lunedì 21 febbraio 2011

THE STEMS Story, 1984-2010: "Australian Pop - Psyche Nuggets"

Il gruppo degli Stems si forma a Perth in Australia intorno al 1983, dall'incontro
di Dom Mariani con Richard Lane: inizialmente Lane aveva chiesto aiuto a Mariani per alcune lezioni di chitarra, sfociate poi in jam e nella scrittura di alcune canzoni con la decisione finale di formare una band. Ai 2 si aggiungono quindi Gary Chambers alla batteria e il bassista John Shuttleworth, e il gruppo debutta in seguito in vari gig di supporto ai già noti, in Australia, Saints e Triffids. Con un look debitore a quello delle grandi bands garage Usa dei sixties, Music Machine, Seeds and others: giacche, stivaletti, capelli a caschetto
e con un suono che si rifà ai suoni tipici di quell'epoca, Standells, Chocolate Watch Band, Electric Prunes su tutti,The Stems conquistano rapidamente consensi tra i tanti appassionati del genere nel continente Aussie. Alla fine del 1984 riescono a registrare 4 brani per la Citadel (Died Pretty, Radio Birdman, New Christs tra i tanti nomi in catalogo): finalmente vengono alla luce Make You Mine/She's A Monster e Tears Me In Two/Can't Resist.. Si tratta di 2 bellissimi singoli, con un puro sound sixties che sembra uscito da "Nuggets": la bella voce di Dom, la chitarra molto Electric Prunes caratterizzano Make you Mine, She's A Monster  introdotta dall'organo Seeds-style di Lane,
Tears Me In Two
è molto Fuzztones, Can't Resist è un'altra splendida gemma, quasi un outtake di "Riot on Sunset Strip" con il cantato accellerato stile Music Machine. Dopo una accurata promozione locale il 1° singolo raggiunge la vetta delle classifiche indipendenti e procura una immediata fama ai nostri con vari show sold-out anche fuori dalla stessa Perth. Sulle ali dell'entusiasmo i nostri decidono di affidarsi al miglior produttore aussie di sempre, Rob Younger, leggendario leader dei Radio Birdman, che già aveva lavorato per il 2° singolo e nel 1985 "Love Will Grow - Rosebud Volume 1", EP, vede la luce: 4 brani con Love Will Grow a fare da apripista, la crudezza garage dell'esordio sembra già sfumare a favore della melodia, qui molto bella e accattivante. Le seguenti Under Your Mushroom, Just Ain't Enough, splendida con un favoloso organo e Jumping to Conclusions confermano la buona vena degli Stems, che ormai hanno raggiunto un alto livello e sono pronti a esordire con un disco intero.
"At First Sight, Violets Are Blue", il tanto sospirato disco d'esordio arriva finalmente nel 1987 per la Mushroom Records e contiene 12 tracce nell'edizione originale su vinile, 26 addirittura nella ristampa su CD del 2003. Le paure di un'eccessiva dispersione di idee sulla lunga distanza vengono subito fugate da un primo ascolto com la meravigliosa opening di At First Sight, una delle loro song più note, se così si può dire, la seguente Sad Girl, l'incalzante Rosebud, Running Around con echi di Barracudas, la bella ballad For Always, poi Move me con un sound molto Standells, la beatlesiana Can't Forget That Girl e le finali Never Be Friends e Otherside che chiudono alla grande questo splendido esordio, uno dei migliori usciti nella Terra dei Canguri. Nell'edizione ristampata su cd 10 tracce da un'esibizione a Melbourne del 1986, ben registrata e che dimostra la grinta live dei Nostri. Gli Stems sono qui al loro apice, il disco balza subito al 1° posto delle indipendent charts australiane, cosa incredibile vista l'imperante dominio radiofonico e non della penosa discomusic degli eighties, cominciando ad essere apprezzati anche in Europa; ma nell'ottobre del 1987 dopo un mini tour europeo Dom Mariani misteriosamente decide di sciogliere il gruppo: "vi erano numerosi conflitti interni, e la cattiva gestione manageriale della band fece il resto". Mariani prosegue il suo cammino formando varie band, tra le altre DM3 e Someloves, entrambe valide ma votate ad un power-pop un tantino più convenzionale e lontano dalla magia degli Stems. A questo punto le varie label, australiane e non, per tener vivo l'interesse sulla band cominciano a fare uscire periodicamente antologie e raccolte più o meno similari, come "The Great Rosebud Hoax" (1987, Citadel Records), "Buds" (1991, Citadel Records), "Mushroom Soup: The Citadel Years" (March 2003, Citadel Records), "Terminal Cool- Anthology 1983-1985" (26 June 2006, Get Hip Records),  tutte consigliatissime, intervallate dal mini album live "Weed Out!" (1997), 2 tracce registrate nel 1986 a Perth; il gruppo è all'apice, il suono però è da bootleg semi-legale, poca dinamica ma tanta grinta. Bella la versione di oltre 6 minuti di Make you mine con tanto di solo di armonica. Nel 2003 The Stems finalmente si riuniscono a furor di popolo e ripartono per un tour nazionale seguito da apparizioni in Europa in vari festival, oltre all'apparizione nei negozi della sopracitata antologia per la Get Hip "Terminal Cool" con ben 3 inediti sia pure demo tracks. Poi finalmente nel 2007 l'agognato secondo album "Heads Up" vede la luce per la misteriosa Shock Records: il disco è registrato a casa loro a Perth e contiene 10 brani originali, la line up a questo punto è: Dom Mariani guitar, lead vocals, percussion; Julian Matthews bass, vocals; Richard Lane: guitar, vocals, combo organ, harmonica; Dave Shaw drums, vocals, percussion.
L'opening è affidato a Leave You Way Behind, un brano molto Standells con chitarre 'saltellanti' e citazioni della Chocolate Watch Band nel testo "don't need your lovin' anymore", seguito da She Sees Everything anche questa sulla stesso stile cantata a 2 voci, con un bel break di chitarra e armonica.
Seguono la byrdsiana Sorround me scritta dal batterista Dave Shaw, poi Undying Love e What's Your Stand, scritta da Richard Lane e Glenn Morris. Il gruppo riparte con Hellbound Train, da non confondere con l'omonimo brano di Savoy Brown, song molto tirata e grintosa, tra le migliori del disco, seguita da Get To Know Me (non trascendentale), Only If You Want It con echi di Beach Boys in acido e le 2 conclusive Liar, firmata ancora da Shaw e Get So Bad, bella e molto Byrds/Barracudas, che chiude in bellezza un secondo disco che consacra anche dopo 20 anni (!) The Stems tra le più belle realtà del garage revival non solo in Australia. Sembra quindi l'inizio della rinascita ma ancora una volta Dom Mariani, (non capirò mai quest'uomo!), nel 2009 annuncia nuovamente il Farewell Tour australiano a cui seguirà quello europeo nel 2010 incluso un minitour italiano (Torino, Cesena, Villadossola) con il quale decreta nuovamente lo scioglimento del gruppo e la sua fine: ma sarà vero? Per celebrare degnamente questo evento l'etichetta nostrana di sixties-garage/psychedelia MISTY LANE attiva fin dal 1989 e dal respiro internazionale (nel suo catalogo artisti come Chesterfield Kings, Thanes, The Others, Fuzztones e tantissimi altri), immette sul mercato un'altra interessasnte raccolta "From The Vault", contenente singoli, EP e rarità varie in una edizione limitata di 500 copie corredata da una bella copertina in puro sixties-style. Vi rimando all'intervista con Dom Mariani realizzata per Distorsioni. End of transmission for now!
Ricardo Martillos


The Stems discography

Love Will Grow - Rosebud Volume 1
(EP) (Citadel 1986)
At First Sight, Violets Are Blue (White Label/Mushroom 1987)
The Great Rosebud Hoax  (Citadel 1987) con i primi 2 singoli e l'EP LWG
Buds  (Citadel Records, 1991) antologia
Weed Out! Live 1986 (House of Wax 1997)
Mushroom Soup: The Citadel Years Terminal Cool (Anthology 1983-1986)  (Get Hip 2006) antologia
Heads Up (Shock Records 2007)
From the Vault (Misty Lane 2010) antologia

THE STEMS on myspace

SHORT REVIEWS - Asobi Seksu “Fluorescence” (2011, Polyvnyl/Goodfellas)

Una modella giapponese e un chitarrista. Non sono i Pizzicato Five e nemmeno epigoni di Serge Gainsbourgh. Sono Yuki Chikudate e James Hanna, ovvero gli Asobi Seksu. Questo “Fluorescence”, uscito per l'etichetta Polyvinyl, è il loro quarto album. Ascoltare questo disco è un tuffo in pieni anni '80. Batterie potenti, usate soprattutto sui tamburi. Chitarre piene di effetti. Svolazzi di synth analogici. La voce della graziosa Yuki ricorda le divine dell'epoca, Liz Fraser soprattutto, Siouxsie, come nell'epica Trails o Alison Statton. In generale potrebbe essere un disco della storica etichetta 4AD, vedi brani come Pink Light  in cui la voce maschile fa i controcanti, ma il clima generale non è tenebroso come per i gruppi dell'epoca, ma più arioso e melodico. The Ocean  devia un poco, è impostata sulle tastiere. Chi ama questo tipo di sonorità ascolterà “Fluorescence” col massimo piacere. Per gli ascoltatori più giovani spero che possa essere il trampolino da cui partire alla scoperta della new wave e dello shoegazing successivo.
Alfredo Sgarlato

domenica 20 febbraio 2011

SHORT REVIEWS: Aucan, “Black Rainbow” (2011, La Tempesta International/Venus)

Il morbo del dubstep e delle nuove elettroniche si diffonde anche in Italia. Lo dimostrano i bresciani Aucan (Dario D'Assenno, Francesco D'abbraccio e Giovanni Ferliga), giunti al secondo CD con “Black Rainbow”, inciso negli studi Air di Londra. Il nuovo album si apre con Blurred, tempo lento, bassi profondissimi e la bella voce di Angela Kinczly, un brano che non sfigurerebbe su un disco di Burial o Kode 9. I ritmi si fanno più veloci e le atmosfere più maestose con le successive Heartless, più vicina alla IDM e Red Minoga, per poi rallentare ancora col proseguire dell'album. Sugli ultimi brani si avverte però un certo calo di tensione, peccato grave in un genere che ha nella trasposizione di stati d'animo inquieti il punto di forza. Tutto sommato però è un disco valido, che mostra come il sottobosco italiano produca gruppi molto interessanti, assolutamente al passo con le tendenze d'oltremanica. Certamente chi ama solo la musica con chitarre non troverà qui il suo piatto preferito, ma filoni come dubstep e breakbeat oggi offrono le deviazioni più interessanti. Gli Aucan presenteranno il nuovo album con una tournèe in tutta Europa.
Alfredo Sgarlato

BOOK REVIEWS: "A' Rebours" di Joris Karl Huysmans

Un libro sicuramente anomalo, ma per certi versi affascinante. "À Rebours" di Joris Karl Huysmans può essere visto da molti punti di vista come un passo in avanti rispetto alla presa di coscienza e ai conseguenti esiti nichilisti dostoevskiani di “memorie del sottosuolo”. In "À Rebours" il protagonista attua una coerente scelta di vita asociale e distaccata, quasi un rifugio costruito attorno alle proprie ossessioni e alle proprie nevrosi, sino alle conseguenze più estreme. Des Esseintes (questo è il nome del protagonista), è un un aristocratico, che stanco di una vita banale e di una società divenuta mediocre, si rifugia nella campagna della perifieria parigina, dedicandosi ad una vita solitaria fatta di passioni e di manie, tra opere d’arte, libri rari, stoffe finissime, pietre preziose, fiori, essenze, profumi. La sua è una ricerca raffinata ed effimera di tutto quel che si pone come artificiale in opposizione a tutto quello che è naturale. È una ricerca delle costruzioni innaturali, delle manipolazioni più eccentriche, come se la manipolazione della natura desse ulteriore senso alle cose e alla propria esistenza. Ma questa ricerca estrema nasconte una sotterranea nevrosi che porterà il protagonista ad un deperimento fisico e psicologico, oltre che ad una completa sconfitta esistenziale.
Alla fine Huysmans scorgerà la (propria) salvezza nella fede, come se la trascendenza costituisse l’esito definitivo del suo desiderio di distacco e di rottura dalla naturalità. Huysmans porta alle estreme conseguenze questa contrapposizione. Una creazione artificiale, sia essa una opera latina medioevale, un quadro di Gustave Moreau, una essenza profumata o una qualsiasi manipolazione di un oggetto naturale, è vista da Huysmans come una crescita rispetto ad una semplice creazione della natura, come se quella manipolazione fosse in grado di darne ulteriore valore, ulteriore senso. L’artificiale diviene l’innaturale. Quella di Huysmans è certamente una visione hegeliana. Ma Huysmans è anche testimone del suo tempo, di un fine ottocento di enormi cambiamenti sociali dovuti ad una industrializzazione nella quale il progresso aveva come finalità proprio il superamento della natura stessa. Oggi, di fronte al susseguirsi di inquinamenti radioattivi e chimici, di dispersioni di catrami, nafte e plastiche, di fronte ad una soglia che non è più opportuno superare, si impone la necessità di una riconversione naturale dell’oggetto artificiale, di una rinaturalizzazione dell’artificiale. Occorre rovesciare Hegel. Occorre rovesciare Huysmans.

Felice Marotta

THE XTC: " Nonsuch" (1992 -Virgin Records) - Il secondo 'White Album' degli XTC

Ad ogni nuova uscita discografica già dalla fine degli anni '80 gli XTC facevano terra bruciata intorno a loro e scolpivano un nuovo capitolo granitico nella storia del pop contemporaneo. Chi aveva supposto che il precedente eccellente album doppio Oranges and Lemons (1989) fosse la loro consacrazione definitiva (ed io ero tra loro), ciò che il "White Album" era stato per i Beatles, dovette prendere atto che questo nuovo doppio "Nonsuch", prodotto da Gus Dudgeon figura storica del rock inglese soprattutto per i suoi contributi al British-Blues, era un secondo 'white album'! Non solo per la varietà musicale ed ispirativa, cui gli XTC ci avevano abituati da tempo, ma proprio per la pesante influenza dei quattro di Liverpool che si respira in questi solchi. La quintessenza di Paul McCartney in particolare si impossessa della penna e delle corde vocali di Andy Partridge, eminenza grigia del gruppo da sempre; sembra che il baronetto abbia designato l'irrequieto ed anticonformista Andy continuatore tout-court della sua immarcescibile vena ed ispirazione melodiche. Indubbiamente "Nonsuch" é opera più meditata, matura di "Oranges and Lemons"; anche i brani più sbarazzini in realtà sono il risultato di un'arte compositiva sempre più sbalorditiva: Holly Up On Poppy, Crocodiles, Omnibus, Ballad Of Pumpkinhead Peter coniugano gli sberleffi genialoidi degli esordi di "White Music" (1978) con una penetrante precisione tematica che mette ogni spunto al punto giusto e che é frutto di una maturità espressiva ormai inoltrata! Addirittura nuove vie per il futuro del pop sembrano essere indicate da brani intensi e densi come la classicheggiante Rook, una sorta di novella She's Leaving Home, o Wrapped In Grey, valzerone che ti fa socchiudere gli occhi per sogni color miele: questi brani ristabiliscono un predominio intelligente ed affascinante degli archi nella pop-music che era andato un pò perduto dagli Electric Light Orchestra in poi!
Humble Daisy, sussurrata, tutta giocata sulla magia delle voci, é ponte ideale con un'altra grande lezione pop del passato, i Beach Boys di Brian Wilson. Ma gli XTC di "Nonsuch", opera che a distanza esattamente di quasi diciannove anni (uscì all'inizio Aprile 1992) conserva inalterato un immenso carisma melodico ed ispirativo, non sono solo Andy Partridge ma anche quel geniaccio strumentista di Dave Gregory, che impreziosisce tutto Nonsuch con i suoi sinuosi synths, le sue tastiere, dando forza onirica ai concreti spunti compositivi; XTC sono anche e soprattutto Colin Moulding, il bassista membro storico della band giunto a scrivere cose originalissime e memorabili come Wardance, pacata ma decisa denuncia delle velleità belliche anglosassoni di quegli anni, sottolineata da una frase intrigante di synth che ti inchioda le cellule mnemoniche, Bungalow, disegnata tra le nuvole, emergente dalle nebbie della memoria, The Smartest Monkeys, sorretta da un altro tema memorabile, frutto di un intarsio voci-chitarre assolutamente micidiale che rimanda agli XTC più sperimentali di "GO 2" (1978).
E' come se in questi momenti gli XTC dichiarassero tacitamente: "...sì, la storia del punk-pop e del pop tout-court, dalla seconda metà dei seventies ad oggi l'abbiamo scritta noi (insieme ai Buzzcocks)", e non possiamo che sottoscrivere. Se questi sono i brani che colpiscono subito il non-neofita per complessità di concezione, ad un ascolto ripetuto, emergono in tutto il loro leggiadro splendore alcuni brani-cerniera dal valore inestimabile perché incarnano quel lato smaccatamente gioioso, surreale, denso di humour anglosassone che é sempre stato la spina dorsale del pensiero XTC: The She Appeared, Dear Madam Barnum, My Bird Performs, Disappointed: c'é di che inebriarsi e respirare a pieni polmoni 'good vibrations', come direbbe Brian Wilson! Infine la gamma espressiva senza limiti di Partridge e c. tocca l'epicità e la psichedelia più raffinata ed allusiva con That Wave, Ugly Underneath e Books Are Burning (fosco quadretto avveniristico ispirato al romanzo 'Farenheit 451' di Ray Bradbury) con performances chitarristiche entusiasmanti. Dopo tutto questo, nel '92 mi guardai bene dall'affermare ancora incautamente che "Nonsuch" fosse l'apice creativo degli XTC perché ero convinto che la loro sopraffina distilleria sonora fosse ancora ben lungi dal mandare i suoi dipendenti in cassa integrazione! Non mi sbagliavo: anche se dopo una lunga attesa (riempita da varie compilations e ristampe) tra il 1999 ed il 2.000 XTC avrebbero dispensato al mondo altri due capisaldi di art-pop aristocratico: "Apple Venus Vol.1" e "Wasp Stars (Apple Venus vol.2)", due raccolte che é un misfatto non conoscere!

Wally Boffoli

"Nonsuch" Tracklist:
1. The Ballad of Peter Pumpkinhead
2. My Bird Perform
3. Dear Madam Barnum
4. Humble Daisy
5. The Smartest Monkeys
6. The Disappointed
7. Holly on Poppy
8. Crocodile
9. Rook
10.Omnibus
11.That Wave
12.Then she Appeared
13.War Dance
14.Wrapped in Grey
15.The Ugly Underneath
16.Bungalow
17.Books are Burning


XTC


XTC Nonsuch Lyrics:

Books Are Burning (Andy Partridge)

I libri bruciano sulla piazza principale / ed io ho visto lì il fuoco mangiarsi i testi/ i libri bruciano nell'aria tranquilla/ e tu sai dove loro bruciano i libri / le persone sono i prossimi/ io credo che la parola scritta potrebbe essere perdonata/ é la chiave della credenza del tuo cuore e della tua testa / L'odore di libri bruciati sul piazzale della scuola/ Io credo che le parole scritte siano più che sacre / oltre la misura del bene e del male/ I diritti umani fanno volare la tua anima libera e nuda / al di là della violenza, della paura e della tristezza/ I libri bruciano / io comunque spero che una fenice si libri sulle fiamme!


War Dance (Colin Moulding)

C'é un epidemia / passioni che si agitano nei giovani cuori/ persino i vecchi reduci sono stati contagiati/ mio Dio, questa é la mia danza di guerra / un racconto patriottico/ non abbiamo visto nulla come questo/ dal giorno dell'incoronazione / C'é una brutta sensazione / mantenere Fleet Street completamente sveglia / Ognuno vuole una fetta della torta sciovinista / loro stanno facendo risorgere Churchill/ riportando in auge il servizio nazionale / alimentando il potere e la febbre della gloria/ per costruire una union Jack malaticcia/

RUMER : "Seasons Of My Soul" (2010, Atlantic)

Quando ascolti "Seasons Of My Soul" ti ritrovi d'improvviso a respirare all'aria aperta, seduto sotto un albero e con i raggi del sole che ti accarezzano la pelle. Quando ascolti "Seasons Of My Soul" te ne innamori, perchè spesso sono le cose semplici a farci provare belle emozioni. Rumer, alias Sarah Joyce, è una ragazza proveniente dal Pakistan, esattamente da Islamabad. Nasce nel 1979 ed è la più giovane di sette figli. Dopo il divorzio dei genitori all'età di 11 anni Sarah scopre di essere figlia di un padre diverso. Trasferitasi poi in Inghilterra insieme alla madre inizia a studiare recitazione al Dartington College of Artsper. Quando alla madre viene diagnosticato un cancro Sarah inizia a scrivere canzoni.
La musica diventa allora come un rifugio, un modo di allontanare il dolore. La sua carriera musicale inizia nei primi anni del 2000 sotto il nome di Sarah Prentice. Ma è solo lo scorso novembre che viene pubblicato il suo primo album solista a nome Rumer, nome ispirato alla scrittrice Rumer Godden. "Seasons Of My Soul" è una raccolta di canzoni delicate. Am I Forgiven, Slow , Aretha , Saving Grace, Blackbird e On My Way Home sembrano prenderti per mano. Ogni canzone è come un fiore che sboccia. Ogni nota si porta dietro il suo profumo e suoi colori. E non puoi non pensare a Laura Nyro, a Carole King e alle deliziose orchestrazioni di Burt Bucharach che ha voluto conoscerla personalmente dopo aver ascoltato il disco. In un tempo in cui di rassicurante c'è ben poco "Seasons Of My Soul" suona come un ritorno a casa in un giorno di pioggia.

Michele Passavanti

sabato 19 febbraio 2011

THE PRETTY THINGS 1964 - 1971: "Talkin' about the Good Times"

1964 - 1967: The Blues and Rhythm & Blues Years

Ascolto Walking down the street, uno dei brani meno conosciuti, cui segue I need somebody con i fiati che un pò disturbano: quella voce però é inconfondibile e fa tutta la differenza; i due brani si trovano su “Electric Banana” e sembrano outtakes di “Emotions” il terzo album dei favolosi Pretty Things, il meno amato dal gruppo proprio per l’intromissione di fiati ed orchestrazione, decisione aliena alla banda. Stiamo parlando di uno dei capitoli meno noti e chiari nella storia di un gruppo che é sempre stato trattato come una band minore e troppo spesso liquidato come una copia dei Rolling Stones. “Emotions” é anche stato il primo disco che conobbi dei Pretties a metá anni 80, periodo in cui scoprivo il Garage americano ed i gruppi inglesi che lo ispirarono, e chi meglio dei Pretty Things, autentici punks del panorama R&B britannico. Avevo ascoltato molto poco di loro, erano altri tempi, peró ben presto arrivó una raccolta della Edsel in mio aiuto, raccogliendo il meglio del primissimo periodo, carico di R&B selvaggio e di nuovo quella voce: Phil May sembrava un gatto selvatico!
Le similitudini con i Rolling Stones non sono solo invenzioni della stampa che li spacciavano come una versione più pericolosa degli Stones: il gruppo ha infatti le sue origini nella zona di Dartford, Kent a circa 25 km a sud-est di Londra, luogo di nascita di Phil May e Dick Taylor, che poi é come dire Mick and Keith, ambedue nati a Dartford! Come molti giovani inglesi dei primi anni 60 scoprono e si innamorano del blues e presto formeranno il loro proprio gruppo, il cui nome viene preso da una canzone di Bo Diddley, Pretty Thing. Non tarderá molto il contratto con l’etichetta Fontana, grazie a Jimmy Duncan, manager del gruppo ed autore del loro primo singolo.
Rosalyn non fu mai superato in intensitá, un attacco sonico che colpisce immediatamente, un brano frenetico, possiamo solo immaginare le facce sconvolte degli spettatori che videro nel 1964 quell’apparizione a Ready Steady Go!, purtroppo non sopravvissuta al tempo.
I Rolling Stones con il loro aspetto trasandato in un’epoca dove l’uniforme era la regola giá avevano infastidito e scandalizzato: con i Pretty Things si passò davvero il segno; come era possibile che un gruppo di degenerati suonasse una musica cosí selvaggia sfidando occhi ed orecchie di tutta la gioventú e della popolazione in generale dell'amata Inghilterra? Piú sporchi degli Stones, Phil May con i capelli piú lunghi mai visti, Viv Prince un batterista scatenato il cui unico rivale era Keith Moon, o sarebbe meglio dire erede? Eh sí, perché quando Keith si fece conoscere il nostro Viv già ne aveva combinate delle belle, rimanendo a piedi in Nuova Zelanda nel 1965 dopo una lite con il comandante che ordinó che scendesse dall’aereo che riportava il gruppo a casa; era stato un tour talmente riuscito che valse ai Pretties il premio di divieto di ritorno in quel paese!
Rosalyn fu un buon debutto peró con il successivo Don’t Bring Me Down raggiunsero per la prima ed unica volta il n. 10 della Top Ten britannica nel 1964. Il primo album omonimo uscito nel marzo 1965, debitore soprattutto al grande Bo Diddley (“We thank you Bo for the name...”) ma anche Jimmy Reed e Chuck Berry, contiene dei brani blues di grandissimo calibro (non avevano rivali in tal senso) ed un paio di originali nella stessa vena.
Si racconta che quando il boss della Fontana si presentó durante le registrazioni, se ne andó dopo mezz’ora lamentandosi che non sarebbe rimasto lí con quel gruppo di animali! Varie le apparizioni televisive in Europa, fortunatamente arrivate fino a noi grazie a youtube. Incredibile per esempio l’apporto degli archivi televisivi Francesi che ci hanno regalato innumerevoli filmati storici di vari artisti dell’epoca. In Olanda partecipano al Blokker Festival (First Show) (Second Show) dove i fans impazziscono per il gruppo; assolutamente imperdibili i relativi filmati che qui vi offriamo, fedeli testimoni dell’energia del gruppo nella sua formazione originale.
Anche negli Stati Uniti grazie al celebre programma Shindig! i Pretty Things fanno conoscere ai giovani americani il loro blues e rhythm & blues bastardizzati con Big city ed il successivo 45, Honey I need (incluso nel 1° LP), che uscito all’inizio del 1965 consolida la reputazione del gruppo, nonostante non riesca ad entrare nella Top Ten per poco. Nel dicembre del 1965 pubblicano lo stupendo “Get The Picture?”. Viv Prince é presente solo in parte e salvo qualche avventura musicale posteriore di lui non si saprá quasi piú niente.
You don’t believe me apre il disco, un brano meravigioso che mostra i Pretties in una nuova luce, il momento in cui forse si avvicinano di piú al folk-rock dei Byrds; il pezzo porta anche la firma di un noto session man, un certo Jimmy Page che peró non suona nel disco. In questo secondo album c’é molta piú varietà musicale, compresa un’apertura al soul con covers di Cry To Me e I had a dream ed una strizzata d’occhio al folk-rock con London Town. Ovviamente non mancano pezzi nel vecchio stile Pretty Things come Buzz the Jerk o la stessa Get the Picture?.
Alla batteria a partire da questo momento siede Skip Alan che si dimostra un vero Pretty, inquieto al pari il suo predecessore, come dimostra un filmato del 1967 in cui il gruppo esegue Children e la inedita Reincarnation.
Questa formazione, che oltre al giá citato Phil May alla voce e Skip comprende gli enigmatici John Stax al basso, Brian Pendleton alla ritmica ed il fondamentale Dick Taylor alla solista (bassista negli Stones embrionali!) avanza poderosamente senza freni, regalandoci tra la fine del ‘65 e l’inizio del ’66 singoli esplosivi come Midnight to Six Man, Come See Me ed un paio di Eps tra cui On Film che presenta sonoritá e temi che anticipano la psichedelia con Can’t stand the Pain e Lsd (quest’ultima si suppone basata sul sistema monetario inglese pre-decimale, composta e giá registrata dai Manfred Mann). Dopo un 1965 caratterizzato da vicende varie (anche scandali) oltre che da registrazioni e dischi, un 1966 foriero di cambiamenti importanti ma in realtá deludente musicalmente: terminerà con all'attivo un solo singolo, tra l’altro una cover dei Kinks, A house in the country. Del 1966 sono varie apparizioni televisive tra le quali una alla tv svedese Popside. Sarebbe giustificato pensare ad un gruppo al punto di implodere; di lí a poco Stax e Pendleton se ne andranno e si chiude un ciclo. Arrivano Jon Povey e Wally Waller ex Fenmen, un gruppo dalla destrezza vocale invidiabile: essa si aggiungerá al suono dei nuovi Pretty Things cosí come la loro abilitá compositiva e musicale, essendo entrambi infatti in grado di suonare differenti strumenti. Jon passerá da batterista dei Fenmen a principalmente tastierista e Wally, amico d’infanzia di Phil May, imbraccerà per la prima volta in vita sua il basso. Per prendere atto dei risultati positivi di tutti questi cambiamenti dovremmo aspettare ancora un pó: intanto all’inizio del 1967 esce “Emotions”, senz’altro un album di transizione, non privo di brani molto belli come Growing in my mind e The Sun, nei quali l’orchestrazione anche se imposta produce buoni risultati.
Nello stesso periodo iniziano a registrare brani per la libreria musicale DeWolfe, non tanto destinati al mercato discografico quanto per essere usati in colonne sonore, programmi radio o televisivi. Verranno poi ri-pubblicati a dieci anni di distanza: i tre dischi originali erano “Electric Banana”,“More Electric Banana” e “Even More Electric Banana”; recentemente ripubblicati in raccolte dedicate a quel periodo come “The Electric Banana Blows your mind”.
Sono di quest’epoca alcuni dei migliori pezzi mai scritti dai nostri eroi, soprattutto intorno al 1968-69 (Alexander, It’ll never be me,
Eagle’s Son, Blow your Mind) e grazie alla loro apparizione nel film “What’s good for the goose” li possiamo ammirare in gloriosi colori psichedelici!


1968 - 1971: The Psychedelic Years

Ma torniamo indietro un’attimo ed alla discografia ufficiale. Per quanto ami il gruppo degli esordi, personalmente penso che l’apice si raggiunse quando liberatisi dell’etichetta Fontana, i nuovi Pretties ricaricati e pieni d’energie si tuffarono completamente nell’oceano psichedelico, lasciandosi trasportare e cavalcando con sicurezza le onde psichedeliche. Lo dimostrano con lo stupefacente Defecting Grey, uscito per la EMI Columbia. Dopo una versione demo di circa 8 minuti si arriva ad accorciarlo e si pubblica infine con una durata di 4:30 minuti, nonostante la pressione della casa discografica di non andare oltre i tipici 3 minuti di un singolo. In questa giostra psichedelica si alternano momenti tranquilli ad improvvise esplosioni di fuzz, con una strumentazione ampliata a mellotron e sitar: il tutto stordì non pochi all’epoca.
Il retro Mr Evasion conferma l’ottimo momento del gruppo. Di questo periodo di rinascimento é la stupenda e inedita Turn my head, giuntaci grazie a sessions registrate per programmi radio della BBC. Si apre il 1968 con il loro magnifico singolo Talkin' about the good times/Walking thru my dreams un vero e proprio gioiello della corona Psichedelica inglese. Dopo vari mesi, finalmente nel 1968 esce il capolavoro “S.F. Sorrow”,: importa poco che questo disco sia in realtá la prima opera-Rock, divorato da Pete Townsend e fonte d’ispirazione per il piú celebre “Tommy”. Per seguire la narrazione e rendersi conto meglio della storia di Sebastian F. Sorrow, all’interno della copertina apribile disegnata da Phil May, si trovano i testi delle canzoni unite da una trama che lega un brano all’altro. Il gruppo arrivó con quest’album a vette mai piú raggiunte ed oggi é giustamente e finalmente considerato alla pari di dischi come “Sgt.Pepper” e “Piper At The Gates Of Dawn”.
Fondamentale sará Norman Smith produttore residente degli studi Abbey Road, famoso per aver lavorato con i primissimi Floyds e considerato come un’altro Pretty Thing dalla stessa banda che ne riconosce la volontá ed abilitá di sviluppare e scoprire nuove sonoritá. Molti sono i brani da estrapolare ma davvero é uno di quei dischi da ascoltare tutto di un fiato! Tra i miei preferiti The Journey/I see you/Well of Destiny. Durante le registrazioni Skip se ne va e subentra Twink dei leggendari Tomorrow e ancor prima dei Fairies che registrarono una manciata di singoli tra i quali Get Yourself Home, registrato anche dai Pretties come possibile seguito di Don’t bring me down, poi scartato per essere troppo simile. Le connessioni con i Pretty Things sembrerebbero forti, peró in realtá la relazione non é buona e dura poco. Twink é comunque un personaggio, come dimostra Private Sorrow dove lo possiamo ammirare come mimo, avendo introdotto la parte teatrale del suo show giá collaudata con i Tomorrow.
Seguono le apparizioni in diverse parti d’Europa, con buona accoglienza in cittá come Parigi e Amsterdam. Ricorda Phil May come a Roma, nel Piper, il pubblico rimase stupefatto, a bocca aperta ancor prima che una sola nota fosse suonata. Per fortuna nel corso del concerto i Pretty Things riuscirono a vincere l’incredulitá della gente.
Possiamo goderci Death e Baron Saturday, ambedue da "S.F. Sorrow", cosí come le videro i telespettatori in Francia all’epoca. Un pó come per il 1966, il 1969 non ci regala molto ed il gruppo soffre il ricambio piú grande avvenuto fino ad allora: Dick Taylor abbandona e da lí a poco produrrá il debutto degli Hawkwind nel 1970. Una perdita importante che si nota immediatamente nel suono di “Parachute”, l’ultimo grande disco del gruppo. Votato disco dell’anno dalla rivista Rolling Stone, va al passo con i tempi ed alla psichedelia subentra l’hard-rock, ed anche qui il gruppo eccelle. Proveniente dalla Edgar Broughton Band, alla chitarra solista si sistema Victor Unitt che durerá giusto il tempo di registrare l’album mentre ritorna alla batteria Skip Alan. Tra i brani piú duri Cries from the Midnight Circus e Sickle Clowns.
C’é anche abbondante spazio per momenti piú delicati come She’s a Lover (la mia favorita) e Grass.
L’album é stupendo, in alcuni momenti ricorda anche i Beatles di “Abbey Road” (In the Square). Di questo periodo sono anche alcune ottime canzoni mai pubblicate come Send my loving e Spring ora disponibili nell'ottimo doppio cd “The BBC Sessions".Seguiranno un paio di buoni singoli usciti nel 1971 con Pete Tolson invece di Vic Unitt, come October 26/Cold Stone e Stone Hearted Mama, con i quali si conclude il miglior momento dei Pretty Things che attraverso fasi diverse continueranno a suonare ed incidere sino ai giorni nostri. Tutti gli album citati sono disponibili in CD ad ottimi prezzi con brani extra, includendo vari singoli e brani usciti in origine solo su EPs, piú qualche sorpresa.

Aldo Reali

Albums originali:
The Pretty Things (1965, Fontana/Original Masters))
Get the Picture (1965, Fontana/Snapper)
Emotions (1967, Fontana/Snapper)
S.F. Sorrow (1968, Emi Columbia/Original Masters)
Parachute (1970, Harvest/Demon)

Raccolte consigliate (2CD):
The Rhythm & Blues Years (2001, Recall))
The Psychedelic Years (2002, Snapper/Recall))
The BBC Sessions (2003, Repertoire)