mercoledì 4 gennaio 2012

PROFILES - MOD CULTURE - THE SMALL FACES: "All Or Nothing"

Per i non più giovani il nome di STEVE MARRIOTT rimane e rimarrà prima di tutto avvinghiato a filo doppio agli SMALL FACES, prima ancora che agli HUMBLE PIE, meraviglioso ensemble in attività tra la fine dei 60 ed i primi 70. Steve Marriott morì nel 1991 a soli 43 anni e non di decesso naturale: un destino amaro
accomuna alcuni dei nostri eroi giovanili, quando non è di droga o alcool, si tratta di circostanze violente o strane, in questo caso l’incendio del cottage di Marriott. Una morte che certamente Steve non meritava, aveva lavorato, inciso, si era esibito sino alla fine, sempre motivato da un’insana passione per la musica forte e viscerale, blues e rythm & blues innanzitutto, che lo consumava sin da quando era uno dei mods più amati della Swinging London. Inconfondibile, unica quella voce da teen-ager perennemente incazzato, giocata ai limiti delle sue possibilità tonali, quasi isterica; sapeva essere però anche malinconico, carezzevole, come Roger Faltrey, Eric Burdon, Mick Jagger, Steve Winwood, come loro Steve esprimeva sino in fondo con la sua espressività esasperata le frustrazioni e la rabbia della generazione inglese dei sixties

THE SMALL FACES e la scena Mod inglese
THE SMALL FACES, la band rivale degli WHO, che dominavano la parte di Londra opposta a quella est dove vivevano ed agivano Marriott e c., particolari che abbiamo appreso in seguito: in Italia noi che usufruivamo da molto lontano della rivoluzione musicale e di costume beat anglosassone non facevamo molto caso alle etichette ed al differenziarsi delle frange ribelli giovanili in mods, rockers, teddy boys, molto forte nel Regno Unito (come poi stigmatizzato da film quali “Quadrophenia”). In Italia la cultura beat uniformò un po’ tutto e fu vissuta (non sempre) soprattutto in termini di abbigliamento e di nuove fogge - a caschetto, lunghi - dei capelli, aspetti indubbiamente importanti anche per la cultura mod inglese: gessati, cravatte strette, camicie dal collo rotondo erano i capi preferiti di Townshend, Daltrey, Marriott, Lane, una certa eleganza classica di estrazione piccolo o medio borghese, come la provenienza sociale di molti di loro. Qualche anno dopo tutto sarebbe stato spazzato via dalla straccioneria multicolore hippie! L’unico che si preoccupò di informarci ufficialmente dell’esistenza dei mods fu un certo Ricky Shayne che riscosse un certo successo in Italia con un brano che s’intitolava appunto Uno Dei Mods. Altre caratteristiche generazionali della cultura Mod come l’amore per le anfetamine ed il rhythm & blues americano, il detroit-sound della Tamla Motown, rimasero in Italia quasi del tutto sconosciute. Saldo cordone ombelicale invece con l’Italia degli anni ’60 l’adozione ufficiale come mezzo di locomozione da parte dei mods di Lambrette e Vespe di fabbricazione nostrana, opportunamente e maniacalmente accessoriate di decine di specchietti retrovisori, un marchio di fabbrica che resisterà tenacemente nei decenni successivi, parallelamente ai ripetuti mod-revival. Gli Who e gli Small Faces dunque furono nella prima metà degli anni ‘60 i capostipiti potenti e più qualificati del mod-sound, profondamente influenzato dalla musica nera, soprattutto rhythm & blues e soul, ma lo erano ad onor del vero il 99,9 % delle bands anglosassoni della prima metà 60. Sul versante mod c’erano naturalmente e per altri versi i Kinks dei fratelli Ray e Dave Davies, che si spostarono quasi subito però sul versante della satira sociale: altre ottime o buone bands, certamente minori rispetto ai capiscuola, The Poets, Amen Corner, Timebox, Eyes Of Blue, Mockingbirds, The Attack ed altre scivolate in ambito freak beat come i Birds di Ron Wood, The Creation, Mark Four, The Syn, The Fairytale, Loose Ends furono riconosciute nel loro valore, riabilitate e ristampate tempo dopo grazie allo strenuo lavoro degli addetti ai lavori, degli appassionati e delle bands neo-mod anglosassoni (Jam, Merton Parkas, Secret Affair, Chords, Purple Hearts) che a partire dal declinare dei 70 e nei primissimi anni 80 diedero vita a vivaci revival mod. Per avere un quadro esauriente e ben coordinato dell’estrema fertilità e creatività musicale dei sixties inglesi si consiglia la ristampa del 1998 su 5 cd da parte della Deram dei Decca Originals, divisi in “The Mod Scene”, “The Freakbeat Scene”, “The Northern Soul Scene”, “The R&B Scene” e “The Beat Scene”, 125 brani in tutto corredati da ottime liner notes, il tutto a cura di Dorian Wathen, John Reed e Phil Smee: alcune delle bands interessate compaiono in suddivisioni diverse della scena, e questo dimostra come fosse e sia impossibile racchiuderle in un genere preciso, e come in quella scena fantastica ci fosse un continuo e fluido ricambio di approcci ed influenze musicali.

Small Faces: il periodo Decca
Un fil rouge collega le diverse generazioni mod: i primi Who incidono ad esempio Please Please Please i I Don’t Mind di James Brown nel primo album “My Generation” (Decca, 1965), la gloriosa Heat Wave di Martha & The Vandellas, uno degli inni della Tamla Motown: brano che fu rivisitato dai Jam di Paul Weller (strenui continuatori della tradizione mod) nell’album “Setting Sons” (Polydor, 1979), elettrificato a dovere ed interpretato con furore virile. Ma già nel loro secondo album, “This Is The Modern World” (Polydor, 1977) i Jam avevano resuscitato un altro indistruttibile hit r&b di scuola Stax, In The Midnight Hour di Wilson Pickett. Dal canto loro gli Small Faces violentarono con furia l’elegante Shake di Sam Cooke in "Small Faces", 33 giri targato Decca (1966): e non esagero perché la furia iconoclasta che caratterizzava gli Small Faces nel 65-66 non aveva rivali, e li portava ad introdurre nella tradizione tutto un campionario di chitarre ed organo sferraglianti, ritmi serrati mozzafiato, superando in tribalità e violenza espressive gli stessi Who che in alcuni casi (e mi prendo tutta la responsabilità di ciò che scrivo) in confronto a loro erano delle mammolette. Ci sono degli episodi sul primo 33 giri degli S.F. assolutamente selvaggi, giocati a volte su uno o due accordi martellanti sino allo sfinimento, come Come On Children, Don’t Stop What You Are Doing, in cui Marriott sembra il maestro di cerimonie di un rito bianco forsennato, ad altissima temperatura, con ineffabili cali e picchi d’energia sudata. I suoi compagni di band, Ronnie Lane, Ian McLagan, Kenny Jones facevano da cassa di risonanza ai richiami invasati di Marriott, alle sollecitazioni continue a muoversi, a fare sesso, a vivere in modo ribelle! Il basso martellante di Ronnie ‘Plonk’ Lane, l’organo inquieto ed avventuroso di Ian McLagan, la batteria caracollante di Kenny Jones erano assolutamente funzionali alla grinta priva di compromessi e negroide ed alla chitarra sferzante di Steve Marriott. Preme sottolineare il ruolo di primo piano dell’organo di McLagan, caldo ed avvolgente, artefice primario delle torride atmosfere mod-rock di tanti brani, anche strumentali, quali You Need Loving, Tin Soldier, Own Up, What’cha Gonna About It, Itchicoo Park; è proprio grazie ad artisti come Mc Lagan e Brian Auger che lo strumento organo (modificato in alcuni casi con effetti come il Leslie) ha trovato una sua precisa collocazione, delle nitide coordinate, nel panorama della musica rock e pop dei 60, 70 giù giù sino ad oggi. Al primo omonimo bellissimo album per la Decca seguono una serie di stupendi 45 giri (tutti grandi successi), quali Watcha Gonna Do About It? (65), le arcinote Sha Lala La Lee, Hey Girl, All Or Nothing, (n° 1 nelle classifiche), My Mind’s Eye (tutte del 67), Here Comes The Nice (67), ed un album “From The Beginning” (67) che ha il grande merito di mettere insieme tutti i singles di successo usciti tra il 65 ed il 67.

Small Faces: il periodo Immediate
Ma nel 1967 la svolta: firmano per l’etichetta Immediate, fondata e gestita da Mick Jagger, Keith Richards ed Andrew Loog Oldham, per la quale incidevano artisti come Chris Farlowe ed uscirono con un 33 giri pieno di chitarre acustiche, clavicembali, mellotron, pianoforti e fiati. Nel 2002 esce “THE SMALL FACES: First Immediate LP, 35th Anniversary Edition" (Castle Music - Sanctuary Record) e viene così festeggiato alla grande la ricorrenza. Vi rimando al mio articolo scritto in quell’anno. Uscito in America con il titolo “There Are But Four Small Faces” l’album è davvero un giro di boa nella visione musicale tipicamente mod-r&b con cui i quattro avevano raggiunto il successo nel periodo Decca '65-'66. La violenza dei primordi era temperata a favore di brani tristi, ballate malinconiche, e qualche bagliore psichedelico, segno dei tempi che si approssimavano. L'album, uscito il 23 Giugno 1967, é un primo tentativo abbozzato di STEVE MARRIOTT e c. di concept-album e di soffice psichedelia attraverso le melodie accattivanti e dilatate di Feeling Lonely, Become Like You, Eddie's Dreaming, Up The Wooden Hills To Bedforshire, Green Circles. Scrive David Wells nelle preziose note dell'esauriente booklet di questa ristampa imperdibile:
‘Nel 1967 The Small Faces stanchi dei clichés di 'mods scapestrati' in cui la Decca li aveva ingabbiati e dei dissapori/incomprensioni con i managers della potente etichetta Don Arden e Tito Burns firmano per la nascitura Immediate sulla scia di altri artisti come Chris Farlowe ed Amen Corner. Una dichiarazione di rinnovato feeling positivo dopo la depressione che aveva attanagliato la band alla fine del rapporto artistico con la Decca, degli Small Faces rivitalizzati e di nuovo con tutti i cilindri che girano a mille'.
E' il tastierismo immenso ed innovativo di Ian McLagan, un maestro in tutti i sensi, a coadiuvare Marriott, e vocalmente il poderoso bassista Ronnie 'Plonk' Lane con piglio delicato e sardonico in molti brani (quelli succitati). La vecchia insana passione mod di Steve per il r&b emerge ancora prepotentemente in Have You ever Seen Me e Talk To you, altri due robusti smash-hits r&b; il suo inconfondibile ardore rock sigla poi degli autentici classici come My Way Of Giving, Get Yourself Together ripresi nelle decadi successive da bands essenziali quali Only Ones e Jam. Get Yourself Together, reinterpretata dai Jam in gioventù si può ascoltare nella raccolta “Extras”. Il fascino, il carisma discreto e prepotente nello stesso tempo, l'influenza di questo album giunge sino agli anni 90, in alcune produzioni garage americane della In The Red Records (Now Time Delegation) e della Estrus. Esempio lampante l'efficace cover di un nume del garage americano, Tim Kerr nell’album “Total Sound Group” dello strumentale Happy Boys Happy, con l'hammond felice di McLagan protagonista assoluto riportato fedelmente.

Gli Small Faces sopravviveranno ancora due anni, sino al 1969: brano chiave per la loro evoluzione artistica fu Itchicoo Park, grande successo negli USA, freschissimo, a dimostrazione della classe eccelsa raggiunta dal binomio Marriott-Lane. L’inciso della song era bellissimo e psichedelico, con la novità del ‘phasing’ applicato alle voci, all’organo ed alla batteria. Ma il regalo più bello ai loro fans gli Small Faces lo fecero nel 1968 con l’album “Ogden’s Nut Gone Flake, ineccepibile sotto tutti i punti di vista e dimostrazione dell’alto livello artistico/ispirativo/di sound raggiunto in pochissimo tempo. “Ogden’s Nut Gone Flake” fu uno dei primi album-concept, tendenza che si sarebbe allargata a macchia d’olio, che narrava stralunate vicende giovanili con un’accentuata dose di grottesca ironia. E’ passato alla storia anche per la copertina circolare a forma di tabacchiera. Il sound del gruppo in questi solchi è devastante ed insieme raffinato: prima di tutto la famosa Lazy Sunday, che sembra la continuazione di Itchicoo Park, una spiritosa ed insolente performance di Steve passata alla storia. All’intro strumentale Ogden’s Nut Gone Flake, dal sapore molto psichedelico (o freak beat che dir si voglia), con tanto di archi, fa seguito la violenta e passionaria Afterglow e la ballata quasi demenziale Rene. Song Of A Baker porta un’incredibile ventata hard che testimonia la potenza strumentale dei tardi Small Faces. Le fa eco con uguale impatto emotivo sull’altra facciata Rollin’ Over. La seconda side è un susseguirsi molto creativo di soluzioni acustiche e deliziosi quadretti pop. Nel 1969, il de profundis, l’uscita del doppio vinile “Autumn Stone”, sorta di Greatest Hits contenente anche due live tracks registrate in Germania. Subito dopo l’inquieto Steve Marriott inizia un’altra esaltante avventura, quella degli HUMBLE PIE, ne parleremo diffusamente in un’altra sede. Ian McLagan, Kenny Jones e Ronnie Lane si uniscono invece a Rod Stewart ed a Ron Wood (provenienti dal Jeff Beck Group) e mettono su i FACES, altra band cardine inglese degli anni 70. I 70 inoltre assistono ad una reunion degli Small Faces ed all’uscita di due dischi passabili, “Playmates” (1977) e “78 In The Shade” ma nulla di più.

Per coprire il periodo Decca si consigliano i 2 cd di “The Decca Anthology 1965-1967 “(Decca, 29 Aprile 1996), per il periodo Immediate imperdibile il box set di 4 cd “Immediate Years” (Charly Records, 23 Feb 1995).
Wally Boffoli

Small Faces

SMALL FACES DISCOGRAPHY 
# Consigliato da DISTORSIONI


Singles

Albums

# Small Faces (1966)
# From the Beginning (1967)
# Small Faces (1967)
# There Are But Four Small Faces (1968) (edizione USA di Small Faces del 1967)
# Ogdens' Nut Gone Flake (1968)
# The Autumn Stone (1969)

 Playmates (1977)
 78 in the Shade (1978)
Live
 Live UK 1969 (1978)
 BBC Sessions: 1965-1968 (2000)
° Autumn Stone (2000)
 Nice (2001)
Raccolte
The Autumn Stone (1969)
 In Memoriam (1970)
 Wham Bam (1970)
 Early Faces (1972)
 The History of Small Faces (1972)
 Archetypes (1974)
 Amen Corner & Small Faces (1975)
 Rock Roots (1976)
# Immediate Years Box 4 cd (1995)
# The Decca Anthology 1965-1967 2 CD (1996)

 Itchycoo Park (1999)


1 commento:

aldo ha detto...

Grandissimo gruppo e senz'altro un rivale non minore per gli Who come giustamente si fa notare...vorrei precisare che prima dell'uscita del loro 1°LP ci furono ben 4 singoli, i primi due nel 1965 e 'Sha-la-la-la-lee' e 'Hey girl' nel 1966.
Allo stesso modo, non parlerei di loro o nemmeno degli Who come gruppi della prima metá degli anni 60. Gli Small Faces in particolare sono esplosi nel 1966 un'anno dopo gli Who...

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