martedì 22 marzo 2011

PIETRE MILIARI - SEX PISTOLS, “Never mind the bollocks (here's the Sex Pistols)" (Oct 1977, Virgin Rec.)

Ancora un articolo (del 2006) tratto dal cartaceo savonese Kontaminazioni scritto ad otto mani, quattro pareri separati dall'arco temporale di una decade su un disco ed una band seminali che nel bene e nel male hanno fatto la storia del Punk, l'anti-rock per eccellenza, e che continueranno (ne son sicuro) a far parlare di sé, anche per una serie di 'fatali' contraddizioni insite nei fatti di cui si parla: quattro pareri diversi e qualche volta del tutto antitetici, ben inseriti (col senno di poi) nel clima assolutamente 'democratico' ormai vigente in Distorsioni. Probabile, ed anche non poco, che alcune affermazioni ed alcune frasi possano 'irritare' l'integralismo punk di qualche collaboratore e lettore: ma se si elimina la componente provocatoria allo scrivere di rock non credete lo si privi di parecchio? (wally)


Verso la metà degli anni settanta l'ipertrofismo musicale delle band di rock progressivo e le opere sbiadite e opache dei gruppi storici inglesi che denotavano una notevole freschezza rispetto ai primi album ebbero come effetto provocare un senso di accentuata stanchezza nel pubblico che cercò nuove emozioni in altre direzioni: i concerti jazz videro per la prima volta un pubblico giovane, non più ingessato ed elitario, ma formato da grandi masse variopinte e lisergiche impensabile sino a pochi anni prima. In ambito rock contemporaneamente si alzava la bufera del Punk che inserito in un contesto fenomenologico sociale denunciava il nichilismo anarchico delle nuove generazioni e la voglia di spazzare via il vecchiume imperante. Pur esistendo dal 1975, i Sex Pistols diedero alle stampe "Never Mind The Bollocks" nel 1977, anno che non ha bisogno di presentazioni. Le canzoni, brutte sporche e cattive (Bodies) sembrano un pò tutte uguali ma poco importa. Importa l'urgenza di dimostrare che si può far musica senza saper suonare, che in un paio di minuti intensi si può dire qualcosa di bruciante senza gigantismi e virtuosismi, recuperando un'essenzialità energetica naturale, accompagnata dalla forza e dall'eversività che certo rock dovrebbe sempre avere. (E.M.I.)
La voce sguaiata, strascicata e dalla erre arrotata di Johnny Rotten é tra le cose più emozionanti di quegli anni così come la sua figura tremendamente lacerata ed aggrappata al microfono, coi capelli dritti dipinti di arancione e gli occhi spiritati che paventano un 'no future' che esce disperato ed urlato dalla sua gola. Per non parlare del bassista Sid Vicious, divenuto da morto (sin troppo presto!) l'icona punk per eccellenza di quel nichilismo (su accennato) e 'nausea' di vivere (No Feelings) trascinata sino all'autodistruzione.
L'album scorre via veloce e per una volta non é un difetto: quattro o cinque di quelle dodici canzoni sono e resteranno inni generazionali memorabili (Problems). Un album pietra miliare della musica rock, un angolo di svolta, un simbolo di inversione di tendenza, un'invenzione. Johnny Rotten allo scioglimento dei Pistols scriverà pagine molto più belle con i Public Image Limited ma di inferiore importanza epocale. Un album da far riscoprire ai giovani (insieme ai Clash prima di tutti) che credono che il Punk sia quello finto, edulcorato ed immotivato socialmente dei Green Day e degli Offspring.
Maurizio Pupi Bracali (53)


I Sex Pistols sono stati il punk. I Clash erano un grandissimo gruppo, ma non erano punk. I Ramones erano un grandissimo gruppo, ma non erano punk. Gli Stooges “non erano punk erano Dio” (Christian Zingales, Blow Up). I Sex Pistols erano 3 teppistelli, Steve Jones, Glen Matlock e Paul Cook, che suonavano strumenti rubati, più un quarto ragazzo con un’infanzia disastrata dalla povertà e dalla meningite la cui vita fu salvata dal rock’n’roll: Johnny “Rotten” Lydon. É vero che un furbo manager situazionista, Malcom Mc Laren, seppe manovrarli astutamente nella giungla del business, ma sul palco c’erano loro. A quel tempo il rock, benché solo ventenne, rischiava già la morte per arteriosclerosi, ma i Pistols seppero tirarsi dietro torme di ragazzini che, diversamente da loro, impararono a suonare e riscoprirono il jazz, la psichedelia, il krautrock, ed il rock ebbe una seconda giovinezza. Ma il disco? Ci sono 3 o 4 brani fantastici, Pretty vacant su tutte, poi God save the Queen, Anarchy in U.K. e Holydays in the sun (cioè i singoli), un paio carine e molti riempitivi.
Alfredo Sgarlato (63)


La società postindustriale del ‘900 ci ha insegnato che qualsiasi cosa è commerciabile, vendibile o svendibile, massificabile. Così accadde che anche i Sex Pistols, nati per cancellare con il loro look tutto-pelle nera, i loro testi politici e nichilisti, le loro songs di 3minuti - 3accordi tutto il sognante immaginario freakkettone fatto di camicioni, capelli lunghi, fiori e suite dilatate fino a 20 minuti, finirono nelle mani del crudele trend-maker Malcolm McLaren (allora marito della stilista Vivienne Westwood) che subito capì che questi giovanotti potevano essere spesi come accattivante boy-band. A breve termine, il ciclone-Pistols ci diede i capolavori della new-wave, che comunque erano molto figli degli anni '70, gli stessi Japan, Simple Minds o Bauhaus non hanno mai nascosto il proprio amore per Bowie, Roxy Music, King Crimson o Van Der Graaf (non ci crederete ma John Lydon, in un'intervista rilasciata poco dopo la nascita dei Public Image 'confessò' il suo amore di lunga data per l'ineffabile songwriter Peter Hammill!) e a lungo termine le miriadi di ignobili bands di gagni punk-pop che oggi infestano Mtv (a riprova, con vent'anni di ritardo, che forse McLaren ...). Personalmente i Pistols "are not my cup of tea", e se penso al 1977, il mio cuore e la mia mente vanno ad album come "Wind and wuthering" dei Genesis, "Going for the one" degli Yes, "A farewell to kings" dei Rush, "Leftoverture" dei Kansas, "Grand Illusion" degli Styx, proprio quei "dinosauri" che il punk si proponeva di far estinguere. E a McLaren son ben più grato per averci regalato, a fine anni '80, una certa Lisa Marie, una formosa brunetta che cantava una innocua canzoncina eroto-pop dal titolo Something's jumpin' in my shirt. Fu un vero fiasco commerciale, non lasciò alcuna memoria di sè e di certo non cambiò il corso della storia del rock. Ma almeno aveva due tette enormi.
Alberto Sgarlato (73)


Credo che il più grande pregio del disco sia la forza prorompente e distruttiva del pre-costituito in tutti i sensi. E qui sta anche il suo più grande difetto: il suo essere troppo poco apprezzabile e comprensibile al di fuori del suo contesto. Il suo essere così limitato al periodo nel quale fu concepito. il suo non essere universale come le opere di certi gruppi che il punk si prefiggeva di togliere dalla circolazione. Sia chiaro: la storia c'insegna che ogni movimento nasce in risposta (per lo più antitetica) alla cultura dominante, con il preciso scopo di succedergli, con quella sana rivendicazione al cambiamento, alla trasformazione. E quindi il punk é stato un movimento onesto e che realmente occorreva. Se poi gente come McLaren grazie al loro intuito hanno fiutato un cambio di guardia epocale-generazionale-artistico-di costume, e ci si é arricchita é un altro discorso. Il punk ha svolto un ruolo importante all'interno del secolo scorso (Sex Pistols e Ramones in testa), un ruolo di congiunzione fondamentale per traghettare in un periodo di forte transizione il mondo dal prog e comunque dalla cultura seventy alla New Wave e dalla caduta di valori della Summer of Love al tipico cinismo degli '80. il punk ha le caratteristiche della meteora proprio per la sua assenza di contenuti, di cui andavano nichilisticamente fieri i sostenutori del genere. Gli stessi Sex Pistols sono sorti, hanno brillato e si sono spenti nel giro di un solo anno: il 1977! tutti questi revivals cotonati ed edulcorati del punk che si fondano su vuoti luoghi comuni, sono figli dell'industria musicale che sforna a suo piacimento gruppi ed artisti di cui la storia non si interesserà minimamente. Perché il punk é finito nel momento in cui é nato.
Roberto Lucido (83)

Sex Pistols


Si ringrazia vivamente per la gentile concessione dell'articolo gli autori dell'articolo e il Mensile cartaceo di Culture e Idee KONTAMINAZIONI (n. 7 - marzo 2006) dal quale è stato trascritto.

lunedì 21 marzo 2011

CINEMA - Ricordo di SERGIO CITTI (Roma, 30 maggio 1933 – Roma, 11 ottobre 2005)

Sergio Citti ci lasciò nel trentennale della morte di Pasolini, suo amico e collaboratore, poi valido regista in proprio. Era malato da tempo, senza una lira poiché non aveva potuto usufruire della legge Baccelli (la pensione per gli artisti),  "ma nun è pe sti quattro soldi - commentava - è che nun se tratta così n’artista", i suoi ultimi film quasi invisibili. Non che in passato le cose gli andassero meglio: anche i cinefili più accaniti devono accontentarsi di rari passaggi notturni, grazie ai quali si é potuto vedere il folgorante debutto “Ostia”, interpretato dal fratello Franco e da Laurent Terzieff, da un testo di Pier Paolo Pasolini, reso coi toni barbari e arcaici della tragedia greca (da confrontare con “La commare secca", manieristico debutto di Bertolucci, sempre da un soggetto Pasoliniano)
O il recente “Vipera”, non perfetto, ma di grande grazia e buon ritmo.Per altri film mi devo basare su lontani ricordi, ma è difficile dimenticare lo shock (positivo), provato nel vedere il caustico “Casotto” attratti dalla diva bambina Jodie Foster, nel cast con Catherine Deneuve, Tognazzi, Placido e molti altri. O la passione con cui seguivamo l’epico e picaresco “Il minestrone", viaggio di due affamati (Ninetto Davoli ed un Benigni ancora puro) in un Italia boccaccesca, con l’unica apparizione al cinema di Giorgio Gaber. O “Verdeluna”, episodio della serie tv “Sogni e bisogni”, favola onirica con un Renato Pozzetto finalmente usato bene. O il divertentissimo “Mortacci”, dal cast fantasmagorico: Gassman, Malcom Mc Dowell, Mariangela Melato, Sergio Rubini, I Gemelli Ruggeri, Carol Alt. Il cinema di Citti nel contenuto primario, ovvero la trasformazione della realtà spicciola in mito o favola, non è diverso da quello dei più grandi registi italiani, Fellini, Pasolini, Monicelli, ma è diverso il modo in cui lo persegue, astrazione intellettuale per quelli, immersione nella culturale popolare, nel racconto orale, per Citti, laddove Fellini passava per Kafka e Jung e Pasolini per Freud e Gramsci (ma tutti quanti per Chaplin).
Uomo privo di studi, Franco Citti aveva un dominio istintivo della tecnica registica, per cui i suoi film, per quanto realizzati in economia, risultano formalmente molto belli. Si aggiunga la capacità di variare i registri, dal cinismo alla pietas, dallo straniamento surreale alla comicità farsesca, alla poesia pura (il bellissimo finale di “Vipera”) e avremo un altro grande regista esule in patria (come Petri, Pietrangeli, Zurlini, Nichetti), ma attenzione al benemerito “Fuori Orario”, passato anche dalla serie tv “sogni e bisogni”. La morte lo ha colto mentre lavorava ad una sceneggiatura per Anna Falchi, una degli amici che non l’avevano abbandonato.
Alfredo Sgarlato

Si ringrazia vivamente per la gentile concessione dell'articolo l'autore Alfredo Sgarlato e il Mensile cartaceo di Culture e Idee KONTAMINAZIONI (n. 4 - dicembre 2005) dal quale è stato trascritto.

Sergio Citti

filmografia completa:
Ostia (1970 )
Storie scellerate (1973)
Casotto (1977)
Due Pezzi di pane (1978)
Il minestrone (1981)
Sogni e bisogni – serie tv (1985)
Mortaci (1989)
I magi randagi (1996)
Vipera (2001)
Fratella e sorello (2005)

SHORT REVIEWS – Citizen Fish, “Goods” (2011, Alternative Tentacles/Goodfellas)

Il fatto che questo disco uscisse per la blasonata etichetta di Jello Biafra mi aveva dato più di qualche indizio su dove si andasse a parare. L'ascolto confermava quanto mi aspettavo: infatti si tratta del primo album dato alle stampe dopo il 2002 dalla band “spin-off” dei grandiosi Subhumans, misconosciuto quanto imperdibile gruppo punk originario di Bath, UK, e ci fornisce un esempio di come si possano coniugare lo ska, il reggae e, appunto, il punk, ottenendo una miscela esplosiva ad alto contenuto danzereccio. Ovviamente, il ballo consigliato è il pogo! Il gruppo, composto da musicisti forgiati da migliaia di incendiari concerti in giro per il mondo, mette in evidenza l'immancabile (per il genere) sezione di fiati composta di tromba e trombone, possenti linee di basso e chitarrone in levare, ma non perde l'occasione di pigiare sull'acceleratore. In ogni caso, i pezzi non sono mai banali, anzi, spesso le strutture sono piuttosto complesse, come ad esempio nella paradigmatica Free Speech, pur rimanendo sempre estremamente godibili. Il cantante Dick Lucas declama con voce stentorea liriche antisistema, coadiuvato dai suoi complici con possenti cori all'unisono. In conclusione, un disco splendido, ancora di più per la sincerità e l'onestà che contraddistingue l'impegno della band.
Luca Sanna

domenica 20 marzo 2011

Gentlemen's Agreement, "Carcarà" (2011, Materia Principale/Goodfellas)

"Esta es la história de un amor che a terminado!" Inizia proprio così il nuovo album dei Gentlemen's Agreement. Li avevamo lasciati qualche anno fà in mezzo a balle di fieno in aperta campagna con “Let Me Be A Child”  e ora li ritroviamo in viaggio verso il Brasile con "Carcarà". "Carcarà"  è la storia di un ragazzo che soffre per amore, piange così tanto da formare una pozzanghera che poi si riversa nel mare. Dal mare vengono dei pesci, che sentendo il suo lamento gli dicono: "Carcarà non soffrire, vieni con noi”. Il titolo prende spunto dalla lettura di un libro di Caetano Veloso, “Verità Tropicale”, una sorta di biografia che si unisce a dettagliate descrizioni del panorama culturale e musicale brasiliano dagli anni cinquanta fino ai giorni nostri. All'interno del libro viene citato per l'appunto questo brano, Carcarà, cantato dalla sorella di Veloso, Maria Bethania. Il disco della band napoletana si presenta come una sorta di concept album e si distacca molto dal lavoro precedente. E' difficile etichettare il suono dei Gentlemen's Agreement. All'interno della loro musica possiamo trovare jazz, folk, country, manouche, swing. “Per non creare confusione”, dice Raffaele Giglio, “potremmo dire che il nuovo disco suona Manouche African Samba”. Mentre la prima formazione era composta da Raffaele Giglio (voce, ukulele, chitarra acustica, tres cubano, mandolino), Fabio Renzullo (tromba, toy piano, armonica, cori), Gomez (contrabbasso, cori) e Andrea De Fazio (batteria, cori) ora sopraggiunge anche Gibbone (surdo, caixa, quica, agogo, clave, triangolo, pandeiro, repinique, tamburim, chocalho, cori) percussionista e studioso di ritmi latini, specialmente brasiliani. Il viaggio di Carcarà viene raccontato attraverso dodici brani che si fondono l'uno nell'altro tra dolcezza e divertimento, tra colori e sapori latini. Dietro ogni nota si può scorgere il sole di Napoli e l'allegria di quella terra magnifica che è il Brasile. E come Carcarà che si immerge nel mare, noi immergiamoci nello splendido mondo musicale dei Gentlemen's Agreement. Splash!
Michele Passavanti



PUNK - SHORT REVIEW – THE STEAKNIVES “Devil Inside” (White Zoo Records, 2011)

Nuova prova per The Steaknives dopo il notevole singoletto “We Can’t Stand This World” che li impose all’attenzione dei miei padiglioni auricolari. 10 perle di punk rock californian style, in particolar modo i grandi Black Flag, i primissimi Black Flag, quelli di Nervous Breakdown senza il caciarone Rollins . Pezzi corti e veloci, dove la piu’ lunga e’ l’unica cover presente nel disco, Big Take Over dei Bad Brains, 2 minuti e 45 secondi.
Si parte in attacco con Heartattack e No Time, si dribbla l’avversario con Social Game, Mess e Feel Like A Dog, lo si atterra con le fottute Stupid People, Radical Shit e Big Money, e infine si segna con Devil Inside.
Dirvi qual’è il pezzo migliore e’ molto difficile per me dato che sono tutte potenziali punk anthem. Un disco che scivola via in 20 minuti, uscito solo in vinile puramente nero e che vi fara’ sudare e sputare sangue fin da quando oserete appoggiare la puntina sul disco. Un'esordio al fulmicotone e un plauso va anche alla neonata White Zoo Records per l’ennesima bella uscita.
Marco Marcxramone Colasanti
White Zoo Records

HOLLYWOOD SINNERS, “Disastro Garantito” (Dirty Water Records, 11 apr. 2011)

Nuova uscita prevista per l’11 Aprile per questo ensemble ridotto a trio proveniente dalla rigogliosa scena garage punk spagnola, sicuramente una delle più interessanti non solo a livello europeo. Se n’era già accorta la Dirty Water Records che a distanza di due anni pubblica anche quest’altro lavoro degli Hollywood Sinners, e già dal titolo è una garanzia. Tradizionalmente legati al punk-rock anni ’70, ma più orientati al garage sixties come sonorità, per farsene un’idea: i Dead Boys suonati dai Sonics? ... i Dictators suonati dai Seeds? Le 12 tracce del disco scendono giù come golate di sangria, veloci e stordenti, alternandosi tra testi in spagnolo e inglese. Tra quelle che almeno di primo acchito mi hanno colpito maggiormente Soy no bueno elettrica e pimpante che introduce allo spirito del gruppo, o la più irriverente You have to ask, Have you ever been in jail swingante e spedita, That’s alright, che, almeno nel ritornello richiama Anyway you want it dei Dave Clark Five senza temere accuse di plagio perché è ben evidente che siamo qui per divertirci, e con loro il freak party è garantito, pardon, il disastro. Ovviamente consigliata l’edizione in vinile o ancor meglio, se vi capita, la dimensione “live” che è sicuramente la morte loro. Oltre che la vostra.
Federico Porta

 Live °Dirty Water Club
 Live Madrid 15/01/2010

EARTH: “Angels of Darkness, Demons of Light I” (2011, Southern Lord Records/Goodfellas)

In questo avvio del 2011, gli Earth ci propongono “Angels of Darkness, Demons of Light I” (2011, Southern Lord Records), sesto album della loro più che ventennale carriera. Gli Earth sono espressione della personalità oscura e complessa del chitarrista Dylan Carlson, che fondò la band nel 1989 a Seattle nel pieno dell’esplosione grunge (Dylan Carlson fu amico personale di Kurt Cobain, che come è noto si tolse la vita utilizzando un fucile che apparteneva allo stesso Carlson).
Nella prima metà degli anni ’90, gli Earth proponevano un drone rock d’avanguardia, molto lento e ripetitivo, ispirato ai primi Black Sabbath e al minimalismo di Terry Riley e La Monte Young. Molto più estremi rispetto a quanto riuscivano ad esprimere i primi Melvins, gli Earth con “Earth 2: Special Low - Frequency Version” divennero il riferimento di un nuovo genere, ispirando band del calibro dei Sunn O))), che da lì a breve avrebbero portato il drone-metal sino alle conseguenze più radicali. Dopo una prima fase rigorosamente drone che dura sino al 1996, gli Earth si ripresentano sulle scene nel 2005 con “Hex; Or Printing in the Infernal Method”, dopo una pausa durata quasi dieci anni dovuta a problemi legali e di droga, con una miscela nuova di drone, Americana e folk-country, rallentando ancora i ritmi sino a raggiungere una religiosa ed inquietante pacificazione interiore.
Nel 2011 gli Earth propongono “Angels of Darkness, Demons Of Light: I” con Dylan Carlson alla chitarra, colonna portante della band, Adrienne Davies alla batteria, Lori Goldston al violoncello e Karl Blau al basso. L’album, decisamente più melodico rispetto ai precedenti lavori, inizia con Old Black, una miscela molto diluita e acida di psichedelia folk-country che conquista già dal primo ascolto, per passare poi all’oscuro ed inquietante sonno ipnotico di Father Midnight lungo ben 12 minuti.
Si arriva a Descent to the Zenith, il brano decisamente più coinvolgente ed intrigante di tutto l’album, in cui alcune linee melodiche si intessono in una trama sonora rallentata sino all’estremo, ma capace ancora di emozionare. Come in una camminata nel deserto, Hell's Winter procede lentissima e stanca per più di 11 minuti per giungere infine alla title-track Angels of Darkness, Demons Of Light: I un brano di oltre venti minuti che ci proietta in un abisso realizzato con il materiale drone più ruvido e con una intensità che cresce progressivamente ma che non raggiunge mai livelli convincenti.
Questo “Angels of Darkness, Demons Of Light: I” è per certi versi un album affascinante e seducente, anche se nel complesso appare come un'opera incompiuta, una occasione persa per un lavoro di più ampio respiro che tutti gli appassionati del genere sicuramente si aspettano.
Felice Marotta


Gli Earth saranno in tour in Italia nell’aprile di quest’anno con queste date:
26/04/2011 – Torino, Spazio 211
27/04/2011 – Roma, Init Club
28/04/2011 – Bologna, Locomotiv
29/04/2011 – Padova, Unwound

discografia in studio:
1993: Earth 2: Special Low-Frequency Version
1995: Phase 3: Thrones and Dominions
1996: Pentastar: In the Style of Demons
2005: Hex; Or Printing in the Infernal Method
2008: The Bees Made Honey in the Lion's Skull
2011: Angels of Darkness, Demons of Light I

ACID FOLK & OTHER WONDERS Selection (Acid Folk, Prog Folk e dintorni: brani scelti e commentati)

Eccoci a voi dopo un intervallo di tempo piuttosto lungo con una nuova (anche di nome) fantasmagorica ACID FOLK & OTHER WONDERS Selection (Acid Folk, Prog Folk e dintorni) del nostro ‘specialista’ nel genere Walter Pasero. Proseguiamo quindi con instancabile entusiasmo le nostre peripezie: lo scopo è sempre quello di aprire squarci ‘luminosi’ in un macrocosmo sonoro ancor poco conosciuto, quello dell’Acid Folk/Prog Folk, magicamente al confine tra suggestioni/territori diversi ed incantevoli, ormai dai contorni decisamente ‘mitici’ e seminali. In programma brani dal fascino atemporale di Storyteller, Fresh Maggots, Joker’s Daughter, Dulcimer, Morning Dew, Jumble Lane, tutti collocati nel biennio 1970-1971 (con una sola eccezione) con tutte le info relative (come sempre) ed i commenti personali di Walter. We hope that you like it! (wally)



STORYTELLER: Alice Brown (“Storyteller”, 1970/Transatlantic)
Inglesi. Particolare brano di acid-folk intriso di effetti strumentali mesmerici e vagamente ipnotici. I cori che accompagnano la voce narrante donano al pezzo un fascino magico e imperscrutabile. L'andamento ritmico crescente e l'intreccio delle voci è tutto intarsiato sulle immagini fantastiche e poetiche della song che invita Alice Brown a ''perdersi'' per poi ritrovare, finalmente, le figure quasi reali di un mondo incontaminato e dipinto con i colori dell'innocenza.



FRESH MAGGOTS: Rosemary Hill (“Fresh Maggots”, 1971/RCA)
Capolavoro assoluto dell’ acid folk britannico per questo talentuoso duo inglese. Il tema dell'innocenza torna come filo conduttore in questo secondo brano di questa selezione. Un incantesimo sonoro ipnotizza gradualmente l'ascoltatore, attraverso una melodia seducente e magica. Il cristallino tappeto armonico cesella ricami melodici e sublimi che cullano l'ascoltatore e lo riportano all'innocente atmosfera della fanciullezza. Un ancestrale ''percorso interiore'' quello di Rosemary Hill, cantata dai Fresh Maggots. Momento di imprescindibile ascolto.


JOKER’S DAUGHTER: Go Walking (“The Last Laugh”, 2009/Team Love)
Dietro allo pseudonimo di Joker's Daughter si cela la splendida voce della londinese Helena Costas che ci regala uno splendido album ricco di umori indie folk elettronici. La canzone scelta è un autentica gemma, tra le numerose di questo album. La penetrante voce di Helena, si intreccia perfettamente con uno sfondo strumentale e sonoro imperioso e suggestivo. Gli effetti sonori, come il soffio di vento alla fine del brano evocano il senso di avventura ed attesa che questo pezzo lascia nell'ascoltatore, che è un po' il filo conduttore dell'intero lavoro della Costas. Il brano narra una leggenda, che come tutte le favole, lascia intravedere un fondo di verità: il bisogno di mettersi in cammino, consapevoli dei rischi che ci aspettano. Masterpiece assoluto.


DULCIMER: Starlight (“And I turned As I turned As A Boy”, 1971/Mercury)
Inglesi. Stupenda gemma estrapolata dall'altrettanto bellissimo 33 giri di questa leggendaria band britannica. Il pezzo è una splendida e inesorabile cavalcata prog/folk con intervalli decisi ed adeguati a tinte vagamente acide. Il pezzo non lascia un attimo di respiro all'ascoltatore, coinvolgendolo dal primo all'ultimo secondo. Una chitarra cupa e sapiente, unita a una sezione ritmica sostenuta dona al brano un incidere palpitante e notturno, ma dagli aromi malinconici.
Il pezzo inizia come una sorta di dichiarazione notturna, per sfociare, a tratti, in un cantato all'unisono grintoso e deciso. Il ritorno ai ritmi iniziali evoca un senso quasi di resa e abbandono, che non e' mai, in realtà, davvero tale.


MORNING DEW: Something you say (“Morning Dew”, 1971/Roulette)
Delicatissima ballata pop/folk per questa band americana di culto. Il pezzo è una dolcissima melodia, solare ed estremamente rilassante. L'ascolto ideale per un perfetto risveglio mattutino e per farsi idealmente coccolare da questa semplice e cristallina melodia. Il pezzo incanta per la sua bellezza semplice e senza fronzoli e per un tappeto sonoro morbido e disteso. Meraviglia.


JUMBLE LANE: Flutelode (“Jumble Lane”, 1971/Holyground)
Pezzo interessantissimo di questa oscurissima band presumibilmente inglese. Il gruppo licenziò il disco per la mitica etichetta britannica Holyground. Nota di merito per la la grandissima voce del cantante solista, che con adeguati cambi di tonalità e di ritmo regala al brano pathos e carica notevoli. il tappetto sonoro del pezzo aumenta di ritmo gradualmente grazie a una sezione ritmica più nervosa e decisa e un organo e una tastiera che producono un sottofondo vorticoso il quale ci accompagna fino al commiato finale. Ascolto consigliato.

sabato 19 marzo 2011

NICK DRAKE (16 giugno 1948- 25 novembre 1974) - " Things Behind The Sun": A very little story

"Drake resta oggi più che mai un artista emarginato con pochissime chance di un suo recupero critico e di popolarità a posteriori". L'anno era il 1986 e a scrivere queste parole era Luca Ferrari, autore di UN'ANIMA SENZA IMPRONTE, quella che per diversi anni é stata la prima - e unica - biografia di Nick Drake. Parole che con il senno di poi suonano strane o addirittura miopi, ma che in realtà fotogravano esattamente l'allora stato delle cose riguardo il menestrello di Tanworth-In-Arden. Semplicemente, le impronte di quell'anima dovevavo ancora affiorare...la vera riscoperta di Drake é partita, almeno, alla fine degli anni '80." (Antonio Puglia)

Così inizia la bella e particolareggiata postfazione curata da Antonio Puglia a "PINK MOON - Nick Drake", un agile libretto incentrato sul terzo capolavoro di Drake scritto da Amanda Petrusich (e tradotto sempre da Antonio Puglia) uscito da poco nel 2011 per la collana TRACKS della NO REPLY Ed., e che presto sarà recensito su Distorsioni. Spero gradiate come aperitivo "Things Behind The Sun": A very little story di Nick Drake" scritta dal nostro Alfredo Sgarlato. Lavori in corso per una seconda più corposa! (wally)


La vicenda umana di Nick Drake è una delle più toccanti nella storia del rock. Nacque in Thailandia, figlio di un ambasciatore, ma ben presto la famiglia tornò in Inghilterra. Si racconta di un infanzia felice in una famiglia molto unita. C’è però una biografia che parla di un grave trauma vissuto da bambino, ma senza specificare di cosa si tratti. Fin da piccolo Nick a volte si ferma in mezzo alla stanza assorto: ascolto la mia musica, dice alla madre. Alle superiori è molto amato dai compagni: è un ragazzo simpatico, con talento per la musica e lo sport. Certe sue stravaganze sono considerate dagli amici normali per un artista. Dopo il liceo fa una lunga vacanza in Francia, che ricorderà come il momento più bello della sua vita e da cui torna col primo demo. All’ università non passa inosservato: Drake è alto quasi 2 metri, ha lunghi capelli biondi, veste sempre di nero (all’epoca non è assolutamente di moda) e porta sempre con sé un libro di poesie di Rimbaud. Ma l’adolescente allegro è diventato un ragazzo timido e solitario. Forma un gruppo con un amico, ma esibirsi dal vivo per lui è una sofferenza.
Le pochissime uscite live bastano perché lo noti Joe Boyd, scopritore e produttore di Incredible String Band e Fairport Convention. Nick pubblica 2 dischi "Five Leaves Left" (River Man) e "Bryter Layter" (At The Chime Of A City Clock), canzoni acustiche e malinconiche, venate di folk e jazz, accolti dalla stampa come capolavori ma ignorati dal pubblico. L’insuccesso abbatte Drake, che abbandona gli studi e torna a vivere coi genitori. Passa giornate intere seduto su una panchina di fronte a casa. A un certo punto accetta di essere seguito da uno psichiatra. Per un po’ ricomincia un minimo di vita sociale e incide "Pink Moon", un disco per sola chitarra e voce, ma ben presto ripiomba nella crisi. (Place to Be)
Passa notti intere alzato a girare per casa. In genere la madre si alza a tenergli compagnia. Una notte non ce la fa e si riaddormenta. La mattina dopo lo trova morto, dopo un overdose di triptizol (è un antidepressivo). Non sapremo mai se casuale o voluta. Sul piatto c’è un disco di Bach.
Quando facevo il liceo girava una leggenda su Nick Drake. Si diceva che viveva in un grande castello con un cane un gatto e un pappagallo. Che un giorno decise di morire e fece un overdose fatale a sè stesso e ai 3 animali. Molte altre leggende girano su di lui, per esempio che fosse un ermafrodita. Non si è nemmeno mai saputo quale fosse l’esatta diagnosi dei suoi problemi psichici. La sua vita rimane misteriosa. La sua musica, troppo poca. In vita Nick ha pubblicato tre album. Altri tre sono usciti postumi, "Time of no reply", "(I was) Made to love magic" e "The complete home recordings".
I primi due coincidono in 7 o 8 canzoni su 13 (più una che è la stessa seppure in versioni molto diverse). Il terzo ha una qualità di registrazione ben oltre l’indecenza.
Alfredo Sgarlato
Nick Drake

CONTRIBUTI: DAVID BOWIE - LA TRILOGIA BERLINESE: 1977-1979, "Low" - "Heroes" - "Lodger"


Citando l’autore tedesco Gunter Grass "Berlino era il centro di tutto quello che stava succedendo e succederà in Europa nei prossimi anni". E così girovagando e camuffandosi fra le strade di Berlino Ovest, David Bowie vive uno stato euforico totale per cercare quell’ispirazione e verve che solo i quartieri neri, devastati, isolati, turchi, freddi e sbarrati di Berlino potevano regalargli. Erano gli anni della Guerra Fredda; era il desiderio dell’unione, della libertà, era il sogno di un uomo in cerca di sè stesso.




Domicilio: Schöneberg Hauptstraße 155. Il Duca Bianco entra in scena a Berlino. Era la fine del 1976


Low (1977)
Art Decade celebrava la stessa Berlino, "una città tagliata fuori dal proprio mondo, dall'arte e dalla cultura, agonizzante e senza nessuna speranza di riscatto". Al fianco di questo suo viaggio esistenziale lo segue fedelmente il compagno Iggy Pop: sfatando la leggenda del loro amore omosessuale, in realtà si vedono complici ed amici stretti in un momento di vita assurda fatta di brividi per la disintossicazione, istinti suicidi (Always crashing in the same car ne è testimonianza!) e nella ricerca di nuovi sound e nuove glorie (Sound and Vision). Warszawa coglieva il lugubre mistero della Polonia al tempo della Guerra Fredda (ecco la ballad da cui Bowie trasse ispirazione per la composizione poi elaborata nel sound elettronico di Brian Eno). Ma a proposito della mai pubblicata colonna sonora realizzata da Bowie per ‘L'Uomo che cadde sulla terra’, ritroviamo tutto il lato B del vinile "Low" strumentale e per la prima volta quella linea di dolore aliena del mondo è espressa musicalmente con effetti sonori sorprendenti e ogni impulso narrativo viene ampiamente abbandonato. Subterraneans è un Bowie fuori e dentro di sé, come strade sotterranee il suo è un percorso estremo, buio e pieno di lacrime. Il suo sogno di creare una colonna sonora infatti svanisce.
Ma ritorniamo per un attimo al viaggio berlinese: Iggy non produceva un album dal 1973 e Bowie invece si era visto prosciugare le tasche dal suo ex produttore che incassava il 50% delle sue vendite discografiche. Insomma bisognava darsi da fare. Nasce proprio negli studi di Hansa di Berlino "The Idiot" quasi interamente scritto da Bowie che porta fortuna all’amico Iggy e lo lancia verso la carriera solista. Bowie porta dentro sé quello stesso spirito che aveva portato Andy Wharhol a creare la "Factory" che può essere considerata una sorta di officina di lavoro collettivo e che come produttore aveva lanciato la carriera di molti amici/artisti. In questo clima di affinità elettive Bowie recupera la sua Musa Ispiratrice e "The Idiot" diventa quasi una sorta di prova generale per "Low" ed "Heroes" che poi esploderanno dentro la sala di registrazione all’interno del Chateau d'Herouville. Se Trilogia Berlinese si chiama è perché c’è l’anima di tutto il Bowie berlinese ma di fatto "Heroes" è l’unico album della trilogia che viene registrato a Berlino mentre è proprio in Francia che si registra"Low" al Chateau d'Herouville. Rinchiusi dentro il Castello c’erano Carlos Alomar, George Murray, Dennis Davis rispettivamente guitar man, bassman e drummer; Tony Visconti stava alla produzione con Bowie mentre la ciliegina sulla torta è rappresentata da Brian Eno. Mary Hopkin, la moglie di Tony Visconti, duettò con Eno nei coretti di Sound and Vision. Speed of life e A new career in a new town utilizzano una robusta sezione ritmica rhythm and blues.



Ciò semplicemente per evidenziare che non è vero che Brian Eno fu determinante per le sue applicazioni elettroniche al disco: piuttosto fu artefice di quelle "Strategie Oblique" che contenevano istruzioni casuali come "onora il tuo errore come intenzione nascosta", "enfatizza le pecche", "usa personale non qualificato" e così via che fecero affiorare un nuovo linguaggio musicale in Bowie definendolo "l'astrazione della comunicazione"("TRANS EUROPE EXCESS", di Stephen Dalton e Rob Hughes, Uncut n. 47, aprile 2001, seconda parte). Era il Gennaio 1977: "Low" è pronto per essere pubblicato ma dobbiamo aspettare ancora qualche mese per la promozione perchè Bowie decide di fare il pianista accompagnando l’amico Iggy durante il suo tour americano per "The Idiot".


Heroes (1977)
Siamo nel maggio del 1977, le strade di Berlino sono ancora un po' fredde."Lust For Life" dell'amico Iggy Pop è completato. Bowie richiama agli studi Hansa i vecchi compagni di delirio a cui si aggiunge Robert Fripp dei King Crimson. Se Low (che significa appunto depresso) è buio ed introspettivo nel suo male di vivere, "Heroes" rappresenta una luce nel mare in tempesta. Due amanti, un re ed una regina, due delfini, "we can be heroes just for one day" è la nota di speranza a volte sognata a volte reale; sotto una torretta due giovani si amano e sperano che quel Muro possa cadere per unirsi nel loro amore anche solo per un giorno:

“Sebbene niente ci terrà uniti,
potremmo rubare un po' di tempo,
per un solo giorno, possiamo essere Eroi,
per sempre”
.

I Figli del silenzio piangono, guardano nel nulla.

“I figli dell'era silente
Fanno l'amore solo una volta
ma sognano e sognano
Non camminano, scivolano solamente
dentro e fuori la vita
Non muoiono mai,
un giorno si addormenteranno semplicemente “
.

Le note alte di Bowie ed i cori di Eno e Visconti fanno venire i brividi per la bellezza e la inquietante fragilità. Bowie è ancora malato, ruba il tempo con il bere e la droga, dimentica la sua realtà vivendo nel sogno, rinchiuso in quello zoo che è il suo rifugio, è ancora
Blackout e questa lucidità del suo dolore è lacerante.

”Se non rimani questa notte
Prenderò quell'aereo questa notte
Non ho niente da perdere,
niente da guadagnare
Ti bacerò sotto la pioggia
Bacerò sotto la pioggia
Bacerò sotto la pioggia
Toglietemi dalla strada
Rimettetemi in piedi
datemi qualche direzione
L'aria bollente mi manda in blackout”



Lodger (1979)
1979: nasce "Lodger" ma diciamo la verità, era ormai lontano dalla genesi berlinese che aveva invece permeato Low e Heroes. "Lodger"  nasce infatti fra il 1978/79 durante i soggiorni di Bowie a Tokyo, in Russia, in Africa e il suo 'travelogue influences' si sente da una traccia all’altra passando da sonorità giapponesi a ritmi africani con grande disinvoltura. Da Fantastic Voyage si salta ad African Night Flight e Red Sails con un sound molto orientaleggiante. Una stilistica contemporanea che potremmo definire quasi premonitrice della world music che unisce il pop alla musica etnica (Yassassin). Più che di Trilogia dunque sarebbe più appropriato forse parlare di doppia-coppia uscite nel 1977: The Idiot-Lust for life e Low/Heroes nati proprio a Berlino dalla coppia più ‘Stooge’ di quegli anni che li vede protagonisti ‘maledetti’ e rappresentativi di una storia che unisce amicizia, disperazione, disintossicazione e musica; parafrasando la citazione del produttore Tony Visconti, come in un film questa storia si colloca in una speciale location: ’a Berlino infatti chiunque tu sia, non sei un cazzo’. Ed è proprio da questa libertà d’essere ed anonimato esistenziale che paradossalmente si creano i due+due grandi capolavori che rimarranno nella storia del rock per sempre.
Grace Paparo

David Bowie's Berlin

La "trilogia berlinese" di David Bowie:
Low (1977 - RCA Records)
Heroes (1977 - RCA Records)
Lodger (1979 - RCA Records)

bibliografia:
Thomas Jerome Seabrook: "Bowie In Berlin - A New Career In A New Town"  (Jawbone Press, 2008)
Thomas Jerome Seabrook: "Bowie - La Trilogia Berlinese" (Arcana Ed. 2009)