sabato 24 novembre 2007

Live / TIME ZONES-XXII ed.: GOWNS - CARLA BOZULICH BAND - FATHER MURPHY, 22 / 11 / 07, Bari, Bohemien, by Pasquale 'Wally' Boffoli

Serata piuttosto discussa quella dell 22 Novembre, all'interno della XXII edizione di Time Zones, perché la connotazione pub del Bohemien, ed il continuo accentuanto vociare di molti frequentatori che sembravano interessati a tutto meno che alle bands sul palco hanno nuociuto al risultato finale della serata oltre che disturbare chi era lì invece unicamente per gli shows in programma.
Nonostante ciò l'esibizione iniziale degli americani Gowns é riuscita a galvanizzare una ristretta ed rispettosa platea, all'inizio blandita dalle nenie reiterate di Erika Anderson, all'insegna di uno slow-core ipnotico che poi invece é lievitato gradualmente in performances appassionatamente noise!
Il deus ex-machina del sound dei Gowns si é però ben presto rivelato il giovane Ezra Buchla con i suoi inquietanti marchingegni elettronici, infettando un sound rock tutto sommato canonico con malsane maree 'ambient' e rumoristiche .
Sorprendente anche l'uso parossistico che ha fatto del violino, soprattutto in una lunga tormentata suite in crescendo dall'effetto finale davvero catartico.
Quella dei Gowns é musica difficilmente etichettabile come quella di molta della scena post-rock contemporanea, nella quale estetiche apparentemente inconciliabili riescono in realtà attraverso sentieri tortuosi a saldarsi componendo mosaici sonori affascinanti ed a volte, come nel caso dei Gowns, sconvolgenti!

Chi é stata disturbata in realtà maggiormente dagli astanti completamente disinteressati é stata proprio l'attrazione maggiore della serata, Carla Bozulich, straordinaria interprete proveniente da Los Angeles con la sua band sull'onda del successo del suo album 'Evangelista'.
Perché la sua carismatica performance si é basata su marcati chiaroscuri: la parte più sperimentale, nella quale ha trafficato con 'strani oggetti' sulla sua chitarra e sulla pedaliera, cantando in un microfono particolare, coadiuvata dagli italiani Anna Troisi (electronics), Francesco Guerri (violoncello) e Mirko Sabatini (batteria), oltre alla bassista Tara Barnes, che hanno incorniciato i suoi rumorismi con ibridi interventi a metà strada tra free jazz e musica aleatoria.
Particolarmente intenso il lavoro al violoncello di Francesco Guerri.
Ma é stato quando la Bozulich ha rivelato, urlato, attraverso scarni arrangiamenti o quasi in perfetta solitudine scendendo dal palco, con la sua voce scarna ma potente un dolore quasi 'metafisico', un'ansia di liberazione 'totale', che abbiamo capito di trovarci di fronte ad un'artista unica (che, attraverso le fasi della sua vita é passata pare dalla prostituzione alla crisi mistica!), che sublima recitazione, grido disperato, deriva esistenziale in un unico flusso espressivo carico di ansia di riscatto ed é impossibile non rimanerne profondamente impressionati!
Forse penalizzati dall'essere gli ultimi ad esibirsi, i Father Murphy hanno offerto una tiepida esibizione dal sapore post-rock, all'insegna di un 'mood' troppo vago per riuscire a farsi identificare in un tratto estetico più o meno convincente.




Foto di Vito Russo :


PASQUALE 'Wally BOFFOLI
























lunedì 19 novembre 2007

LIVE REPORT / TUXEDO MOON, Palatour Perla, Bitritto (Ba), 18/11/07- Time Zones XXII ed.- by Pasquale 'Wally' Boffoli

TUXEDO MOON.: 30 anni di attività.
Per festeggiarli un nuovo disco, Vapour Trails, un ricco cofanetto, '77o7 tm' contenente il nuovo disco, due cd di rarità e live + 1 dvd ed un tour che ha toccato anche Bari il 18/11/07 in occasione della XXII ed. della rassegna TIME ZONES, che non si é lasciata sfuggire l'occasione per riproporli ai loro numerosi fans locali.
I T.Moon erano stati già a Bari nel 1983 al Petruzzelli (concerto 'storico'), poi al Camelot qualche anno dopo. Steven Brown invece ci aveva fatto visita tre volte, una delle quali per presentare il suo 'S.B. plays tenco'.
30 anni densi di avvenimenti, progetti solisti ed attività espressive collaterali.
I forti umori punkoidi ' ...no tears for the creatures of the night!' fine anni '70 sembrano perdersi nella notte dei tempi, quando bands come Tuxedo Moon, Chrome, Residents, MX 80 SOUND, di stanza in quel di San Francisco, e sotto l'egida di etichette gloriose come la Ralph Records sconvolsero il panorama avanguardistico rock internazionale traducendo in musica paranoie e frustrazioni suburbane post-industriali attraverso un nuovo linguaggio sincretico inquietante ed a volte ermetico che condensava sfrontatezza punkoide, uso massiccio dell'elettronica, seduzioni parajazzistiche (free nella fattispecie) ed addirittura (come nel caso dei T.Moon) sghembi riferimenti alla classica.
Tutto ciò mentre Brian Eno portava in studio a New York terribili terroristi sonici traviati dalla stessa perdita d'identità metropolitana, siglando quel contorto manifesto no-future e no-wave che si chiamava No New York, ed a Cleveland (Ohio) i Pere Ubu avvinazzati di David Thomas aprivano 'danze moderne' altrettanto claustrofobiche!
Anni cruciali insomma!
Una vera rivoluzione estetica quindi quella dei Tuxedo Moon, giunta al massimo splendore tra fine '70 e la prima metà degli '80, attraverso albums ed ep. indimenticabili ed indimenticati come Scream with a view, No Tears, Half mute, Desire, Holy Wars.
Ma sappiamo che fatalmente anche le intuizioni più ardite col passar degli anni perdono il loro shining originario: motivo per cui i suoni ed il mood espressi il 18/11/07 ad alcuni, soprattutto addetti ai lavori, son parsi scontati e superati dalle tendenze più recenti della musica contemporanea.
Vediamo le cose da un'altra angolazione: i magnifici 4+1 di San Francisco dopo 30 anni ed in occasione del nuovo Vapour Trails son diventati dal vivo una 'macchina' sonora perfetta (l'hanno dimostrato chiaramente a Bari!) e ben oleata nei cui gorghi sonori profondi, complessi e stratificati labirinti sonori si viene risucchiati, anche attraverso irresistibili dejà-vu!
Nulla é stato lasciato al caso dalle incisive partiture fiatistiche della coppia Steven Brown (saxes), penetrante e lirico come sempre e Luc Van Lieshout (tromba e chromonica), poliedrico e dal fascinoso fraseggio improvvisativo, dalle sghembe strategie del violino di Blaine Reininger e dalle inconfondibili, legnose, dolorose linee di basso di Peter Principle, coadiuvato da potenti patterns ritmici preregistrati per tutto il concerto.
Grande attrattiva é venuta dal proverbiale eclettismo strumentale di Steven Brown, che passava convulso dai saxes alle tastiere (stupende quelle vintage!) e di Blaine Reininger, che alternava chitarra e violino elettrici.
Ineccepibili anche i loro intrecci vocali, stentoreo e sofferto S.Brown, vigoroso ed aggressivo Reininger.
Mentre il fedele ed imprevedibile Bruce Geduldig traduceva in immagini su uno schermo le loro visioni soniche, aggirandosi per il palco come un novello Marcel Marceau i quattro hanno alternato brani risalenti a vecchi ep. ed albums dei '70 ed '80 come Desire ed Holy Wars ad altri più recenti (Baron Brown, A home away, Luther Blisset dal magnifico Cabin in the sky del 2004) sino al materiale nuovo tratto da Vapour Trails.
Vecchie ma sempre splendide geometrie decadenti di stampo mitteleuropeo (Brown ha cantato in inglese, francese, italiano) hanno diviso l'ora e mezza dello show con sonorità notevolmente diverse.
Steven Brown vive ora in Messico, Blaine Reininger in Grecia e le ripercussioni sono palesi nei nuovi brani: una jungla etnico-ritmica dalle atmosfere marcatamente messicaneggianti e morriconiane (il vecchio Morricone delle colonne sonore western di S.Leone), nella quale la voce acre di Reininger fa da padrone.
Un fascinoso e misterioso meltin' pot non privo di porzioni improvvisate, a volte forse un pò caotico, bisognoso di essere riascoltato ed approfondito!
Del resto si sa: quello dei Tuxedo Moon é un work in progress che dura da trent'anni.
Tra i bis concessi ancora vecchi brani: l'ultimo addirittura Volo Vivace, protagonista il violino visionario di Reininger, dal capolavoro del 1980 Half Mute (Ralph Re.).

Foto di Vito Russo
OCCHIO MAGICO occhiomagicofoto@libero.it

 'Wally' BOFFOLI

domenica 18 novembre 2007

LIVE / BARI, Teatro Di Cagno -TIME ZONES 07- XXII Ed.-15/11/07/ A.CELLETTI - JASON MOLINA - DAMON & NAOMI (Galaxy 500) by P.Wally Boffoli

Sta diventando una consuetudine della rassegna barese Time Zones, giunta quest'anno alla sua XXII edizione e considerata ormai da tempo come una tra le più significative vetrine delle tendenze più interessanti della musica contemporanea (sulla via delle musiche possibili!), raggruppare nella stessa serata artisti eterogenei ed apparentemente distanti nelle rispettive estetiche musicali.
Poi magari collegamenti apparentemente improbabili li si trova dopo averli ascoltati di seguito.
Un pò questo é successo il 15 novembre, al secondo appuntamento con la rassegna.
La serata é stata aperta dalla bellissima performance pianistica solitaria di Alessandra Celletti, molto variegata per mood, delicata ed impetuosa allo stesso tempo, imperniata tra l'altro sul suo nuovo disco appena uscito The Golden Fly, su tre frammenti dedicati ai metalli, su una composizione dedicata al cardinale Martini e conclusasi con l'esecuzione di un segmento delle Metamorfosi di Philip Glass. Ha anche eseguito un eccellente brano con l'inserimento incantato della voce!
La Celletti, con la sua fluente e toccante poetica fatalmente si va ad affiancare, all'interno della scena pianistica italiana neo-classica, a figure come Ludovico Einaudi e Giovanni Allevi.
E' stata poi la volta di Jason Molina: cow-boy americano (Songs: Ohia. Magnolia Electric Co.) dalla delicata emozionalità vocale a volte contenuta, altre intensamente urlata.
Ha confermato, anche lui in perfetta solitudine, compagna solo una chitarra dalle mille suggestioni riverberate suonata con una tecnica particolare, toni parchi alternati ad evocativa intensità, la spiccata tendenza ad una struggente e desertica loneliness comune a buona parte del songwriting americano contemporaneo.
Tra country ed echi Neil Young/David Crosby/Van Morrison ci ha letteralmente rapiti attraverso un'esibizione che ha avuto nel saggio rapporto silenzi-pieni una delle sue maggiori attrattive.

Una vera sorpresa l'act di Damon Krukowski e Naomi Young, ex Galaxy 500 (Boston, MA), ovvero una delle bands americane più suggestive e sottilmente psichedeliche fine anni '80, in possesso di un sound etereo ed onirico dalle influenze Velvet U. Qualcuno nel pieghevole della rassegna ha tirato in ballo incautamente a loro proposito anche Nick Drake!
Damon e Naomi nella loro nuova veste hanno rimescolato un pò le carte in tavola: il primo é passato dalla batteria alla chitarra acustica ed alla voce, Naomi dal basso alle tastiere ed é la lead-vocal. Accompagnati da un esotico chitarrista elettrico dimostratosi davvero abile attraverso interventi discreti ed incisivi, e da un sassofonista estremamente creativo l'etereo Damon e la statuaria Naomi hanno sfoderato un appeal atmosferico ed armonico avvolgente non molto distante in fondo dai Galaxy 500, corroborato però da più accentuati e precisi risvolti melodici.
Più pop rispetto ai Galaxy 500 ed in qualche episodio addirittura folksy.
Magico il delicato equilibrio strumentale ed emozionante la fredda liricità della voce di Naomi.


PASQUALE 'Wally' BOFFOLI






sabato 17 novembre 2007

BOB DYLAN :The other side of the mirror:Live at Newport Folk Festival '63-'65 / DVD / Sony / Oct.30 2007 by Gianni Porta

E' la prima volta che parliamo di Bob Dylan su questo magazine: ed é davvero un piacere ed una soddisfazione per l'editore farlo attraverso le parole di Gianni Porta, uno dei più grandi conoscitori (ed interpreti) della sua opera, forse il primo in assoluto, qui dalle nostre parti ...intendo Puglia ed in senso lato meridione.
Gianni Porta é insegnante di letteratura italiana ma sin dagli anni '70 é stato membro importante della Via del blues, ultima band pugliese insieme ai rinnovati The Flowers del cui sito questo magazine fa parte, a 'predicare' ancora oggi preservandone lo spirito originale, il vangelo folk-rock e blues dei sixties. Di recente ha formato un duo folk-blues con Gino Giangregorio, chitarrista della Via del blues, The Doorways, artefici di tre cd di cui parleremo presto in questo magazine.
Gianni, in un momento in cui la 'cosa' Dylan straripa nei media (il complesso e controverso film biografico I'm not There, la relativa doppia colonna sonora con brani rivisitati da tanti 'grandi'!, la tripla antologia), mi ha inviato un pezzo sul dvd appena uscito The Other Side of the mirror, riguardante le vicissitudini in bianco e nero di Dylan al famoso folk-festival di Newport tra il '63 ed il '65.
Come lui stesso mi scrive : '
'...appena terminato il dvd in oggetto ho asciugato qualche lacrima, soffocato qualche sospiro (caspita...avevo 42 anni di meno!), mascherato qualche tremore del cuore e delle mani, e ho buttato giù queste parole. Non credo possano definirsi una recensione ma solo una porta socchiusa che poi si è spalancata sotto la forza delle sensazioni. '
Grazie Gianni...alla prossima ! (Wally)

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THE OTHER SIDE OF THE MIRROR!


L'altro lato dello specchio…ti obbliga a confrontarti con te stesso, con le idee, le immagini, la forma stessa che ognuno di noi aveva, almeno per quelli che sia pure soltanto anagraficamente c'erano. Allora avevo 8 anni. E che lui ci fosse non ne avevo neanche idea, come il 99% delle persone che menavano i propri passi in questo paese che era alle prese con il boom, la 500, la Lambretta, le terribili Douphine e i primi (il primo?) album (che parola magnifica per indicare un disco!) dei Beatles.
Non credo sia il caso di parlare delle canzoni: ognuno le avrà ascoltate centinaia di volte e ognuno se le è lette per proprio conto, trovando significati, rimandi, riferimenti; forse, per quelle meno conosciute, tipo Talkin World War III, bisognerebbe fare qualche rimando alla sterminata messe di bootleg, anche se le Bootleg Series credo abbiano offerto anche ai meno dylaniani, scampoli di stoffe preziose e schegge di gioielli (anche se non è il caso della canzone citata, ovvio!).
Ho guardato con attenzione i volti delle persone.
Barbe come non se ne vedono da tempo; vestitini che neanche nei grandi magazzini dell'(ex) URSS; persone stipate una accanto all'altra, fra una sigaretta e la convinzione di essere presenti a un evento che prima ancora che culturale, era politico. La presenza di Pete Seeger era una garanzia: non si stava lì a fare o ascoltare "bella musica": si ascoltavano storie e spinte verso un mondo diverso; la 'nuova frontiera', in un modo o nell'altro, aveva contagiato tutti.
La paura della Baia dei Porci era ancora strisciante ma il peggio era andato, dietro l'angolo c'era la possibilità della collaborazione mondiale e anche la soluzione dei problemi interni, la convivenza con la gente di colore, erano a portata di mano, bastava allungarla.Le persone intorno ai musicisti:strabiliante! Nessun diaframma; potevi toccarli e parlarci pure.
La ragazzina che picchietta con la manina sul vetro del camper; lui che canta e suona con ragazzi assiepati sino al bordo del palchetto.
Addirittura lui che si mette a posto il microfono da solo! E i microfoni li avete visti? Due pallotte che ondeggiano al vento, appese chissà come e chissà dove...per non dire dei completino della regina del folk. Roba di altri secoli... oggi neanche in una saletta della più solitaria parrocchia o sul palco del più scassato dei centri sociali.
La scena di lui che suona con Seeger alla sua sinistra, gambe accavallate e sguardo vigile di chi deve controllare la purezza dell'evento; e alla destra un tipo con la chitarra fra le gambe e il braccio appoggiato al pianoforte. A occhio e croce, tutto il palco era tre metri per due. E la signora che, mentre vanno le note del Tambourine man e le immagini del danzare sotto un cielo di diamanti con una mano che ondeggia liberamente, sta lì, seduta con la borsa stretta sulle gambe, come se fosse capitata per caso e fosse stata fatta prigioniera da quella esperienza.
E il duetto, con lo sguardo amorevole della regina e il suo sorriso sornione, appena nascosto: chi ha visto Don't Look Back vedrà poi la regina uscire silenziosamente da una stanza d'albergo, consapevole che non ha più niente a che fare con quel tipo lì e che lui, soprattutto, non ha alcuna intenzione di condividere la propria scena con chi stava ancora a cantare le proteste e i tradizionali.
Ancora oggi si discute se il pubblico abbia rumoreggiato perché non ci capiva nulla del fracasso che veniva fuori dall'amplificazione (e ci credo: date un'occhiata agli 'altoparlanti' usati dai Beatles allo Shea Stadium e poi vediamo se qualcuno riusciva a sentire una sola nota!) o se perché si sentisse realmente oltraggiato dalla comparsa di uno strumento elettrico e demoniaco nel tempio della chitarra acustica; ha importanza sapere la risposta? Ce ne sarà mai una definitiva e sicura? Di sicuro c'è solo che Seeger voleva tranciare i cavi con un'accetta.
"...possono fischiare sino alla fine dei tempi": credo abbia detto così, con la sicurezza di chi aveva già chiaro in testa da quale parte andare e cosa cercare; quel thin wild mercury music che sarebbe stato il suono di Highway 61 e Blonde on Blonde.
Ecco: questo dvd è il ponte fra il tempo 'come era' e il 'come sarebbe stato'.
Nel bene e nel male.
Per la musica, per la sua musica, nel bene.

GIANNI PORTA

http://www.bobdylan.com/moderntimes/home/main.html

















mercoledì 14 novembre 2007

Recensioni / Anniversari / PUNK 77 - 07 , 30 anni di rock&roll swindle (Tre Accordi Rec./ Self / Punkadeka - 2007) by P.Wally Boffoli

Un pezzo sul trentennale del punk era in predicato (sempre che si voglia considerare il 77 l'inizio di tutto!) da tempo, prima che il 2007 se ne andasse!
Colgo l'occasione quindi di questa bella iniziativa della Tre Accordi Rec./Self, un tributo al trentennale ad opera di punk bands italiane per consumare la mia brava celebrazione! (Wally)
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Nel 1977 avevo 25 anni, quindi non proprio un ragazzino di primo pelo, ancora preso da artisti di cui di lì a poco il punk avrebbe fatto tabula rasa. Il mio fratellino meno pigro tra il '76 ed il '78 aveva fatto parecchie puntatine in una Londra in fiamme, 'disturbata' irrimediabilmente dalla disoccupazione e dal punk 'no future' dei Sex Pistols, Clash. Damned , Stranglers....di cui portò al ritorno in Puglia provvidenziali testimonianze su vinile!
Ecco, é così che come tanti altri sono stato contagiato a distanza e di riflesso da una straordinaria onda d'urto che molti miei coetanei appassionati rinnegarono da subito...e continuano a rinnegare!
Ma come non riconoscere, al di là dei suoi pur essenziali connotati sociali e 'politici' antagonistici, lo straordinario 'bagno di giovinezza' cui le punk-bands del 76-77 sottoposero il rock&roll?
Esso viene ribadito, in occasione del trentennale dei suoi primi vagiti, da questa ottima iniziativa della Tre Accordi Rec. / Self insieme al patrocinio spirituale e pratico di Punkadeka, il più importante ed approfondito sito punk italiano.
23 abili e consumate punk-bands italiane esplose soprattutto durante i '90, che coverizzano anthems fondamentali o poco meno di quell'anno cruciale (con qualche eccezione), con grande personalità, rinnovata energia e soprattutto entusiasmo!
Voglio essere banale: riascoltando brani come Holiday in the sun, Neat neat neat, Garageland, Los Angeles....mi sono esaltato/eccitato come fosse la prima volta ma soprattutto capisci come quell'energia vergine e sintetica, genuinamente dissacrante, sia andata un pò irrimediabilmente perduta nei decenni successivi in pesanti e pedanti recrudescenze hardcore ed inutili sottogeneri. Un pò la stesssa cosa successa all'hard e metal primigenii.
Questa godibile raccolta-tributo ci ricorda allora come in quegli anni in Inghilterra come in America il punk (etichettato col senno di poi 'human punk') non significasse necessariamente negazione assoluta della melodia trasversale (Buzzcocks, Adverts, Vibrators...) o di generi precedenti come il surf, il rock&roll, ska, reggae, glam (Ramones, Clash, Generation X ...) ma fosse prima di tutto un ritorno (preceduto dal 'proletario' e apripista pub-rock!) all'essenzialità ed alla purezza del rock&roll riviste con l'adrenalina della frustrazione giovanile ( ..1-2-3-4) e l'ottica nichilista del no-future.
Ecco perché bene hanno fatto i compilatori ad includere covers di New York Dolls (Vietnamese Baby) e Cramps (Lonesome Town). E non avrebbe certo guastato in tale ottica al n.24 una Sonic Reducer (Dead Boys).
La rivista acclusa al cd offre un'ampia ed esauriente panoramica delle punk bands italiane coinvolte, oltre tre pezzi sull'avvenimento di Federico Guglielmi, Stefano Gilardino e Marco Philopat, particolarmente penetrante!
Il livello dele covers é davvero eccellente e le bands riescono, pur con approccio modernista, a preservarne lo spirito originale. So che non é 'politically corrected' ma permettetemi di esprimere una particolare predilezione per Vietnamese Baby/N.Y.Dolls (Thee STP), Neat neat neat/Damned (Mudlarks), Suzy is a headbanger/Ramones (Senzabenza), Los Angeles/X (Sorelle Kraus), Automatic lover /Vibrators /(Super sex boy), One chord wonders/Adverts (Valentines), Holidays in the sun/Sex Pistols (Tommi e gli onesti cittadini), Action time vision/Alternative Tv (Club27), Garageland/Clash (Klaxon), Victims of the vampire/Slaughter &The dogs (Taxi), senza nulla togliere alla grinta e passionalità punk delle altre bands.
Nessuna band dal sud Italia...o sbaglio?
Sei covers americane e ben 17 inglesi! Ma allora il punk é nato in Inghilterra ?

http://www.punkadeka.it/ PASQUALE 'Wally' BOFFOLI




venerdì 9 novembre 2007

Recensioni / Italo-Inglesi / ATOMIC WORKERS : Embryonic Suicide (Acme Rec./ Nasoni Rec.-2006) - Wall of water behind me (Nasoni Rec. - 2007)

Gli Atomic Workers affondano le radici nei That's All Folks, ottimo gruppo psycho-stoner barese che pubblicò due notevoli dischi nei '90. L'elemento in comune é prima di tutto Michele Rossiello, poderoso bassista che all'indomani dello scioglimento dei T.A.F. (che vantavano un ottimo leader nel chitarrista Claudio Colaianni) durante il suo girovagare tra Londra e Berlino forma questa band che é una sorta di 'work in progress' messo in atto da musicisti italiani ed inglesi.

Embryonic Suicide (Acme Records/Nasoni Records - 2006)
Primo parto registrato tra la fine del 2003 ed inizio 2004 "Embryonic Suicide" contempla sotto la sigla Atomic Workers oltre a Rossiello, Angelo Pantaleo, batterista poliedrico che gli aficionados pugliesi conoscono bene, ex membro degli Skizo, una delle migliori bands punk locali degli anni '70, attualmente collaboratore anche dei Dictators, nonché titolare dei Tom Tom Studios, gli studi di registrazione più alternativi in quel di Bari!Quindi i due chitarristi Daniele Sindaco e Gary Ramon (ex Sun Dial) e l'altro inglese Lawrence O'Toole ai vocals e keyboards. Embryonic Suicide, come accennavo all'inizio, si ricollega idealmente all'esperienza dei TAF : basta ascoltare i quasi 10 minuti finali allucinati di Breakfast on the ocean (part 1), una colata incandescente di lava chitarristica psichedelica che già rivela le notevoli doti strumentali di Sindaco e di Ramon. L'estetica del disco é da un lato abbastanza lineare nel proporre un rock duro e privo di compromessi (Embryonic suicide / Down on earth / Far away, lacrimae) ma allo stesso tempo agile e sfaccettato.
No reaction ruba addirittura agli Stooges di Raw Power quel coté glam/perverso di cui molte rock bands attuali non hanno più memoria. L'altra faccia della medaglia é un accentuato gusto onirico che produce un piccolo capolavoro mutante come White, dalle sfumature jazzate, con i keyboards di O'Toole che emanano bagliori di grezzo diamante ed un ottimo lavoro della sezione ritmica. Plastic man si ricollega invece alla psichedelia dei sixties più acidi, quelli texani dei 13th Floor Elevators, con un'esaltante performance vocale di O'Toole e radiazioni chitarristiche letali. L'eclettismo degli Atomic Workers é confermato dalla gustosa cover di Hurdy Gurdy Man, inno pop-psichedelico dei tardi anni '60 targato Donovan, con Ramon ai vocals trattati. Rossiello invece 'vaneggia' ai vocals in Down on earth e Far Away (lacrimae), due composizioni trascinanti ricche di suggestioni etniche ed orientaleggianti.

Wall of water behind me (Nasoni Records - 2007)
L'accresciuta visibilità e funzionalità della sezione ritmica di Rossiello e Pantaleo vengono fuori alla grande nel secondo lavoro degli Atomic Workers, Wall of water behind me (Nasoni Records -2007), con il quale si accasano con l'etichetta tedesca Nasoni Records Berlin. Registrato nei Tom Tom Studio di Pantaleo a fine 2006 verrà poi prodotto in Inghilterra da Davide Viterbo (altro ex-Skizo, attivissimo musicista pugliese a tutto tondo).
La responsabilità della composizione é tutta sulle spalle di Rossiello con l'eccezione di Scientist Mantra (D.Sindaco) e Waterfall (A.Pantaleo). Il collettivo appare ulteriormente allargato in un lavoro molto diverso dalla splendida ortodossia di Embryonic Suicide: qui si scende negli inferi di un sound oscuro ed introverso che rivela ascendenze artistiche illustri; prima di tutto il krautrock spigoloso e folkeggiante degli Amon Duul II, con l'uso di strumenti non convenzionali come il sitar di Gary Ramon ed il violino della new entry Joolie Wood: Girl in the tower é una favola stralunata cantata dalla Wood che sfocia in un'accattivante effusione garagistica ad opera di Fabio Mongelli (vocals and organ), attivo protagonista del garage-rock pugliese emigrato in quel di Londra. Girl in the tower segue i due incubi Through the channel e I must confess, nei quali gli Atomic Workers sintetizzano le componenti basiche stoner/psichedelia in un espressionismo autoctono sorprendente che non fa prigionieri, a cominciare dal vocalismo perverso di Guy McKnight e dalle allucinate sortite chitarristiche di Sindaco e Ramon. Ma l'appeal carismatico primario della seite A é emanato dalla radioattiva Scientist Mantra, un'ipnotica misantropica invettiva contro il progresso che non lascia dubbio alcuno sulla 'serialità' del progetto Atomic Workers. A completare un quadro davvero ricco di suggestioni sulla seite B la saga quasi progressive di Waterfall, incantata e crimsoniana, dal fascino irresistibile, l'ombrosa e cattiva Unpredictable, carica di trascinante prolissità chitarristica e la finale Six Afternoon, imbevuta di 'fumati' effluvi krautrock con sitar e violino in magica evidenza. Sembra un outtake di Wolf City degli Amon Duul II. A questo punto ci aspettiamo dagli Atomic Workers, visto tali presupposti talentuosi, ulteriori 'visionarie' meraviglie sonore.


PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

domenica 4 novembre 2007

Recensioni / Esteri / THE UGLY BEATS : Take a stand with The Ugly Beats (Get Hip Rec./ 2007) by Pasquale Wally Boffoli


Ciò che gioca più a vantaggio degli Ugly Beats a mio parere é l’uso corale delle voci.
Infatti tutti e cinque i garagers di Austin, giunti con Take a stand with the Ugly Beats al loro secondo album per la Get Hip Rec. (dopo Bring on the beats!/2005) si avvicendano ed integrano ai vocals con risultati sempre lusinghieri: che sia il chitarrista Joe Emery ai lead-vocals (Light comes on, You’re the one, Your turn to cry), o il batterista Stephen o l’organista Jeanine alle armonie vocali in Million dollar man e Get in line.
Quello degli Ugly Beats è un garage con profonde radici melodiche e compositive in sixties-bands classiche come Beau Brummels e Remains, di cui fanno qui una dinamica cover, Let me through.
Che siano sixties-ballads dolci ed accattivanti come I’m gonna break her heart, Bring her down, Ain’t that old o brani più dinamici e danzerecci come Get in line, Take a stand, Last stop, Million dollar man è l’elemento vocale/corale come già accennato a prevalere sull’aggressività delle chitarre di Joe e Jackie (tranne eccezioni come la Let me through dei Remains) e sul discreto organo di sfondo di Jeanine, conferendo agli Ugly Beats connotati garage decisamente orientati verso il power-pop.
Ma nella loro musica si respira anche un’acuta nostalgia ed un approccio referenziale con il passato, tanto che nella bellissima cover strumentale dei Ventures Action Plus, con l’organo vintage di Jeanine in bella evidenza ed in quella corale di Nikky Corvette, You’re the one sono più gli anni ’50 ad essere tirati in ballo che i ’60.
Gli Ugly Beats eseguono dal vivo molti oscuri singoli del passato come I’ll make you happy degli Easybeats ed hanno una particolare abilità nel ricreare atmosfere danzerecce per teen-agers tipicamente sixties….ricordate quei filmati in bianco e nero degli specials televisivi sixties americani ? Il tutto con loro estremo compiacimento!
Take a stand! …se amate la musica che riesce ad abbattere nel 2007 le barriere temporali con grandi voci e e melodie.

http://myspace.com/theuglybeats
http://www.uglybeats.com/
http://www.gethip.com/

pasquale ‘wally’ boffoli

giovedì 1 novembre 2007

Politica / Antipolitica/ LIBERTA' E PARTECIPAZIONE (a proposito delle primarie per il P.D.) di Enrico Campofreda

Questo magazine é essenzialmente musicale e rock nella fattispecie.
Ma poiché non si vive di solo rock, e chi gestisce http://www.musicbx.blogpot.com/ pur non avendo tessere di partito e non svolgendo un'ortodossa' attività politica, ha gli occhi aperti su ciò che ci succede intorno, ritiene entrare di tanto in tanto ed in occasioni particolari in questo terreno 'minato!
Trattasi in tal caso delle 'primarie' per il Partito Democratico....questo pezzo di Enrico Campofreda mi é parso particolarmente significativo, soprattutto ora che 'la festa' é finita ed un leader c'é!
Il pezzo é pubblicato su gentile concessione del sito http://www.mercantedivenezia.org/ e dell'autore Enrico -Campofreda che ringraziamo sentitamente per la lucidità della sua analisi.
Permettetimi per concludere come 'libero pensatore di sinistra' una nota personale che a molti probabilmente parrà banale o addirittura squallida: se l'idea del P.D. é nato in ambito 'politico' e da esso fortemente voluto attraverso 'le primarie' perché far pagare al cittadino quell'euro per farlo votare? Sbaglio o in caso di diniego egli non poteva votare? Perché far pagare al cittadino le spese per una campagna che non é stato lui a decidere?
Naturalmente si tratta solo di un punto di vista e sarebbero gradite repliche o commenti in qualsiasi direzione! (Wally)
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Sinistra 19=============> LIBERTA' E' PARTECIPAZIONE

Se c'è una nota stonata in un successo così sonante, seppur annunciato, come l'elezione di Walter Veltroni a segretario del Partito Democratico sta proprio nella voglia di leadership che dilaga anche nel centrosinistra. Lo si discute da anni e in questo la Destra ha sicuramente vinto, imponendo un'ossessione prima che un sistema e un uomo. L'uomo della provvidenza e il partito leaderistico e personalizzato, pur in quel rinnovamento auspicabile in una Sinistra che voglia scrollarsi di dosso le ragnatele di burocrazie d'apparato, sono geni mica tanto coniugati con la democrazia.
Perché nel voto di tre milioni e fischia d'italiani come li definisce Fassino c'è sicuramente un'esigenza sana del Paese che desidera camminare e costruire, ma c'è pure un meccanismo di delega che dovrebbe preoccupare.
Sgombriamo il terreno da fraintendimenti: non s'afferma che avere un capo sia faccenda riprovevole, né si rimpiange la nomina del segretario in fumose assise di Comitati Centrali o in corridoi borgiani, però pensare che col voto e con l'euro versato si sia messa nelle sante mani d'un salvatore la sorte della nazione è cosa quantomeno bizzarra e infantile. C'è stata un'epoca in cui i soggetti vivi della società, i lavoratori nelle fabbriche, i cittadini nei quartieri ponevano problemi e cercavano soluzioni che Parlamento e partiti non gli offrivano.
Usavano le strutture esistenti - consigli, comitati - o le creavano ex novo. I loro desideri di realizzare, decidere, cambiare erano espliciti; non si facevano necessariamente impastoiare da leader, che esistevano anche allora, ma erano proposti e imposti dal basso e suscettibili di sostegno o bocciature dirette. Ovviamente non parliamo dei segretari di partito ovattati nel mondo dei propri apparati, diciamo che quell'epoca conobbe però una parentesi di democrazia diretta.

"La libertà è partecipazione" cantava Gaber e credo che la riflessione valga sempre. Ora i tre milioni e fischia rappresentano una splendida partecipazione che però ha un programma e seguirà una strada già scritte: delegare al grande capo (un altro!) e al suo entourage la propria parte attiva. Poiché il Partito nascente, al di là delle fusioni da brivido fra Diesse e Margherita, si prefigge un modello leggero, un po' radicale, popolar-chic, smaccatamente americano, opinionistico, assolutamente interclassista, partecipativo solo per eleggere i professionisti che s'occuperanno di politica mentre a milioni rimarranno davanti al televisore o potranno recarsi verso urne preconfezionate, convention e feste organizzate.
Se fossi stato - e non lo sono stato - uno dei tre milioni, con tutto il rispetto per il loro voto, mi sentirei un poco parco buoi. Si viene invitati a indicare un capo e a riporre in lui speranze per le sorti migliori e progressive e amen. Finisce lì?
Si spererebbe di no, si spererebbe in un partito nuovo che facesse politica vecchia, quella buona non da ladri craxiani, quella che s'occupava dei bisogni: scuole, case, lavoro, sanità, stato sociale. Forse Veltroni in qualche talk show fra le cento altre cose parlerà anche di queste ma un po' così, en passant perché la politica postmoderna e l'odierno vivere impongono altre lustrini.

E il cittadino che deve delegare e consumare necessita di stordirsi davanti a mille offerte per delegare di più e meglio. Se il popolo italiano è quello che nell'Occidente ha più introiettato il modo di pensare americano non poteva ricevere regalo migliore dell' American party veltroniano. Che ha sempre inseguito il kennedysmo più del berlinguerismo ma che oggi si presenta in tutto il suo ingombrante orientamento antipolitico.
L'American party, il partito-festa è l'antipolitica come lo è stato il partito-azienda berlusconiano. A forza di cancellare ideologie, rinnegare origini, fare tabula rasa di com'eravamo restano un presente e un passato prossimo fra i peggiori.
Restano certi "ismi". Il presenzialismo, la voglia di presidenzialismo, l'individualismo, una real politik che odora d'opportunismo, l'affarismo, il piacionismo, l'edonismo, il buonismo e quell'ipocrisia che fa l'elemosina alla povertà del mondo anziché emanciparla, liberarla, sradicarla.
Come faceva l'idolo JFK poi vittima del sistema che l'aveva generato e che lui difendeva.

Meditino i tre milioni e fischia se questa è la via.

Enrico Campofreda, 15 ottobre 2007

http://www.mercantedivenezia.org/

mercoledì 31 ottobre 2007

Recensioni / Esteri / The DT'S : Nice 'n' ruff-Hard Soul Hits! Vol.1 (Estrus / Get Hip Rec.) -Filthy Habits (Get Hip Rec.) by Pasquale 'Wally' Boffoli


Due i titoli incandescenti dei DT’S pubblicati da poco dalla Get Hip Recordings.
Il primo é NICE ‘N’ RUFF, HARD SOUL HITS VOL.1, già uscito di recente per la Estrus come il loro debutto Hard Fixed.
Non a caso perché i DT’S sono la formazione/creazione più recente in cui è impegnato il chitarrista
Dave Crider, boss da sempre della grande Estrus Records di Bellingham (WA), ex leader di bands come Watts e dei seminali Mono Men che negli anni ’90 ha siglato tra le pagine più crude e selvagge del punk-garage americano.
Crider lavora ai DT’S già da qualche anno: me ne parlò ampiamente in un’intervista che ci rilasciò a fine anni ’90. Sua compagna di viaggio in quest’avventura la sua vecchia amica d’esordi e bagordi
Diana Young-Blanchard, grande ammiratrice ed esegeta dell’indimenticabile ed indimenticata Janis Joplin. Ed i DT’S in effetti mettono a fuoco in Nice ‘n’ ruff una sorta di versione punk-garage dei Big Brother & Holding Company della Joplin!
Una miscela calda, viscerale e fulminante di r&b d’estrazione sixties-hippie e rock stradaiolo che di quello ha perso le originarie fattezze naif meravigliose a favore di un sound iper-elettrico urbano e saturo! Ed é quasi imbarazzante per come Diana Young-Blanchard ricordi nelle sue performances lo stile isterico, stridulo ed urgente della famosa lead-singer texana, anche se non ne raggiunge l’intensità sconvolgente!
Coadiuvata dal chitarrismo fradicio di elettricità cattiva di Crider e da una serrata sezione ritmica (Phil Carter alla batteria e Scott Greene bass & sax), ma anche dalla trumpet di Dave Weldon ed i keyboards di Patti Bell infila in Hard Soul Hits Vol.1 dieci covers che abbracciano la tradizione soul/r&b/rock dei ’60 e ’70: si va dalle sanguigne Stax-roots di Wilson Pickett in Ninety nine & a half (won’t do), Booker & Mg.s di The Hunter e Big Bird al soul-rock meno conosciuto di Willie Williamson (Crazy ‘bout you baby) e Sykes (Driving Wheel) giungendo sul versante rock a versioni
al fulmicotone di Pagan Baby dei C.C.Revival di John Fogerty, What’s next to the moon degli AC/DC, Don’t Slander Me del ‘maestro’ acido Rocky Erickson e non poteva mancare una cover di Janis, una straordinaria Move Over.
E’ tutto molto aggressivo e diretto, senza fronzoli, merito anche della produzione tecnica di un rude maestro della consolle, il veterano Jack Endino.

Immutata in Filthy Habits la line-up dei DT’S di Nice’n’ruff, anche la supervisione tecnica di Endino. La grossa novità è che i 10 brani contenuti stavolta sono tutti di loro pugno.
La statura interpretativa è decisamente cresciuta e maturata e il livello compositivo è ottimo!
Davvero inutile citare un brano piuttosto che un altro dei dieci contenuti perché tutto questo lavoro è carico di un feeling talmente elettrizzante da connotarsi come uno dei lavori più eccitanti e micidiali in assoluto dell’attuale scena garage internazionale e conferma l’estrema bontà della formula adottata dai DT’S.
In Filthy Habits si passa da spietati assalti alla baionetta punk/r&b a luciferini ed insidiosi torbidi mood rallentati. Si integrano perfettamente ottimizzando un giusto e sano equilibrio tra soul ed hard di cui non so quale altra band oggi sia capace con un tasso emotivo ed esplosivo così alti.
Un must, un disco che riesce nell’ardua prova di conciliare passato e presente, e che non lascia prigionieri vivi!

http://www.gethip.com/
http://www.estrus.com/bands/dts/


PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

Recensioni / Esteri / PAUL COLLINS BEAT : Flying High (Lucinda Rec-Get Hip Recordings/2007) ; la leggenda continua...by Pasquale 'Wally' Boffoli

Pioniere del power-pop a stelle e strisce, ovvero di quel filone rock che a partire dalla metà degli anni ’70 univa all’elettricità d’estrazione punk una predilezione spiccata per melodie ariose e corali e per arrangiamenti pimpantemente pop, PAUL COLLINS ha attraversato con energia seminale i ’70 prima con The Nerves (nei quali militava anche Peter Case futuro Plimsouls) e poi gli ’80 con i celeberrimi The Beat, dei quali è essenziale ricordare almeno tre capolavori power-pop, The Beat (1979), The kids are the same (1981) e Long time gone (1985).
Nei ’90 Collins fa della Spagna dove può contare su uno zoccolo duro di fans la sua nuova patria e dopo alcuni album solisti molto country-oriented come Paul Collins (1992), From Town To Town (1993) e Live In Spain (1997) e Paul Collins (2000) mette a punto una nuova line-up di The Beat forte di ottimi musicisti spagnoli come Gines Martinez (drums) e Carlos Guardado (bass) oltre Octavio Vinck alla lead guitar ed incide nel 2004 per la Lucinda Rec. un album molto ispirato, Flying High che oggi viene ristampato dalla Get Hip di Pittsburgh.
Quasi si stenta a riconoscerlo, con quella pelata e quegli occhiali da manager ma il disco parla chiaro: alcuni episodi resuscitano alla grande l’energia elettrizzante e contagiosa dei Beat, come Rock’n’roll shoes, Helen, All over town, Silly love, che offre un’entusiasmante e ruvida performance chitarristica di Vinck, ma che il tempo sia trascorso da quegli anni gloriosi si sente e Collins dà il meglio di sé in ballate dagli accenti country-folk, malinconiche e dall'ispirazione pensosa : la commovente Bobby, Afton place, I’m on fire, Will you be a woman, More than yesterday (un mid-tempo da antologia) sono godibilissime e mature prove di un uomo-artista che mette sul piatto tutte le sue emozioni più intime acquistando alla grande in intensità espressiva ed interpretativa.
Suggestioni spagnoleggianti sparse qua e là tra i solchi, e non poteva essere altrimenti, soprattutto nell’uso delle chitarre acustiche ed una Paco & Juan palpitante che pare un outtake dei primissimi Dire Straits: c’è qualcosa di Knopfler anche nella voce di Paul.
Ma è la finale Flying High a nobilitare come nessun’altra song questo disco: ” …we could be forever / flying high !”: Paul Collins , la voce rotta dall’emozione, sublima la leggerezza degli spensierati inizi di carriera in una toccante, vissuta e vibrante performance vocale che riesce a stringerti il cuore.
Grazie Paul…ma non farti aspettare !

http://www.paulcollinsbeat.com/
http://www.myspace.com/paulcollins
http://www.gethip.com/

PASQUALE BOFFOLI

martedì 30 ottobre 2007

Recensioni / Italiani / Il blues di LUIGI TEMPERA : 'Walking with my devils' (Crotalo ed.) by Bob Cillo

Nuova recensione di Bob Cillo per MusicBox....l'argomento? Elementare Watson....il blues !

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Questo “Walking With My Devils”, edito dalle Edizioni Musicali Crotalo, è l’esordio discografico da solista dello stimato chitarrista blues torinese Luigi Tempera.
La prima cosa che salta all’occhio curiosando con il jewel box in mano è che la track list riporta esclusivamente composizioni autografe, scelta non comune in ambito blues e percorso sempre arduo e coraggioso rispetto a quello più rassicurante di alternare brani originali con standard e remakes. Tuttavia questa si rivela fin dai primi solchi (come si diceva una volta) una scelta vincente.
L’ouverture Son of a Jam” ci introduce in un suono avvolgente e leggero con un' ampia componente acustica caratterizzata da una sezione ritmica di spazzole e basso acustico e dai delicati colori di armonica di Fabio Bommarito.
Anche quando nel terzo brano “I’m not Sure” fa capolino l’elettrica, i toni rimangono piacevolmente pacati e segnati da sonorità jazzate; qui emerge la voce calda e presente di Tempera che si distingue nel panorama blues nazionale sia per espressività che per pronuncia e dizione impeccabili.
Particolarmente affascinante è la title track che vede la collaborazione di Andrea Scagliarini all’armonica e di Marcella Ghiani ai cori.
Episodi a sé stanti sono i due brani “Jazzy” e “Magda” dove Luigi riporta alla mente il primo Sergio Caputo sperimentando un connubio tra vena cantautorale con liriche in italiano e sonorità jazzy.
A parte questi due episodi isolati i brani composti da Luigi sono blues diretti, sempre freschi, brillanti e godibili, senza elaborazioni contorte o passaggi cervellotici eppure mai scontati e banali: un invidiabile equilibrio, evidente segno di una maturità compositiva raggiunta grazie ad anni di esperienza.
Dal punto di vista chitarristico, Luigi mantiene un approccio con lo strumento da musicista “a tutto tondo” non cedendo mai alla tentazione di ostentare tecnica e virtuosismi fini a sé stessi.
Questo è tanto più da apprezzare se proviene da un musicista che come lui svolge regolarmente attività didattica.
Tutto il lavoro è improntato da arrangiamenti sobri e minimali, scevri da inutili orpelli e valorizzati da una produzione dei suoni equilibrata e pulita.
Dunque “Walking With My Devils” è un lavoro sincero animato da un’autentica vena creativa e caratterizzato da una decisa impronta personale; autenticità e creatività di cui c’è un gran bisogno in un panorama blues tristemente affollato da “tribute bands” senza personalità.
Questo CD testimonia la coerenza di un musicista che ha scelto di vivere proponendo il proprio blues, a dispetto della “puzza sotto il naso” dei musicisti “più colti” e senza cedere ai facili richiami del pop.
Dunque se vi capita di incrociare sulla vostra strada un concerto di Luigi Tempera, non perdetelo e magari portate a casa una copia di questo lavoro, vi farà compagnia quando avrete voglia di ascoltare del blues DOC made in Italy.

http://www.luigitempera.it/ BOB CILLO

lunedì 29 ottobre 2007

Memories / Beatles graffiti: parla Armando Di Cillis / La Fonte Delle Muse, 26/10/07, Paolo Lepore / Jazz Studio Orchestra live ! ----by Wally



Il 26 ottobre mi son recato in quel della Fonte Delle Muse qui a Bari e devo dire che il concerto del maestro Paolo Lepore, che ha aperto la Rassegna di Concerti Jazz novembre-dicembre 2007 dell'associazione omonima in memoria di Mariella Carbonara, giovane vocalist locale venuta meno nel Dicembre 2006, é stato davvero piacevole e rilassante, con un repertorio a base di colonne sonore, soprattutto di Ennio Morricone ed una godibilissima suite tratta dal repertorio di Duke Ellington (nell'arrangiamento di Sal Nistico).
Pregevoli i chiaroscuri della sua Jazz Studio Orchestra, nella quale suonano tutti i più giovani (più o meno) e dotati jazzisti baresi e non, prodottisi in soli entusiasmanti.
Noi THE FLOWERS, apriremo la rassegna il 9 Novembre, unici rockers (ma dal tiro a volte jazzy!) in programma con una personale celebrazione del 40ennale della 'Summer of love'. (Wally)

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La sera del 26 ho conosciuto (era al mio tavolo insieme a Ciro Neglia, il direttore artistico della Fonte Nino Losito e la deliziosa sig.ra Tina Mercuri, dalla quale vorrei e dovrei...sigh! prendere lezioni di canto!) l'architetto Armando Di Cillis, un amabile persona non più tanto giovane. musicista anche lui (Jazzidea) che ci ha amabilmente narrato per tutta la sera (alternandosi al pacato mood della J.S.O.), tra un'orecchietta, uno spaghetto ed un bicchiere di vino di quando militava al basso negli anni '60 nella band di Pino Donaggio ed in particolare quando suonarono di spalla ai BEATLES al velodromo Vigorelli di Milano nel lontano 1965, il 24 Giugno .
Uno dei tre concerti (Milano, -Genova e Roma) dell'unica tournée italiana organizzata nel 1965 (quando le notizie le leggevamo su Ciao Big !) come ci ha detto Armando da Leo Wachter.
E' stata un racconto davvero interessante ed appassionante...io e Ciro eravamo elettrizzati ed attentissimi...ci ha narrato nei particolari dei preparativi del concerto, dell'amplificazione e dell'atmosfera fremente che si respirava; in realtà loro, i New Dada, e gli altri gruppi spalla, credo 6, suonarono solo un brano a testa!
Quando i Fab Four arrivarono, ci ha raccontato l'Armando, UNO CHE C'ERA, attaccarono gli spinotti delle chitarre ad una mega (allora) amplificazione che faceva impallidire quella dei gruppi-spalla e partirono in quarta .
C'erano anche esponenti importanti della musica italiana tra i quali il maestro Armando Trovajoli lì vicino al palco, che a quello start senza esitazioni rimasero fulminati !
Armando ci ha raccontato di come, tra le urla isteriche dei fans Paul, John, George e Ringo suonassero quasi a memoria e d'istinto, di come durante I Feel Fine John, che aveva qualche difficoltà con il famoso riff iniziale, si fece sostituire per poco da George...giusto il tempo di mettere a posto la sua chitarra, e tante altre cose come la loro paura di suonare e Roma all'Adriano il 27 Giugno successivo!

Grazie Armando, UNO CHE C'ERA !



PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

venerdì 26 ottobre 2007

Live-Report / Esteri/ ROBERT BELFOUR & DUKE GARWOOD, Londra 27 Aprile 2007, Spitz Blues Festival

Questo articolo di Bob Cillo, noto chitarrista e musicista barese blues-rock (Trinity, Backdoor Friends, Dirty Trainload..) é il suo debutto in questo magazine, più volte da me perorato.
Naturalmente non poteva trattarsi che di un pezzo riguardante un artista blues, in tal caso due attraverso un lungo ed esauriente live-report londinese sul giovane stupefacente Duke Garwood e Robert Belfour, anziano bluesman affiliato alla Fat Possum, l'etichetta americana che forse più di ogni altra bada ormai da parecchi anni alla salvaguardia del delta-blues originario più incontaminato ma apertissima anche a progetti di blues moderno 'deviato'.
Grazie Bob....un debutto alla grande .....benvenuto!

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ROBERT BELFOUR, IL CONCERTO PIÙ STRANO CHE IO ABBIA MAI VISTO

Lo Spitz è un piccolo club nel cuore di Londra dove ogni anno l’associazione “Not the Same Old Blues Crap”, (ovvero “Non la solita vecchia merda blues”) organizza un festival dedicato alle nuove tendenze del blues.
Il programma del festival è dunque incentrato su artisti con un’attitudine decisamente propensa alla sperimentazione di terreni insoliti ma con radici profondamente legate al blues.
Ospiti di onore dell’edizione 2007 sono stati due vecchi bluesman veraci come T-Model Ford e Robert Belfour, riconosciuti, insieme al compianto R.L. Burnside, come ispiratori della generazione di musicisti blues formatisi all’ascolto dei CD prodotti dalla “cult label” Fat Possum.
E’ la sera del 27 Aprile, dedicata a “the Wolfman”, mr. Robert Belfour.
Apre Duke Garwood, geniale musicista londinese che strega subito il pubblico creando con il solo aiuto della sua chitarra semi-acustica un’atmosfera tesa e pregna di emozioni magiche destinate a rimanere a lungo impresse nel mio animo. Non esito a definire il suo “Emerald Palace”, un album imperdibile, il miglior CD prodotto nel 2007 che mi sia capitato tra le mani. La sua non è una musica di facile ascolto e meriterebbe ben più profonde dissertazioni che risulterebbero prolisse in questa sede.
Mi limiterò a consigliarvi una ricerca su youtube.com, dove troverete delle brevi clip rubate durante i suoi live e naturalmente una incursione sulla sua pagina myspace(myspace.com/dukegarwood) dove troverete ben 4 brani di assaggio estratti da “Emerald Palace”.
E’ ora atteso sul palco mr. Belfour, headliner della serata.
Di sicuro un vecchio bluesman nero del Mississippi non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno e non necessita di entrate trionfali sul palco, ma la flemma di Belfour sembra un po’ eccessiva, quasi ostentata: zoppicando, con un bastone alla mano ed una grossa borsa a tracolla, guadagna lentamente la sedia al centro del palco. Anche lui come Garwood è solo con la sua chitarra, nessuna band di back-up.
Di sicuro effetto il suo abbigliamento, un completo giacca – pantaloni viola scuro indossato su una coloratissima camicia dalle fantasie psichedeliche con cravatta variopinta ed immancabile cappello.
Proprio mentre tutti aspettavano che il Wolfman facesse vibrare finalmente il primo accordo dalla sua chitarra acustica, ecco che dice: “no, un momento, aspettate: ho dimenticato qualcosa”. Inizia quindi a piegarsi per frugare, sempre con movimenti rilassati e flemmatici, nella borsa a tracolla poggiata per terra al lato della sua sedia; dopo un lungo tramestio, intervallato da frasi come “mannaggia, non ricordo dove l’ho messo”, tira fuori un asciugamani e spiega: “sapete io quando suono, sudo e quindi mi è indispensabile un asciugamani”!
Poggia finalmente le mani sulla chitarra ma scuote subito il capo: “No, non va, non va, è scordata”. Quindi indugia ancora in una spiegazione: “Sapete, io non uso gli accordatori, odio gli accordatori; uso soltanto le mie orecchie perché bisogna che la chitarra suoni giusta per me…” comincia poi a smanettare le meccaniche della chitarra in maniera più o meno casuale. Sono ormai passati diversi interminabili minuti da quando Belfour è entrato in sala, quando finalmente inizia a suonare.
Le interruzioni però sono frequenti, c’è qualcosa che ancora non lo convince, scuote il capo: l’accordatura della chitarra non è come lui la vuole e le regolazioni dell’amplificatore non lo soddisfano. “Devo fare in modo che tutto vada bene, devo rendere tutto giusto per voi e così invece non va bene…”, continua a manipolare le meccaniche ma adesso si aggiungono anche le manopole dell’ampli, mosse assolutamente a casaccio: basti pensare che muove anche le manopole del canale libero, su cui la chitarra non è attaccata e che quindi non hanno alcun effetto sul suono prodotto dallo strumento!
Inizia a sorgere il sospetto che il vecchio lupo stia giocando a qualche strano incomprensibile gioco perché tra smanettamenti ed inutili spiegazioni trascorre una buona metà dei brani in scaletta senza che lo show decolli.
Tra regolazioni di meccaniche e manopole le combinazioni sembrano infinite, e risulta difficile pensare che ormai Belfour riesca a trovare la “combinazione magica” che tanto sta cercando e per cui tutto debba suonare, come dice lui, “right”, nel modo giusto.
Ma ad un tratto qualcosa sembra cambiare; come in un dilatato sound check ogni brano comincia stranamente a suonare in maniera più convincente e coinvolgente del precedente.
Sembra che il nostro abbia avuto bisogno di un interminabile warm-up, man mano che lo show va avanti il Wolfman comincia a mostrare le zanne, liberando il suo inconfondibile suono acustico ma possente, ricco del pathos che solo un bluesman DOC sa infondere.
Comincia un’ascesa esponenziale ed inarrestabile, ma proprio quando Belfour cominciava a riscaldarsi per davvero, la scaletta del suo show giunge al termine e si congeda dal pubblico. Alle richieste di bis risponde placidamente: “Va bene, datemi un po’ di pausa per riposarmi, tra 20 minuti torno”.
Trascorrono più di 30 minuti e molti abbandonano la sala senza attendere l’annunciato bis. Londra, in confronto a molte nostre città, non è particolarmente “nottambula” e la sala perde una buona metà dell’audience.
Ma una strana sorpresa attende, quasi a premiarli, i fedelissimi rimasti in attesa del bis: quando rientra sul palco, il Wolfman fa sul serio. Non è più propenso a cincischiare con asciugamani, manopole e meccaniche, adesso finalmente tutto è sistemato, tutto è “right” e si comincia a suonare per davvero!
Tira fuori il suo inconfondibile stile chitarristico sicuro, pesante e percussivo, la sua voce calda e profonda; adesso le zanne sono pronte ad affondare nella carne.
In realtà sembra che il concerto sia stato solo un lungo sound-check e che con il bis sia iniziato in realtà il vero show. A dispetto delle probabilità matematiche sembra che Belfour abbia finalmente trovato la combinazione magica che cercava, ora è all’apice della sua vena interpretativa e adesso suona e canta in maniera davvero impressionante: quando si lancia in una cover di “Boogie Chillen” di John Lee Hooker, sembra di avere davanti la reincarnazione di “The Hook”, non esagero!
Adesso che l’incantesimo si è creato il pubblico non vuole più lasciarlo andare e lui non ha alcuna intenzione di sbattere la porta in faccia alla gente che lo acclama e continua a sfoderare brani micidiali con la presenza sonora di un’orchestra. A un tratto si alza, depone la chitarra nella custodia e fa per congedarsi ma gli applausi fragorosi lo commuovono, quasi gli fanno venire le lacrime agli occhi e lasciare il palco adesso gli sembra impossibile. Torna a sedersi, riprende il suo strumento ed attacca il jack, si continua!
Ormai Belfour è inarrestabile. Le luci sul palco si spengono e si accendono le luci in sala, il messaggio degli organizzatori è chiaro: si è sforato l’orario in cui è permesso fare musica senza rischiare denunce. Ma lui non ha alcuna intenzione di deludere il pubblico di fedelissimi che continua ad applaudirlo e ad incitarlo e continua imperterrito con l’entusiasmo di un ragazzino fino a quando manca poco che Rupert Orton, il direttore artistico del festival, vada a staccargli fisicamente il jack dalla chitarra!
Insomma è stato sicuramente il concerto più anti-convenzionale, informale e meno ortodosso che io abbia mai visto, ma è stata proprio questa anti-convenzionalità a rendere quella notte indimenticabile e ricca di magia.
La lezione è chiara: il blues, quello vero, nato nei cortili fangosi del Mississippi tra le baracche degli agricoltori di colore, non può essere irreggimentato in percorsi prestabiliti. Non può essere suonato con una chitarra accordata con accordatore elettronico o con ampli regolati da un fonico, non può attenersi ad orari, scalette e percorsi usuali. Quando la musica proviene veramente dal cuore è indisciplinata, nasce quando uno non se l’aspetta, non può essere eseguita “a comando” secondo schemi e canoni stabiliti in nome della “professionalità”.
Una risposta ai mega-concert in cui nulla è lasciato al caso, tutto deve essere organizzato nei minimi dettagli e pre-ordinato con perfetta efficienza; una risposta importante, nell’era dei brani “radiofonici” da tre minuti e della musica ascoltata attraverso le suonerie dei cellulari. Il blues vero, quello cresciuto dalla terra, è lontano anni luce da questo mondo ed è proprio per questo che oggi ancor di più ha ragione di esistere e di proclamare la sua diversità rifiutando facili omologazioni.
Se volete portare a casa una preziosa testimonianza della musica di Belfour, procuratevi il CD “Pushin My Luck”, edito dalla Fat Possum Records nel 2003, un autentico capolavoro.


BOB CILLO