mercoledì 2 febbraio 2011

WIRE: Il Terzo Millennio e il nuovo disco, “Red Barked Tree” (Jan 11, 2011, Pink Flag/Goodfellas)

Gli Wire nel Terzo Millennio

La nuova fase creativa degli Wire inizia con i primi fuochi del Terzo Millennio e coincide con la loro reunion: l’EP “The Third Day” (2000) ma soprattutto i tre EP “Read & Burn 01 e 02” (2002, Pink Flag) e "03" (2007), dopo il silenzio degli anni ’90 (solo alcune compilation) contengono ottimo e abrasivo materiale; Colin Newman (guitars, vocals), Bruce Gilbert (guitars), Graham Lewis (bass), Robert Gotobed (drums): inossidabili, ecco la profonda impressione che fecero all’epoca.
“The Ideal Copy” (1987, Mute), "A bell is a cup … until it is struck " (1988, Mute) e “It’s Beginning to and back again” (1989, Restless Rec.) erano stati i loro lavori negli ’80, sempre di grande levatura, legati all’elettronica/tecnologia e a un pronunciato lavoro di studio, anche se i vertici artistici gli Wire li avevano indubbiamente raggiunti proprio in pieno punk e subito a ridosso: “Pink Flag" (1977, Harvest), "Chairs Missing" (1978, EMI), "154" (1979, Toshiba EMI).
Proprio con queste tre opere Colin Newman & c. mostrano al mondo la loro ecletticità (saranno anche coverizzati negli ’80 da REM, Big Black, Elastica), diventando tra le più geniali menti pensanti del passaggio dall’anfetamina/essenzialità punk a una complessa sensibilità ‘post’, marchiata a fuoco da un’originalissima vena compositiva (coinvolge tre quarti della band, Colin Newman e Graham Lewis in primo luogo): ancora tanta scarnezza punk, incrociata e sublimata però in melodie ‘lunari’ e ballate stranianti d’ascendenza addirittura Barrett-iana.
Nel 2003 Wire pubblicano a sigillo di una ritrovata creatività ed ispirazione “Send”, che comprende anche brani degli EP "Read & Burn": è il loro primo vero capolavoro ‘oscuro’ del nuovo Millennio; prevale l’irrefrenabile Mr.Hyde che è da sempre negli Wire: brani glaciali, apocalittici, claustrofobici, ‘segnati’ dall’implacabile ritmo metronomico del drumming di Robert Gotobed e dalle chitarre cattive e lancinanti di Newman e Gilbert. Il disco è stato ripubblicato recentemente come "Send Ultimate" (2 Agosto 2010, Pink Flag) in edizione doppia (22 brani), comprendente materiale nuovo inedito ed alternate takes incisi tra il 2000 ed il 2003, compresi i due "Read & Burn" del 2002 divenuti nel frattempo introvabili.
Il nuovo disco di studio “Object 47” (2008, Pink Flag) rappresenta un clamoroso giro di boa: ricompare Dr.Jeckill e con lui quella sensibilità pop che aveva trionfato nei loro brani alla fine dei ’70; il mood è notevolmente più conciliante, anche se si avverte nei brani una sorta di sospensione ‘climatica’, indecisa se virare verso le tenebre o spalancare le finestre.


Il nuovo disco degli WIRE: "Red Barked Tree"
“Red Barked Tree” congela questa splendida incertezza dandole le fattezze di una seducente ‘malinconia cosmica’, prodiga di nuovi miracoli pop, proprio come in “Chairs Missing” e “154”: l’iniziale Please Take è il prodotto più raffinato in questo senso di "Red Barked Tree", una melodia che cattura e seduce già ai primissimi ascolti; ma attenzione, perché poi si fa mente locale (e sottile inquietudine!) su ciò che Graham Lewis canta da perfetto crooner: ‘Please take your knife out of my back (Per favore tira fuori il tuo coltello dalla mia schiena)".
Adapt, Down To This e Red Barked Tree, languide e avvolgenti, crepuscolari di morbidi pianoforte, tastiere e chitarre acustico-elettriche, si avventurano senza paura in territori ancor più fascinosi di lisergica malinconia, soprattutto la finale title-track, quasi 6 minuti di splendida emozionale introspezione vestiti di toccanti risvolti armonici. L’oscurità ‘definitiva’ di Send é lontana anche nella ‘mutante’magnifica Smash, persa tra tentazioni dark e luminose. Della stessa arte chiaroscurale vive Clay; Bad Worn Thing rimane invece l’episodio più atipico in assoluto (per gli Wire) di "Red Barked Tree", un sapido ‘verboso’ monologo! Qualche vecchio fan forse a questo punto dirà: ed i proverbiali, gelidi, metronomici Wire? Tranquilli, non sono scomparsi: si fanno ancora perfidamente respirare in Now Was, Two Minutes, nella marziale Moreover, o nella moderata punkitudine ‘naif’ di  A Flat Tent, memore degli splendori "Pink Flag; ad una cosa ad ogni modo devono arrendersi i più nostalgici in ascolto: gli Wire tutto sono meno che ‘replicanti’, esattamente il contrario, degli splendidi artisti ‘mutanti’ che con "Red Barked Trees" siglano un’ennesima importante tappa di una personale incessante evoluzione espressiva!
Wally Boffoli
Wire Official Website

CARNEIGRA, “Fumatori della sera” (autoproduzione)

Da almeno una quindicina di anni a questa parte, in Italia risulta particolarmente florido un filone che potremmo definire di neo-chansonnierism (bel termine, tanto poetico quanto azzardato e approssimativo) che riscopre sonorità fieramente non-elettrificate, affonda le proprie radici nelle canzoni a manovella di Vinicio Capossela e nelle marcette-jazz a vapore di Paolo Conte, riscopre la tradizione popolare e mescola tutto con qualche simpatico eco proveniente dai cuginetti d'Oltralpe, dalle Negresses Verts a Manu Chao, toglie la polvere dagli strumenti della tradizione popolare italiana e, più in generale, europea, e li intreccia a qualche raro e remoto borborigmo elettronico di sottofondo, piani elettrici maltrattati, organetti sgangherati e altre piacevolezze vintage.
Il filone d'oro sta un po' iniziando a inaridirsi, al profumo e alla freschezza tipici di questi suoni così intrisi di spontaneità inizia a sostituirsi la puzza di stantìo di un clichè un po' usurato. Ciononostante, scavando ancora un po' si può trovare ancora qualche piccola perla, meritoria di trovare posto nello “scrigno portagioie” dei nostri ascolti musicali.
Ed è proprio il caso di questi Carneigra, che giungono qui al quarto album della loro carriera, intitolato “Fumatori della sera”, dopo “Tutti i pesci vennero a galla” (2004) “Santinsaldo” (2008) e il live del 2009, intitolato “Re.Di vivi”.
Della formazione originaria resta ormai soltanto il tastierista e cantante Emiliano Nigi, coadiuvato da Antonio Ghezzani (chitarra classica, mandolino, mandola, ukulele) e da Matteo Pastorelli (chitarra acustica e mandola, nome già noto agli amanti del rock italiano degli ultimi anni per aver militato negli Snaporaz). La band può vantare da diversi anni una vivace attività live, sia come gruppo solista (in concerti di piazza e in festival di strada),sia aprendo concerti a vari artisti, tra cui Daniele Sepe, i Nomadi, I mercanti di liquore, Bobo Rondelli e questo approccio “concertistico” riesce a ben proiettarsi anche nelle loro opere di studio, offrendo una piacevole sensazione di immediatezza live all'ascoltatore.
Le 11 tracce dell'album, pur permeate da una certa omogeneità stilistica di fondo, a volte un po' eccessiva, scorrono godibilmente e non annoiano, grazie anche all'ironia dei testi, che ben dipingono tanti quadretti tipici del quotidiano un po' di ognuno di noi.
Alberto Sgarlato

martedì 1 febbraio 2011

PERE UBU, "The Modern Dance" (1978, Geffen) / "Dub Housing" (1979, Chrysalis/Rough Trade)

"The Modern Dance" (1978, Geffen)

Nella tua vita meschina puoi scegliere di circondarti di dischi che ti rassicurano. Come delle carezze. Oppure puoi scegliere di infognarti dentro dischi inquieti. Rivoltanti assemblaggi di ansie e fobie più profonde e laceranti delle tue. Scegliere di stare con chi è un tuo simile e non avrà parole di conforto quando ti sentirai mancare il respiro. Puoi scegliere di ascoltare Crosby, Stills & Nash o i Pere Ubu, consapevole che non sarà la stessa cosa.
Fin da quando vennero fuori, al giro di boa degli anni ‘70 i Pere Ubu sono stati talmente avanti e talmente fuori da non essere uguali a nessun altro che non a se stessi. E neppure tanto. Non esiste migliore rappresentazione sonora dell' apocalisse urbana, del delirio spettacolare e massmediatico del XX Secolo, dello sdoppiamento umano che ha prodotto perfette macchine da lavoro e feroci, spietati criminali che non siano “The Modern Dance“ o “Dub Housing”.
Ecco perchè, piuttosto che le asettiche stereofonie interstellari dei Pink Floyd, dovrebbero essere le tubercolotiche e deformi epilessie dei Pere Ubu (Over My Head) a venir sparate nello spazio come delle Laika ammalate di cancro e venir date in pasto ai marziani per disegnare un' immagine verosimile dell' uomo e delle sue devianze, delle sue disomogenee alternanze di luci e ombre.
“The Modern Dance”, atto primo dei Pere Ubu di Cleveland rappresenta la Tavola delle Leggi della ‘new wave’ americana. Dieci tracce che sono altrettanti comandamenti della danza moderna, spiritata, sconnessa e scricchiolante. (Real World)
Avanguardia punk in senso assoluto, "The Modern Dance" era il rumore di una società industriale inghiottita dalla sua stessa sconfitta che affogava al ritmo delle macchine da lavoro.(Life Stinks)
Morti bianche al ritmo ragliante delle officine industriali, estratte dalle presse come volgari fogli di lamiera rovente.
Una TAC dall' esito beffardo fatta al corpo
martoriato del rock (Chinese Radiation), all' indomani dei sintomi spastici dell' infezione punk. Idee da cui avrebbero attinto a piene mani due decenni di deflagratori sonori, dal siluro punk di Non Alignment Pact al funk dadaista di Humor Me attraverso il jazz flippato di Laughing o la suite per vetri infranti di Sentimental Journey, un disco che sfida le ombre lunghe del tempo e brilla ancora di intuizioni geniali come una stella pronta al Big Bang. Street Waves


"Dub Housing" (1979, Chrysalis/Rough Trade)

“Dub Housing” esce a pochissimi mesi di distanza ed è una discarica dove finiscono tutte le scorie del primo disco. Il secondo album della band dell’ Ohio è una rappresentazione artistica della follia, un autentico disco da ospedale psichiatrico (I Will Wait). Ogni brandello di canzone, una macchia di Rorscharch. (On The Surface)
Se la marcia spastica di Navvy in apertura è nient’ altro che un tentacolo amputato alla piovra del disco di debutto, i toni spettrali della title track inaugurano la discesa verso il baratro della follia. Il rantolo di Thomas cede alla demenza, mentre sotto di lui è tutto un percuotere di catene, tra angeli della morte che girano attorno alla sua anima intonando un coro in spregio alla sua agonia. (Drinkin' Wine Spodyody) (Ubu Dance Party)
Caligari‘s Mirror si affida ad un ritornello banale che riecheggia quello di For what is worth dei Buffalo Springfield e che si erge dentro una pianura di sterpaglie. Thriller! è una scomposta e delirante sinfonia per strumenti inesistenti, Blow Daddy-O è una lama circolare di synth che taglia la carne mentre Codex piomba disperata dentro le profondità della nostra paradossale follia maniacale, del nostro amore ossessivo ed angoscioso.
I think about you all the time….
I think about you all the time…
.
David Thomas sta seduto davanti al suo leggio come un Jack Torrence davanti alla sua macchina da scrivere. E non trova altre parole per dire quello che ha in mente.
I hear,
I say
I see,
I do
I think about you all of the time
.
Franco “Lys” Dimauro
Pere Ubu Projex

SHORT REVIEWS - PENNY IKINGER: " Penelope" (October 22nd 2010, Citadel)

Avete un buco da dover riempire per la vostra top ten del 2010 appena conclusosi che fa da cerniera tra i primi due decenni del XXI secolo? Bene, ficcateci "Penelope".
Disco insidioso e sensuale. E pieno di bella gente che con Penny suona e, talvolta, scrive: Dimi Dero, Deniz Tek, Dave Graney, Ronald Peno, Brian Hopper, Charlie Owen, Vinz Guilluy, Clare Moore, Mark Ferrie. Se non ne conoscete almeno la metà, siete finiti nel posto sbagliato.
“Penelope” ci riconsegna la Ikinger in grandissima forma (Down The South Road), fisica ed artistica. Nulla viene concesso alle banalità senili dell’ età adulta, quando la rabbia lascia posto alla rassegnazione e si finisce per diventare sempre più uguali ai nostri padri. Penelope vive invece di ballate scure e sottilmente crudeli annegate nel fuzz, come fu per la Polly Jean di “To bring you my love” e per la stessa donna in nero australiana su quell’ altro piccolo capolavoro di sette anni fa che fu “Electra". Non credo stia mentendo. Ma qualora fosse, lo sta facendo egregiamente bene.

Franco Lys Dimauro

Stuck Inside 'Live'
Beloved Emma
Kathleen

MySpacePennyIkinger
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OFF!, "First Four EPs" (December 14 2010, Vice Records) ... Californian Punk ... Again!

Keith Morris, Circle Jerks, Black Flag, Red Kross, eroi senza macchia del primo 'incazzatissimo' e intransigente punk californiano '70 ed '80, quello di cui abbiamo più volte parlato su MusicBox. Enjoy: alcune di quelle icone sono tornate, e la loro rabbia nei confronti del sistema é inalterata ... questa é la 'bollente' testimonianza di Franco Lys Dimauro; dimenticavo: non tralasciano neanche un omaggio all'indimenticabile Jeffrey Lee Pierce (Wally)

Avevano dato il punk in mano ai ragazzini. Che avevano la scorza, ma solo quella.
Ora, sono tornati a riprenderselo: Keith Morris (Black Flag, Circle Jerks), Steve McDonald (Redd Kross), Dimitri Coats (Burning Brides), Mario Rubalcaba (Rocket from the Crypt, Hot Snakes) sono tornati con la voglia di fare male. E fare male veramente. Ogni pezzo, una lezione sul punk. OFF! Last Call Performance Darkness
Ogni lezione, la durata di una scarica elettrica. Un minuto, non di più.Upside Down I Don't Belong Black Thoughts Jeffrey Lee Pierce
Con la stessa spietata premura che
l’hardcore ci lasciò addosso trenta anni fa.
Incredibile e commovente. Non è come risentire "Group Sex" dei Circle Jerks, "Damaged" dei Black Flag, "Fresh Fruit" dei Dead Kennedys o "Everything falls apart" degli Hüsker Dü. E’ come ascoltarli ADESSO, se capite cosa intendo. Darkness / Panic Attack / Upside Down
C’ è una rabbia vera e tangibile, non un ricordo di essa. E neppure una simulazione. Gli OFF! non sono un gruppo-souvenir e non sono qui per un Filthy Lucre Tour. Hanno la rabbia di chi ancora non ha ottenuto ciò che gli era stato promesso. E sanno, adesso, che non lo avranno mai.
APRITE LE FINESTRE!!! SIATE INCAZZATI MA FELICI!!!
SPACCATE LE VETRINE DEI NEGOZI!!! FATE QUALCOSA DI CUI POTETE PENTIRVI!!! BUTTATE GIE' LE STATUE!!! SCEGLIETE DI POTER SCEGLIERE!!!

Se avessi sedici anni adesso vorrei stare in una band come gli OFF!
Se avessi sedici anni non starei in cameretta, ma sulla vetta del mondo.
Franco Lys Dimauro

OFF! on Pitchfork
Interpunk

Tracklist OFF! – First Four EPs

1 Black Thoughts
2 Darkness
3 I Don't Belong
4 Upside Down
5 Poison City
6 Now I'm Pissed
7 Killing Away
8 Jeffery Lee Pierce
9 Panic Attack
10 Crawl
11 Blast
12 Rat Trap
13 Fuck People
14 Full Of Shit
15 Broken
16 Peace In Hermosa

lunedì 31 gennaio 2011

LIVE REPORT - COMBICHRIST (27/01/2011 Tunnel, Milano)

Da appassionato di musica electro-industrial e dopo averli visto come band di supporto ai Rammstein nel loro concerto veronese di quest’estate, non potevo non assistere allo show da headliner dei Combichrist!
La band norvegese nata nel 2003 capitanata da Andy La Plegua ex Icon of Coil ed affermatasi come gruppo di punta del genere, arriva al per la prima di tre date Italiane, Tunnel di Milano, in una fredda sera in cui i miei 38 di febbre e due birre, non mi impediranno di apprezzare sia i suoni che le atmosfere ed anche il vario pubblico di genere che ha affollato il locale fino a riempirlo.


Mortiis

Il support-act inizia alle 20.50 con i Mortiis, band dell’omonimo cantante che altro non è che nome di battaglia di Håvard Ellefsen ex bassista del gruppo metal degli Emperor, di cui entrò a far parte a 15 anni, per poi darsi alla carriera solista dopo l’abbandono del gruppo a causa dei problemi legati all’appartenenza alla setta satanista Inner Circle.
In effetti, mi incuriosisce come la musica industrial abbia trovato una sua affinità al modo black metal forse per la medesima provenienza nordica, forse per le tematiche dark ed i suoi ritmi molto pesanti: é l''industrial goth'!
Tant’è, eccomi a vedere il set di questa formazione a quattro, due chitarre ritmiche, batteria a pestare di brutto e il cantante pesantemente truccato e con i dreads costantemente in movimento.
La performance dura una quarantina di minuti nei quali si spinge l'acceleratore con i brani più ambient del repertorio: si parte con pezzi industrial-metal, il pubblico reagisce bene, ma quando partono i campionamenti di basso e synth e la musica si fa più ritmata, la gente si scatena davvero. Mortiis presenta il nuovo album “Perfectly Defect“ (che potete scaricare gratuitamente dal suo sito), ed è un continuo di ringraziamenti per il pubblico, mentre alle sue spalle batterista e chitarrista si cimentano in una gara di sputi: vince il chitarrista che centra in pieno i capelli del suo compare...That’s Rock Baby !!! Mortiis Live, Milano, Tunnel

Combichrist

Ma la gente è li per il gruppo principale ed allora, dopo un veloce cambio palco con sottofondo a base Rammstein e Sepultura (again), ecco arrivare i Combichrist. Lo spazio sul palco del Tunnel, come al solito è pochissimo, con le due batterie e le tastiere ad occupare praticamente tutta la superficie ma Andy (che si presenta senza trucco ma sfoggerà una serie innumerevole di tattos) non si preoccupa più di tanto e, 'costretto' a muoversi solo avanti e indietro mentre canta, parte subito fortissimo con Declamation alzando il tiro su uno show scarno quanto spettacolare, incitando continuamente il pubblico a cantare, battere le mani e fare quanto più bordello possibile. La formazione, che presenta il loro ultimo disco del 2010 “Making Monsters”, è la solita con due batterie ed i relativi drummers che fanno un casino inenarrabile per tutto lo show di un’ora e mezza circa ed il tastierista ad ondeggiare avanti/indietro.
Brani quali, Follow the trail of blood , They, Fuckmachine, la bellissima Blut Royale o Get your body beat, ci trascinano nell’inferno sonoro, nella tempesta della mente malata di un serial Killer. Si arriva ai due set di encore con Scarred, Fuck that shit e This shit will fuck you up per concludere con la travolgente What the Fuck is wrong with you? con stage diving finale di Andy.
Il divertimento e coinvolgimento è totale e i brani prendono davvero vita durante lo show, che lontano dalle atmosfere metal a causa della molta elettronica e totale assenza di assoli di chitarra, posso definire solamente portentoso. Il mio personale consiglio, al di là del genere, è di non perdersi futuri show Italiani di questo gruppo, potrete uscire perplessi e con le orecchie sibilanti ma sicuramente con l’idea di aver visto una band davvero coinvolgente che magari incuriosirà ad avvicinarsi alla scena EBM-industrial da noi poco conosciuta.

Ubaldo Tarantino

Foto e video by Ubaldo Tarantino

BRITISH SEA POWER, "Valhalla Dancehall" (2011, Rough Trade)

Nel marasma di gruppi che cercano di accaparrarsi il titolo di Next big thing dalle blasonate riviste di settore i British Sea Power attivi ormai da un decennio escono con un nuovo disco che sembra dire “E chi se ne frega!”. Hanno costruito una carriera alla continua strenua ricerca di sano indie-rock e come tale, questo nuovo lavoro sembra suonare un pò come un "Best of" fatto però di inediti passando per un certo numero di stili tutti organizzati con attenzione e legati insieme da lunghi e nebbiosi intermezzi.
“Valhalla Dancehall”, registrato in una fattoria del Sussex con la collaborazione del produttore Graham Sutton (These New Puritans, Jarvis Cocker) si distacca così totalmente da quel “Man of Aran” del 2009, colonna sonora dell’omonimo documentario del 1934 di Robert J. Flaherty, che li aveva fatti accostare a band quali Sigur Ros e Mogwai e ci ripropone le sonorità che li accumunano più ad Arcade Fire e Manic Street Preachers.
I primi tre brani, Who’s in control?, We are Sound e Georgia Ray (ispirata ad un artico di Playboy degli anni ’60 in cui un gruppo di scrittori venne interpellato a proposito della loro visione del futuro e dai pesanti echi Bowieani) sono sintesi perfetta di ciò che la band ha costruito fino ad oggi con linee armoniose e ad alto potenziale da concerto tanto che, in alcuni momenti, sembra che Yan Scott Wilkinson scandisca le parole lasciando ad un pubblico immaginario, il tempo sufficiente a tenere il passo.
Ma persistendo nell’ascolto arrivano le prime vera sorprese: al quinto brano con Mongk II seguito di Mongk presente nell’EP "Duets", una raffica di tech-rock con la voce di Yan spremuta attraverso l’uso del vocoder mentre Baby suona come una overdose di dream-pop sparata in vena a sangue freddo e Living is so easy si presenta come una spirale di synth impazzito che agisce su un moderno tappeto dance-rock.
Più il disco va avanti più gli strati musicali si fanno numerosi dando l’idea di un lavoro molto curato: Thin Black Sail suona come un salto nel post-punk ed è posizionata tra due lunghi strumentali tra cui la One more now di ben 11 minuti che avrebbero potuto fungere da perfetta chiusura al disco ma che qui, risultano un po troppo ridondanti e noiosetti,
Il disco si chiude con un altro salto nel post-rock di Heavy Water e alla fine, ci troviamo di fronte a un album ampiamente sopra la sufficienza. "Valhalla Dancehall" non è il capolavoro che i British Sea Power ad ogni uscita danno la sensazione di poter tranquillamente realizzare, ma è comunque un ottimo disco, con il suo principale punto di forza nell'equilibrio tra solidità, energia e fantasia, tanto nelle liriche quanto negli arrangiamenti a comporre un indie-rock appassionato e globale.
Ubaldo Tarantino
Cleaning Out The Rooms
Luna

Streaming dell’intero disco

domenica 30 gennaio 2011

DETACHMENTS, "Detachments" (2010, This Is Not an Exit)

Gli anni '80 non cessano di stupirci. Chi avrebbe immaginato all'epoca di riascoltare dopo quasi trent'anni dischi che si rifacessero a quelle sonorità. Dopo l'avvento del punk e del post-punk tutto cambiò radicalmente.
All'epoca il fenomeno prese il nome di new wave (mai nome è stato più azzeccato!) e fu una vera nuova ondata che diede vita a formazioni che sembrano avere molta più importanza oggi che allora. Bands come Gang Of Four, Joy Division, Suicide, Talking Heads, Bauhaus, Television sono oggi per molte formazioni sorattutto anglosassoni una sorta di pozzo enorme dove attingere idee nuove. Un esempio lampante sono gli Editors, i Franz Ferdinand, The Horrors di "Primary Colour", The Drums ed ultimi i londinesi Detachments. Uscito qualche mese fa, dopo circa due anni di lavoro, e passato del tutto inosservato, l'album di esordio degli inglesi Detachments suona abrasivo e oscuro, in perfetto equilibrio tra synth-pop e post-punk.
Fantasmi sonori Joy Division e Bauhaus si aggirano in I Don't Want To Play e Sometimes. Scosse elettriche Kraftwerk e Ultravox invece agitano Audio Video e Holiday Romance.
In H.A.L. rivive il delirio dei Suicide e Throbbing Gristle. Per finire tracce del funky-à-la Talking Heads in brani come Fear No Fear e You Never Knew Me. Una prova notevole quindi questo debutto dei Detachments. Speriamo sia solo l'inizio.

Michele Passavanti
The Detachments

SOCIAL DISTORTION: "Hard Times and Nursery Rhymes" (2011, Epitaph Records)

C’era molta attesa per il nuovo disco dei Social Distortion. Alcuni brani apparsi in rete non facevano che alimentare la voglia di averlo tra le mani. Dopo sei anni di attesa arriva “Hard Times and Nursery Rhymes”, settimo disco in studio dopo “Sex Love & Rock’n’roll”. Il leggendario Mike Ness ci regala 11 nuovi brani: pur rimanendo sempre piu’ legato alla musica tradizionale americana (sono ormai lontani anni luce e.p.come “1945” e “Mommy Little Monster”) realizza con la sua band un disco maturo, ancora una volta coerente con un'attitudine punk ed il suo carattere di 'loser' ribelle.
Appena sfiorato il play si é aggrediti da un’ondata di rock malsano fatto di chitarre lancinanti e amplificatori valvolari: Road Zombie, strumentale, che ci introduce subito nell’America vista dai Social Distortion. Il pezzo successivo, California (Hustle And Flow) è un incredibile pezzone rock Stones/ Black Crowes con tanto di coretti soul. Sudore, polvere e whiskey.
Una veloce e ottimista Still Alive si contrappone al lancinante grido di dolore di Machine Gun Blues.
Altro grande episodio del nuovo disco che ci fara’ smuovere il culetto e’ Can’t Take It With You quasi alla fine del disco, dove si rimembrano echi di un Dylan elettrico.
Bakersfield é una ballatona elettrica molto emozionale: Mike Ness é al microfono, avvolto dal fumo in un Road House: cowboy annoiati che giocano a biliardo, tracannando birra; le loro donne ascoltano lo storyteller estasiate.
La punta piu’ alta a livello emozionale si ha con la cover di Hank Williams, Alone And Forsaken, in perfetto stile cowpunk. Il nostro Mike omaggia in "Hard Times and Nursery Rhymes" anche i Rolling Stones e Johnny Cash, con un compiaciuto ghigno alla Sid Vicious.
Ottimo disco, fresco, immediato come non si sentiva da “Mommy Little Monster” che incorona i Social Distortion la band cowpunk per eccellenza. Il disco esce anche in doppio vinile con 2 extra track:
Take Care Of Yourself e I Won’t Run No More non incluse nel cd.
Marco Colasanti

Gli altri brani di "Hard Times and Nursery Rhymes":

Writing on the Wall
Far Side of Nowhere
Diamond in the Rough
Gimme The Sweet and Lowdown

Social Distortion official website

MICK COLLINS 2001: DIRTBOMBS and THE SCREWS - The triumph of lo-fi/punk blues and rhythm & blues

Tra qualche giorno la In The Red Records pubblica il nuovo album dei Dirtbombs di Mick Collins, "Party Store". Una buona occasione per tornare a parlare di Mick Collins e di due sue superbe produzioni, a 10 anni esatti dalla loro apparizione, su Music Box, dopo la pubblicazione della bella intervista a Dan Kroha dei Gories realizzata da Crizia Giansalvo in occasione della loro reunion. (wally)


Mick Collins e le sue reincarnazioni
La personalità artistica di Mick Collins é sempre stata più 'black' (sino al midollo) della sua stessa pelle: era chiaro sin dai tempi dei Gories, trio lo-fi di Detroit, che tra il 1986 ed il 1992 ha scritto memorabili - note solo ad un pubblico ristretto di appassionati - pagine di moderno r&b/noise deviato! L'alter-ego di Collins in quel gruppo era il chitarrista bianco Dan Kroha, in seguito punta di diamante ed agitatore delle oscene Demolition Dolls Rods, sempre da Detroit. Entrambi non hanno mai fatto mistero della loro passione viscerale per il blues e il rock&roll delle origini, ma anche per il soul ed il r&b dei '50 e '60, qualsiasi cosa 'puzzasse' insomma di negritudine. Nei loro dischi di quel periodo hanno omaggiato Ellis McDaniels (Crawdad, Hey Bo Diddley), Earl King (Trick Bag), Willie Dixon (Hidden Charms) ma soprattutto il compianto grandissimo John Lee Hooker!
In una bellissima intervista concessa tempo fa alla rivista romana Hate'Zine! Collins e Kroha definirono 'mods' le loro origini artistiche, ma solo nel senso di comuni radici e fisse musicali. Poi Mick Collins nel corso dei '90 ha dato vita a parecchi progetti, più o meno informali, tutti all'insegna di organici provvisori e mutanti: Blacktop, King Sound Quartet, Dirtbombs, Screws. Proprio con questi due ultimi combos Mick Collins uscì (che stagione magnifica!) con un nuovo lavoro (quasi in contemporanea) tra marzo e maggio 2001 per la benemerita garagistica etichetta In The Red di Larry Hardy. Ed è sua eminenza Mick Collins naturalmente a giganteggiare (anche in senso fisico) in entrambi i dischi, attraverso sporche performances traboccanti di calda negritudine.

The Screws, "Shake Your Monkey" (In The Red/2001)
"Shake Your Monkey" è opera intrisa di blues senza ritegno alcuno: con questa band Mick Collins stupisce ancor più che in passato in virtù di una 'Ray Charles' voce cartavetro (Keep On Lovin' Me, In Case You Need Love, gli episodi più marcatamente r&b); profonda e minacciosa in guisa di novello John Lee Hooker: del grandissimo bluesman coverizza qui Shake It Baby, uno dei brani chiave del disco, un boogie infernale! Già in passato con i Gories lo aveva omaggiato a più riprese con Boogie Chillun, Let Your Daddy Ride, Got My Eyes On You, ma qui si arriva ad un'identificazione timbrica e d'intercalare vocale maniacali!
Se pensate che un paio di mesi dopo la pubblicazione di questo disco John Lee Hooker è venuto a mancare converrete che si tratta di una strana coincidenza, ma io voglio intenderlo come un ultimo inconsapevole omaggio da vivo che Mick Collins e più in generale la scena lofi-blues americana ha voluto tributargli. A ben ascoltare, in gran parte di "Shake Your Monkey" aleggia un'asfissiante estetica hookeriana, nei ritmi, nell'ipnoticità dell'intreccio delle chitarre di Collins, Jimmy Hole (ex Necessary Evils) e Terri Whal (ex Red Aunts), ma da non sottovalutare sono i ritmi jungle/Bo Diddley di Strange Things, brano in cui si fa riferimento anche ad Hendrix, e di Ramona Say Yes. Poi ci sono i deliri vocali no-wave di Terri Wahl: The Screws nascono dal suo connubio artistico con Collins, ma non ci aspettavamo certo che la donzella resuscitasse inusitatamente il James Chance d'annata di Flip Your Face dal seminale "No NewYork" con l'ausilio spiritato del sax contorto di Jon Wahl. E che dire dell'implacabile, ossessivo strumentale in accelerazione Story 16 con tanto di armonica 'gemente' di Mick (ne fa largo uso in tutto il disco!) se non tutto il bene possibile? Anche I See You Baby si complica in modo bastardo di chitarre slide, distorte.
E quelle urla sexy di Terri sono irresistibili! La Wahl definisce The Screws una sorta di 'bluesy punk rock band': se il loro esordio "Hate Filled Classics" aveva stupito in quanto ad eclettismo ed abrasività sonora, questa seconda prova imbocca la strada impervia di far coesistere tradizione e schizzata sensibilità punk urbana; la prima é trattata perfidamente sino a perdere i contorni originari in un vizioso incesto con le corrosive sonorità delle Red Aunts di Terri Wahl. The Screws Live In Osaka 1999 Part 1
Part 2

The Dirtbombs, "Ultraglide In Black" (In The Red/2001)
E veniamo ai Dirtbombs, che mancavano all'appuntamento con i loro fan dal 1998 (con Horndog Fest): uno dei gruppi che più ha impegnato Collins nei '90, nato dall'idea pazza di mettere insieme due bassisti e due batteristi. Dirtbombs hanno in organico Jim Diamond all'electronic bass, vecchio collaboratore di Mick, ma soprattutto scafato engineer dei Ghetto Recorder di Detroit dai quali sono passati Red Aunts, Bantam Rooster, André Williams, Dirtys, Compulsive Gamblers, Jon Spencer sino agli Screws per il missaggio di "Shake Your Monkey" (registrato alla Distillery di Mike McHugh, Cosa Mesa/Cal.) ed i Dirtbombs di questo "Ultraglide In Black". Ma Diamond ne è insieme a Collins anche il produttore! Della combriccola fa parte anche Tom Potter, alla fuzz-guitar, ex membro degli incendiari Bantam Roosters. Il lavoro, registrato nel 2000, fu annunciato da Mick Collins come il suo tributo alla Black Music con cui è cresciuto: in un'intervista del '99 rilasciata a Bob Kondrak affermò che le sue radici erano nel soul dei '60 e nel punk dei '70:
"questo è ciò che suono! Io non penso a me come un musicista rock, io penso soprattutto come un'artista r&b. Gli stessi Gories si definivano una r&b band".
E in "Ultraglide In Black" di r&b e soul ce n'è quanto se ne vuole: cover-album, come del resto quello degli Screws, mostra l'altra faccia storica della cultura nera, quella ritmica, attraverso il recupero rabbioso del suono '60 Stax e Motown. Collins non si risparmia cimentandosi con brani di Curtis Mayfield, Marvin Gaye, Smokey Robinson, Stevie Wonder, Sly Stewart, George Clinton.
Ritmi serrati e saturi, con Tom Potter ad elargire pozioni letali di fuzz e Jim Diamond cavernoso e possente bass-man! Il modo in cui Mick Collins ed i Dirtbombs violentano il r&b dei maestri e lo rinvigoriscono con dosi massicce di calor bianco garagistico ricordano moltissimo le 'profanazioni' mai troppo benedette dei primi british-groups indimenticabili come Stones, Pretty Things, Them, Yardbirds. "Ultraglide In Black" è opera godibilissima, soprattutto quando a sporcarsi della voce rauca di Mick è la famosa Livin' For The City di Wonder; perfino la sessuosa Got To Give It Up ci fa vibrare in modo diverso dal suo autore, il grande Marvin Gaye!
I'M Qualified To Satisfy You spinge quasi a cercare i vecchi dischi di Barry White.
The Thing mette a nudo il suono strumentale aggressivo dei Dirtbombs in quello che potrebbe tranquillamente essere un contagioso numero dei Fleshtones, ricordandoci che sono un combo ritmico micidiale. Kung Fu di Curtis Mayfield spiazza con movenze dark così come il ripescaggio inatteso dal sapore english pub-rock Ode To A Black Man dei Thin Lizzy di Phil Lynott.
Collins cavalca in questo album l'onda tumultuosa delle sue variegate ascendenze musicali giovanili: che sia benedetto, perché il suo è un metodo si rivela vitale e devastante! Your Love Belongs Under A Rock, unico brano originale di Collins mette il pepe al posto giusto, come l'energica Underdog di Sly Stewart, I'll Wait di George Clinton, Livin' For The Weekend (assolutamente devastante), Chains Of Love, tutti brani in cui Collins, con fare certosino e grandi performances ribadisce in modo inequivocabile la superiorità storica degli artisti con la 'pelle nera'!
Wally Boffoli
Mick Collins