CD. Giusto le mie impressioni per dire che trovo il lavoro svolto dai SKIP BIFFERTY geniale, multiforme seppur coeso, psichedelico di quella british psychedelia romantica che tanto mi tocca il cuore. Un album comunque che appare come un prodotto maturo, privo delle ingenuità, a volte anche affascinanti, dei gruppi medi del periodo British.
Chitarra che spesso tiene il ritmo con la batteria, così come, con la stessa tecnica anche più esasperata, fanno i July nel loro altrettanto splendido secondo lavoro (qualcuno ha notizie del primo lavoro?), pianoforte, chitarra elettrica, la splendida voce di Bell, i coretti…questi gli strumenti importanti. Una buona dose di ironia, poi, non guasta mai.
E’ infatti con brani come “Gas board under dog” che ti viene voglia di ballare, al passo con i loro coretti scherzosi, con la rara “voce narrante” e con il banjo iniziale che da l’incipit per il ritmo del pezzo. Con “Yours for at least” invece ci si cala perfettamente nel tipico sound beatlesiano, come peraltro in qualche altro brano…d’altronde siamo nel periodo!.
Il pianoforte è invece lo strumento principale in un brano melodico e dal sapore vagamente epico come “Follow the path of the stars”. Sempre il pianoforte a farla da padrone, fin dal’incipit, nel bellissimo brano "Jeremy Carabine”, anche se la chitarra elettrica, nella parte centrale del brano, si merita un plauso. Negli extra tracks spicca il loro primo brano edito, “On love”, dove la chitarra elettrica è predominante ma è già presente l’ironia e la predilezione ai giochetti recitati in coro. In “Happy Land” troviamo la più classica delle pop-sike con tanto di violini e l’allegria della canzonetta poco impegnata. Bellissima la seguente cortissima “Reason to live”, molto intimista e dai cori e cadenze alla Nirvana (quelli british!). “This we shall explore” è forse la mia preferita delle bonus track; inizia come un classico brano beatlesiano ma poi diventa assolutamente originale e personale.
E’ però dal secondo CD che vengono le sorprese. Le BBC Sessions sono veramente interessanti. Sopprassiedo nella descrizione dai brani già presenti nell’album, anche se ottimamente eseguiti in versioni alternative. Parto invece subito con “The Hobbit” che è assolutamente stupenda! Le note la danno come ispirata al racconto di Lewis Carrol “Alice nel paese delle Meraviglie”, ma resto perplesso perché il titolo cita invece i personaggi simpatici ed eroici dell’opera di Tolkien. Forse mi sfugge qualcosa o traduco male l’inglese delle note. Anche “Once” è particolare e si distingue per i ricami preziosi della chitarra acustica, sebbene nella parte centrale, come spesso nei loro brani, la chitarra elettrica si mette in vetrina con onore. “Aged aged Man” ricorda molto, nella iniziale interpretazione col pianoforte, la sigla dei vecchi telefilm della famiglia Addams, anche se dopo pochi secondi già la forma canzone classica beat torna prepotente. Con “Disappointing day” ritorna la classica pop-sike version, con tanto di coretti e pianoforte…ma c’è canzone e canzonetta…e questa è canzone! C’è poi una versione della sempre verde “Don’t let me be misunderstood” che si intuisce essere molto bella, rallentata e resa finanche triste. Dico “si intuisce” perché la registrazione, probabilmente tratta da un acetato rovinatissimo, rende difficile avvicinarsi al brano se non con lo spirito di chi cerca assolutamente “ancora qualcos’altro”.
Con “In the morning” si ritorna all’anima psichedelica british del gruppo, ma anche qui la qualità della registrazione lascia molto a desiderare. Che bello il brano “I am the noise in your head”! Pubblicato con il nome Griffin, viene fuori questo pezzo di 4 minuti decisamente maturo e intelligente, veramente prezioso e con una line-up allargata che rende più complessa la costruzione del tessuto musicale. Anche le soluzioni cantate appaiono più moderne, e sembra a tratti di sentire i Jefferson Airplane un po’ più duri. Sempre come Griffin, fanno un pezzo molto d’intrattenimento, delicato e tratteggiato dalle solite chitarra acustica e pianoforte.

MARCELLO RIZZA

http://www.alexgitlin.com/npp/skipb.htm

http://bandtoband.com/index.php?Page=Search&BandId=6830

giovedì 18 gennaio 2007

Collaborations; Recensioni / From The Past : ANIMAL COLLECTIVE : SUNG TONGS ( Fatcat Rec. -- 2004) by Antonio Vergari

Un flash sull'immenso e variegato panorama indie americano degli inizi nuovo millennio.
Il nostro giovane collaboratore Antonio Vergari, appassionato della materia, fà che questo disco non cada nell'oblio, complice il ritmo serratissimo (fatto positivo o no ? lascio a voi l'ardua risposta) del panorama internazionale di questi ultimi anni .
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ANIMAL COLLECTIVE, due musicisti che vengono dalla pancia della terra e profetizzano in sottofondo che in realtà lì ci siamo ancora tutti; sono Avey Tare e Panda Bear ( cioè David Porter e Noah Lennox), gente di New York che sta insieme dal 2000 e che con SUNG TONGS di album ne ha fatti 5.
Un disco che è lungo, con 11 pezzi lunghetti pure loro e in mezzo una cosetta stupefacente da meno di un minuto.
Le canzoni più corte (Leaf House, Who Could Win A Rabbit, Sweet Road) sono un piccolo avviso per la gente che riesce a credere che dalla pazzia si guarisca, che le visioni abbiano una durata sempre inferiore ai tre minuti, che pensa dopo l’ascolto che magari non ha buttato tutti i soldi in un disco che ha tutti gli altri pezzi lunghi e sbrodolosi.
In realtà sono argute, elettro-folk, ballabili e gutturali. Come tutto il resto.
Quello che rimane in certi istanti è sul romantico ottocentesco (= nostalgico) (i quasi 13 minuti di Visiting Friends, Mouth Wooed Her), in altri sempre folk primitivo retto da percussioni e un brodo di rumori e battiti elettronici da post rock e liquidi in ebollizione lenta (Kids On Holyday, Good Loving Outside, Whaddit I Done) .
We Tiger meriterebbe di essere ballata fino a perdere il corretto movimento delle giunture.
College è il dolcetto da sorpresa finale di 57 secondi.
I precedenti impegni che avevano preso si erano concretizzati in scene più movimentate e sulla fine del mondo musicale per come lo conosciamo e una rinascita in un tutt’uno di suoni che è la realtà per come dovrebbe apparire sin dalla fine, cioè dall’inizio.
Per me non sono affatto gli eretici della loro religione, la colpa è nostra e la dimostrazione è la copertina, una delle più belle di quell’anno, il 2004.


ANTONIO VERGARI

http://www.myspace.com/animalcollectivetheband
http://fat-cat.co.uk/fatcat/artistInfo.php?id=53

Sixties Culture / Collaborations : La Psychedelia targata BAM CARUSO : RUBBLE & PHIL SMEE by Marcello Rizza


Dopo gli U.S.A., articolo molto apprezzato in questo musicblog, l'amico bresciano Marcello Rizza ci offre un altro illuminante squarcio sul tema del recupero di prezioso ed oscuro materiale musicale sixties, psichedelico/britannico in questo caso.
Si aprano gli scrigni .....
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In ogni campo dello scibile umano esistono personaggi che, per passione o per mestiere, vengono considerati maestri indiscussi. Esiste un mondo musicale sixties alternativo dove un carissimo personaggio assurge a tale considerazione e levatura: PHIL SMEE .
Questo Signore, ricercatore di memorabilia e di piccole grandi gemme del rock britannico sixties, negli anni ’80 si è messa una tuta blu da lavoro, è sceso nelle cantine buie delle case discografiche inglesi ed europee e ne è ritornato sporco di polvere ma con in mano tanti piccoli grandi tesori musicali.
Con una raccolta principalmente incentrata su materiale psichedelico e popsike, senza disdegnare il panorama freak, garage e folk, ha realizzato in vinile, con la attenta e purtroppo estinta BAM CARUSO, un enciclopedico progetto denominato “RUBBLE” che si è sviluppato in 17 volumi, successivamente portati a 20.
Tanti gruppi e artisti, allora persisi e che parevano destinati all’oblio, oggi anche grazie ad opere come queste vengono rievocati, riscoperti, apprezzati anche più di quanto lo siano stati a suo tempo. Certi progetti musicali ambiziosi e/o sperimentali dell’infervorato periodo ’60 non furono capiti, troppo avanti per l’ascolto medio trasmesso nelle radio e subito passati di moda quando un pubblico più smaliziato stava diventando competente e disposto ad accettare certe sonorità. Ma questo non deve far pensare che la raccolta Rubble sia esclusivamente dedicata a brani oscuri o improbabili; tutt’altro!
La propensione popsike di alcuni dei 17 volumi fa sì che dalle vibrazioni del solco vinilico si sviluppino certe deliziose canzoni che, rese al pubblico da un cultore del rock, non si abbandonano a sciroppose litanie bensì a intelligenti e romantiche melodie.
Prendo ad esempio la gradevolissima ballata dei MODE, Eastern Music, che riesce a rendere una fusione di espedienti melodici richiamanti panorami di praterie attraversate a cavallo e arie orientali.
Certo non si potrà mai dire che nessuno dei brani di questa opera sia banale, scontata, prevedibile.
Chi cerca cose particolari, azzardate, non potrà non deliziarsi, per esempio, scoprendo la splendida Mother No-Head dei GROEP 1850 che, sviluppando il tema musicale popolare del San Martino Campanaro, in una nuova partitura dal narrato psichedelico e dal timbro vocale cavernoso accompagnato dai cori maschili e femminili che riecheggiano i Carmina Burana medievali e l’opera sacra, ne restituisce una credibile e originale Dies Irae in chiave rock!
Non sono i soli ad aver avuto l’idea di una fusion tra Dies Irae e rock, a partire dai nostri FORMULA 3 fino a episodi meno noti quale quello del gruppo tedesco GOLGOTHA nel 1972.
E vogliamo parlare del panorama eighties legato all’esperienza psichedelica ‘60 celebrato nel doppione Rubble 9 (esistono due Rubble 9!)?
Come si fa a non amare Slow Motion degli ATTRACTIONS…si…proprio quelli che hanno accompagnato per anni Elvis Costello! E l’elettrico menestrello PAUL ROLAND con la sua cantilenante Mad Elaine?
La Bam Caruso non c’è più. Ha chiuso i battenti da molti anni. Phil Smee continua a far bene il suo lavoro.
Con la TENTH PLANET ha curato la raccolta in 4 volumi “THE ELECTRIC LEMONADE ACID TEST ” regalandoci altre chicche del panorama sixties, come Billy The Monster dei THE DEVIANTS o Lady Mary dei THE SALLYANGIE, il primo gruppo formato da Mike e Sally Oldfield.
Oggi la label PAST & PRESENT ristampa tutti i volumi Rubble. Finiranno presto anche queste ristampe…e molti si morderanno le dita per non averle prese in tempo. Affrettatevi!

MARCELLO RIZZA

mercoledì 3 gennaio 2007

TOP TEN 2006 / I magnifici 10 del 2006 by Pasquale Boffoli

Non sono mai stato un fanatico delle classifiche né tantomeno dei voti ai dischi, li ho sempre reputati banali e offensivi della dignità artistica dell'artista o della band di turno.
A mio parere una recensione che rispetti i criteri fondamentali, e cioé quelli informativi ed emotivi é l'unico dovere che un giornalista o critico o free-lance che sia ha nei confronti di un disco.
Avendo comunque stilato su richiesta per un sito cui collaboro la mia top ten dei migliori albums del 2006 ho pensato di proporvela in questo inizio di 2007.
Di 6 dei 10 dischi sotto indicati troverete recensioni e copertine in questo musicblog, pubblicate tra ottobre e dicembre.
Dei 4 restanti troverete qui le copertine :
AT WAR WITH THE MISTYCS da Flaming Lips sempre più onirici ed avvolgenti, ben lontani dalla contorta psichedelia degli inizi;
THE FREE : LIVE AT BBC, una full-immersion nell'hard-soul compatto e potente di una delle formazioni più significative dei '70 britannici;
ROGUE'S GALLERY, prodotto dal genio di Hal Willner, con un' impressionante cast di artisti noti e meno noti, raccolta 'piratesca' votata ad un folk metafisico
ed infine il quinto commovente capitolo delle AMERICAN RECORDINGS di JOHNNY CASH (una delle più illustri recenti scomparse!), A HUNDRED HIGHWAYS, il testamento più toccante che Johnny potesse lasciarci.



1) BRUCE SPRINGSTEEN : WE SHALL OVERCOME (The Seeger Sessions) (cd + dvd)

2) TOM WAITS : ORPHANS (3 cd)

3) GOV’T MULE : HIGH AND MIGHTY

4) PERE UBU : WHY I HATE WOMEN

5) FLAMING LIPS : AT WAR WITH THE MYSTICS

6) THE FREE : LIVE AT BBC (2 cd)

7) PAUL WELLER : CATCH-FLAME LIVE ! (2 cd)

8) JOHNNY CASH : AMERICAN RECORDINGS V/ A HUNDRED HIGHWAYS

9) NEW YORK DOLLS : ONE DAY IT WILL PLEASE US TO REMEMBER EVEN THIS (cd + dvd)

10) VV.AA. : ROGUE’ S GALLERY / PIRATE BALLADS, SEA SONGS & CHANTEYS
( 2 cd)

domenica 31 dicembre 2006

TOM WAITS: "Orphans" (3 CD) & "Burma Shave" (DVD, 2006)

Concludo questo 2006 in bellezza: con un articolo-fiume sull'ultima opera di TOM WAITS e su un suo recente DVD . Poteva esserci modo migliore per siglare i primi tre mesi di questo nuovo sito/blog musicale ma non solo? Tanti auguri e 'fatevi' di blues con Tom sino a notte inoltrata ed a 2007 subentrato! Se non dovessi ottemperare al solito palloso tradizionale cenone (con...quanti tipi ? Boh !) resterei molto volentieri sino ed oltre mezzanotte solo con Tom ed i suoi 'Orfani'!


TOM WAITS ha pensato bene di farci passare delle felici feste di fine anno producendo e pubblicando per la Anti Rec. ORPHANS : Brawlers, Bawlers & Bastards, un triplo cd di brani estratti da un catalogo credo privato pressocché inesauribile (ma forse ora si è esaurito?), quello suo e di sua moglie Kathleen Brennan.
Difficile credere che questo ghiotto flusso di coscienza ispirativo, 56 songs di cui 30 new recordings, veda la luce per la prima volta.
Occorre dirlo ? Si tratta di brani che neanche per un attimo segnano un calo d’ispirazione e d’interesse per l’ascoltatore e che sublimano volti diversi della sfaccettata arte americana di Waits: chi lo ama li conosce bene! Il blues prima di tutto : Brawlers, il primo cd è intriso di blues sino al midollo, blues come solo Tom sa cantare, rabbiosi, stizzosi, colmi di malinconia cosmica e faringite cronica !
Blues che distruggono qualsiasi estetica scolastica del come si dovrebbe cantarlo, blues catarrosi e scheletrici come Ain’t Goin’ Down To The Well firmato Leadbelly e Alan Lomax (maltrattato e trashizzato), Low Down o il traditional Lord I’ve Been Changed nei quali l’armonica sussultante e palpitante del veterano Charlie Musselwhite e la chitarra aguzza del solito insostituibile stregone Marc Ribot disdicono tutti gli impegni : hanno appuntamento con Tom ed il diavolo presso fatidici crossroads per ricalcare con lui le orme di uno che il blues del delta del Mississippi e di Howlin’ Wolf lo stravolse come mai nessuno prima, rendendolo poltiglia inudibile ed ululante, quel Don Van Vliet meglio conosciuto come Captain Beefheart ! Come il capitano il Waits di Orphans è un lupo allo stato brado, libero di dilaniarci l’anima come e quando vuole! Quelli di Brawlers sono incazzamenti blues che ignorano la fredda logica tecnica accademico/borghese dei masters…che a cantarli vorrebbero insegnare (che Dio perdoni coloro che ne sono convinti!) .
Gente !!! Waits ci ha insegnato dai suoi esordi che se non si inseguono con masochismo per materializzarli i propri fantasmi esistenziali, se non si svuota l’anima dalla zavorra quotidiana con la stessa urgenza di un defecamento da diarrea nel primo cesso a portata di mano, se non si sanno trasformare i limiti delle corde vocali in paurosi rantoli fuligginosi, il blues rimane una chimera.
Godetevi perciò sino allo sfinimento il primo dischetto zeppo di stomp-blues catacombali, rachitici, sghembi come 2:19, Fish In The Jailhouse, ma anche del rockabilly malato di Lie To Me e All The Time, dello sgraziato folk-hip hop (ebbene sì!) di Lucinda, del banjou paludoso di Puttin’ On The Dog, del desolato boulevard di Road To Peace, del raw-spiritual di Walk Away.
Bawlers secondo cd, è florilegio di ballate rassegnate ma stizzose, claudicanti, a tempo di valzer, commoventi, crudeli che fanno della povertà strumentale e del trionfo del lo-fi le loro armi vincenti, come del resto anche gli altri due cd.
Un violino, poche parche percussioni, fiati accorati, e a farci piangere il timbro perennemente arrocchito del signor Waits; il suo vocione scostante e colmo di tenero pathos è come una pellicola cinematografica: vi scorrono mille vite, mille grandi e piccoli sentimenti e risentimenti, mille storie di ordinaria miseria quotidiana.
Naturalmente alcune ballate mi fanno piangere di più: Widow’s Grove, dal mood irish-folk, la nostalgica struggente You Can Never Hold Back Spring, la minimale If I Have To Go, Fannin Street (che pare una romantica outtake dei primissimi acerbi lavori di Tom), la disperata e ruggente Down There By The Train.
Il terzo cd Bastards invece travolge con gli esperimenti ‘bastardi’ del passato a cominciare dagli innamoramenti mitteleuropei d’annata della marziale What Keep Mankind Alive di Weill/Brecht, rudi e sgraziati poetry minimali tratti da Bukowsky (Nirvana), Jack Kerouac (Home I’ll Never Be), Children’s Story dal Woyzeck di Georg Buckner sino alle misteriose disquisizioni sugli insetti di Army Ants tratte dalla World Book Enciclopedia; omaggi a lapalissiane icone letterario/esistenziali di Tom, sproloqui appoggiati su larvati e deraglianti tessuti sonori dal sentore di fetidi underground ferroviari/metropolitani, magari concepiti con quei musicisti ‘bastardi’ che lo seguono come cani ‘sotto la pioggia’ proprio in quella officina meccanica che Tom ama più di sua moglie e della sua musica, e dalla quale Kathleen è riuscita (per nostra fortuna!) a distoglierlo : se Tom avesse, come voleva, abbandonare per essa la scena avremmo perso uno dei pochi autentici perversi genii musicali ancora in circolazione.
Ed ancora, a sorpresa, in ordine sparso ; due omaggi ai fratellini Ramones: il punkaccio anomalo e sporchissimo di The Return Of Jackie And Judy su Brawlers, l’agrodolce Danny Says, colma di romanticismo suburbano su Bawlers.
L’epica e struggente ballata Sea Of Love ( Khour / Baptiste), gli anni ’50 maltrattati ed iniettati di vetriolo, On The Road con parole di Kerouac, ennesima genuflessione alla beatnick generation di cui è figlio legittimo sin dagli inizi della sua carriera (Closing Time, Heart Of Saturday Night, Nighthawks At The Diner…) , la fangosa e torbida Buzz Fledderjohn (sembra registrata in una pausa di lavoro nei campi nel cortile di una vecchia fattoria del Sud degli States tra armonica, dobro e cani che abbaiono), il gospel etilico Rains On Me composta insieme al vecchio compagno di sbronze Chuck Weiss: ‘ ..everywhere i go it rains on me !’ .
Che ci vuoi fare Tom…la vita non è facile per nessuno!
I tre dischi di Orphans sono un monumento alla sporcizia e all’autenticità di un artista/autore unico cui bastererebbe per essere felice armeggiare con chiavi inglesi, pistoni ed olio motore…; una palude insidiosa disseminata di sporchi e maleodoranti acquitrini e di sabbie mobili, ma sarà un vero piacere per noi appuzzolirci e sporcarci gli stivali sino a scomparirci nel 2007, nel 2008, nel 2009, nel 2010 etc.
Sempre per quanto riguarda Waits vi consiglio caldamente un DVD tedesco, BURMA SHAVE (Ace Ent.) in circolazione negli ultimi mesi del 2006, con registrazioni live e brani risalenti alla seconda metà degli anni ’70 : sto parlando di album epocali come Nighthawks At The Diner (1975), Small Change (1976), Foreign Affairs (1977) e Blue Valentine (1978) e di un Waits allora sbalorditivo crooner jazz/blues tutto bourbon & cigarettes!
Eccezionali versioni recitate e spoken words di Summertime e Burma Shave su lenti tappeti bluesati e jazz da brivido…Tom confuso e vacillante, prolisso, sigaretta incollata al labbro, capelli arruffati…un lampione, brandelli sputati e catarrosi di Romeo che sanguina, On The Nickel, Annie é tornata in città, Una cartolina di natale da Minneapolis e ... Vorrei essere a New Orleans!
Tanti medley ; persino Silent Night : perciò un ottimo regalo per le feste natalizie a chi volete bene!
Le immagini sono sgranate ma chi se ne frega … l’effetto nebbia giova decisamente a questo Waits d’annata perso nelle sue romantiche e disilluse storie d’amore suburbane e in faticosi risvegli da nottate jazz in clubs di infima categoria. IMPERDIBILI ENTRAMBI !!!
Pasquale "Wally" Boffoli

http://www.officialtomwaits.com/main.htm
http://www.tomwaits.it/
http://www.tomwaits.com/


Video: Lie To Me http://media.anti.com/tom_waits/orphans/lietome.mov
Audio: ascolta "You can never hold back spring"