lunedì 28 novembre 2011

RETROMANIA - We’re The Cult Band: THE FLAMIN' GROOVIES History (seconda parte, 1972-2006)

 La rinascita
Una band distrutta, l’allontanamento del songwriter principale Roy Loney e l’arresto per possesso di droga di Tim Lynch; una band rinata, l’arrivo di James Farrell alla chitarra e soprattutto del nuovo frontman Chris Wilson. Entrambe le new entry provengono dai rockers Loose Gravel e apportano linfa vitale ad una formazione che ritrova il feeling, grazie alle roventi serate del tour britannico/francese che contraddistingue la fine del 1971 e l’inizio dell’anno successivo. Con questa configurazione
(Chris Wilson voce; James Ferrell chitarra; Cyril Jordan chitarra e voce; George Alexander basso e voce; Danny Mihm batteria), i Flamin' Groovies si immergono nella cornice bucolica gallese dei Rockfield Studios, per imprimere su nastro la prima versione di due canzoni che acquisiranno la statura dell’inno nell’ambito del beautiful loser street pop rock’n’roll, Slow Death (Jordan, Loney) e Shake Some Action (Jordan, Wilson). Questa session in studio, con Dave Edmunds in cabina di regia (viene integrata di solito in fase di stampa con il mini Lp "Sneakers" del ’68, con il titolo appunto di "Sneakers/Rockfield Sessions"), regala però anche un altro diamante grezzo, You Tore Me down (Jordan, Wilson), una vera e propria gemma di power pop di matrice byrdsiana, che influenzerà intere generazioni di rockers, a partire proprio da quei Barracudas che intrecceranno ancora le loro vicende con quelle dei nostri. Immediatamente dopo le session di Rockfield, l’album intitolato "Slow Death", programmato in madrepatria con la United Artists Records, subisce lo stop che sancirà l’abbandono definitivo del progetto discografico. Il long playing che avrebbe dovuto rilanciare ambizioni e quotazioni dei Flamin' Groovies, dopo la coppia famigerata quanto economicamente poco fortunata "Flamingo/Teenage Head", svanisce nel nulla; così come rischia di scomparire la band, che si rivolge al ”calore materno” dei fans del vecchio continente. La United Artists accetta di pubblicare Slow Death solo come singolo, ed unicamente attraverso la sua divisione francese. E’ il 1972, la canzone è accompagnata dal retro Tallahassee Lassie nella versione 7”, oppure da altri estratti Rockfield in quella 10". Dopo l’affossamento del progetto da parte della United Artists, i Groovies tornano alle origini nella loro California, e gettano le basi per una collaborazione duratura con Greg Shaw, deus ex machina della Bomp! Records. Grazie a Shaw, da sempre grande sostenitore della band, i Flamin’ possono tornare sulla scena con il 7” di You Tore Me down (1974), naturalmente sotto l’egida Bomp!. Shaw gratifica i Nostri l’anno successivo, con la copertina del n°18 della zine Who Put The Bomp!. All’interno, una retrospettiva che reca il titolo “Will ’75 Be Their Year?” con la storia della band. La risposta alla domanda del grandissimo Greg si presta a facili ironie. E’ di nuovo l’Inghilterra tuttavia, ad essere scelta come location per le registrazioni dell’album venturo. L’attenzione suscitata dal singolo su Bomp!, (stiamo parlando di critica, non certo di vendite e numeri da mainstream) permette ai Groovies di accaparrarsi un nuovo contratto con la newyorkese Sire Rec. di Seymour Stein e Richard Gottehrer. Tra la fine del ’75 e l’inizio del ’76 vengono completate le registrazioni, con il fido Dave Edmunds alla console e la supervisione di Greg Shaw (entrambi saranno accreditati come produttori). Il 12” esce verso la metà di giugno ’76, ed è costituito da 14 brani, la maggior parte dei quali reca la firma della nuova coppia di songwriters, Jordan e Wilson. La band ha “storicamente” dimostrato (un paio di volte in modo eclatante: vedi il Rock’n’Roll e la British Invasion, nel bel mezzo della bay area e degli psychedelic years ’67-’69; il sound stonesiano, all’alba di Glam e Hard Rock), come l’inseguimento dell’hype del momento, non sia mai stato il proprio forte. Nonostante gli avvicendamenti in organico, questa tendenza non viene smentita con l’uscita di "Shake Some Action" (Sire Rec.) in piena esplosione punk. Questa volta non siamo impreparati, cosa altro potevano sfornare questi roots rockers, per i sick boys e le sick girls della Blank Generation persi in mezzo al vortice del pogo, se non un Lp farcito di chitarre Rickenbacker e backing vocals Jingle Jangle che omaggiano i Byrds di "Younger Than Yesterday" via Big star.
Abbiamo già detto della titletrack, che apre l’album ed è destinata a diventare un classico dei Groovies. L’Lp prosegue con la ballata trascinata Sometimes e la beatlesiana Yes It’s True che conducono immediatamente alle atmosfere della British Invasion. Dopo il rock’n’roll spruzzato di Sun Records St. Louis Blues, è il momento della pietra miliare del Power Pop che porta il nome di You Tore Me Down. La vetta compositiva di Shake some Action, probabilmente risiede tra i solchi di questa pop song; costruita su un intreccio di chitarre acustiche anche a 12 corde, e Rickenbacker elettriche, che così chiaramente contraddistinguono il tipico sound byrdsiano. Un tributo a Chuck Berry viene pagato con la rilettura di Don’t Lie To Me, ma anche i Fab Four e gli Stones di "Out Of Our Heads" ricevono una citazione diretta attraverso le cover dell’hit minore Misery (versione Beatles) e di She Said Yeah (versione Stones). Nella parte finale del long playing, sono nuovamente la 12 corde e le chitarre Jingle Jangle a farla da padrone: I’ll Cry Alone; I Saw Her, speziata di psichedelia ; Teenage Confidential; e la bellissima I Can’t Hide, in pratica la deflagrazione prodotta dallo scontro di Shake Some Action e You Tore Me Down. Il periodo all’interno della band è sostanzialmente positivo, il sound è robusto ed i Groovies cercano di cavalcare l’onda revivalista dei 60’s presentandosi in completo uniforme. Anche la scaletta dei concerti viene rimpolpata con numerose cover della golden age of Rock’n’Roll. Pur essendo l’album meglio prodotto e pubblicizzato dell’intera discografia della band, anche "Shake Some Action" fallisce negli obiettivi di vendita, negli States come in Europa. Ad affossare ulteriormente le vendite dell’album, l’improvvisa uscita da parte della vecchia etichetta Buddah Records, della compilation "Still Shakin’", che raccoglie materiale in studio dell’era Flamingo/Teenage Head. L’ultimissima registrazione di Loney con i Groovies esce nel ’77. Si tratta del 45 giri (Skydog Rec.) con la loro interpretazione di Can’t Explain degli Who (versione Who).

Nel 1978, sempre su Sire Rec., esce "The Flamin’ Groovies Now". La lineup registra l’avvicendamento alla chitarra di Farrel (che lascia per raggiungere Loney alle prese con il suo come back) con l’ex Charlatan Mike Wilhelm, amico di lunga data e sodale della band. L’album è sicuramente più dispersivo e meno ispirato rispetto alla “grande fatica” Shake Some Action. Lo dimostra ad un primo sguardo il numero delle cover presenti, 8 su 14. Il sound fa un passo ulteriore nella direzione solo accennata nell’album precedente. Manca la robustezza, ed i riverberi naturali (tratto assolutamente distintivo nel primo decennio di esistenza della band) sonosostituiti dall’uso di chorus che produce un’atmosfera claustrofobica ma allo stesso tempo rilassata (troppo?). Jordan cerca di rinverdire i fasti di Shake Some Action (canzone) ma questa volte le polveri sono bagnate ed il songwriting non brilla. Di certo il meglio del disco viene dalle reinterpretazioni, scelte con l’abituale passione filologica. Menzione particolare per Ups and Downs di Paul Revere & the Raiders (versione Raiders); Move It di Cliff Richard (versione Richard) e l’insolita Blue Turns to Grey del repertorio degli Stones (versione Stones). Al contrario non entusiasmano There's a Place dei Beatles (versione Beatles) e l’inutile Paint It Black. A soli 12 mesi di distanza da Now, arriva alla chiusura dei 70’s "Jumpin' In The Night", terzo ed ultimo Lp per la Sire. L’album che si apre bene con la title track, purtroppo finisce per non mantenere le promesse. La formazione è affiatata e l’inserimento di Mike Wilhelm più compiuto. Tuttavia il sound fa davvero sentire la mancanza di Dave Edmunds alla console. Sonorità quindi ancora più levigate rispetto a Now, nonostante si assista al ritorno di un “wall of guitars” assente in Now. La band è tecnicamente in stato di grazia, lo testimoniano i live bootleg del periodo, ma è il materiale che latita. Niente di straordinariamente negativo, ma una volta ancora sono le cover a salvare il risultato finale. Oltre all’autografa e già menzionata title track, sono da ricordare il ripescaggio di Down Down Down, che porta la firma del nume tutelare della chitarra rock’n’roll James Burton; e soprattutto l’inattesa rilettura di Warewolves Of London dell’indimenticato Warren Zevon. In questa occasione, sono i Byrds ad essere omaggiati con un doppio tributo, 5D (Fifth Dimension) di Roger McGuinn e Lady Friend di David Crosby (versione Byrds). Una cover a testa per Zimmerman e Fab Four, con preferenza quasi scontata per l’onesta Absolutely Sweet Marie (versione Dylan) rispetto ad una Please Please Me (versione Beatles) dall’incedere marziale. "Jumpin' In The Night" rimane l’ultimo e più debole Lp in studio dei Groovies. Le vendite sono ancora più esigue rispetto a Now, e il doppio fallimento discografico porta all’abbandono di David Wright e soprattutto di Chris Wilson, che entra a far parte dei Barracudas. Del nucleo originario, a partire dagli 80’s, sono rimasti solo Jordan e Alexander. Questi riescono per circa un decennio a tenere in vita il gruppo, ma è in effetti il culto della band ad essere alimentato. Dai primi anni ottanta, l’attenzione e le operazioni saranno rivolte al recupero ed al memorabilia. Coadiuvati saltuariamente dai vecchi sodali Loney e Mihm, e con maggiore continuità da Jack Johnson (chitarra) e Paul Zahl (batteria), provenienti dalla band di Roky Erickson, i Groovies si propongono di volta in volta, o di accontentare i fan-filologi appassionati delle registrazioni analogiche, meglio se con Dave Edmunds in cabina di regia, ("Rockin' at the Roundhouse" (1993, Mystery Rec.); "Bucket of Brains" (1995, Emi Rec.); "Flamin' Groovies At Full Speed , The Complete Sire Recordings" (2006, Rhino Rec.); "The Flamin' Groovies In Person", Live 1971 (2006, Norton Rec.)); oppure di allargare il culto, attraverso l’allestimento di compilation, l’eclettica "Groovies' Greatest Grooves" (1989 su Rhino Records) o reinterpretazioni più soft dei loro stessi hits come in "One Night Stand"(1987, ABC Rec.). Da cercare anche "Step Up", una raccolta esclusiva uscita per l'australiana Aim International Records di pezzi registrati dai Groovies tra il 1984 ed il 1989, tra cui una bella versione di Milk Cow Blues. Si chiude qui la seconda parte di una storia musicale, che come denominatore costante ha solo il grande calore umano che il popolo del Rock’n’Roll non ha mai fatto mancare a questi “californiani atipici”, che hanno ricambiato generosamente, indossando per più di vent’anni anche per tutti noi, rockers di svariate generazioni, l’armatura di Don Chisciotte della Mancia."Que viva el Rock’n’Roll! Que vivan los Groovies!"
Ramblin’ Filippo Ricci




fonti:
Tabspedia
Piero Scaruffi
Rockabilly
Psychotronic
Wikipedia


vedi inoltre la Prima Parte (1965-1972)






Nessun commento:

Si è verificato un errore nel gadget