martedì 3 gennaio 2012

DIAMONDS - Red House Painters: “Down Colorful Hill” (1992, 4AD)

Sei pezzi,sei canzoni, sei sospiri. E non puoi chiedere di più. Mark Kozelek ed i suoi Red house painters consegnano alla storia uno dei più grandi capolavori di folk-(post) rock minimalista di sempre. Potremmo citare i soliti Codeine per quanto riguarda l'atmosfera rarefatta che si respira e gli American music club più intimisti ed ancora non avremmo individuato appieno la grandezza di questo disco. 24 è il primo pezzo dell'album, dilatatissimo, con pochi tenui accordi di chitarra e sonnolenti rintocchi di basso. I colpi della batteria
si contano sulle dita di una mano. Sopra a tutto questo arriva la splendida voce di Kozelek, priva quasi di emozione eppure così drammaticamente malinconica e disperata. Una disperazione così totale che si trasforma in modo di essere. Rassegnazione non è ancora la parola giusta. Medicine bottle, il secondo brano, è la canzone più lunga del disco. I colpi secchi e precisi della batteria sono da manuale. Il basso è cupissimo e la voce ancora una volta intona quasi un mantra di desolazione. Un viaggio nella solitudine più profonda e angosciante. Kozelek sembra camminare come un funambolo sopra il baratro, potrebbe cadere da un momento all'altro ma non sembra preoccuparsene. Parla apertamente di suicidio come di una possibilità. Ma è stanco, così stanco che il togliersi la vita si svuota di qualsiasi significato. La terza traccia, la title track per essere precisi, segue il passo ed il ritmo di una marcetta che quasi si scontra con il dolore profuso nelle altre canzoni rendendo il brano uno dei più teneri e commoventi di tutto il disco. Japanese to english è forse il capolavoro assoluto dei nostri. Di certo può fregiarsi dell'arrangiamento più complesso. Da ascoltare e riascoltare. Il tema iniziale si spande sulla solita landa desolata per poi accendersi a circa metà percorso e quindi ritornare al punto di partenza.

La musica dei Red house painters si può definire "semplicemente complicata". Il minimalismo non deve trarre in inganno in quanto siamo di fronte a partiture folk-rock certamente rarefatte ma superbe. Lord kill the pain è il pezzo più ritmato, quasi suonato allegramente. Un intermezzo che spiazza l'ascoltatore,ormai a questo punto totalmente immerso nella malinconica atmosfera di "Down colorful hill". Infine è Michael a chiudere il disco con commovente semplicità, proprio come era iniziato. Una disarmante canzone dedicata ad un amico('my best friend', dice Kozelek) scomparso che ancora una volta arriva, con naturalezza, dritta dritta al cuore e all'anima di chi ascolta. La musica mai sopra le righe dei Red house painters è perfetta. Ci vuole una grande forza di volontà e di concentrazione per suonare in questo modo senza perdersi d'animo. La stessa intensità e partecipazione è richiesta all'ascoltatore. Si è persa l'abitudine di ascoltare musica, da soli, nella propria stanza, fondendosi con essa. Non vedo in che altro modo si possa ascoltare e assimilare un disco come questo. Possiamo reagire in due modi. Possiamo pensare che sia "troppo" e, presi dalla paura, dichiarare che Kozelek è soltanto un frocio depresso e che questa musica è per froci depressi, e così mettere nel lettore un vecchio cd dei Metallica o degli Slayer e correre ad iscriverci ad una palestra di pugilato per sentirci "veri" uomini. Oppure, coraggiosamente, accettare senza mezze misure le nostre debolezze e contemplare l'abisso che Kozelek e soci ci mostrano.
Andrea Fornasari


Mark Kozelek




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