mercoledì 19 gennaio 2011

KRAUT ROCK/KOSMISCHE MUSIK - TANGERINE DREAM: "Phaedra" (1974, Virgin Records)

"Phaedra" non è il primo album dei Tangerine Dream e forse non è neppure il migliore; ciò nonostante assume un posto di assoluto rilievo nella produzione del gruppo tedesco essendo il primo pubblicato per l’appena nata Virgin Records ed essendo l’opera che introdusse migliaia di giovani europei alla conoscenza della musica elettronica arrivando al nono posto delle classifiche inglesi e muovendosi altrettanto bene in altre parti d’Europa compresa l’Italia.
Prima di Phaedra vi erano stati l’esordio magmatico di "Electronic Meditation (1970)" poi il cromatico "Alpha Centauri" del ’71, "Zeit" l’anno successivo e il fantascientifico e ottimo "Atem" del 1973.
"Phaedra", registrato nel 1973, fu pubblicato l’anno seguente, quando una corte di musicisti fino a un certo momento piuttosto ondivaghi si stabilizzò fin dai due album precedenti nelle tre figure di Edgar Froese, Chris Franke e Peter Baumann per dare alla luce a quest’opera importante e basilare.
Se fino a quel momento una strumentazione più o meno tradizionale con imponenti inserti elettronici era apparsa nei dischi dei Tangerine Dream, ora, in questo nuovo album, percussioni e chitarre erano bandite a favore di sole apparecchiature elettroniche e poco conosciute tastiere (e c’è anche un po’ d’Italia nel Farfisa Equipment citato in copertina).
Strumenti con nomi che sono sigle piuttosto che vocaboli la fanno da padrone, anche se è un flauto-non-flauto suonato da Peter Baumann (probabilmente 'trattato') a condurre la breve, intensa e lentissima Sequent C' che si srotola come un tappeto magico e ipnotico fino all’evocativa conclusione dell’album in un movimento/momento di grande atmosfera.
Movimento è la parola giusta: così come accade nella musica classica, la musica dei Tangerine Dream non ha un ritmo ma ha un 'tempo'. E’un tempo segnato e metronomizzato dalle pulsazioni dei sequencer, dalla ripetitività dei sintetizzatori, dalle folate sonore di brezze mellotroniane e a questo proposito mi piace leggere il mio brano preferito, Misterious Semblance at the strand of nightmare, (una composizione del solo Froese), come un adagio; un adagio che si muove tra ondate di suoni eterei e impalpabili creando risacche e risucchi magnetici e visionari per poi spegnersi dopo una decina di minuti in una pletora di singulti liquidi e minimali. E se non ci fosse il rischio del reato di lesa maestà o di vilipendio non farei fatica a paragonare quel brano a un paradisiaco adagio di Mahler.
La musica contenuta in "Phaedra" è a parer mio anche figlia di un certo goticismo nord europeo che si è espresso principalmente in letteratura e in alcune pagine del cinema espressionista tedesco: non è forse un caso che una parallela e soddisfacente carriera i Tangerine Dream l’abbiano trovata proprio realizzando decine di colonne sonore (il titolo 'Vampira' del primo film di cui hanno curato le musiche è significativo), un goticismo però modernizzato dalla robotica tecnologia dell’epoca come si evince ascoltando la suite che da il titolo all’album.
Phaedra (Part 1) (Part 2) è un brano di quasi venti minuti che parte con un incipit robotico incessante punteggiato da sinth pulsanti e sequencer minimalisti che si allungano e si accorciano come un elastico facendo pensare che il disco ogni tanto suoni a settantotto o a quarantacinque giri; i suoni angelicati di un mellotron si inseriscono tra i battiti di quel cuore tachicardico. Poi le piogge avvolgenti dei sintetizzatori che arrivano a scrosci in un crescendo inarrestabile diluviano fino alla metà dell’opera quando si spengono in uno stato di calma apparente sottolineato da effetti sonori singhiozzanti che sembrano il goglottare ritmico e marino di gabbiani in un porto nebbioso. Quindi si inserisce ancora il mellotron che emula fatati cori femminili, intesse trame fiabesche e riprende la corsa lento e atmosferico fino a giungere alla conclusione del brano.
Ricordo che siamo nel 1974 e allora proporrei un giochino: (ri)ascoltare questo disco con estrema attenzione seguito, possibilmente, dall’ascolto del recentissimo, "Metallic Spheres" di The Orb featuring David Gilmour (oh, mio destino ingrato, perché vuoi che in ogni recensione io debba citare Gilmour e/o i Floyd?).
L’opera degli Orb si divide anch’essa in due lunghe suites Metallic Side e Spheres Side e, a parte il fatto che la presenza del chitarrista dei Pink Floyd è assolutamente inconsistente, (al punto che se non ci fosse scritto il suo nome credo che quasi nessuno se ne accorgerebbe), la musica proposta dagli Orb non sarebbe mai esistita senza i Tangerine Dream, con una prima differenza: che sono passati trentasette anni ma come direbbero i Led Zeppelin, The song remains the same e con una seconda differenza riguardante lo specifico dell’evoluzione tecnica di strumenti, studi di registrazione e delle nuove modernissime tecnologie applicate alla musica.
E allora cosa c’è che non va in questo prescindibile, tecnicissimo, inutile e irrilevante album degli Orb? Perché un album 'vecchioì come Phaedra, suonato e registrato con antichi strumenti analogici e vintage regge l’urto del tempo rivelandosi ancora un ascolto 'moderno' al pari, magari, di un classico del minimalismo colto o addirittura di un’opera di musica sinfonica?
Viene la voglia e la paura di pronunciare proprio quella parola, quella parolina tanto importante e tanto abusata: anima. Anima? Ma i Tangerine Dream non erano quelli che a metà concerto se ne andavano dal palco tutti e tre lasciando gli 'strumenti' da soli e programmati a finire lo spettacolo? E allora l’anima?
Sì, ma erano altri tempi, tutto era diverso, noi eravamo diversi, il mondo era diverso, ogni cosa era diversa. Forse anche l’anima era diversa; al punto che se tre corpi se ne andavano, lei rimaneva là, su quel palco, aleggiando invisibile tra sequencer, oscillatori e sintetizzatori, a terminare lo spettacolo.

Maurizio Pupi Bracali

From PHAEDRA: Movements of a Visionary

"The Crack In The Cosmic Egg" light version

IRON & WINE: "Kiss Each Other Clean" (2011, W.B.)

Sono trascorsi quattro anni dall'ultimo lavoro di Iron & Wine. Cosa avrà fatto tutto questo tempo il cantautore americano? Dove si sarà rifugiato per trovare l'ispirazione?
Mi piace pensare che per tutto questo tempo abbia passeggiato osservando e ascoltando tutto ciò che aveva intorno.
Divenuto ormai un' icona per il folk-indie americano il texano Sam Beam si è man mano ricucito un posticino lì tra i personaggi più importanti del decennio scorso. Tutti almeno una volta dovrebbero ascoltare un disco come "Our Endless Numbered Days" (2004).
Dopo "The Shepherd's Dog" (2007), una serie di Live e raccolte ecco a noi "Kiss Each Other Clean" l'ennesima svolta musicale di Iron & Wine.
Il nuovo album 'suona come la musica che si ascoltava nell'auto dei genitori' dice Sam Beam.
Un ritorno al passato quindi, agli anni in cui la musica sembrava avere un'importanza rispetto ai giorni nostri. Agli anni dei Beatles, dei Beach Boys, di David Crosby, agli anni in cui le sperimentazioni erano all'ordine del giorno. Agli anni in cui la melodia era l'anima della musica. Agli anni in cui acquistare un disco significava crescere. Ed è cresciuto Iron & Wine.
Ce lo dimostra con "Kiss Each Other Clean", un disco ricco, brillante nelle sfumature e nelle sovraincisioni, variegato nei colori e nella strumentazione.
Walking Far From Home è il migliore inizio possibile. Me And Lazarus è un funky blues dalle venature jazz. Tree By The River è un inno alla gioia.
Monkeys Uptown e Rabbit Will Run profumano di Africa. Big Burned Hand trasuda funky.
Your Fake Name Is Good Enough For Me, che chiude l'album, è a dir poco meravigliosa.
In sintesi "Kiss Each Other Clean" è un lavoro splendido, il miglior ritorno per Iron & Wine, un disco dove si possono sentire i raggi del sole che ti accarezzano senza mai scottarti.

Michele Passavanti

martedì 18 gennaio 2011

LA BREVE STAGIONE D'ORO DEL ROCK MESSICANO

Fra la fine degli anni sessanta e l’inizio dei settanta il Messico vide fiorire un numero considerevole di gruppi rock che si richiamavano alle analoghe esperienze musicali e culturali che si stavano verificando sia nei vicini Stati uniti che in Inghilterra. Fu una breve, ma intensa stagione, durante la quale musicisti provenienti soprattutto dalla capitale e dalle città del nord, Guadalajara, Tijuana, poterono esprimersi con grande libertà facendo nascere una vera ondata musicale rivoluzionaria che trovò il suo momento culminante l’11 settembre 1971 nel festival rock di Avandaro, quando ad ascoltare alcune delle principali rock band messicane si radunarono circa 250.000 giovani provenienti da tutto il Paese. Giovani che non erano lì solo per ascoltare rock, ma per testimoniare i loro ideali di pace e libertà, contro la repressione e la violenza poliziesca.
Il regime politico del Partito Rivoluzionario al potere si era distinto fino ad allora per una feroce repressione delle proteste studentesche, culminate nel massacro di Piazza delle Tre Culture il 2 ottobre 1968 e il 10 giugno del 1971 nell’assalto della polizia all’Università di Città del Messico con l’uccisione di decine di studenti.
Ma il rock fino a quel momento era rimasto immune dalla censura, del resto il Messico è uno strano paese, terra di esuli, ospitale verso i ribelli in fuga da regimi dittatoriali, capace di commissionare opere con cui abbellire le sue città ad artisti rivoluzionari come Diego Rivera o Siqueiros, di mostrarsi fieramente indipendente verso l’ingombrante vicino gringo e nel contempo di tollerare la feroce violenza dei fazenderos contro i campesinos, con un partito che lo ha governato ininterrottamente per quasi tutto il secolo in modo cinico e senza farsi troppi scrupoli, né nel far dilagare la corruzione, né nell’uso della violenza.
Ebbene quel raduno rock fu la goccia che fece traboccare il vaso, i “chavos de onda” ,“i ragazzi della onda” (Chavo de onda è una delle canzoni più famose dei Three souls in my mind i quali ad Avandaro dedicarono agli studenti massacrati a giugno dalla polizia una cover di Street fighting man),  che vi parteciparono e la loro musica furono accusati di essere dei drogati, degli ubriaconi dediti alle orge e al sesso più sfrenato, corruttori dei più profondi valori della morale e della cultura; dalla radio, alla televisione, dai giornali agli uomini politici fu invocato l’uso della censura, e per il rock messicano fu l’inizio della fine, bandito dalle radio, dalla tv, dai locali più importanti per i concerti, dai contratti discografici i musicisti si ritrovarono senza soldi e costretti a cambiare mestiere o genere musicale: esemplare il caso de La Revolucion de Emiliano Zapata, forse il gruppo allora più famoso, che abbandonarono il rock per darsi ad un facile pop commerciale. Sulla musica della nuova onda messicana scese l’oblio, fino alla riscoperta degli ultimi anni, avvenuta prima negli Stati Uniti e in Europa che in patria: gli Lp, molti introvabili e con quotazioni altissime sul mercato del collezionismo (il disco dei Kaleidoscope pare arrivi anche a 5.000 dollari!), oggi vengono ristampati e possono essere finalmente apprezzati per il loro valore musicale.
Con i musicisti e i brani presenti in questa selezione proverò a dar conto della ricchezza del panorama musicale messicano e stimolare la curiosità di chi ancora non la conoscesse: si va dal pioniere Javier Batiz (Coming Home da "Coming Home", 1969), considerato il miglior chitarrista messicano e maestro di Santana a band influenzate da ritmi black, con sezioni fiati che innervano la loro musica come i 39.4,:“Behind the mask” (EP, 1971) o i più hippie Peace and Love, dei quali abbiamo scelto una cover di I like Marijuana ("Avandaro", 2004") di David Peel registrata ad Avandaro, agli psichedelici Kaleidoscope (Colours”, da Kaleidoscope", 1969)
Ernan Roch (The Train da "Ernan Roch"),
Toncho Pilatos (Drunk again 2, da "Toncho Pilatos", 1971)
gruppo con influenze zeppeliniane di grande spessore,
La Revolucion de Emiliano Zapata (Nasty sex, da "La Revolucion de Emiliano Zapata"),
El Ritual (Peregrinaciones satanicas, da "El Ritual", 1971 -  Lucifer, da "El Ritual"), nel quale confluiscono elementi jazz, dark e hard-prog, a Grupo Ciruela (Nada nos detendra da "Regresso al Origen". 1972) e  El Amor (We need love da En vivo, 1971) in cui sono evidenti le influenze westcoastiane.
Ignazio Gulotta

Sixties Beat-Psyche in CILE: LOS MAC'S

Los Mac’s (sí con apostrofo superfluo come molti altri gruppi latino-americani), sono stati tra i primi gruppi Rock and Roll /Beat cileni risalendo addirittura al 1962.
Dopo una manciata di singoli in spagnolo per niente speciali e piú vicini alla Nueva Ola, finalmente nel 1966 debuttano con un (falso) album dal vivo, pieno di covers di Beatles, Chuck Berry etc. un pó indietro con i tempi.
Nel 1967 le cose migliorano con il loro secondo album, con in generale una piú azzeccata scelta di covers tutte in inglese e soprattutto un gran brano originale What kind of feeling. In ottobre di quell’anno esce il fantastico "Fictions" dei Vidrios Quebrados e Los Mac’s rimangono stupefatti dalla impressionante originalitá e qualitá di quel disco storico, pietra miliare della musica Rock cilena.
Il gruppo accetta la sfida e si immerge negli studi di registrazione con lo stesso ingegnere del suono di Fictions, e per fortuna con l’appoggio della casa discografica che gli concede di registrare un album con solo brani originali, uno dei quali verrá scritto in collaborazione con Juan Mateo O´Brien dei Vidrios Quebrados.
Il risultato: il meraviglioso "Kaleidoscope Men", a mio giudizio l’unico disco insieme a Fictions, veramente essenziale del panorama cileno degli anni 60, non a caso entrambi ristampati varie volte anche se mai ufficialmente come lo ha fatto finalmente Anima records. Entrambi dischi imperdibili per gli amanti del Beat e della Psichedelia alla Sgt Pepper.
L’album é un gran passo avanti per Los Mac’s rispecchiando meglio quello che succedeva musicalmente in Inghilterra o altrove. Un capolavoro Pop/Psichedelico, una specie di fratello minore di Fictions con un’impronta piú psichedelica che secondo dichiarazioni del gruppo venne rinforzata anche dall’uso di marihuana sia in studio che per le strade, che nel Cile di allora era praticamente sconosciuta.
Purtroppo non fu un disco che riuscí a vendere molto, nonostante l’inclusione di un pezzo in spagnolo La muerte de mi hermano che uscí anche come 45 giri e furono obbligati a ritornare alla vecchia formula per il loro ultimo album, “Mac’s”, un enorme passo indietro.
Molto curioso per noi italiani é quello che successe dopo: avendo deciso di cambiar aria e scartando gli Stati Uniti, su suggerimento del direttore cileno della RCA, sbarcarono a Genova verso la fine del 1968.
Tentarono invano di fare la loro musica; ricordano di aprire un concerto di Mina alla Bussola, sotto il nome di The Mac’s Electric Band che fu disastroso a causa dell'ostilità del pubblico, con il batterista in lacrime! Prima di dissolversi, con la coda tra le gambe, si trasformarono nel gruppo di accompagnamento di Gino Paoli!
Willy Morales, cantante del gruppo, rimase in Italia, inizialmente insieme a David MacIver, chitarrista (che nel 1977 tornó in Cile), continuando con Gino Paoli ed altri futuri progetti.

Aldo Reali


tension extrema
secuencias
a traves del cristal
el amor después de los 20 años

SHORT REVIEWS - The Unsense "Il pifferaio di Pandora" (2010, autoprod. - distrib. Pirames Int.)

Non è un caso che il pezzo più incisivo di questo album d'ersordio degli The Unsense si intitoli L.A. Blues. I Doors e il vate Morrison di "L.A. Woman" costituiscono molto più di una luce guida per Samuele Zarantonello e soci. Timbro, stile e mood del vocalist non solo evocano, ma mettono in scena l'icona Jim. Contact me, My new direction, Indian sun e la già citata  L.A. Blues non sfigurerebbero in un album tributo alla band di Venice, ma potrebbero rappresentare un limite per una nuova realtà musicale. Sia chiaro, l'ascolto della "sezione Doors" di questo concept-album è piacevole e coinvolgente e, se vista come puro divertissement, davvero molto valida. Ma non di soli Doors vive "Il Pifferaio di Pandora". Una seconda anima rilancia echi dei Floyd di "Ummagumma" come di certa dark wave targata Sisters of Mercy o Southern Death Cult o, ancora, stille di progressive italico. Ecco quindi brani come Ritornerò e brucerò, London track e Crisalide, quest'ultima dal vago sentore di Grateful Dead. Ingenua e superflua Calori eterni (ancora i nastri al contrario!); la title-track, presente anche in versione elettronica come ghost-song, risulta inutilmente prolissa mentre potrebbe, proposta in diversa misura, diventare alquanto intrigante. Lavoro ben fatto, ma non del tutto innovativo e convincente. Bravi, ma un po' di coraggio in più non guasterebbe.
Maurizio Galasso

DEADPEACH: "2" (Go Down Records/Audioglobe, 2011)

In un panorama musicale italiano sempre più arido è sempre un piacere imbattersi in un disco del genere.
I Deadpeach arrivano da Rimini e sono un trio formato da Giovanni (chitarra, voce), Stefano (basso), Federico (batteria).
Quattro anni fà pubblicavano il loro album di esordio, "Psycle", con copertina colorata e testi in inglese.
Oggi tornano con "2", una copertina quasi del tutto in bianco e nero e con testi prettamente in italiano. La scelta dei testi in italiano può essere una scelta abbastanza coraggiosa per una band che suona un certo tipo di rock.
In tal senso però il linguaggio nei confronti dell'ascoltatore si fa più diretto rendendo il nuovo album un lavoro più personale rispetto al precedente.
Un' attenzione particolare va data poi alla copertina, opera di Lorenzo Anzini, dove si possono trovare i particolari che compongono l'album. L'universo, l'uomo che dorme, la scarpa, la caffettiera del mattino e chissà forse anche un riferimento alla psichedelia con i funghi, l'unico elemento colorato della cover.
Si tratta di un album aggressivo e polveroso, che gode di un uso del fuzz davvero notevole. Una sorta di stoner rock psichedelico che suona come prodotto negli anni '70 anche grazie all'uso di una strumentazione vintage ed analogica.
C'è poi un richiamo quasi istintivo a certo progressive di matrice italiana in brani come Universo 7 e Non Sarà.
Nel brano L'ora, un'accattivante cavalcata strumentale, si possono trovare citazioni dal film "Il Settimo Sigillo" di Ingmar Bergman.
I Deapdeach hanno fatto le cose con comodo e nei quattro anni trascorsi dal loro esordio hanno confezionato un disco che merita tutta la nostra attenzione. Un lavoro che farà impallidire molte band, anche oltreoceano. Made in Italy!
Michele Passavanti

from "Psycle" (2006)
Family and lies
Benares
DeadpeachMySpace

lunedì 17 gennaio 2011

THE SOULBREAKER COMPANY : “Itaca” (2010, Alone Records)

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma.
Uriah Heep, Hawkwind, Rush, Pink Floyd, Atomic Rooster, Captain Beyoind, Progressive, Psichedelia e Space Rock. Tutto trasformato nella musica di The Soulbreaker Company.
Arrivano dal nord della Spagna e sono diretti verso un Itaca ideale nello spazio infinito del rock psichedelico/progressivo. Per gli amanti del rock anni '70 questo sarà l'album del miracolo. In "Itaca" troveranno la loro isola musicale ideale.
Undici brani da ascoltare tutti d'un fiato, che si liberano nell'aria in tutta la loro forza. Impossibile non rimanere affascinati dal suono del sax di Kike Guzman presente in brani come It's dirt, No way back home e Take a seat on the moon .
Impossibile non essere investiti dal potente muro del suono creato dalla batteria di Ortiz Domingo, dal basso di J.J. Manzanedo e dalle tastiere di Oscar Gil.
Prodotto da Dave Anderson, l'ex-bassista di Hawkwind, Amon Duul II e Groundhogs, "Itaca" è un'odissea sonora che si muove tra grandi assoli di chitarre, suoni space, atmosfere jazzy e power rock, il tutto avvolto dalla voce di Jony Moreno.
Nulla di nuovo insomma ma tutto molto bello.
Michele Passavanti

Oh! Warsaw

MOVIES: "Pontypool" (Bruce Mc Donald, 2009)

Come poter essere innovativi in un genere ormai stra-abusato come quello degli zombie-movies, come riuscire a girare quasi interamente un film ambientandolo nello studio di una stazione radiofonica senza cadute di ritmo?
Rispondendo a questi due requisiti "Pontypool" trova i suoi punti di forza in un film che si svela gradualmente con il precipitare degli eventi e giocando di sorpresa riesce ad evitare la prevedibilità.
Tratto dal romanzo di Tony Burgess e diretto dal canadese Bruce McDonald il film narra di un epidemia che trasforma i contagiati in morti viventi, mentre tutto questo viene commentato in diretta da un’emittente radiofonica, in cui lo speaker e lo staff tecnico assistono indirettamente al suo propagarsi, tramite la cronaca di inviati, telefonate di testimoni e al momento non sembrano correre rischi.
Ma l’illusione non dura molto: mentre stanno cercando di capire cosa stia succedendo, un’orda di infettati incombe e i protagonisti rifugiatisi nella camera insonorizzata scoprono che la causa del contagio si diffonde via etere, insita nel linguaggio verbale; loro stessi ne son stati la causa.
Frasi e parole si fissano nella mente, come una canzone o un tormentone di quelli che non riusciamo a toglierci dalla testa, un loop mnemonico: ma qui cambiano di significato, in un corto circuito metalinguistico, e si diffondono tra la massa come la memesi di un proverbio, una barzelletta, una superstizione.
Concetto non troppo lontano da una realtà, in cui termini e frasi, coniati in determinati contesti, prendono il posto del significato stesso (vedi Bunga Bunga, Chi è Tatiana? E’ lui o non è lui? Ci sono cose che voi umani… etc.) e nel loro ripetersi e diffondersi si sostituiscono alla capacita’ di analizzarne i contenuti.
Come già aveva dimostrato Orson Welles nel 1938 con il suo adattamento radiofonico de "La Guerra dei Mondi", il romanzo fantascientifico di H.G. Wells, che narrando dell’invasione terrestre da parte dei Marziani in forma di cronaca, suscitò reazioni di panico in una parte dell’audience statunitense, convinta che i fatti si stessero realmente svolgendo.
Il peso e il potere delle parole, il ritmo che ne scandisce il tempo, sembrano essere il vero mostro, non solo di questo film, ma allo stesso tempo sono le uniche armi con cui confutarlo, il silenzio l’unico modo per sconfiggerlo, l’isolamento la via di salvezza dalla pandemia verbale.
Ambientato e realizzato in Canada, dove curiosamente anche Romero si è trasferito per girare le sue più recenti produzioni, è sicuramente oltre che un film piacevolmente inquietante, anche un esempio di rara innovazione narrativa.
Federico Porta
"Pontypool", trailer

KING CRIMSON - Quattro grandi album: "In The Court Of Crimson King", "Red", "Discipline", "Thrak"

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Pochi sono i gruppi che come i King Crimson hanno saputo rinnovarsi negli anni (e dal loro primo disco ne sono passati una quarantina!), proponendo ogni volta un prodotto musicale innovativo e inclassificabile.
Li troviamo nella storia della musica rock-progressive inglese, ma solo fino al 1971! Perchè, già da “Lark’s Tongues In Aspic” (1973) non sono catalogabili sotto l’etichetta di 'progressive'. In questa sede mi soffermo su quattro dei loro dischi, tra i più rappresentativi e ai quali tengo molto.

"In The Court Of Crimson King" (Island Records, 1969)
Il loro primo album, inciso per la Island Records, è datato 1969: “In the Court of the Crimson King”. Nella formazione troviamo, l’anima del gruppo, il deus-ex-machina Robert Fripp alle chitarre, mellotron e organo; Greg Lake, basso e voce; Ian McDonald, fiati e tastiere; Michael Giles, batteria; Peter Sinfield, paroliere. La cosa che mi ha sempre colpito prima di tutte è la splendida e bizzarra copertina, dipinta da Barry Godber (1946-1970), scomparso prematuramente pochi mesi dopo la pubblicazione dell'album.
Nota quasi quanto l'album, la copertina esterna raffigura il volto ravvicinato di un uomo che emette un urlo di terrore; i tratti somatici sono deformati e il colore dominante è il rosso cremisi (in inglese: crimson).
La prima traccia dell’album è 21st Century Schizoid Man, che fu l'ultima ad essere incisa: registrata in presa diretta in una sola sessione (a eccezione della voce e di due linee, rispettivamente di chitarra e sax) è caratterizzata da un uso potente della distorsione sia nella chitarra che nella voce, e da un incedere marziale e aggressivo che fa eco a un testo sull'alienazione dell'uomo nel Terzo Millennio. Prima di ritornare al tema principale, la digressione culmina in un veloce break all'unisono. Il finale è volutamente cacofonico e tronco, quasi a suggellare l'intento 'schizzato' - tanto nel testo quanto nella musica - di tutto il brano. “Sangue tortura filo spinato/Pira funebre dei politicanti/Innocenti stuprati col fuoco del napalm/Uomo schizoide del XXI° secolo” urla Greg Lake.
Dopo l’incipit impressionante e urlato, la voce di Lake ci culla nella rilassante I Talk to the Wind: “Parlo al vento/le mie parole sono spazzate via/Parlo al vento/il vento non sente/il vento non può sentire”. Un rullo di timpani introduce il terzo e ultimo brano del lato A, Epitaph. Il mellotron accompagna i versi di Lake: “La confusione sarà il mio epitaffio”. Il lato B è aperto dalla lunga Moonchild. La prima parte, cantata, è una breve ballata accompagnata dall'arpeggio di Fripp e dalle percussioni in sordina di Mike Giles: “Adorabile Figlia della Luna/Che sogna all'ombra di un salice”. Il resto del brano è una lunga digressione, totalmente improvvisata, affidata ai soli Fripp (chitarra), McDonald (vibrafono) e Giles (percussioni).
Il brano conclusivo, che da nome anche al disco, è In The Court of the Crimson King. Un inizio sinfonico precede la voce di Greg Lake: “Il coro canta dolcemente/tre ninne nanne in un linguaggio antico/alla corte del Re Cremisi”. Rimane senza dubbio l’album più originale ed innovativo nella marea del rock-progressive inglese.

"Red" (E.G. Records, 1974)
Settimo album dei King Crimson: la copertina, uno sfondo nero, oscuro, ci presenta Fripp insieme alla nuova formazione: John Wetton (basso e voce) e William Bruford (batteria e percussioni). Questo disco influenzerà massicciamente tutta la loro discografia successiva, creando un trait d’union tra la produzione degli anni ’70 e la più recente. Il disco si apre con il brano che da titolo all’album, Red. Un solo di chitarra in crescendo ci introduce nell’atmosfera goticheggiante ed oscura del brano e di tutto il disco. La batteria precisa e il basso ossessivo accompagnano il tutto. Gli stessi suoni li ritroveremo venti anni dopo nel disco “Thrak”. Il secondo brano Fallen Angel, è aperto dal violino di David Cross che precede la voce di Wetton e gli arpeggi classici della chitarra di Fripp. Un momento di pausa e di calma dopo la tempesta. Ma ancora per poco. Dopo soli due minuti, un giro di chitarra appena elettrificata di Fripp ed il sax di Mel Collins mutano l’atmosfera del brano: “Un'esistenza trascorsa nelle strade della città ci ha reso persone come siamo/angeli caduti”. Dieci note cupe di basso, introducono la terza traccia del disco, One More Red Nightmare.
A seguire le matematiche e marziane percussioni di Bruford. Dopo quaranta secondi la voce di Wetton squarcia l’oscurità: “Un altro incubo rosso”. La chitarra effettata di Fripp e l’alto sax di Ian McDonald creano un tessuto sonoro davvero ipnotico. Providence è un'improvvisazione registrata dal vivo al Palace Theatre di Providence, Rhode Island (U.S.A.) il 30 giugno 1974. Scritta e suonata da David Cross. Un accumularsi di tensione, creata dal cinematografico violino di Cross e dalle bizzarre percussioni di Bruford, in un crescendo al limite della cacofonia. La traccia che chiude il disco, Starless, è di una bellezza disarmante. Il mellotron di Fripp e la batteria non invadente di Bruford aprono la traccia, seguiti da un solo bassissimo di chitarra elettrica. L’oboe di Robin Miller accompagna la voce sofferta di John Wetton: “Occhi blu, cielo d'argento/Svaniscono nella tomba/Verso una grigia speranza che ammette di essere una Bibbia Nera e Senza Stelle". Tutto questo fino alla metà del quarto minuto, dove il basso preciso di Wetton cambia registro musicale. Due note di chitarra scarnificata sino al midollo di Fripp creano il ritmo, seguite da stridenti percussioni di Bruford. L’atmosfera ritorna di nuovo gotica, oscura.
In un crescendo di otto minuti, stoppati dalla chitarra di Fripp che crea un’atmosfera elettronica e robotica, che dirige il tutto, fino a ritornare alla tranquillità iniziale, esplodendo nel solo di sax di Collins. La cosa che colpisce di più in questo splendido disco è la miriade di suoni e variazioni di note in un solo brano. La magia contenuta in questo album non la ritroveremo più, se non a sprazzi, per fare spazio ad una freddezza compositiva, sempre di alto livello stilistico.
C’è un aneddoto curioso riguardante questo disco. Il produttore dei Nirvana, Butch Vig, ha in tempi recenti confidato personalmente a John Wetton la grande influenza che Red aveva avuto sulla sua generazione e sul suo lavoro e quanto quest'album fosse caro anche allo stesso Kurt Cobain (da un’intervista a Robert Fripp: ).

"Discipline" (E.G. Records, 1981)
E' il disco del cambiamento (come lo era stato “Lark’s Tongues in Aspic”). La formazione è di nuovo mutata. Ad accompagnare Fripp e Bruford vi sono il chitarrista e cantante Adrian Belew ed il bassista e stickista Tony Levin (noto session-man di Peter Gabriel). La precedente esperienza nei Talking Heads da parte di Adrian Belew sembra abbia influenzato notevolmente il nuovo sound del gruppo. A favore di una new-wave dal sapore orientaleggiante. Elephant Talk apre il disco. Gli intrecci delle due chitarre, provati qui per la prima volta, diverrano il marchio di fabbrica del nuovo corso del Re Cremisi. La voce stralunata e pazzoide di Belew canta “Parlare, è solo parlare, argomenti, gli accordi, consigli, risposte”. Frame by Frame è il secondo brano. Un basso impazzito e la chitarra effettata di Belew introducono la traccia. Una batteria martellante e dal sapore 'eighty'. Un intreccio di chitarre sinuose suonate all’unisono. La voce caraibica di Belew. Matte Kudasai è una ballata dal sapore tropicale. Il suono effettato della chitarra di Fripp che ricrea una tastiera diverrà famoso come 'soundscapes'. “Eppure, dal vetro della finestra/Il dolore, come la pioggia che sta cadendo/Lei aspetta in aria/Matte Kudasai”.
L’incedere ritmato del basso di Levin e della chitarra di Fripp aprono il quarto brano del disco, Indiscipline. Subito dopo, un solo elettrico di Belew sovrasta gli accordi geometrici della chitarra di Fripp. La voce recitata di Belew segue. Rilassata. Impazzita. Urlata. Quattro minuti e trentadue secondi di schizofrenia. Come a ricordarci che i tempi di “21st Century” non sono poi così lontani. Due chitarre che si rincorrono e coprono a vicenda; un basso elegante, Una batteria precisa al millesimo di secondo, un coro di voci: questo è Thela Hun Ginjeet. Sei minuti di maestria tecnica e genialità compositiva. The Sheltering Sky è la penultima traccia dell’album. Strumentale. Percussioni soft. Una chitarra caraibica. Un basso che sembra parli. Una chitarra elettrica effettata come uno strumento a fiato. Due minuti dopo, un crescendo di chitarre all’unisono. I 'soundscapes' di Fripp.
Resta il vertice di tutto il disco. Otto minuti di pura poesia e catarsi sonora. Discipline è il brano conclusivo dell’album. Le solite chitarre che costruiscono un tappeto sonoro intrecciato. Un basso avvolgente. Le percussioni in sordina di Bruford. Il ritmo accelera. A tratti può sembrare un freddo esercizio di bravura tecnica, ma qua e là rivela la genialità di un gruppo, soprattutto della sua anima sempre presente: Robert Fripp, che non si vergogna di azzardare ed innovare, entrando in generi diversi, assimilandoli a proprio piacimento, ricreando un suono unico ed inimitabile.

"Thrak" (1994, Virgin Records)
Sono passati dodici anni dal disco“Beat” (E.G. Records, 1982), e quando tutti pensavano che i King Crimson fossero morti eccolì resuscitare con una formazione nuova di zecca. Oltre a Fripp (onnipresente) e al compagno Belew, (ri)troviamo Bill Bruford alla batteria acustica, accompagnato dalla new-entry Pat Mastelotto alla batteria elettronica, (ri)troviamo Tony Levin al basso, accompagnato dal giovane Trey Gunn allo stick.
L’album in questione è “Thrak” (Virgin Records), e l’anno è il 1994. Registrato ai Real World Studio di Peter Gabriel, questo disco ripropone il gruppo totalmente rinnovato nel sound come nella formazione. L’incipit, VROOM, inizia con un violino simulato con la chitarra elettrica, per poi esplodere in un solo di chitarra, che riecheggia il sound di “Red”. E così è per tutto il disco. Le influenze del disco del ’74 sono fortissime ed evidenti. Le due batterie si accavallano senza stridere. La chitarra sommessa di Belew è accompagnata dal basso sinuoso di Levin e dallo stick di Trey Gunn. A seguire, un prosieguo dell’incipit, Coda: Marine 475. Un arpeggio di chitarra acustica. Le due batterie che incedono senza sosta. Il solo elettrico della chitarra di Fripp. Una voce registrata. Un crescendo senza pausa.
Il terzo brano è Dinosaur. Il classico intro da strumenti ad archi ricreati con la chitarra, è seguito da due accordi suonati da Belew, che canta come non lo abbiamo mai sentito fino ad allora. Forti i richiami al periodo “eighty” del gruppo. La quarta traccia, Walking On Air, è una ballata in stile “Discipline”. Si dimentica facilmente. Quella che colpisce è la quinta traccia. B’Boom. Un solo di batteria da brivido. Un intro di 'soundscapes di Fripp apre le danze delle due batterie. Stupendamente suonate insieme. Timpani. Crash. Ride. Rullanti. Gran casse. Tutto con un ritmo ed una eleganza difficilmente riscontrabili in altri musicisti. Il sesto brano, THRAK, ripropone le sonorità dark di “Red”, con una veste nuova. Una chitarra cattivissima apre il brano. Seguita da una batteria ed una voce in vocoder. Tre minuti di schizofrenia pura. People è un brano allegro, molto ritmato, che richiama alla memoria “Three of a Perfect Pair” (E.G. Records, 1984). Di facile ascolto, ma sempre originale. L’altra ballata del disco è One Time. Un basso elegante e una batteria precisa introducono un arpeggio di chitarra acustica e la voce sofferente di Belew. Interessante. Altro brano sulla falsa riga della precedente People è Sex Sleep Eat Drink Dream. Un ritmo molto funkeggiante accompagna la voce contraffatta e suadente di Belew. Chiude il disco, VROOM VROOM: Coda.
La pace iniziale è squarciata dalle chitarre di Fripp e Belew. Un ritmo ossessivo accompagna tutto il brano. Proponendo una rivisitazione di Red in chiave moderna. E’ impressionante la bravura con la quale è suonato tutto il disco. L’originalità dei testi. Capolavoro? Poco ci manca. Sicuramente è all’altezza del loro glorioso passato. Mai stanchi di rinnovarsi e proporre musica diversa e inclassificabile.
Dopo quasi quarant’anni i King Crimson continuano a fare dischi. L’ultimo risale al 2003, “The Power To Believe” (Sanctuary Records) e non è niente male. Aspettiamo ansiosi loro notizie. Sicuri che continueranno a stupire il loro numerosissimo pubblico di fan.
Edoardo “Voodoo” Petricca
King Crimson