mercoledì 29 dicembre 2010

NU PSYCHEDELIA AMERICANA: La Psichedelia del nuovo millennio in una prima selection, a cura di Federico Porta

Ecco a voi dieci brani di nuova psichedelia, compresi tra la seconda metà degli anni '90 ed il primo decennio del terzo millennio: si tratta di dieci bands americane ad eccezione di The Morning After Girls, australiani.
La selection naturalmente é puramente 'introduttiva' rispetto lo sfaccettato fenomeno della NU PSYCHEDELIA internazionale che sarà approfondito nei prossimi articoli da MusicBox.
Scopo della selezione di Federico Porta, quello di introdurvi, neofiti o 'vecchie volpi' che siate, agli umori e alle sonorità di moduli espressivi che affondano le radici in una rivoluzione sonora/sensoriale nata oltre quarant'anni fa.







Bardo Pond - Tantric porno (Amanita, 1996)











Brian Jonestown Massacre - Whoever you are (Give it back, 1997)








Warlocks - Shake the dope out (Phoenix, 2002)











The Mornig After Girls - Run for our lives (Shadows Evolve. 2005)









Psychic Ills - Another day, Another Night (Dins, 2006)









Asteroid #4 - Take me down (An amazing dream, 2006)









Black Angels - Manipulation (Passover, 2006)











Entrance Band - Grim reaper blues (Prayer of death, 2007)











Dead Meadow - What needs must be (Old growth, 2008)








Black Mountain - Wucan (In the future, 2008)

L'ALTRA EUROPA : Elettronica, Chill Out, Alternative Pop, Progressive da un pianeta sconosciuto/ BULGARIA: Ostava, Gravity Co.

Affrontare un discorso relativo alla Bulgaria da un punto di vista musicale può apparire fin dall’inizio alquanto complesso sebbene tutto si possa risolvere con deduzioni di fatto di una semplicità sconcertante.
Anche se la Bulgaria, a differenza ad esempio della vicina Romania, non ha conosciuto un isolamento dall’Occidente di simile portata né tantomeno una rivolta popolare dettata dall’insopportabile gravame sulla società di un despota cinico e crudele pur tuttavia in questo Paese la presenza di un regime soffocante e largamente infiltrato in ogni strato della società civile ha creato le condizioni per un isolamento di fatto della nazione bulgara dall’Occidente capitalista a tal punto da diventare una sorta di 'oggetto misterioso' sulla mappa europea dal quale poco o nulla è mai trapelato nei lunghi anni del 'socialismo reale' di stampo fortemente filosovietico.
Mentre dunque, nonostante le avverse condizioni generali, la musica in Romania riusciva, faticosamente, a proporre al suo interno progetti ed iniziative che avrebbero poi trovato un’espressione più compiuta con la caduta del Muro in Bulgaria, per quanto possa apparire incredibile, fino al 1990 una censura rigidissima ha di fatto impedito lo svilupparsi di un mercato mediatico contribuendo a mantenere ben separate la musica tradizionale di matrice folcloristica da quella pop (nel senso occidentale del termine) relegando quest’ultima entro ben definite 'gabbie nelle quali gli unici canoni tollerabili potevano comprendersi nella musica leggera e in un rock di stampo assolutamente tradizionale, del tutto 'inoffensivo per il Potere costituito.
Nonostante gli sforzi personali fatti da chi scrive negli anni considerati (prima del 1990) non mi è stato mai dato di verificare la presenza nel Paese di artisti o progetti musicali che anche solo in minima parte si potessero discostare dalle rigide direttive impartite dagli organi centrali consentendo dunque solo la diffusione di suoni e testi assolutamente congeniali e graditi.
I numerosissimi vinili in mio possesso ne sono una testimonianza lampante. In essi non è riscontrabile infatti nulla più di quiete e allegre melodie che possono al massimo definirsi musica di 'facile ascolto'.
E’ dunque soltanto a partire dalla metà degli anni ’90 che in Bulgaria, con l’affermarsi di una industria musicale degna di questo nome che cominciano a manifestarsi forme e generi musicali che acquistano via via più spessore permettendo, seppur con gravissimo ritardo, la nascita di band e progetti alternativi di grande interesse.
A tutt’oggi in ogni caso il mercato musicale interno bulgaro rimane fondamentalmente povero, se visto con gli occhi di un occidentale, fortemente condizionato da forme musicali del tutto estranee alla mentalità non balcanica (fatte poche eccezioni) nelle quali si mescolano tratti tradizionali locali, musica di matrice tzigana, persino influenze pop greche e turche!
Ma non sono questi gli aspetti presi in considerazione in questa sede. Piuttosto, vale la pena rivolgere l’attenzione a formazioni ed artisti che per la loro validità oggettiva e per le potenzialità future costituiscono un buon viatico per un rientro della Bulgaria a pieno titolo nel panorama musicale europeo pur nel rispetto di tutte le reciproche differenze.
Volendo dunque iniziare una rapida disamina iniziale del mercato musicale nelle forme e nei generi considerati in questa rubrica non era assolutamente possibile evitare di parlare di una band che, a tutti gli effetti, può considerarsi fra le primissime (se non la prima) espressione di un canone musicale assolutamente innovativo per la realtà bulgara: gli Ostava.

Ostava

Formatasi intorno al 1991 a Gabrovo (città bulgara situata quasi nel centro geografico del Paese) la band degli Ostava ha giocato fin dai suoi inizi un ruolo fondamentale nello sviluppo in Bulgaria di una espressione musicale alternativa portando al grande pubblico valori e suoni fino ad allora estranei alla realtà bulgara. Tutte cose assolutamente scontate per un qualsiasi Paese occidentale e persino per molti Paesi dello stesso 'campo ex socialista' ma che alla luce di quanto evidenziato in premessa assumono una valenza addirittura storica!
Gli Ostava hanno dunque giocato fin dalla loro costituzione un ruolo di divulgazione di scenari sonori che hanno profondamente condizionato la Bulgaria post anni ’90 anche per le profonde influenze esercitate sulla band da parte di numerosi gruppi anglosassoni (di cui appare da subito evidente il 'contagio' ad esempio di band come gli Oasis ed i Blur in primo luogo) contribuendo con ciò alla diffusione nel Paese di espressioni musicali poco note ad una gran fetta di potenziali fruitori.
Va pur detto che tutte queste influenze, in cui confluiscono anche scorci di new wave e post punk hanno contribuito a creare una miscela musicale del tutto originale e 'locale' dando la stura, di fatto, alla musica alternativa di matrice bulgara!
Il primo album degli Ostava, dal titolo “Ping Pong”, pubblicato nel 2000 diventa da subito una specie di pietra fondativa della musica alternativa bulgara. Numerosi riconoscimenti ufficiali fanno di questo album una sorta di piccolo classico nella breve storia della musica bulgara.
Da allora gli Ostava hanno inciso quattro album, oltre a numerosi singoli, un disco dal vivo, un EP di grande successo. Ogni album ha avuto accoglienze entusiastiche nel Paese ricevendo vari e numerosi riconoscimenti. E così, a puro titolo di esempio, il terzo album della band dal titolo “Mono” pubblicato nel 2005 è stato riconosciuto fra l’altro come il miglior album di rock alternativo in Bulgaria.
L’ultimo lavoro degli Ostava risale al 2008 ed è quasi interamente cantato in inglese oltre ad essere stato masterizzato negli States a riprova dei grandi progressi ottenuti nel breve periodo dalla musica alternativa bulgara e dagli Ostava in particolare. Numerosi brani dell’album fanno parte della colonna sonora di “Hunting down small predators” pellicola bulgara del regista Tsvetodar Markov di cui sono visibili alcuni estratti nel video Mexico.
Di seguito ecco un ampio estratto dall’album.

Ostava: Album “Rock’n’roll song designers” 2008 Etichetta Virginia Records

Rock’n'roll song designer
Mexico
Funny girls
Bring me down
Should eye
Tomorrow
Parallel world



Gravity Co

In tempi più recenti, la band che in Bulgaria ha certamente suscitato le maggiori curiosità e che è diventata in breve tempo l’altro polo della musica alternativa agli Ostava è costituita dai Gravity Co.
Gruppo certamente innovativo nel panorama musicale bulgaro, i Gravity Co nascono in realtà come un progetto per comporre le musiche per un gioco per PC ! Fino ad allora i componenti della band tuttavia componevano e suonavano, privatamente, un originale connubio di electro indie.
Il debutto della band risale al 2002 quando viene pubblicato il loro primo singolo, Away che da subito diventa popolarissimo in Bulgaria.
Segue un secondo singolo, Mr. No One accolto con altrettanto favore, anticipazione del primo album della band che vede la luce nel dicembre del 2002: “U”.
L’album conquista da subito lo status di Miglior Debutto e Miglior Album Pop/Dance in Bulgaria confermando tutte le buone premesse.
Un album dai suoni decisamente electropop su cui si inseriscono temi morbidi e volute vocali dense di armonia….

Gravity Co: Album “U” 2002 Etichetta AMAdea Records

E-O
Away
Time

Nel 2005 viene pubblicato il secondo album dei Gravity Co preceduto dal singolo Wings che nella versione video acquista per la Bulgaria una valenza storica trattandosi del primo video di un artista bulgaro ad essere trasmesso da MTV dove verrà programmato per 13 settimane!
L’album dal titolo “Instinct” procurerà alla band poco dopo il riconoscimento di Miglior Band e Band dell’Anno in Bulgaria…

Gravity Co: Album “Instinct” 2005 Etichetta Vitality Music

Wings
Empty world
Cry

Nel 2006 viene pubblicato il terzo album della band dal titolo “Mixedup”, in gran parte riedizioni e remix di brani già pubblicati. Sul gruppo continuano a piovere riconoscimenti da parte della critica specializzata e il consenso da parte dei fans sempre più numerosi. Nel 2008 la band conquista tra l’altro il riconoscimento di miglior band bulgara degli ultimi 10 anni….Ma quello che più conta è che la Bulgaria sembra aver finalmente imboccato la strada che sembra, seppur faticosamente, riportarla in Europa riattivando il contatto con generi ed espressioni musicali in linea con una società moderna ed aperta alle influenze esterne.

Gravity Co: Album “Mixedup” 2006 Etichetta Vitality Music

Paper trail
The evidence came

Roberto Melfi

martedì 28 dicembre 2010

SIXTIES GARAGE Selection - THE SHADOWS OF KNIGHT

THE SHADOWS OF KNIGHT: 
"Gli Stones, Animals, Yardbirds hanno preso il Chicago Blues e l'hanno inglesizzato. Noi abbiamo preso la versione inglese del Blues e gli abbiamo ri-aggiunto il tocco di Chicago!"

Jim Sohns (Vocals, percussions)/ Warren Rogers (guitar, bass)/ Jerry McGeorge (guitar)/ Joe Kelley (guitar, bass, harmonica)/ Tom Schiffour (drums)


Le prime tre opere

From "GLORIA" (Dunwich/Sundazed, 1966)

Oh yeah/Gloria/It always happens that way/Dark side

Light Bulb Blues (McGeorge-Sohns)

I Got My Mojo Workin'(M.Waters)





From "BACK DOOR MEN" (Dunwich/Sundazed, 1967)

Bad Little Woman (Armstrong, Catling, Demick, Rosbotham)

Gospel Zone (Shiffour)

I'll Make You Sorry (Kelly)

I'm Gonna Make You Mine (Carr, Derrico, Sager)

                                              Hey Joe


From "Shake" (Super K/One Way, 1969)

Follow/I'm Wanna Make You All Mine (Levine/Sohns)

Shake(Levine/Resnick)






Wally Boffoli

LOS PEYOTES, "Garaje o Muerte!" (Dirty Water, 2010)

Los Peyotes sono tornati per vendicarsi di conquistatori e colonizzatori spagnoli e non solo, già da quando nel 2007 sbarcarono nelle acque sporche del vecchio continente, approdando alla Dirty Water Records di Londra. Partiti da un’ Argentina che già negli anni ‘60 aveva sparato i suoi colpi di cannone con gruppi come Los Walkers, Los Gatos Salvajes alleati ad altre bands sudamericane come Los Saicos, Los Mockers, Los Shakers, ma che poco avevano potuto contro il colpo sferrato invece da Beatles e Rolling Stones a tutto il mondo.
Al grido di “Garaje o Muerte” armati di fuzz tremolo e Farfisa e pronti a ribadire il concetto che il Garage rock non è, e non è mai stato argomento di solo appannaggio inglese o statunitense.
Ricalcando gli stilemi del genere forse in maniera un po’ pedissequa, non aggiungendo o togliendo nulla a quanto già detto, la loro urgenza non è quella di guardare avanti o dettare nuove direzioni, anzi il loro sguardo è ben rivolto indietro e con orecchie ben aperte. Anche questo album, rispetto ai lavori precedenti si presenta con un suono più curato sicuramente, ma fedele nelle intenzioni, complice l’intervento di Jorge Explosion e del suo studio corredato di strumentazione rigorosamente vintage diventato meta di tutti i revivalisti più esigenti.
Dopo il grido di battaglia con il quale aprono e danno il titolo all’album, seguito da un’ennesima versione di No friend of mine degli Sparkles che qui diventa Vos no sos mi amigos, i restanti brani, su un totale di quindici, si articolano in un sound che a tratti richiama ora le chitarre ronzanti dei Litter, o i tenebrosi Music Machine, ora i tempi sbilenchi di Count Five, e la psichedelia dei Seeds.
Il tuffo nel passato ad opera di questi cinque 'becchini' ispanici è tutto sommato piacevole, e caratterizzato dal canto sguaiato di David Peyote che non si fa mancare maracas o tamburello d’ordinanza quando la circostanza lo richiede. Se il garage sia resuscitato o morto
per sempre non sta a noi stabilirlo, ma probabilmente continua a giacere in quella linea di confine dove è sempre stato.
Federico Porta

96 Lagrimas
Bdaaa!
Garaje o Muerte
Vos no sos mi amigos
Pasemos la Noche Juntos

LosPeyotesMySpace

TIM BUCKLEY : "DREAM LETTER - Live in London 1968" (2 cd) (Retro Rec. 2010)

Quest’anno vorrei concluderlo insieme a voi, brevemente, condividendo le emozioni che mi avvolgono all’ascolto del concerto tenuto al London’s Queen Elizabeth Hall il 10 luglio 1968 da uno dei cantautori che più mi coinvolgono: Tim Buckley. Il titolo, difficile da trovare in negozio ma facilmente reperibile su e-bay, da venditori internazionali, è
“Dream Letter – Live in London 1968”.
Un doppio CD edito dalla etichetta Retro (uscito originariamente nel 1990 per Rhino e Manifesto Records) che offre il raro dono di catturare l’ascoltatore e di tenerlo schiavo d’amore per la musica per circa due ore.
Tim Buckley è all’apice del suo successo quando calca le scende del teatro londinese: le sue canzoni venivano continuamente messe in onda nelle radio americane ed il suo recente album "Goodbye and Hello", che introduceva una nuova e sottesa influenza jazzy, aveva definitivamente conquistato pubblico e critica. E’ in questo contesto che Tim propone lo spettacolo "Dream Letter", un live di rara bellezza, principalmente incentrato sulla interpretazione ed arte del cantautore che, appena ventunenne, già giganteggia sul palco, pur senza alzare mai i toni, se non quelli della sua evocativa voce.
La line-up che lo segue è assolutamente di prima categoria, ma anche assolutamente asservita allo scopo e devota all’autore, che mai viene scavalcato e che mai si permette un virtuosismo fine a se stesso. Lee Underwood alla chitarra, David Friedman al vibrafono, Danny Thompson, già noto coi Pentangle, al contrabbasso mettono a disposizione strumenti di contorno che vogliono solo dare un tocco di raffinatezza e sensibilità 'jazzy' a un tessuto armonico assolutamente folk e ad una interpretazione che pesca nell’animo gli elementi dell’amore, della compassione e dell’umanità.
Ed è tra lievi tocchi di vibrafono, garbate pizzicate basse e deliziose trame di corde acustiche che Tim a volte sussurra nenie ed a volte fronteggia, con urla modulate, una malinconia che, prima che pervadere l’ascoltatore, coinvolge lui, per scelta e storia, o forse per natura, condannato alla tristezza.
Il concerto regala interpretazioni rielaborate di brani già usciti nei suoi primi album, "Goodbye and Hello" e "Happy Sad", ed anticipa alcune canzoni che usciranno negli albums successivi "Blue Afternoon" ed in "Sefronia". Difficile scegliere tra i brani, tutti assolutamente evocativi e magistralmente eseguiti. Potrei citare la rilettura in chiave folk della splendida song delle Supremes You Keep Me Hanging On, che è introdotta dalla splendida Pleasant Street che intercala soffi e potenza vocali tipici del cantato del nostro songwriter.
Potrei accennare all’eleganza di Dolphins (Fred Neil), che anticipa una nuova tendenza jazzy dell’autore che troverà poi piena espressione in albums quali "Sefronia" e "Lorca". Scelgo invece, arbitrariamente, il secondo ed il terzo brano del secondo CD, una reinterpretazione di Carnival Song/Hi Lily, Hi lo, assolutamente differente da quella pubblicata su Goodbye and Hello che, accarezzata dalle dodici corde, predispone l’uomo alla pace ed all’abbandono onirico, e una Hallucinations punteggiata magistralmente dal vibrafono di David Friedman e dalla drammaticità dell’autore.
I momenti ispirati e delicatissimi in cui ci si emoziona e che si trovano su questo doppio CD non possono che incantare chi dedica alla buona musica un attento e grato ascolto. Fate un pieno di emozioni e regalatevi un inizio d’anno all’insegna della poesia cantata di Tim Buckley.

Marcello Rizza

Carnival Song/Hi Lily, Hi lo

Hallucinations

Dolphins
Pleasant Street - You Keep Me Hanging On
Happy Time


Tim Buckley

BRITISH BLUES Selection - TEN YEARS AFTER

TEN YEARS AFTER: british blues-rock quartet -
anno formazione: 1967


Consisting of :
Alvin Lee (born December 19, 1944), guitar and vocals
Chick Churchill (born January 2, 1949) keyboards
Leo Lyons (born November 30, 1944) bass
Ric Lee (born October 20, 1945), drums



Le prime quattro opere

From "TEN YEARS AFTER" (Deram/Universal, 1967)

Until I Die (Lee)


Help Me (Bass, Dixon, Williamson)








From "UNDEAD (Deram, 1968)"

I May Be Wrong, But I Won't Be Wrong Always (Churchill, Lee, Lee, Lyons)

Woodchoppers Ball (Bishop, Herman)

Spider In My Web (A.Lee)






From "STONEDHENGE (Polydor, 1969)"

A Sad Song (A.Lee)

No Title (A.Lee)









From "SSSSH (Deram/Beat Goes On, 1969)"

Bad Scene (A.Lee)


The Stomp (A.Lee)

I Woke Up This Morning (Hopkins, Lee)






Ancora in attività ed in tour, con JOE GOOCH (guitar, vocals) al posto di ALVIN LEE

Wally Boffoli

Ten Years After

lunedì 27 dicembre 2010

FLAT DUO JETS: Story and Discography

Verso la prima metà degli anni ‘80, nel North Carolina girava un gruppo formato da tre ragazzotti innamorati del Rock’n’Roll e delle sue radici fifties. All’epoca il trio capitanato dal cantante chitarrista Dexter Romweber, registrò senza troppe pretese, in maniera amatoriale, un EP di covers, "In Stereo" (Dolphin Records - 1985) e un album che portava come titolo il nome stesso della band, "Flat duo Jets" (Dog Gone Records - 1990), in cui per lo più rivisitavano vecchie perle dei ‘50s. Dopo la dipartita di Griz Mayer dal ruolo di bassista e aver deciso di rimanere un duo chitarra-batteria, sono i Cramps ad accorgersi di loro e se li porteranno dietro per un intero tour negli Stati Uniti. Questa esperienza influenzerà lo stile del successivo album che allargherà lo spettro dei riferimenti rispetto alle registrazioni precedenti pur mantenendo un’appartenenza marcatamente rockabilly.
"Go Go Harlem baby" (Sky Records-1991) il titolo di questo terzo lavoro prodotto da Jim Dickinson che in questi ultimi anni, prima della sua recente scomparsa, si era fatto conoscere con un gruppo, gli Snake Eyes, insieme alla sezione ritmica dei Reigning Sound.
In questo lavoro emergono le capacità non solo esecutive di Romweber, che accompagnato da Chris Smith alla batteria, sviluppa uno stile più personale che lo porta oltre i confronti con i classici del genere da Eddie Cochran, a Jerry Lee Lewis, Elvis, Buddy Holly. Qui si concederanno anche una divagazione jazz reinterpretando Harlem Nocturne come già fecero The Viscounts negli anni ‘50, e un tributo al musical nel remake voce e pianoforte di Apple Blossom Time delle Andrew Sisters.
Due anni più tardi, siamo nel ’93 esce "White Trees" (Sky Records-1993) con il quale esplorano, rivisitano e rivoltano lo spirito dell’american music, nella sua accezione più pericolosa e non necessariamente bianca o nera, dove riesce a trovare spazio anche una Where are you now intrisa di psichedelia sixties, oltre a varie escursioni tra i confini del ragtime di Old Soul, le oscure country ballads di Cool Boys e Husband of a country singing star, il voodoo-billy di Daughter of the Jungle, gli psicotici cambi di tempo di Tura Satana, il punk’n’roll di Radioactive man.


Il gruppo pare aver ormai acquisito una sua padronanza espressiva che sembra però sdoppiarsi in una duplice identità come dimostra l’uscita sempre nello stesso anno di "Safari (Norton 1993)" la prima pubblicazione da parte della Norton Records, che consiste in una retrospettiva di brani inediti. La qualità delle registrazioni discontinua a seconda dei vari episodi passa da un suono grezzo e minimale, dovuto anche all’esiguità degli elementi in gioco, come nella voodoo-hypnotica Fuzzy and wild, ad un altro relativamente elaborato come nell’iniziale Dexter’s lament dove compaiono anche tastiere e basso sempre suonate da Dexter, ma nell’insieme la proposta si mantiene su livelli sorprendenti. Comincia a farsi strada in maniera prepotente una certa reminescenza bluesy e un’attitudine punk che a tratti li rende più selvaggi e meno stilosi rispetto a quanto ci avevano abituati.
Nel quarto album della band che dal titolo suona come un debutto, "Introducing the Flat Duo Jets" (Norton-1996) si rendono probabilmente conto che il loro punto di forza sta più nell’essenzialità: che è preferibile togliere piuttosto che aggiungere. Questo senza andare a scapito della validità delle intenzioni riguardo cui il leader è sempre più estroso. Anche il lavoro di mixaggio piuttosto 'chiuso' è volto a rendere la sensazione di avere una band che suona proprio lì, nella stanza dove li stai ascoltando e, anche se in assenza di pubblico, il singer occasionalmente si diverte a presentare alcuni dei venti pezzi contenuti tra cui una concessione al soul di Otis Redding di I’ve been loving you too long. Per ripagarsi dai limiti autoimposti dalla circostanza, l’eclettico Romweber in questo stesso anno registra un album solista "Folk Songs Solo Collection": che sarà solo il primo di una lunga serie di progetti paralleli in cui concentrerà le sue ispirazioni più ambiziose e che lo porteranno a collaborare anche con la sorella Sara nel Dexter Romweber Duo, e con Cat Power.


Anticipato dall’uscita di due 7” "Dexmas" (Permanent Records 1996) e "Jet Set" (Norton-1996) è la volta di "Red Tango"(Norton-1996) che prende in un certo senso le distanze dal precedente lavoro, pur trattandosi sempre di un ennesimo tributo alla pura essenza dell’american music.
Le registrazioni condivise con musicisti aggiuntivi, nei ruoli di chitarra, violoncello, basso acustico ci lasciano un album di 16 tracce, su cui aleggia uno spirito più folk proponendo qualche ballad in più rispetto al passato, su tutte la finale I Wish I was 18 again un classico del country reso popolare da George Burns. In bilico tra la genialità di Alex Chilton, l’irriverenza di Reverend Horton Heat e la follia di Hasil Adkins questa prova dimostra l’autentico talento creativo di questo gruppo.
A mio parere la dimensione che meglio rende giustizia ai Flat duo Jets è quella dal vivo come testimoniata dal successivo "Wild Blue Yonder" (Norton Records -1998) che privo di orpelli, sovraincisioni e seppur raffinati arrangiamenti, ce li restituisce in tutta la loro immediatezza, sporchi e incazzati come non ci avevano mai lasciato intendere. Sicuramente l’album che preferisco insieme a “Introducing …" dovendo presentare questo gruppo a chi non lo ha mai sentito. Il suono raucofonico della sua quasi inseparabile vecchia Silvertone, cheap-guitar antenata della Danelectro, il cantato che è più spesso un grido disperato e i feroci controtempo cassa-rullante, riempiono il silenzio senza lasciare tregua. Il loro putrido miscuglio, stantìo di garage, punk, rockabilly, è ormai stagionato al punto giusto. Qui il tributo al passato è versato in onore dei Ventures nella 2000 pound bee, la Rock House di Roy Orbison, This Train di Woody Guthrie, Sing Sing Sing di Benny Goodman, la TV Mama di Big Joe Turner ed il classico Shapes of thing to come raddoppiato in velocità. Curioso il fatto che solo un anno dopo, sia stato rivolto un interesse spropositato ad un altro gruppo con gli stessi connotati e meriti come i White Stripes che esordivano con il loro primo album, tralasciando nell’oblìo questa band che aveva già una sua storia, e di cui Jack White stesso non ha mai fatto segreto citandola come un’importante influenza e con cui non mancherà di collaborare in futuro.


Nono ed ultimo lavoro, "Lucky Eye" (Outpost Records - 1998) oltre al cambio di etichetta, vede affidare la produzione a Scott Litt che già aveva lavorato con R.E.M., Replacements, Nirvana, e non può che uscirne un prodotto qualitativamente impeccabile ma che secondo me si perde, potendoselo permettere, in pretenziosità che non eguagliano il genio dei precedenti lavori
Il disco celebra magistralmente Rock, Punk, Country & Western, Surf con competenza indiscutibile, ma senza lasciar intravvedere null‘altro, senza nessuno spiraglio. Quello che probabilmente sarebbe dovuto essere il loro trampolino verso una maggiore notorietà, diventa invece il loro sipario. La versatilità di Romweber cede all’autocompiacimento, quasi spettacolarizzata in maniera fine a se stessa un po’ come era stato per Brian Setzer in termini di paragoni. A molti questo album piacerà più di altri ed è sicuramente godibile ma di certo meno rappresentativo del mito di questa band che vale la pena di scoprire. Dexter continua tuttora la sua attività artistica dedicandosi a vari progetti alcuni dei quali sconfinati nella musica jazz e sperimentale come con The New Romans.
Nel 2006 il regista Tony Gayton dedica un film documentario alla leggenda di questo gruppo dal quale verrà poi estratta anche una colonna sonora dal titolo Two Headed Cow (Chicken Ranch Records-2008) e Romweber apparirà anche nel film It Might Get Loud con Jack White, Jimmy Page, The Edge.

Federico Porta

domenica 26 dicembre 2010

ROLLING STONES, "Between the buttons" (Decca/ABKCO, 1967) by Wally Boffoli e Andrea Angelini

“Between The Buttons” è uno degli albums più geniali dei Rolling Stones.
Fu pubblicato il 20 gennaio 1967.
La creatività musicale straripa dai solchi e lascia interdetti in un periodo già estremamente creativo sia in Gran Bretagna che in America.
L’apprendistato degli Stones con i classici blues e rhythm & blues era stato lungo: dopo un e.p. e tre albums molto significativi in tal senso c’erano stati dei singoli a dir poco epocali tra il 1965 ed il 1967 come Paint It Black, Have You Seen Your Mother Standing In The Shadows (con lo straordinario blues Who's Driving Your Plane come B side), Let’s Spend The Night Together/Ruby Tuesday (2 brani compresi nell'edizione americana del disco, al posto di Please Go Home e Back Street Girl), ed un album, "Aftermath (1966)" in cui per la prima volta veniva fuori in tutta la sua atipicità la vena compositiva di Jagger-Richards, oltre che la geniale poliedricità strumentale di Brian Jones.
Quest’atipicità viene confermata, anzi esaltata in "Between The Buttons", soprattutto dall’eclettismo della struttura dei brani e degli arrangiamenti.
Senza dubbio fu un lavoro ‘sperimentale’ per quei tempi. La copertina, misteriosa e ‘ventosa’ di Gered Mankowitz, ritrae degli Stones stanchi ed arruffati alla fine di una lunga seduta di registrazione notturna, e bene introduce le atmosfere introverse dell’album. Il suono saturo e distorto delle chitarre di Keith Richards e Brian Jones in Connection e Miss Amanda Jones, suonava sfrontatamente secco ed inusuale per quegli anni, anche se gli esperimenti chitarristici erano già iniziati attraverso il sound ‘roboante’ di Have You Seen Your Mother ….!
My Obsession, Complicated, All Sold Out vivono dei tamburi e charleston di Charlie Watts, dei suoi bizzarri ed ipnotici giochi percussivi. Insieme all’uso corale e primitivo delle voci essi affermano prepotentemente una tribale africanità.
Ancora una volta Brian Jones si rivela maestro di cerimonie di un’estrema ricchezza cromatica (già sbocciata in Aftermath): è lui che suona la marimba in Yesterday’s Papers, l’accordion on Back Street Girl, il recorder in All Sold Out, l’organo da chiesa in She Smiled Sweetly e Complicated, il folle piano swingante di Cool Calm & Collected ed in genere le tastiere.
Please Go Home è un straordinario brano a tinte ‘dark’ sottolineato da frequenze elettroniche e pesanti effetti ‘echo’.
Le indimenticabili ballate Back Street Girl, Who’s Been Sleeping Here, She Smiled Sweetly mostrano un Jagger dalle stupefacenti ed sino ad allora inedite qualità interpretative, toni sofferti e febbrili, affascinanti chiaroscuri dylan-iani.
Sbalorditivo è Cool Calm & Collected con quel crescendo strumentale concitato nel finale, dove piano armonica e banjo impazziscono.
Ed ancora l’oscura All Sold Out, selvaggia nella parte centrale, la dinamica Miss Amanda Jones con uno degli incisi più belli mai scritti dagli Stones, la vibrante Connection, la macchietta-vaudeville Something Happened To Me Yesterday.
Ma i brani più inquietanti ed ipnotici del 33 giri sono: la sessuomane My Obsession, la tribale Complicated e Yesterday’s Papers che annuncia in apertura disco i ‘venti di cambiamento’: “ ...chi desidera il giornale di ieri? Chi vuole la ragazza di ieri? Nessuno al mondo” canta Jagger.
Nel successivo psichedelico “Their Satanic Majestic Of Request” queste premesse sarebbero state rispettate e la musica degli Stones avrebbe subito un mutamento ancor più radicale. Anche se Andrew Loog Oldham, artefice del loro successo, non ci sarebbe più stato.
Wally Boffoli

La virata Pop-psichedelica Rolling Stones del disco "Between The Buttons" (registrato fra ottobre e novembre del 1966) segue la stessa tendenza modernizzando i suoni (distorsioni, manipolazioni ed effetti di studio come echo, flanging, phasing e una immagine stereofonica molto separata) e avventurandosi anche su terreni inesplorati. La delicata e splendida Backstreet Girl e' addirittura un omaggio alla Chanson Francaise, la gotica She Smiled Sweetly comprime un chiesastico organo Hammond e la voce di Mick, mai così desolato, la conclusiva scherzosa Something Happened To Me Yesterday oltre ad essere l'esordio di Keith Richards alla voce solista è un salto nel buio nel vaudeville cabarettistico sulle orme di Winchester Cathedral (New Vaudeville Band). Risultati eclatanti dunque, ma questo l'album rimane tra i meno apprezzati e ricordati della loro storia, anche se all'epoca vendette benissimo sull'onda dell'infallibilità del quintetto all'apice della popolarità.
Andrea Angelini


Between The Buttons e la critica

Per amor di cronaca dobbiamo dire che la stampa musicale e la critica non sono mai stati teneri nei confronti di B.T.B. (ed ancor più con il successivo Satanic!): l’hanno sempre considerato una prova minore dei R.Stones.
Leggiamo cosa scrive Roy Carr, del New Musical Express, nel suo completissimo volume sugli Stones (Sonzogno, Ottobre 1980):
"Between The Buttons dimostra chiaramente che gli Stones avevano esaurito tutta la loro ispirazione positiva, il loro entusiasmo, la loro direzione. La sua realizzazione fu la prima occasione in cui gli Stones si recarono in studio emergendone con un prodotto finito. E’ un peccato che si tratti di un fallimento!
Molta della responsabilità de
l ‘buco’ dell’album fu attribuita al loro produttore di sempre Andrew Loog Olham, che per eccesso di autocritica, li spingeva sempre verso nuove direzioni.
E’ un album a dir poco eccentrico, sotto la cui superficie serpeggiano correnti autocoscienti di sesso, droga, alcool ed altre eccessive stramberie inglesi. Eccezione fatta per la valse-musette Back Street Girl e la sobbalzante Connection, quest’album suona più come un pugno di scarti da operetta dei Kinks, che un’autentica selezione degli Stones”
.


Per nulla migliore l’opinione di Philippe Constantin, che in Les Rolling Stones (Rock Genius, Collection Histoire du Rock n. 3, Nouvelles Editions Polaires, 1972) dice:
“C’è una mancanza di sicurezza in questo disco, un’esitazione ed un’indecisione che non si ritroveranno in seguito. Perché questo disco è l’apogeo di quelle due forze centrifughe che furono Oldham e Brian Jones. Oldham non amava il blues la musica nera per lui aveva fatto il suo tempo.
Errore fatale che rese la rottura con gli Stones inevitabile.
Tuttavia i suoi sforzi per aprire gli Stones a quella che lui credeva essere la musica del domani, i supporti psichedelici ed altro andarono in porto"
.

Per fortuna all’epoca ci fu anche qualche addetto ai lavori che la vedeva in un altro modo; J. Marks Highwater, fotografo-giornalista-regista di Los Angeles, così si esprime nel suo "Mick Jagger" (Arcana Editrice, 1974):
“Between The Buttons apre il 1967 con la più singolare e brillante collezione di pezzi creata da Jagger-Richard. Con Something Happened To Me Yesterday Mick fa la sua accurata impersonificazione di Bob Dylan e finisce con una parodia sul tradizionale ballo del sabato (…
if you’re on a bike, wear white!).
Molti degli altri pezzi del 33 sono esperimenti di una strumentazione di grande successo: lo straordinario ‘
om-pah’ con il basso in Complicated, gli archi in Yesterday’s Papers, ragtime-piano e sitar in Cool Calm & Collected”