venerdì 24 settembre 2010

THE RAUNCH HANDS – The Raunch Hands (1+2) by Franco Lys Dimauro/ Have A Swig by Wally Boff

This article is in loving memory of SANDRO MARIANI, a dear rock-friend of my youth who died yesterday in London....
goodbye Sandro...(Wally)



Mike Chandler ha una nuova band ma nessuno lo sa.
Del resto pochi ricordano anche quelle che ha avuto prima: una band di degenerati chiamati Outta Place che si divertivano a tirare fuori vecchie carcasse dalle pozze di lerciume del rock ‘n roll, metterci sopra qualche cencio ed esibirle come spaventapasseri nel circuito garage che contava. Erano i migliori del giro.
Sboccati e senza alcuna speranza di poter piacere ad alcuno, se non a me: all’ uscita del secondo mini-Lp, non esistevano già più.
Ancora prima c’era stato dell’altro: una band in cui lui suonava, malamente, il basso e Tim Warren altrettanto male l’ organo. Non ne sarebbe rimasta traccia ma avrebbe sancito la nascita di una grande amicizia, anche artistica: Mike avrebbe dato una mano economica all’ amico Tim per stampare un disco che avrebbe segnato l’inizio di un’etichetta che diventerà l’emblema di una intera filosofia di vita, la stessa da cui attingeranno proprio gli Outta Place (nella foto a destra).
La label era la Crypt Records e il disco il primo volume di "Back from the grave".
Le storie di Tim e Mike torneranno ad intrecciarsi, come vedremo.
Il passo successivo furono i Raunch Hands.
All’ epoca, non li capisce nessuno.
Dopo, neppure.
A parte Tim ovviamente, il quale non solo se li mette in casa e nel suo furgone per portarli in tour ovunque capiti, ma suggerisce pure a Mike tutta una serie di oscurissime cose che lui sta reperendo in giro per l’America per riempire i suoi volumi di musica improbabile. Inoltre, facendo uno strappo alla regola, li infila pure dentro il terzo volume delle sue Back from the grave, accanto a bestie come Murphy and The Mob, Montells e Little Willie and The Adolescents, aprendo per la prima volta le segrete della sua cripta ad una band contemporanea.
Ma prima di finire nella cripta di Warren i ragazzi firmano per la Relativity, un’etichetta metal messa su da Barry Kobrin ma che lavora pure con Robyn Hitchcock e Cocteau Twins, tra gli altri. Hanno soldi da investire, e li buttano così.
Tutto il materiale inciso per la Relativity verrà ristampato in digitale nel 1990 da un’etichetta di Tokyo, la 1+2 Records di Barn Homes ed è un po’ da qui che parte la storia del rock‘n roll a bassissima fedeltà degli anni Novanta. Quella di bands come Bassholes, ’68 Comeback, Gibson Bros. e Gories, per intenderci. Che non solo registrano male, anzi malissimo, ma suonano con quell’identico modo sgraziato, insolente e sfrontato recuperando dalle frattaglie che la storia del rock ha rimosso e messo tra gli scarti di produzione. Country, hillbilly e blues scassati, legati con lo spago e attaccati con mastice da falegname. Un po’ fuoriposto ovunque, all’epoca.
Ripudiati dagli oltranzisti devoti al garage punk degli Outta Place, derisi dai fedeli al suono roots, accusati di essere una band di fantocci che si fa beffe della tradizione. E invece… se i Long Ryders erano un branco di vaccari intenti a radunare il bestiame lungo le pasture della campagna americana, i Raunch Hands erano una piccola mandria di buoi che pascolava nel letamaio del rock‘n roll come solo i Panther Burns o i Cramps facevano all’ epoca.
Una di quelle piccole ma inevitabili botole dove può andare a incastrarsi il vostro
piede, se state cercando sotto l’asfalto con cui è stato coperto gran parte del
tesoro sepolto del rock ‘n roll. Statevi accorti.
Franco Lys Dimauro

Raunch Hands: Have A Swig MLP (Crypt,1990,CR-021)

L'articolo di Franco Lys Dimauro sui newyorkesi Raunch Hands ha avuto l'effetto di farmi ripescare nella mia raccolta di vinili punk e lo-fi stagionati, ancora incellophanato, questo mini-lp di Chandler e c. pubblicato esattamente 20 anni fa dalla Crypt Records di Tim Warren con numero di catalogo 021 ed acquistato da me da almeno 15.
Nel risentire il loro punk fracassone e beffardo ho ritrovato doti compositive ed esecutive che latitano nelle bands punk contemporanee: quella voglia di irridere tutti, anche se stessi, suonando con una rabbia mescolata a humour velenoso che ne fa una band inconfondibile anche in quel confuso e irrequieto arcipelago lo-fi a stelle e strisce che avrebbe fatto parlare di sè negli anni '90.
I Raunch Hands nei 7 episodi di "Have A Swig" a mio parere non tanto precorrono l'estetica lo-fi (il vinile é registrato bene ed il suono della band crepitante!)quanto raccolgono in brani come Naked Naked Naked ed Everybody Loves Yo' Mama il testimone dello spirito irriverente e dell'humour 'grasso' di icone rock&roll quali New York Dolls e Dictators, stravolti dai vocals grezzi e luridi (punk) di Mike Chandler che non lesina in toni cabarettistici sopra le righe; il blues apparentemente ortodosso di The Long Crawl Home degenera rovinosamente in un festino da bettola con toni decisamente alterati. Le corde sfrontate di Mike Mariconda seminano scompiglio nei solchi accompagnandosi spesso e volentieri al sax irridente di David Doris: l'effetto é spesso da 'cartoon' come in Never Comin' Home, per non parlare dell'enfasi approssimativa e disturbata di Hell Bent.
E mentre Chandler dà i numeri nella cover surreale di Frenzy (Screaming Jay Hawkins) a mandarci decisamente su di giri é l'altra cover dei Sex Pistols, Did You No Wrong, suonata con una benedetta e sana violenza caciarona che anche da seduti, ti fa muovere testa e tronco con urgenza incontrollata.
Wally Boff

Raunch Hands Myspace
GrunnenRocks
Video
Black Jack
Did You No Wrong (Sex Pistols)
Live For The Sun (The Sunrays)
Tiger Guitars
Thunderbird (Jerome Pejecky)

giovedì 23 settembre 2010

Cult Records / Relatively Clean Rivers: "Relatively Clean Rivers" (Pacific, 1976), by Paolo Casiraghi


Forse la notte non e’ il momento adatto per una recensione, forse a volte non lo e’ nemmeno il giorno ma si sa, quando il sonno sopraggiunge tutto viene dilatato e le funzioni cerebrali rallentano … magari vuol dire che e’ il momento giusto, allora ci provero', ma non garantisco niente.
Ho in mano una bella birra gelata e me la sorseggio lentamente immaginando di essere su una veranda all’aperto in qualche paesino sperduto della California: si', e’ arrivato il momento del disco dei Relatively Clean Rivers, ex Beat Of The Earth di Phil Pearlman.
Un consiglio per gli amanti della pura psichedelia, voltate pagina per favore, questo disco non fa per voi, mi dispiace, rischiereste di leggere tutto questo malloppo per nulla e magari mi rifilerete anche un mucchio di parolacce.
Gli amanti del folk-rock elettro/acustico e del rock rurale sicuramente apprezzeranno e magari siederanno con me a sorseggiare qualche birra sulla veranda, d’altronde mi manca un po’di compagnia, mi sento solo.
Disco solare, assolutamente non pessimista, senza egocentrismi vari , trip acidi o alterazioni lisergiche di alcun tipo, solo musica suonata con il cuore, pura essenza
dell’America rurale tanto decantata dai Grateful Dead dei primi ’70 e dal grande Neil Young.

Sta piovendo? Ok, spegnete il vecchio Thorens e aspettate tempi migliori.
Se invece viceversa il sole splende e la sabbia del deserto sta cocendo sotto i vostri piedi, prendete la puntina e appoggiatela su Easy ride e rilassatevi, non dovrete pensare ai vostri problemi per una buona mezz'oretta. Quando la seconda traccia comincera’ a girare, vi accorgerete che la vostra gola stara’ cominciando a seccarsi e reclamerete la seconda birra.
In effetti Journey Through The Valley Of ‘O’ rappresenta la perfezione assoluta con il suo suono cristallino e il tappeto di chitarre acustiche con l’occasionale intervento della solista elettrica.

Tutto scorrera’ molto velocemente, forse anche troppo, giusto il tempo per segnalarvi le magnifiche Babylon, Hello Sunshine e The Persian Caravan ma e’ difficile trovare un punto debole in questo capolavoro.

Ristampato su cd dalla Radioactive, il vinile originale e’ molto raro e ne esistono due diverse versioni, entrambe con copertina apribile, una con i testi all’interno, l’altra con le foto.
C’e’ solo un problema, le birre sono finite, adesso dobbiamo attraversare tutto il deserto per fare provvista e riascoltare il disco da capo: ma piuttosto, quante ne abbiamo bevute?
Deliziate le vostre orecchie e mi raccomando, assicuratevi che il sole splenda nel cielo …
Pura essenza.
Paolo Casiraghi

The Rising Storm Net

Video
Babylon
Journey Through The Valley
Hello Sunshine
Easy Ride
The Persian Caravan

"LIVE EVENTS": The Disciplines - Torino e Roma (25 e 26 settembre)

Per tre quarti europei (Norvegia) e per un quarto statunitensi, The Disciplines sono una “guitar oriented” band dal suono quadrato e dinamico, in grado di passare dai pezzi tirati con richiami garage e pop-rock (Yours for the taking) alle ballate (Oslo) mantenendo una continuita' stilistica caratterizzata dall'articolazione dei pezzi, non prevedibile e non banale (e anzi a volte anche spiazzante).
Le due date italiane sono l'occasione per presentare il cd “Smoking Kills”, già pubblicato in vari paesi europei e negli USA e ora anche in Italia. The Disciplines, reduci da tour in mezza Europa e negli Stati Uniti, nel 2009 assieme agli Editor hanno aperto i concerti dei REM, dei quali Ken Stringfellow, il 'quarto' statunitense del gruppo, e'stato per un periodo membro aggiunto. Mentre gli altri componenti provengono dalla pop-band norvegese Briskeby, Stringfellow e' cofondatore (e ancora componente) dei Posies. Nel 2011 è prevista l'uscita della loro nuova produzione discografica.
Claudio Decastelli

25 settembre: Torino, Spazio211

26 settembre: Roma, Init Club

mercoledì 22 settembre 2010

The Jim Jones Revue: Burning Your House Down (2010 -Pias) by Wally Boff


E' diventato luogo comune che il punk arrivò quando il rock della metà anni '70, appesantito e tronfio dell'estetica dei supergruppi e dell'involuzione del progressive aveva bisogno vitale di un 'bagno di giovinezza', compito che il punk assolse brillantemente mettendo sugli scudi attitudine sporca, aggressiva e scarsa tecnica.
Che poi abbia fatto da apripista alle new-wave degli anni '80, che tra tanti meriti e picchi creativi aprì la strada a fenomeni deleteri quali l'electronic-dance o il new-romantic é un altro paio di maniche.
Per come la vedo io non é neanche un caso l'avvento di una band come l'anglosassone Jim Jones Revue che dal 2008 rappresenta un serio attentato ai nostri padiglioni auricolari: in un panorama internazionale privo di sussulti nel quale (scena garage a parte) lo slow-core imperante da un decennio e più a questa parte sembra aver appiattito e morfinizzato le velleità più ribelli del rock&roll ecco arrivare dalla sonnolenta Londra con l'impatto di un elefante in corsa cinque musicisti che riportano indietro le lancette dell'orologio di più di cinquant'anni sino alle radici ed alle origini del rock&roll più primitivo e selvaggio.
Sin dall'incendiario omonimo esordio del 2008 con brani esplosivi come Princess & The Frog, Rock&Roll Psychosis (titolo che parla da sé), Hey Hey Hey, The Mean Man, Make It Hot J.J.R. hanno dato in pasto al mondo il loro amore irragionevole ed anacronistico per il vero e puro 'cuore' del rock&roll, quello non corrotto da smanie di cultura alta, quello nato negli studi approssimativi dell'americana Sun Records negli anni '50, sporco di detriti country e di lontani spettri gospel.
Ed ecco materializzarsi quasi con un sapore di vendetta nelle corde vocali tirate allo spasimo di Jim Jones gli strilli strozzati di Little Richard, nel caracollare ubriaco del piano di Elliot Mortimer le movenze provocanti e ribelli di Jerry Lee Lewis.
Dopo l'intermezzo di "Here To Save Your Soul, Singles Vol.1", raccolta di singoli e b-sides ecco l'incredibile conferma di "Burning Your House Down".
Jim Jones é vocalist e front-man di intensi trascorsi nei Thee Hipnotics e Black Moses, bands dallo sfrontato approccio hard-garage, presupposti che nella sua nuova creazione prendono prepotentemente fattezze noise: perché é di un allucinante muro di watts che i nostri rivestono il cuore rock&roll dei loro brani, restituendogli quegli attributi di oltraggio ed antagonismo che gli erano stati scippati da troppe 'waves' di circostanza.
Mentre i Cramps hanno sempre suonato lo scheletro al netto della polpa del rock&roll nelle fattezze del rockabilly e dello psychobilly Jim Jones Revue fanno un'operazione opposta noisizzandolo senza mezze misure.
Burning Your House Down non é assolutamente inferiore al debutto in abrasività e violenza esecutiva: la chitarra di Rupert Orton diviene assoluta protagonista in veri e propri assalti alla baionetta come Elemental, High Horse, Premeditated prendendo il sopravvento sul piano di Mortimer (in splendido primo piano in High Horse), salvo deliziarci con un organo sfolgorante in Killin' Spree; il rock&roll diviene in "Burning Your House Down" una pozione altamente alcoolica nella quale rockabilly, boogie woogie, swing sbilenco e noise si amalgamano con naturalezza, con richiami evidenti in brani come Stop The People e Shoot First agli Aerosmith più sfacciati ed addirittura ai Faces più sbronzi persi.
Che di situazioni alcooliche si tratta lo confermano le performances alticce e splendidamente oltraggiose di Jim Jones in Dishonest John, Righteous Wrong e Burning Your House Down.
Se siete in cerca di emozioni forti "Burning Your House Down" fa decisamente al caso vostro: in caso contrario statene alla larga e lasciatevi avvolgere dal fascino discreto di un qualsiasi disco dei Cowboy Junkies.
Wally Boff

thejimjonesrevuemyspace
JimJonesRevue Official Site

Video
Elemental
High Horse
Good Golly Miss Molly
Burning Your House Down
Rock'n'Roll Psychosis

martedì 21 settembre 2010

'60 English Pop-Psychedelia/ Rainbow Ffolly: Sallies Fforth (Rev-Ola/See For Miles 1968) by Andrea Angelini


Un flash su quella magica stagione rock internazionale della seconda metà anni '60: la 'novella' psichedelia irradia i suoi bagliori sulla pop-music ed accanto alle pietre miliari sbocciano numerose 'nuggets' rimaste per tanto tempo figlie di un dio minore e poi riscoperte in tempi più o meno recenti; Andrea Angelini ci parla estesamente di una delle più fulgide: The Rainbow Ffolly. (W.B.)

Dopo la sbornia psichedelica della cosiddetta Summer of Love del 1967 la scena musicale internazionale non fu più la stessa: sulle orme del celebrato Sergente Pepe beatlesiano, ma anche di altri capolavori non meno geniali ed importanti (l'esordio dei Pink Floyd di Syd Barrett, i Soft Machine, l'esordio dei Blossom Toes, "Their Satanic Majesties" degli Stones, il debutto di Jimi Hendrix Experience, "After Bathing at Baxter's" dei Jefferson Airplane, "Younger Than Yesterday" dei Byrds) la fantasia e la creatività non andarono, come sognato, al potere politico, ma si impadronirono delle menti di coloro che erano disposti ad osare e inclini a non avere barriere stilistiche.
In questo clima si inseriscono i Rainbow Ffolly e l'album di cui qui si parla "Sallies Fforth", per anni rimasto uno degli artefatti più rari e ricercati dai collezionisti, vero e proprio oggetto misterioso,
perduto nelle nebbie del tempo che fu.
I Rainbow Ffolly erano un quartetto britannico costituito dai fratelli Jonathan e Richard Dunsterville chitarristi e cantanti e compositori dei brani, dal bassista Roger Newell e dal batterista Stewart Osborn, nomi sconosciuti ora come allora, eppure ottimi musicisti, tutti provenienti dall'Istituto d'Arte della capitale britannica. Doti compositive fuori dal comune, ottima padronanza strumentale e vocale, arrangiamenti al di sopra della media e ispirazione proveniente dalle migliori band dell'epoca (chiarissima l'influenza degli Small Faces, dei Beatles del 1967, degli Who di
"Sell Out"
senza mai plagiare o scopiazzare pedissequamente nessuno, ma anzi diventando parte della stessa scena musicale permisero ai 4 di registrarsi i loro brani presso uno studio indipendente,i Jackson Recordings Studios, con la produzione dei fratelli Jackson al passo con i tempi e la fantasia dell'epoca.
Prese forma così un caleidoscopio di suoni, atmosfere e immagini musicali tra i più originali e impressionanti del 1968. Armati del proprio bagaglio di canzoni e forti di una costante attività live, i 4 puntarono direttamente al top, si proposero alla Parlophone Records, l'etichetta dei Beatles. Gli stessi Fab Four li apprezzarono molto e furono messi sotto contratto, ma la storia finisce qui...il loro album dopo i primi positivi riscontri fu giudicato troppo strano, multiforme e dispersivo nella sua formula multigenere e la Parlophone incapace di trovare una collocazione e una strategia di marketing promozionale decise di congelarlo temporaneamente in attesa di tempi più consoni.
La band ingenuamente poco se ne preoccupò continuando ad esibirsi con successo in ogni angolo d'Inghilterra per molti mesi fino all'inevitabile scioglimento dovuto al mancato riscontro commerciale, alle tensioni crescenti con la Parlophone e alla consapevolezza di essere stati manipolati e poi caduti in disgrazia.
Per chi ama il tipico Pop Psichedelico britannico di fine'60 sulla scia di Small Faces, The Move, Blossom Toes, Tomorrow, i Rainbow Ffolly saranno una splendida sorpresa e diventeranno irrinunciabile oggetto di piacevoli e ripetuti ascolti.
L'album apre in puro stile cockney alla Small Faces con tanto di ambientazione in aereo e scherzoso annuncio della band da parte di un finto comandante di bordo...sì, anche nel 2010, 40 anni dopo, siamo i benvenuti a bordo, inizia il viaggio nell'epoca delle chitarre e dei nastri mandati al contrario, dei coretti in paradiso, dei sitar sparsi qua e là tanto per gradire, delle atmosfere sognanti che rimandano al mondo incantato di Lewis Carroll e Alice in Wonderland.
La malinconica storia narrata in Montgolfier ha i colori della favola che però dopo un minuto ci trasporta all'interno di un'abbazia dove 4 voci perfettamente in sintonia intonano un madrigale in piena regola ...strano??? No, geniale!
I'm so happy sposa cabaret e spirito vaudeville squisitamente britannico con un orecchio alla lezione surreale dei Bonzo Dog Doo Dah Band e la citazione di Itchicoo Park degli Small Faces.
Drive My Car è uno svelto pastiche surf-beat.
Poi il vero capolavoro dell'album, senza esagerazione una delle canzoni d'amore più belle dell'intera storia del british rock: Goodbye è una stupenda ballata acustica che celebra la fine di un amore, è solo da ascoltare cosa riescono a comunicare una chitarra classica arpeggiata in stile bossa nova, un basso melodico e mai invadente, una voce che malinconicamente accarezza le parole di addio e cori a supporto del triste messaggero; magia allo stato puro.
Si continua fra acide chitarre e sanguigni blues figli di Hendrix e Jeff Beck in Hey You, viaggi astrali alla Moody Blues in Labour Exchange con voci e parodie per non prendersi mai troppo sul serio, un'antica giga irlandese modernizzata e resa ultra psichedelica dal gusto corrente in They'M, deviazioni in territorio Dylaniano con swing e jazz in Come On Go fino al finale omaggio- parodia dei Beach Boys con replica dei loro tipici coretti da spiaggia lisergica in Go Girl. Il vero mistero della vicenda Rainbow Ffolly, al di là della reperibilità dell'album, tornato disponibile in CD da una decina di anni ad opera della benemerita See For Miles, è come sia stato possibile che una band e un disco di tale statura e valore non siano assurti al successo in un'epoca in cui c'era ancora spazio in classifica per opere ben più ostiche e complesse -valga per tutti l'esempio dell'Incredibile String Band- dall'ottimo riscontro commerciale e di pubblico.
Ma ora tocca a voi: un'occhiata alla stupenda copertina, disegnata da Jonathan Dunsterville vero artista a tutto tondo, una mano al portafoglio e voila'.... un cd in più nella vostra collezione, ma non un cd qualunque; le vostre orecchie, la vostra sete musicale e soprattutto il buonumore conseguente della vostra anima vi ringrazieranno per sempre.

Andrea Angelini

RainbowFfollyMyspace

PsychedelicObscurities
CavernaNostalgica
PeppermintStore

video
Sun Sing
Goodbye
I'm So Happy
Sighing Game
No
Labour Exchange
She's Alright

lunedì 20 settembre 2010

Leonard Cohen: poeta, cantautore, mito (by Ruben)

Alla veneranda età di 76 anni Leonard Cohen, uno dei più grandi songwriters viventi, calca ancora i palcoscenici e lo fa con una leggerezza incommensurabile: basta guardare il dvd "Live In London" per rendersene conto.
Il 14 settembre scorso é uscito il suo nuovo lavoro live
"Songs From The Road" (cd e dvd) registrato durante lo stesso tour mondiale da cui fu tratto nel 2009 "Live In London" (doppio cd e dvd): ottima occasione per pubblicare il pregevole pezzo su Leonard Cohen di Ruben. (W.B.)


Una sera, ad una cena in suo onore, Bob Dylan prese per mano Elizabeth Taylor e la trascinò al cospetto di uno degli invitati, dicendole “Vieni, lascia che ti presenti ad un vero poeta…”. E così la diva hollywoodiana si trovò alla presenza, quanto mai discreta, di Mr. Leonard Cohen.
Diceva Robert Fripp, chitarrista e mente dei King Crimson, che la musica si serve delle persone più improbabili - come lui stesso - come strumento che le dia voce. La musica ha scelto di servirsi anche di questo uomo mite, schivo, più portato alla vita da eremita che alla ribalta, privo di quel narcisismo che caratterizza chiunque desideri salire su un palco alla luce accecante dei riflettori.
Nativo di Montreal e proveniente da una famiglia ebrea, il giovane Leonard si ap
passiona inizialmente alla poesia, che rimarrà sua fedele compagna di vita (o, per meglio dire, la poesia troverà in lui uno dei suoi migliori compagni). Dà quindi alle stampe una raccolta di poesie e si eclissa in quel di Hydra, minuscola isola della Grecia dove trascorrerà lunghi anni immerso nella scrittura di liriche e romanzi. Questa esigenza di isolamento tornerà con stringente necessità nella sua vita.
Infatti in tempi più recenti, già quasi sessantenne, si ritirerà in un convento buddista a Mount Baldy, sopra Los Angeles, per più di un lustro, anche per combattere la dipendenza dall’alcol insorta con il tour per il disco "The Future". Evidentemente il bisogno di quiete e silenzio, meditazione e ascesi, è molto forte nel Nostro e influenza anche la composizione delle sue canzoni; basti pensare ad un brano - un’autentica preghiera - come If It Be Your Will (“Se sarà il tuo volere, che non parli più…”). Non è un caso che Cohen sceglierà per il suo ritiro a Mount Baldy l’appellativo monacale di Jikan, ovvero “il silenzioso”.
Per converso, sarà il suono energico e deragliante di “Bringing It All Back Home”, album del collega Dylan da lui imposto ad un gruppo di amici poeti ad un party, a convincerlo a tentare la carta della musica, visto che, come stava insegnando proprio Dylan, era possibile mettere in una canzone il linguaggio della poesia (e considerato anche che, come dicevano gli antichi, “litterae non dant panem”…).
Il disco d’esordio, “Songs Of Leonard Cohen” del 1968, è un capolavoro e sancirà la nascita di una nuova e autorevole voce nel mondo della canzone.
Anche nel belpaese il suo nome comincerà a diffondersi fra gli appassionati, e la data di pubblicazione a riguardo ha la sua suggestione… Disco pieno di classici che ogni tanto vengono riscoperti, vedi la meravigliosa Hey, That’s No Way To Say Goodbye recentemente ripresa in uno spot pubblicitario. D’altronde il nostro uomo dice che le sue canzoni sono come le Volvo: durano nel tempo, e ha perfettamente ragione.
Basti pensare che un suo brano tratto da “Various Position”, album del 1984 che la casa discografica si rifiutò di pubblicare negli States, è quella Hallelujah che grazie all’interpretazione sensazionale di Jeff Buckley ora conoscono anche i sassi ed è destinata ad imperitura memoria. Canzone manifesto, in cui l’elemento autobiografico e le suggestioni bibliche, sempre presenti nella sua opera, si fondono mirabilmente in una melodia che, soprattutto nella strofa, è il miglior contributo alla musica fornito da Cohen.
Di recente, dato che la sua manager gli ha quasi ripulito il conto in banca, è stato costretto ad uscire dalla sua umbratile way of life, e si è imbarcato in un mastodontico tour mondiale in più di 80 paesi, roba da far tremare le gambe a musicisti ben più giovani. Sostenuto da una band impeccabile, cappello Fedora calcato sulla fronte, ripercorre con grazia ed eleganza inimitabili il suo repertorio. Mi piace ricordarlo in una gag, che si ascolta proprio nel cd “Live In London” tratto dal tour. Dopo aver finito di cantare Tower Of Song, altro brano indice del sua poetica, sul coro finale cantato dalle backing singers avvisa gli astanti di essere finalmente giunto alla Risposta ai misteri della vita e di essere disposto a rivelarla, per poi enunciare con studiata enfasi ripetendo sul loro coro: “doo dan dan dan de doo dan dan”. Sì Leonard, forse la risposta a tutte le nostre domande, al perché della vita e di quanto hai scandagliato con maestria in tutta la tua opera, non è altro che questa: alcune ragazze che cantano un piacevole e sensuale motivetto…
Sempre grati alla tua sublime ironia.
Ruben


Sito Ufficiale Leonard Cohen

video
Hallelujah
Tower Of Song
Dance Me To The End Of Love
Sisters Of Mercy
Hey Thats No Way To Say Goodbye

domenica 19 settembre 2010

Grinderman 2 (Anti Rec./Sept.14 2010), by Wally Boff

C’è stato qualcuno che recensendo "Grinderman 2" ha rinunciato ai consueti strumenti critici ed a descrivere cosa succede in questi ‘solchi’ nel tentativo eroico di farlo capire a chi vi si accostasse: si è rifugiato in elucubrazioni in versi come estremo canovaccio per vomitare gli stati d’animo esasperati che Grinderman 2 suggerisce in un transfert fatale. Trovo che costui non abbia tutti i torti perché l’ascolto di questo secondo lavoro di Nick Cave/Warren Ellis/Martin Casey/Jim Sclavunos, creatura deforme parallela ai Bad Seeds sin dal primo brano induce a chiudere gli occhi e chiudere la porta alla razionalità sensoriale: il primo lavoro uscito tre anni fa (2007) aveva già dischiuso all’ascoltatore ignaro un groviglio ‘psichedelico’ messo a punto attraverso una concezione strumentale crudele e sorprendentemente inedita.
La novità vera del primo capitolo erano stati i suoni e "Grinderman 2" conferma questa direzione. Sin dall’iniziale Mickey Mouse and the Goodbye Man: dopo un intro dolcissima, basso e batteria martellanti riportano implacabilmente agli incubi ‘festa di compleanno’ di "Junkyard" e "Prayers on Fire" mentre Nick Cave si lancia nei suoi vaticini dolorosi; una cesura indolore divide questi quasi 6 minuti in due parti.
Grinderman continuano ad essere serialmente Warren Ellis oltre Cave: nella seconda parte di Mickey Mouse and the Goodbye Man la voce di Cave va a liquefarsi in una stratificazione di suoni prodotti dal polistrumentista, Honher Guitaret, Fendocaster, Electric Bouzouki, tastiere ‘trattate’ sono gli aggeggi di cui si serve insieme allo stesso Cave per continuare ad esplorare una psichedelia aliena che afferra e violenta sadicamente, con improvvise mazzate timbriche di provenienza non ben identificata, folate chitarristiche a temperature d’altoforno e gemiti tastieristici.
Il lupo in copertina, lo stesso che si aggira furtivamente minaccioso nell’homepage dei Grinderman è efficace cassandra dei gironi infernali che si materializzano in When my Baby Comes, Kitchenette, Heaten Child, gli altri salienti episodi del disco: i quasi sette minuti di "When my Baby Comes" recitano lo stesso copione di Mickey Mouse…; la toccante cantilena blues trasversale di Cave si sublima nella lenta ascesa della viola/violino di Warren Ellis (non si udiranno più nel corso del disco), una mini-
sinfonia lisergica alla moviola dal sapore di soundtrack, forse fatale retaggio del massiccio lavoro compiuto in tal senso dai due artisti negli ultimi anni.
Il blues trasfigurato in sermone pagano ed il gospel laico (molto più che nel primo lavoro), cui Cave ci fece avvezzi in dischi come "Firstborn Is Dead" e "Tender Prey" ritornano distillati e ristretti, più efficaci e lirici in Kitchenette (strisciante e sordida), Evil ed Heathen Child.
Bellringer Blues è un mantra iper-elettrico affogato in un infetto magma di suoni inaciditi.
Gli unici brani piuttosto radio-friendly sono Worm Tamer melodicamente affascinante e l’accattivante Palaces of Montezuma, un altro gospel vicino alle atmosfere di "Abattoir Blues".
Grinderman 2, un lasciapassare per gli abissi: da maneggiarsi con cautela e tener lontano da sguardi ortodossi.

(La mia recensione di Grinderman, 2007)

Wally Boff
video
Mickey Mouse And the Goodbye Man
When My Baby Comes
Kitchenette
Palaces of Montezuma
Bellringer Blues


sito ufficiale: http://www.grinderman.com/

sabato 18 settembre 2010

Jimi Hendrix: a quarant'anni dalla morte Music Box lo ricorda con alcuni episodi tratti da "La Stanza degli Specchi', piu' alcuni video da "Electric Ladyland" (by Wally Boff)

Quarant’anni esatti dalla morte di Jimi Hendrix, oggi 18 Settembre 2010: lo apprendo solo ora e mi sento preso alla sprovvista, avrei voluto scrivere un pezzo sul mancino di Seattle ma non ne ho il tempo.
Nel tentativo di non cadere nei soliti luoghi comuni sul più grande chitarrista/musicista che la storia del rock abbia mai avuto ho pensato di ricordarlo proponendovi due passi tratti da uno stupenda biografia di Hendrix, "La stanza degli Specchi" di Charles R. Cross, pubblicata nel 2005 ma uscita in Italia solo nel 2008 per le Vite Narrate di Feltrinelli.
I due passi sono tratti dal capitolo ‘Il terremoto spaziale della nuova musica’ e mettono in relazione Hendrix con due famosi protagonisti degli anni ’60.
Il primo è un altro grande personaggio di colore: sia lui che Hendrix in quei ’60 incredibili e barricaderi avrebbero urlato al mondo l’orgoglio di essere neri in due modi totalmente diversi.


"Il 5 Aprile 1968 fu una delle poche serate veramente eccezionali di quel tour pazzesco. Erano stati fissati due concerti nella Symphony Hall di Newark, una sala da tremila posti a sedere. Mentre la band raggiungeva Newark in limousine, l’auto superò un carro armato lungo la strada, e tutti si chiesero se per caso fosse scoppiata una guerra. In un certo senso era così: Martin Luther King era stato assassinato il giorno prima, ma Jimi non lo aveva saputo sino al momento del loro arrivo a Newark, dove si temeva che si potessero verificare degli scontri.
Quando il loro autista sentì la notizia, si rifiutò di andare avanti a meno che Jimi si sedesse sul sedile anteriore insieme a lui.
Giunti alla hall, la polizia ordinò a Jimi di eseguire il primo dei due concerti e di cancellare il secondo.
All’orario previsto per l’inizio, soltanto 400 persone erano presenti. Jimi disse loro: ‘Questo pezzo è per un mio amico' e attaccò un lungo e malinconico blues strumentale. Era il modo di Jimi per onorare la perdita di King, e la sua performance fu così toccante che molti tra il pubblico si commossero fino alle lacrime. Mentre la band suonava, si sentirono risuonare degli spari all’esterno della Symphony Hall.
Dopo un’ora di improvvisazioni, Jimi mise giù la sua chitarra e lasciò il palco.
Non ci furono applausi: il pubblico aveva capito che si era trattato di una sorta di messa funebre.
L’elegia di Jimi non era però ancora finita; tornati a New York quella sera stessa, suonò insieme a Buddy Guy al Generation Club. La settimana seguente, senza alcuna pubblicità, Jimi spedì cinquemila dollari ad un fondo in memoria di King.
Il messaggio di Martin Luther King basato sull’unità razziale e sulla non violenza si era radicato profondamente in Jimi, che preferiva evitare gli scontri diretti.
'Quando il potere dell’amore supererà l’amore per il potere', disse una volta Jimi. 'il mondo conoscerà finalmente la pace'
Tracce di una coscienza sociale cominciarono ad apparire nelle canzoni che Jimi scrisse quella primavera, molte delle quali erano state pensate per il suo terzo album, "Electric Ladyland". In House Burning Down, esortava la gente a 'imparare invece di bruciarsi', un sentimento che echeggiava nelle parole di King."

Il secondo personaggio, mito per eccellenza dei sixties, avrebbe bruciato come Hendrix la sua esistenza sui palchi e negli eccessi alla velocità di un lampo: inevitabile che si incontrassero e che ogni volta fosse memorabile.

"Anche nei suoi periodi più sfrenati, tuttavia, Jimi non si avvicinò mai agli eccessi di Jim Morrison, con il quale ebbe due incontri ravvicinati nel corso di quel mese. La prima volta fu in un club di New York, dove Jimi stava suonando una jam insieme ai Chambers Brothers. Morrison si trovava tra il pubblico ed era talmente su di giri che prese il microfono e cominciò a vomitare oscenità ed insulti.
Durante quella jam disastrosa, che venne in seguito pubblicata come bootleg, Morrison strisciò in direzione di Jimi e gli gridò: 'Voglio succhiarti il cazzo'. Morrison pronunciò questa frase a voce talmente alta da farsi sentire da altre persone che si trovavano nel club, fra le quali Janis Joplin che, disgustata dalla serata, pose fine al clima di allegria sfasciando una bottiglia di whisky in testa al leader dei Doors, e facendosi così buttare fuori dal locale.
Un mese più tardi, durante un concerto dell’Experience a Montreal, arrivò un’altra volta Morrison e riuscì a farsi strada tra il pubblico fino a raggiungere la prima fila. Gli uomini della sicurezza continuavano a spingerlo indietro, così si mise ad urlare: 'Ehi, Jimi! Fammi salire a cantare, amico, facciamola insieme ‘sta merda'. Hendrix disse, no, grazie. Allora Morrison gridò: 'Lo sai chi sono io? Sono Jim Morrison, dei Doors'. La risposta di Hendrix fu 'Sì lo so chi sei tu. Ed io sono Jimi Hendrix'."

Quelli che seguono sono alcuni brani tratti dal capolavoro assoluto di Jimi Hendrix,
"Electric Ladyland", cui stava lavorando quando ebbero luogo gli episodi su narrati.

video
House Burning Down
Crosstown Traffic
The Jimi Hendrix Experience: 1983 (A Merman I Should Turn To Be) Part 2
Rainy Day Dream Away
Come on let the good times roll

venerdì 17 settembre 2010

David Crosby: Il baratto, by Andrea Angelini

Ho il piacere di pubblicare il primo contributo di Andrea Angelini, nuovo collaboratore romano di Music Box: é un curioso e sfizioso pezzo su David Crosby, grandissimo artista/musicista amato da noi tutti di Music Box, un piccolo spaccato della sua vita scapestrata di tanto tempo fa. (W.B.)

David Crosby, una delle figure più importanti e carismatiche della scena musicale californiana dagli anni ’60 ad oggi, prima con i Byrds poi con Crosby, Stills, Nash & Young, è notoriamente preda di passioni consumanti, siano esse sotto forma di musica, giovani donne, chitarre, sostanze poco lecite, barche, automobili.
Nel corso dei suoi tormentatissimi anni ’80 purtroppo segnati da una totale dipendenza dalla cocaina che lo stava distruggendo, uno dei suoi beni materiali più cari era la Mercedes 6300 Sedan con dotazioni interne degne di James Bond, inclusi piccoli vani a scomparsa dove occultare armi e polverine. Al culmine della costosissima dipendenza Crosby decise comunque di offrire la Mercedes ad uno spacciatore in cambio di un oncia di cocaina e 4000 dollari.
Quella notte l’auto ricomparve però davanti alla villetta di Crosby parcheggiata come sempre nel vialetto di accesso: lo spacciatore era morto di overdose e amici di David che non lo volevano implicato nella sordida vicenda l’avevano riportata indietro appena in tempo.
Il giorno seguente Crosby senza batter ciglio barattò l’auto con un altro spacciatore per 2 once di coca, per poi incredibilmente ritrovarsela la sera stessa ancora parcheggiata davanti casa: il motore era andato in panne mentre lo spacciatore la stava guidando e questo l’aveva rimandata con il carro attrezzi a Crosby perche’ provvedesse a ripararla a sue spese. Naturalmente Crosby la fece riparare per poi rivenderla subito ad un terzo spacciatore in cambio di 3 once di coca!!!
Tutto bene ciò che finisce bene, oggi David Crosby completamente disintossicato è ancora tra noi a dispensare ottima musica e simili storielle a lieto fine ridendosela sotto i baffi.
Un amabile signore di mezza età dall’aria bonaria e pacifica.
Ma voi comprereste mai un auto usata da lui???


Andrea  Angelini
video:
Drive My Car
Monkey and the Underdog (live,1989)
Tracks in the Dust (live,1989)

LIVE REPORT: The POP GROUP, Torino 10 settembre 2010, Spazio211 (by Claudio Decastelli)

Alle 22.30, mezzora prima dell'inizio effettivo del concerto (e altrettanto dopo quello annunciato), le porte di sPAZIO 211 si chiudono: il club e' affollato, la capienza e' al limite e l'organizzazione, a malincuore (c'e' da immaginarsi) decide di non fare più entrare le decine di ritardatari che ancora stanno arrivando. Sarà per l'ingresso gratuito (scelta del festival MiTo Settembre Musica, nel cui ambito si svolge in collaborazione con Traffic – ma a Bologna il giorno prima il sold-out c'era stato anche se invece si pagava), sarà per la curiosità di rivedere musicisti che in varie esperienze hanno segnato momenti significativi della più innovativa scena rock inglese del dopo-punk, ma parecchia gente si presenta a scatola chiusa alla terza data della reunion del Pop Group, preceduta da Parigi e Bologna e seguita da due appuntamenti londinesi.
A scatola chiusa perche' la tournée non e' stata preceduta da nessun nuovo cd (invece  annunciato per il 2011) e quindi non e' dato sapere quale sia la direzione che la band ha preso nel ripresentarsi a 30 anni di distanza o quasi dallo scioglimento. Il pubblico over 40 e 50, che al bancone del bar rispetta la coda e dall'aspetto fa comunque trasparire l'attitudine al rock come stile di vita, probabilmente immagina di risentire, dalla formazione pressoche' originale, il suono pulsante e dissonante fermato nei singoli e negli LP (tre, questi ultimi, incisi e pubblicati tra il 1979 e il 1980).
Mark Stewart, cantante e autore dei testi, ha dichiarato che il ritorno riprende le cose dal punto in cui erano state interrotte. Tuttavia per il Pop Group, band allora molto avanti e moderna, sarebbe un po' poco riprendere l'attività nelle stesse condizioni in cui era quando l'aveva terminata. Ma andare oltre e riposizionarsi agli stessi livelli di una volta non e' pero piu' tanto facile', data la quantità di novità che nella musica sono nel frattempo intervenute. E quindi puo' essere plausibile il dubbio circa il fatto che la reunion alla fine possa essere più di forma che non di sostanza musicale.
Non aiuta pero' a sciogliere questo dubbio l'introduzione al concerto, la base registrata di un pezzo in francese, che poi si trasforma nella sfuriata di Gareth Sager sulla tastiera e quindi nella denuncia urlata di Mark Stewart ripresa dagli echi digitali, quel "We are all prostitutes!" (…" ognuno ha il suo prezzo … il capitalismo e' la piu' barbara delle religioni" …) che nel 1980 la Rough Trade incideva su un singolo a 7 pollici (assieme a un rapporto di Amnesty International sulle torture dell'esercito britannico nei confronti dei prigionieri nord-irlandesi 'messo in musica' dalla band). Il funk che si avvia subito dopo sostenuto dalla batteria di Bruce Smith e dal basso di Dan Katsis, e' disegnato dai riff della chitarra aggiunta di Alexi Jones incrociata con quella, occasionale, ancora di Sager. Sager tra tastiera e chitarra non trova il tempo per le sfuriate di sax tra free e dissonanza che squassano la versione originale del pezzo, che invece, tra pieni strumentali e vuoti riempiti dalle ondate di dub provenienti dal mixer e dal rack effetti (manovrati da Adrian Sherwood, il Re Mida del dub bianco, cosi' e' annunciato) arriva alla fine in crescendo di intensita' per poi stopparsi sui colpi di fischietto di Stewart medesimo.
Il funk sparisce però, o perlomeno non si fa piu' riconoscere, nella successiva Colour blind, la canzone per definizione del Pop Group, originariamente addirittura orecchiabile, con cantato quasi melodico. E che invece diventa quasi irriconoscibile, se non fosse per il ritornello, che ne era la parte piu' dura e adesso al contrario e' quella piu' distinguibile tra gli strati di suoni che ne alterano e sconvolgono la struttura finora conosciuta. Un funk duro e carico di dub, che si condensa a tratti in botte di suono, torna invece in Thief of fire, altro standard della band, a cui segue una Trap in cui la cassa della batteria 'in quattro' (il classico 'tunz-tunz') supporta la performance vocale esasperata e ulteriori ondate di echi, reverberi, loop e dissonanze.
Kiss the book, funky gia' di suo, scorre via regolare e lascia il posto a Sense of purpose, quasi delicata ogni tanto, con arpeggi di chitarra e giri di pianoforte che pero' poi lasciano spazio a salite e discese di intensita' e dissonanze di strumenti e voce che sfociano in un finale reso ancora piu' apparentemente 'caotico' dalle solite manipolazioni da mixer.
Mark Stewart non e' piu' un giovane performer (e non fa niente per nasconderlo), come anche gli altri componenti della band (a eccezione del chitarrista aggiunto, giovane per davvero invece), ma la sua prestazione vocale non e' al risparmio : e nemmeno quella scenica, tanto da dover ridurre progressivamente l'abbigliamento e restare alla fine in maniche di camicia. Non si risparmia nessuno poi in She's beyond good and evil, altro classicissimo, dove sono concentrate e a tratti anche esasperate tutte le sonorità presenti a turno nei pezzi suonati in precedenza. Il 'tranquillo' funk iniziale della seguente Forces of oppression, nel finale invece va a pezzi grazie al furioso sax soprano di Gareth Sager, che passato attraverso un pedale lancia frasi e suoni laceranti attorno a cui gli altri strumenti (e anche la voce) si lasciano andare a ritmi e linee apparentemente disordinate e autenticamente free.
Tornata la calma parte quindi il riff chitarristico di We are time, che si altalena tra fasi di relativa tranquillità e accelerazioni collettive trainate dal tono gridato al limite dell'isteria di Stewart ("Time is within you, shine through your eyes, we'll kill the word, black letter lies - Lies lies lies lies lies") e che come ultimo pezzo porta diritto ai saluti. Il bis, ovviamente richiesto dal pubblico, arriva sotto forma di We are all prostitutes in versione dub, con ancora la cassa della batteria 'in quattro' una spanna sugli altri strumenti (assieme a basso) e fiotti di eco-riverbero-loop e altro che vanno e vengono, anche sovrapponendosi alla voce fino a inghiottirla. Poco dopo la mezzanotte il Pop Group lascia il palco.
E il dubbio sulla reale prospettiva del suo ritorno fatica a trovare conferme in un senso o nell'altro. Performance di buon livello, meno urticante ed esasperata rispetto allo stile che veniva fuori nelle incisioni di 30 anni fa: ma da allora non pochi sono stati i musicisti che hanno contribuito ad alzare il paletto del conflitto trasformato in estetica e forse le nostre orecchie si sono abituate anche ad altro e di piu'. Ma del ritorno della band piu' politicizzata e intransigente del post-punk inglese non puo' importare solo la cifra stilistica: deve pure rilevare la motivazione a cui la musica si ispira e fornisce nel contempo supporto e sostanza. A fine anni '70, dissonanze, esasperazioni, rimiche isteriche, esprimevano una critica e una reazione “feroci” al sistema economico e sociale, ai soprusi sui singoli e alle violenze sulle masse praticate dal potere per mantenere quel sistema cosi' com'era. Oggi gli eserciti, anche quello inglese, torturano ancora i prigionieri, il capitalismo è più spietato di prima, le lettere nere sui giornali continuano a mentire. Ed e' sempre ancor necessario vivere il tempo attraverso i propri occhi. I presupposti ideologici di partenza per un nuovo-vecchio Pop Group saranno quindi gli stessi o si svilupperanno altrimenti?
Il suono live del 2010 discendente da quello del 1980, è solo la base da cui poi andare oltre, anche in direzioni diverse, per essere un ancora più moderno supporto a una rinnovata e approfondita radicalità di idee? Il concerto non e' stato sufficiente per farcelo capire.
Mr. Mark Stewart in proposito potrebbe dirne di piu'. Finito il concerto e diradatasi la folla, qualcuno balla su ritmi simili a quelli suonati sul palco fino a poco prima: e lui si unisce per qualche minuto. Ma a una mail dice che risponderebbe. Trenta anni fa non sarebbe stato possibile.
Claudio Decastelli


(fotografie di Enrico Laguardia)

LIVE VIDEO, by Enrico Laguardia
The Pop Group "We are all prostitutes", live in Torino 10/9/2010


altri video:
Sense of Purpose Live (London, The Garage, 11/09/2010)
The Pop Group - Amnesty Report on British Army Torture
Boys From Brazil
Rob a Bank
Kiss the Book

sito ufficialehttp://thepopgroup.net

giovedì 16 settembre 2010

AMAZING BLONDEL: Ritorno a corte by Roberto Fuiano

                                                                     INTRO: I TEMPI
Tra il 1969 e il 1970, periodo post psichedelico della musica giovanile di quegli anni, molti gruppi erano alla ricerca di nuove frontiere che allargassero l’ambito musicale ad altri generi, che sino ad allora erano stati per lo più di nicchia, quali il Blues, il Jazz, la Classica, il Folk, il Country, mentre altri sperimentavano nuove sonorità utilizzando strumenti elettronici (Pink Floyd, Tangerine Dream, Klaus Schulze), spesso caratterizzate da forti componenti orientaleggianti (Popol Vuh, Ash Ra Tempel), altri potenziavano in maniera hard il sound del rock (Deep Purple, Led Zeppelin, Grand Funk).


AMAZING BLONDEL: LA STORIA LE OPERE
In campo folk, sono diversi i gruppi che si affacciano alla scena musicale del periodo, ognuno caratterizzato da proprie tendenze e da una forte personalità: i Pentangle, rappresentanti di un’ottima fusione con il Blues e il Jazz; i Fairport Convention, legati alla tradizione folk e country americana (spesso con brani rivisitati di Dylan); gli Steeleye Span, più puristi come ispirazione, legata strettamente alle ballate e alla danze
tradizionali anglosassoni, ma con un maggiore legame col rock, mediante l’inserimento di strumenti elettrici. Tra questi compaiono (in Italia solo nel 1972, a seguito di un tour che li vede anche a Napoli, dove vengono ripuliti di buona parte della strumentazione, e a Bari) gli Amazing Blondel.
Questa band, che si ispira alla musica delle corti elisabettiane, o alle ballate dei menestrelli, utilizzando soltanto strumenti d’epoca come liuti, flauti dolci, cromorni, clavicembali e spinette, pubblica un primo disco nel 1970 ''Amazing Blondel'' per la Bell Records, che viene distribuito soltanto in Inghilterra e Germania. In questo lavoro le direzioni non sono ancora   ben   precisate,   infatti   a   pezzi  di  chiara 

atmosfera cortigiana si affiancano alcuni brani più pop ed elettrici, ma col successivo ''Evensong'', dello stesso anno, ma prodotto dalla prestigiosa casa discografica Island, John David Gladwin, Edward Baird e Terence Alan Wincott, questi i componenti del gruppo, abbandonano ogni rapporto con la modernità e sviluppano in pieno il suono che poi li distinguerà da ogni altra formazione folk.
Le atmosfere sembrano nascere direttamente dai Racconti di Canterbury, e le ballate sono di chiaro stampo bucolico o ecclesiale con prevalenza di flauti dolci e preziosi impasti vocali capaci di rievocare in pieno lo spirito immaginario dei tempi. Ma è con il loro terzo album del 1971 che gli Amazing raggiungono un successo e una fama internazionale. Il titolo è ''Fantasia Lindum'', e in copertina c’è una loro raffigurazione in abiti dei tempi, con tanto di cane da caccia e cappelli a tronco di cono. I loro volti appaiono davvero come quelli dei cortigiani dell’Inghilterra elisabettiana.
Fantasia Lindum è anche il titolo della suite che nel vinile prendeva un’intera facciata, con ballate collegate fra loro da brevi gioielli strumentali, i cui titoli riportano alle suites dell’epoca: prelude, duet, pavane, galliard, chorale, ecc.
Del 1972 è un altro loro disco importante ''England'', dove le atmosfere diventano più
ariose, c’è qualche inserimento orchestrale, e i testi sono per lo più basati su descrizioni paesaggistiche, che si accompagnano perfettamente alla musica. Dopo questo quarto disco, sempre per la Island, Gladwin abbandona il gruppo, sia per noia di uno stile di vita che da grande emozione era diventato routine (soprattutto per tutte le faccende manageriali, le relazioni col pubblico, i continui spostamenti), ma anche per spinte della casa discografica a rendere il suono più commerciale.
Esce quindi un nuovo disco ''Blondel'', conosciuto anche come “album viola” dal colore della copertina, dove sono presenti soltanto Baird e Wincott, ai quali vengono affiancati dalla stessa Island strumentisti vari, tra cui un bassista e un batterista. Il disco, nonostante l’allontanamento dallo stile che aveva portato il gruppo ad essere così tanto apprezzato dal vasto pubblico, risulta ancora di ottimo livello. Vi sono presenti ballate intimistiche, strumentali di ampio respiro e brani folk a cavallo tra passato e moderno. 

I due Blondel continueranno (cambiando casa discografica) a produrre ancora qualche lavoro, che rimarrà comunque nel dimenticatoio come musica gradevole, con qualche lieve impennata (Mulgrave Street), ma niente di più.

Dopo ventidue anni di silenzio, quindi nel 1997, con graditissima sorpresa dei vecchi fan, esce ''Restoration'' un nuovo disco dei ricostituiti Amazing Blondel, che presenta un chiaro ritorno alle sonorità di Fantasia Lindum.
Gladwin, Baird e Wincott, nuovamente insieme riprendono a fare tour, molti anche in Italia, dove pare ci sia ancora un folto gruppo di appassionati per quella loro musica sognante ed evocatrice. Un lavoro senza sbavature, maturo e pregnante al tempo, da non perdere.

LE ATMOSFERE
Una cosa importante da sottolineare è che, nonostante quanto detto a riguardo delle atmosfere “antiche”, gli Amazing riescono ad evocare immagini, paesaggi e misticismi anglicani attraverso composizioni proprie, intrise senz’altro di uno spirito moderno (difficilmente spiegabile se non col termine feeling) senza il quale detta musica non avrebbe potuto raggiungere e appassionare un pubblico così ampio; ma a tutto questo ha contribuito il fatto che le loro ballate arcaiche contengono una forte tensione lirica, poetica e richiamano un immaginario fantastico in cui è piacevolissimo immergersi. A conferma di ciò va evidenziato che non esistono, nell’ambito della 

musica classica medievale, rinascimentale, barocca o anche folk, altri che in qualche modo si avvicinano al loro stile.
Si potranno ritrovare notevoli punti di contatto, nell’uso dei flauti, dei liuti, dei cromorni, dei clavicembali, ascoltando arrangiamenti delle composizioni di John Payford, di Pierre Attaignant, di John Dowland, eseguiti da orchestre o gruppi specializzati in Musica Antica, ma questi risulteranno sempre lontani dalla singolare espressività degli Amazing Blondel, anche se non per questo potranno essere meno graditi.

LE LIRICHE
I testi, come già accennato, sono strettamente legati alle narrazioni e alle fantasticherie sulla vita nei castelli, nelle corti, nei villaggi, o al piacere di quella pastorale, tanto che a volte vengono usati arcaismi difficilmente traducibili per chi non ha anche un po’ di confidenza con l’Inglese antico. Inoltre, gli Amazing sono stati sempre molto attenti alla cantabilità dei versi, spesso rimati, per cui nei testi qui proposti non va apprezzato tanto l’aspetto letterario (sia per il rincorrere scherzosamente un linguaggio “antichizzato”, sia per la non fedeltà della traduzione letteraria allo spirito dei brani) quanto il richiamo al mondo ideale e lontano dei menestrelli, in cui si canta di amor cortese, di natura, di anelito 

religioso e mai di combattimenti o di guerre.
Willowood è una ballata d’amore tratta dal disco Evensong, mentre Safety In God Alone (Fantasia Lindum) è un pregnante canto spirituale e religioso.
Entrambi i brani sono scritti da John David Gladwin.
Weavers Market di Edward Baird, dall’album Blondel, è invece il quadretto di un mercato popolare in cui sono protagonisti diversi personaggi e vede l’inserimento di voci femminili.

Bosco di salici (Willowood)
Ogni giorno tu passi davanti al verde villaggio
ma è raro che guardi dalla mia parte.Ogni giorno resto seduto esattamente 

tra le parole che voglio dire.
Amore mio, ti corteggiai da lontano
vorrei chiedere la tua mano se potessi.
Incontrami questa notte al ruscello del mugnaio
sotto il muscoso bosco di salici.
Ti porterò del vino e una rosa nera di velluto

per adornarti i capelli arruffati
noi berremo e non appena farà sera
dimenticheremo ogni preoccupazione.
Amore mio, ti corteggiai da lontano 
vorrei chiedere la tua mano se potessi.
Incontrami questa notte al ruscello del mugnaio
sotto il muscoso bosco di salici.
Ti porterei fazzoletti di seta d’oriente
e vesti con lacci d’oro
per onorare la tua pelle bianca come latte 
e proteggerla dal freddo.
Amore mio, ti corteggiai da lontano
vorrei chiedere la tua mano se potessi.
Incontrami questa notte al ruscello del mugnaio 
sotto il muscoso bosco di salici.
Mentre i boschi dormono
nessuno sta guardando furtivamente

solo rimbalzano i raggi della luna questa notte.
Così indossa le tue vesti di fine seta 
e sciogli i tuoi capelli 
la foglia, verde ninfa, a un incantesimo ti legherà
per non lasciarti più andare.
Amore mio, ti corteggiai da lontano 
Vorrei chiedere la tua mano se potessi
Incontrami questa notte al ruscello del mugnaio 
Sotto il muscoso bosco di salici.


Solo in Dio la salvezza (Safety in God Alone)
Rischiara la nostra tenebra,
 e mostra la via
verso una terra di amore e abbondanza,
e un cuscino per poggiare la mia testa
.
Oh Signore, questo fardello è faticoso e la debolezza mi fa allontanare
oh guida questa anima solitaria, ti prego, nella speranza di te.


Accendi tutte le tue candele
vigila questa notte
pregando per la salvezza
perché essa è sempre appena in vista. 
Quantunque la vita è piena di stenti e la carne mortale è debole,
la lotta per la perfezione sembra sempre destinata a fallire.
I vigliacchi non disperano, sollevano i tuoi veli di lutto
e tirano avanti senza paura, cercando fuori quello Spirito Santo.
Accendi tutte le tue candele
vigila questa notte
pregando per la salvezza
perché essa è sempre appena in vista.
E quando i tempi sono difficili e il germe della paura seminato, il mondo sembra franare, e i sogni sono volti a scagliare pietre,

state attenti malfattori a espiare tutti i vostri peccati 
e badate al grido dei pellegrini “solo in Dio la salvezza”. 
Accendi tutte le tue candele
vigila questa notte
pregando per la salvezza
perché essa è sempre appena in vista.


Il mercato dei tessitori (Weavers Market)
Vieni e ti porterò in città con me ragazzo
a vedere i bravi tessitori di parole. Vieni a passeggiare con me

a vedere tutte le cose di cui hai sentito parlare. 
Oh, la strada è breve ma dura
e la mattina è calda e giovane.
Vieni e ti porterò in città con me se ti aggrada la compagnia.

Contadine e contadini
verranno a passare la giornata.
Una massa di ciondoli che balla
in allegria a proprio modo.
Compra, compra le mie arance venditrice
compra da me amico.
Non vuoi comprare da una gentile signora
se hai soldi da spendere?
Caro pescatore tu sei ragazza
il migliore di tutti, lo sai.
Chi è la tua favorita oggi?
Che preda mi fai vedere?
Ti darò la preda più grossa, amica mia pescatore
che abbia mai esposto
dato che il tuo viso è il più bello
che io abbia mai visto.

articolo e traduzioni di Roberto Fuiano

Discografia:
• The Amazing Blondel (1970)
• Evensong (1970)
• Fantasia Lindum (1971)
• England (1972)

• Blondel (1973)
• Mulgrave Street (1974)
• Inspiration (1975)
• Bad Dreams (1976)
• Live in Tokyo (1977)
• A Foreign Field That Is Forever England (live 1972–1973) (1996)
• Restoration (1997)

Video
Celestial Light(from Fantasia Lindum album)
Amazing Blondel - Cawdor - Austria 2000
Willowood (from Evensong album/1970)
Pavan (from Evensong)
Saxon Lady