venerdì 9 novembre 2007

Recensioni / Italo-Inglesi / ATOMIC WORKERS : Embryonic Suicide (Acme Rec./ Nasoni Rec.-2006) - Wall of water behind me (Nasoni Rec. - 2007)

Gli Atomic Workers affondano le radici nei That's All Folks, ottimo gruppo psycho-stoner barese che pubblicò due notevoli dischi nei '90. L'elemento in comune é prima di tutto Michele Rossiello, poderoso bassista che all'indomani dello scioglimento dei T.A.F. (che vantavano un ottimo leader nel chitarrista Claudio Colaianni) durante il suo girovagare tra Londra e Berlino forma questa band che é una sorta di 'work in progress' messo in atto da musicisti italiani ed inglesi.

Embryonic Suicide (Acme Records/Nasoni Records - 2006)
Primo parto registrato tra la fine del 2003 ed inizio 2004 "Embryonic Suicide" contempla sotto la sigla Atomic Workers oltre a Rossiello, Angelo Pantaleo, batterista poliedrico che gli aficionados pugliesi conoscono bene, ex membro degli Skizo, una delle migliori bands punk locali degli anni '70, attualmente collaboratore anche dei Dictators, nonché titolare dei Tom Tom Studios, gli studi di registrazione più alternativi in quel di Bari!Quindi i due chitarristi Daniele Sindaco e Gary Ramon (ex Sun Dial) e l'altro inglese Lawrence O'Toole ai vocals e keyboards. Embryonic Suicide, come accennavo all'inizio, si ricollega idealmente all'esperienza dei TAF : basta ascoltare i quasi 10 minuti finali allucinati di Breakfast on the ocean (part 1), una colata incandescente di lava chitarristica psichedelica che già rivela le notevoli doti strumentali di Sindaco e di Ramon. L'estetica del disco é da un lato abbastanza lineare nel proporre un rock duro e privo di compromessi (Embryonic suicide / Down on earth / Far away, lacrimae) ma allo stesso tempo agile e sfaccettato.
No reaction ruba addirittura agli Stooges di Raw Power quel coté glam/perverso di cui molte rock bands attuali non hanno più memoria. L'altra faccia della medaglia é un accentuato gusto onirico che produce un piccolo capolavoro mutante come White, dalle sfumature jazzate, con i keyboards di O'Toole che emanano bagliori di grezzo diamante ed un ottimo lavoro della sezione ritmica. Plastic man si ricollega invece alla psichedelia dei sixties più acidi, quelli texani dei 13th Floor Elevators, con un'esaltante performance vocale di O'Toole e radiazioni chitarristiche letali. L'eclettismo degli Atomic Workers é confermato dalla gustosa cover di Hurdy Gurdy Man, inno pop-psichedelico dei tardi anni '60 targato Donovan, con Ramon ai vocals trattati. Rossiello invece 'vaneggia' ai vocals in Down on earth e Far Away (lacrimae), due composizioni trascinanti ricche di suggestioni etniche ed orientaleggianti.

Wall of water behind me (Nasoni Records - 2007)
L'accresciuta visibilità e funzionalità della sezione ritmica di Rossiello e Pantaleo vengono fuori alla grande nel secondo lavoro degli Atomic Workers, Wall of water behind me (Nasoni Records -2007), con il quale si accasano con l'etichetta tedesca Nasoni Records Berlin. Registrato nei Tom Tom Studio di Pantaleo a fine 2006 verrà poi prodotto in Inghilterra da Davide Viterbo (altro ex-Skizo, attivissimo musicista pugliese a tutto tondo).
La responsabilità della composizione é tutta sulle spalle di Rossiello con l'eccezione di Scientist Mantra (D.Sindaco) e Waterfall (A.Pantaleo). Il collettivo appare ulteriormente allargato in un lavoro molto diverso dalla splendida ortodossia di Embryonic Suicide: qui si scende negli inferi di un sound oscuro ed introverso che rivela ascendenze artistiche illustri; prima di tutto il krautrock spigoloso e folkeggiante degli Amon Duul II, con l'uso di strumenti non convenzionali come il sitar di Gary Ramon ed il violino della new entry Joolie Wood: Girl in the tower é una favola stralunata cantata dalla Wood che sfocia in un'accattivante effusione garagistica ad opera di Fabio Mongelli (vocals and organ), attivo protagonista del garage-rock pugliese emigrato in quel di Londra. Girl in the tower segue i due incubi Through the channel e I must confess, nei quali gli Atomic Workers sintetizzano le componenti basiche stoner/psichedelia in un espressionismo autoctono sorprendente che non fa prigionieri, a cominciare dal vocalismo perverso di Guy McKnight e dalle allucinate sortite chitarristiche di Sindaco e Ramon. Ma l'appeal carismatico primario della seite A é emanato dalla radioattiva Scientist Mantra, un'ipnotica misantropica invettiva contro il progresso che non lascia dubbio alcuno sulla 'serialità' del progetto Atomic Workers. A completare un quadro davvero ricco di suggestioni sulla seite B la saga quasi progressive di Waterfall, incantata e crimsoniana, dal fascino irresistibile, l'ombrosa e cattiva Unpredictable, carica di trascinante prolissità chitarristica e la finale Six Afternoon, imbevuta di 'fumati' effluvi krautrock con sitar e violino in magica evidenza. Sembra un outtake di Wolf City degli Amon Duul II. A questo punto ci aspettiamo dagli Atomic Workers, visto tali presupposti talentuosi, ulteriori 'visionarie' meraviglie sonore.


PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

domenica 4 novembre 2007

Recensioni / Esteri / THE UGLY BEATS : Take a stand with The Ugly Beats (Get Hip Rec./ 2007) by Pasquale Wally Boffoli


Ciò che gioca più a vantaggio degli Ugly Beats a mio parere é l’uso corale delle voci.
Infatti tutti e cinque i garagers di Austin, giunti con Take a stand with the Ugly Beats al loro secondo album per la Get Hip Rec. (dopo Bring on the beats!/2005) si avvicendano ed integrano ai vocals con risultati sempre lusinghieri: che sia il chitarrista Joe Emery ai lead-vocals (Light comes on, You’re the one, Your turn to cry), o il batterista Stephen o l’organista Jeanine alle armonie vocali in Million dollar man e Get in line.
Quello degli Ugly Beats è un garage con profonde radici melodiche e compositive in sixties-bands classiche come Beau Brummels e Remains, di cui fanno qui una dinamica cover, Let me through.
Che siano sixties-ballads dolci ed accattivanti come I’m gonna break her heart, Bring her down, Ain’t that old o brani più dinamici e danzerecci come Get in line, Take a stand, Last stop, Million dollar man è l’elemento vocale/corale come già accennato a prevalere sull’aggressività delle chitarre di Joe e Jackie (tranne eccezioni come la Let me through dei Remains) e sul discreto organo di sfondo di Jeanine, conferendo agli Ugly Beats connotati garage decisamente orientati verso il power-pop.
Ma nella loro musica si respira anche un’acuta nostalgia ed un approccio referenziale con il passato, tanto che nella bellissima cover strumentale dei Ventures Action Plus, con l’organo vintage di Jeanine in bella evidenza ed in quella corale di Nikky Corvette, You’re the one sono più gli anni ’50 ad essere tirati in ballo che i ’60.
Gli Ugly Beats eseguono dal vivo molti oscuri singoli del passato come I’ll make you happy degli Easybeats ed hanno una particolare abilità nel ricreare atmosfere danzerecce per teen-agers tipicamente sixties….ricordate quei filmati in bianco e nero degli specials televisivi sixties americani ? Il tutto con loro estremo compiacimento!
Take a stand! …se amate la musica che riesce ad abbattere nel 2007 le barriere temporali con grandi voci e e melodie.

http://myspace.com/theuglybeats
http://www.uglybeats.com/
http://www.gethip.com/

pasquale ‘wally’ boffoli

giovedì 1 novembre 2007

Politica / Antipolitica/ LIBERTA' E PARTECIPAZIONE (a proposito delle primarie per il P.D.) di Enrico Campofreda

Questo magazine é essenzialmente musicale e rock nella fattispecie.
Ma poiché non si vive di solo rock, e chi gestisce http://www.musicbx.blogpot.com/ pur non avendo tessere di partito e non svolgendo un'ortodossa' attività politica, ha gli occhi aperti su ciò che ci succede intorno, ritiene entrare di tanto in tanto ed in occasioni particolari in questo terreno 'minato!
Trattasi in tal caso delle 'primarie' per il Partito Democratico....questo pezzo di Enrico Campofreda mi é parso particolarmente significativo, soprattutto ora che 'la festa' é finita ed un leader c'é!
Il pezzo é pubblicato su gentile concessione del sito http://www.mercantedivenezia.org/ e dell'autore Enrico -Campofreda che ringraziamo sentitamente per la lucidità della sua analisi.
Permettetimi per concludere come 'libero pensatore di sinistra' una nota personale che a molti probabilmente parrà banale o addirittura squallida: se l'idea del P.D. é nato in ambito 'politico' e da esso fortemente voluto attraverso 'le primarie' perché far pagare al cittadino quell'euro per farlo votare? Sbaglio o in caso di diniego egli non poteva votare? Perché far pagare al cittadino le spese per una campagna che non é stato lui a decidere?
Naturalmente si tratta solo di un punto di vista e sarebbero gradite repliche o commenti in qualsiasi direzione! (Wally)
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Sinistra 19=============> LIBERTA' E' PARTECIPAZIONE

Se c'è una nota stonata in un successo così sonante, seppur annunciato, come l'elezione di Walter Veltroni a segretario del Partito Democratico sta proprio nella voglia di leadership che dilaga anche nel centrosinistra. Lo si discute da anni e in questo la Destra ha sicuramente vinto, imponendo un'ossessione prima che un sistema e un uomo. L'uomo della provvidenza e il partito leaderistico e personalizzato, pur in quel rinnovamento auspicabile in una Sinistra che voglia scrollarsi di dosso le ragnatele di burocrazie d'apparato, sono geni mica tanto coniugati con la democrazia.
Perché nel voto di tre milioni e fischia d'italiani come li definisce Fassino c'è sicuramente un'esigenza sana del Paese che desidera camminare e costruire, ma c'è pure un meccanismo di delega che dovrebbe preoccupare.
Sgombriamo il terreno da fraintendimenti: non s'afferma che avere un capo sia faccenda riprovevole, né si rimpiange la nomina del segretario in fumose assise di Comitati Centrali o in corridoi borgiani, però pensare che col voto e con l'euro versato si sia messa nelle sante mani d'un salvatore la sorte della nazione è cosa quantomeno bizzarra e infantile. C'è stata un'epoca in cui i soggetti vivi della società, i lavoratori nelle fabbriche, i cittadini nei quartieri ponevano problemi e cercavano soluzioni che Parlamento e partiti non gli offrivano.
Usavano le strutture esistenti - consigli, comitati - o le creavano ex novo. I loro desideri di realizzare, decidere, cambiare erano espliciti; non si facevano necessariamente impastoiare da leader, che esistevano anche allora, ma erano proposti e imposti dal basso e suscettibili di sostegno o bocciature dirette. Ovviamente non parliamo dei segretari di partito ovattati nel mondo dei propri apparati, diciamo che quell'epoca conobbe però una parentesi di democrazia diretta.

"La libertà è partecipazione" cantava Gaber e credo che la riflessione valga sempre. Ora i tre milioni e fischia rappresentano una splendida partecipazione che però ha un programma e seguirà una strada già scritte: delegare al grande capo (un altro!) e al suo entourage la propria parte attiva. Poiché il Partito nascente, al di là delle fusioni da brivido fra Diesse e Margherita, si prefigge un modello leggero, un po' radicale, popolar-chic, smaccatamente americano, opinionistico, assolutamente interclassista, partecipativo solo per eleggere i professionisti che s'occuperanno di politica mentre a milioni rimarranno davanti al televisore o potranno recarsi verso urne preconfezionate, convention e feste organizzate.
Se fossi stato - e non lo sono stato - uno dei tre milioni, con tutto il rispetto per il loro voto, mi sentirei un poco parco buoi. Si viene invitati a indicare un capo e a riporre in lui speranze per le sorti migliori e progressive e amen. Finisce lì?
Si spererebbe di no, si spererebbe in un partito nuovo che facesse politica vecchia, quella buona non da ladri craxiani, quella che s'occupava dei bisogni: scuole, case, lavoro, sanità, stato sociale. Forse Veltroni in qualche talk show fra le cento altre cose parlerà anche di queste ma un po' così, en passant perché la politica postmoderna e l'odierno vivere impongono altre lustrini.

E il cittadino che deve delegare e consumare necessita di stordirsi davanti a mille offerte per delegare di più e meglio. Se il popolo italiano è quello che nell'Occidente ha più introiettato il modo di pensare americano non poteva ricevere regalo migliore dell' American party veltroniano. Che ha sempre inseguito il kennedysmo più del berlinguerismo ma che oggi si presenta in tutto il suo ingombrante orientamento antipolitico.
L'American party, il partito-festa è l'antipolitica come lo è stato il partito-azienda berlusconiano. A forza di cancellare ideologie, rinnegare origini, fare tabula rasa di com'eravamo restano un presente e un passato prossimo fra i peggiori.
Restano certi "ismi". Il presenzialismo, la voglia di presidenzialismo, l'individualismo, una real politik che odora d'opportunismo, l'affarismo, il piacionismo, l'edonismo, il buonismo e quell'ipocrisia che fa l'elemosina alla povertà del mondo anziché emanciparla, liberarla, sradicarla.
Come faceva l'idolo JFK poi vittima del sistema che l'aveva generato e che lui difendeva.

Meditino i tre milioni e fischia se questa è la via.

Enrico Campofreda, 15 ottobre 2007

http://www.mercantedivenezia.org/

mercoledì 31 ottobre 2007

Recensioni / Esteri / The DT'S : Nice 'n' ruff-Hard Soul Hits! Vol.1 (Estrus / Get Hip Rec.) -Filthy Habits (Get Hip Rec.) by Pasquale 'Wally' Boffoli


Due i titoli incandescenti dei DT’S pubblicati da poco dalla Get Hip Recordings.
Il primo é NICE ‘N’ RUFF, HARD SOUL HITS VOL.1, già uscito di recente per la Estrus come il loro debutto Hard Fixed.
Non a caso perché i DT’S sono la formazione/creazione più recente in cui è impegnato il chitarrista
Dave Crider, boss da sempre della grande Estrus Records di Bellingham (WA), ex leader di bands come Watts e dei seminali Mono Men che negli anni ’90 ha siglato tra le pagine più crude e selvagge del punk-garage americano.
Crider lavora ai DT’S già da qualche anno: me ne parlò ampiamente in un’intervista che ci rilasciò a fine anni ’90. Sua compagna di viaggio in quest’avventura la sua vecchia amica d’esordi e bagordi
Diana Young-Blanchard, grande ammiratrice ed esegeta dell’indimenticabile ed indimenticata Janis Joplin. Ed i DT’S in effetti mettono a fuoco in Nice ‘n’ ruff una sorta di versione punk-garage dei Big Brother & Holding Company della Joplin!
Una miscela calda, viscerale e fulminante di r&b d’estrazione sixties-hippie e rock stradaiolo che di quello ha perso le originarie fattezze naif meravigliose a favore di un sound iper-elettrico urbano e saturo! Ed é quasi imbarazzante per come Diana Young-Blanchard ricordi nelle sue performances lo stile isterico, stridulo ed urgente della famosa lead-singer texana, anche se non ne raggiunge l’intensità sconvolgente!
Coadiuvata dal chitarrismo fradicio di elettricità cattiva di Crider e da una serrata sezione ritmica (Phil Carter alla batteria e Scott Greene bass & sax), ma anche dalla trumpet di Dave Weldon ed i keyboards di Patti Bell infila in Hard Soul Hits Vol.1 dieci covers che abbracciano la tradizione soul/r&b/rock dei ’60 e ’70: si va dalle sanguigne Stax-roots di Wilson Pickett in Ninety nine & a half (won’t do), Booker & Mg.s di The Hunter e Big Bird al soul-rock meno conosciuto di Willie Williamson (Crazy ‘bout you baby) e Sykes (Driving Wheel) giungendo sul versante rock a versioni
al fulmicotone di Pagan Baby dei C.C.Revival di John Fogerty, What’s next to the moon degli AC/DC, Don’t Slander Me del ‘maestro’ acido Rocky Erickson e non poteva mancare una cover di Janis, una straordinaria Move Over.
E’ tutto molto aggressivo e diretto, senza fronzoli, merito anche della produzione tecnica di un rude maestro della consolle, il veterano Jack Endino.

Immutata in Filthy Habits la line-up dei DT’S di Nice’n’ruff, anche la supervisione tecnica di Endino. La grossa novità è che i 10 brani contenuti stavolta sono tutti di loro pugno.
La statura interpretativa è decisamente cresciuta e maturata e il livello compositivo è ottimo!
Davvero inutile citare un brano piuttosto che un altro dei dieci contenuti perché tutto questo lavoro è carico di un feeling talmente elettrizzante da connotarsi come uno dei lavori più eccitanti e micidiali in assoluto dell’attuale scena garage internazionale e conferma l’estrema bontà della formula adottata dai DT’S.
In Filthy Habits si passa da spietati assalti alla baionetta punk/r&b a luciferini ed insidiosi torbidi mood rallentati. Si integrano perfettamente ottimizzando un giusto e sano equilibrio tra soul ed hard di cui non so quale altra band oggi sia capace con un tasso emotivo ed esplosivo così alti.
Un must, un disco che riesce nell’ardua prova di conciliare passato e presente, e che non lascia prigionieri vivi!

http://www.gethip.com/
http://www.estrus.com/bands/dts/


PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

Recensioni / Esteri / PAUL COLLINS BEAT : Flying High (Lucinda Rec-Get Hip Recordings/2007) ; la leggenda continua...by Pasquale 'Wally' Boffoli

Pioniere del power-pop a stelle e strisce, ovvero di quel filone rock che a partire dalla metà degli anni ’70 univa all’elettricità d’estrazione punk una predilezione spiccata per melodie ariose e corali e per arrangiamenti pimpantemente pop, PAUL COLLINS ha attraversato con energia seminale i ’70 prima con The Nerves (nei quali militava anche Peter Case futuro Plimsouls) e poi gli ’80 con i celeberrimi The Beat, dei quali è essenziale ricordare almeno tre capolavori power-pop, The Beat (1979), The kids are the same (1981) e Long time gone (1985).
Nei ’90 Collins fa della Spagna dove può contare su uno zoccolo duro di fans la sua nuova patria e dopo alcuni album solisti molto country-oriented come Paul Collins (1992), From Town To Town (1993) e Live In Spain (1997) e Paul Collins (2000) mette a punto una nuova line-up di The Beat forte di ottimi musicisti spagnoli come Gines Martinez (drums) e Carlos Guardado (bass) oltre Octavio Vinck alla lead guitar ed incide nel 2004 per la Lucinda Rec. un album molto ispirato, Flying High che oggi viene ristampato dalla Get Hip di Pittsburgh.
Quasi si stenta a riconoscerlo, con quella pelata e quegli occhiali da manager ma il disco parla chiaro: alcuni episodi resuscitano alla grande l’energia elettrizzante e contagiosa dei Beat, come Rock’n’roll shoes, Helen, All over town, Silly love, che offre un’entusiasmante e ruvida performance chitarristica di Vinck, ma che il tempo sia trascorso da quegli anni gloriosi si sente e Collins dà il meglio di sé in ballate dagli accenti country-folk, malinconiche e dall'ispirazione pensosa : la commovente Bobby, Afton place, I’m on fire, Will you be a woman, More than yesterday (un mid-tempo da antologia) sono godibilissime e mature prove di un uomo-artista che mette sul piatto tutte le sue emozioni più intime acquistando alla grande in intensità espressiva ed interpretativa.
Suggestioni spagnoleggianti sparse qua e là tra i solchi, e non poteva essere altrimenti, soprattutto nell’uso delle chitarre acustiche ed una Paco & Juan palpitante che pare un outtake dei primissimi Dire Straits: c’è qualcosa di Knopfler anche nella voce di Paul.
Ma è la finale Flying High a nobilitare come nessun’altra song questo disco: ” …we could be forever / flying high !”: Paul Collins , la voce rotta dall’emozione, sublima la leggerezza degli spensierati inizi di carriera in una toccante, vissuta e vibrante performance vocale che riesce a stringerti il cuore.
Grazie Paul…ma non farti aspettare !

http://www.paulcollinsbeat.com/
http://www.myspace.com/paulcollins
http://www.gethip.com/

PASQUALE BOFFOLI

martedì 30 ottobre 2007

Recensioni / Italiani / Il blues di LUIGI TEMPERA : 'Walking with my devils' (Crotalo ed.) by Bob Cillo

Nuova recensione di Bob Cillo per MusicBox....l'argomento? Elementare Watson....il blues !

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Questo “Walking With My Devils”, edito dalle Edizioni Musicali Crotalo, è l’esordio discografico da solista dello stimato chitarrista blues torinese Luigi Tempera.
La prima cosa che salta all’occhio curiosando con il jewel box in mano è che la track list riporta esclusivamente composizioni autografe, scelta non comune in ambito blues e percorso sempre arduo e coraggioso rispetto a quello più rassicurante di alternare brani originali con standard e remakes. Tuttavia questa si rivela fin dai primi solchi (come si diceva una volta) una scelta vincente.
L’ouverture Son of a Jam” ci introduce in un suono avvolgente e leggero con un' ampia componente acustica caratterizzata da una sezione ritmica di spazzole e basso acustico e dai delicati colori di armonica di Fabio Bommarito.
Anche quando nel terzo brano “I’m not Sure” fa capolino l’elettrica, i toni rimangono piacevolmente pacati e segnati da sonorità jazzate; qui emerge la voce calda e presente di Tempera che si distingue nel panorama blues nazionale sia per espressività che per pronuncia e dizione impeccabili.
Particolarmente affascinante è la title track che vede la collaborazione di Andrea Scagliarini all’armonica e di Marcella Ghiani ai cori.
Episodi a sé stanti sono i due brani “Jazzy” e “Magda” dove Luigi riporta alla mente il primo Sergio Caputo sperimentando un connubio tra vena cantautorale con liriche in italiano e sonorità jazzy.
A parte questi due episodi isolati i brani composti da Luigi sono blues diretti, sempre freschi, brillanti e godibili, senza elaborazioni contorte o passaggi cervellotici eppure mai scontati e banali: un invidiabile equilibrio, evidente segno di una maturità compositiva raggiunta grazie ad anni di esperienza.
Dal punto di vista chitarristico, Luigi mantiene un approccio con lo strumento da musicista “a tutto tondo” non cedendo mai alla tentazione di ostentare tecnica e virtuosismi fini a sé stessi.
Questo è tanto più da apprezzare se proviene da un musicista che come lui svolge regolarmente attività didattica.
Tutto il lavoro è improntato da arrangiamenti sobri e minimali, scevri da inutili orpelli e valorizzati da una produzione dei suoni equilibrata e pulita.
Dunque “Walking With My Devils” è un lavoro sincero animato da un’autentica vena creativa e caratterizzato da una decisa impronta personale; autenticità e creatività di cui c’è un gran bisogno in un panorama blues tristemente affollato da “tribute bands” senza personalità.
Questo CD testimonia la coerenza di un musicista che ha scelto di vivere proponendo il proprio blues, a dispetto della “puzza sotto il naso” dei musicisti “più colti” e senza cedere ai facili richiami del pop.
Dunque se vi capita di incrociare sulla vostra strada un concerto di Luigi Tempera, non perdetelo e magari portate a casa una copia di questo lavoro, vi farà compagnia quando avrete voglia di ascoltare del blues DOC made in Italy.

http://www.luigitempera.it/ BOB CILLO

lunedì 29 ottobre 2007

Memories / Beatles graffiti: parla Armando Di Cillis / La Fonte Delle Muse, 26/10/07, Paolo Lepore / Jazz Studio Orchestra live ! ----by Wally



Il 26 ottobre mi son recato in quel della Fonte Delle Muse qui a Bari e devo dire che il concerto del maestro Paolo Lepore, che ha aperto la Rassegna di Concerti Jazz novembre-dicembre 2007 dell'associazione omonima in memoria di Mariella Carbonara, giovane vocalist locale venuta meno nel Dicembre 2006, é stato davvero piacevole e rilassante, con un repertorio a base di colonne sonore, soprattutto di Ennio Morricone ed una godibilissima suite tratta dal repertorio di Duke Ellington (nell'arrangiamento di Sal Nistico).
Pregevoli i chiaroscuri della sua Jazz Studio Orchestra, nella quale suonano tutti i più giovani (più o meno) e dotati jazzisti baresi e non, prodottisi in soli entusiasmanti.
Noi THE FLOWERS, apriremo la rassegna il 9 Novembre, unici rockers (ma dal tiro a volte jazzy!) in programma con una personale celebrazione del 40ennale della 'Summer of love'. (Wally)

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La sera del 26 ho conosciuto (era al mio tavolo insieme a Ciro Neglia, il direttore artistico della Fonte Nino Losito e la deliziosa sig.ra Tina Mercuri, dalla quale vorrei e dovrei...sigh! prendere lezioni di canto!) l'architetto Armando Di Cillis, un amabile persona non più tanto giovane. musicista anche lui (Jazzidea) che ci ha amabilmente narrato per tutta la sera (alternandosi al pacato mood della J.S.O.), tra un'orecchietta, uno spaghetto ed un bicchiere di vino di quando militava al basso negli anni '60 nella band di Pino Donaggio ed in particolare quando suonarono di spalla ai BEATLES al velodromo Vigorelli di Milano nel lontano 1965, il 24 Giugno .
Uno dei tre concerti (Milano, -Genova e Roma) dell'unica tournée italiana organizzata nel 1965 (quando le notizie le leggevamo su Ciao Big !) come ci ha detto Armando da Leo Wachter.
E' stata un racconto davvero interessante ed appassionante...io e Ciro eravamo elettrizzati ed attentissimi...ci ha narrato nei particolari dei preparativi del concerto, dell'amplificazione e dell'atmosfera fremente che si respirava; in realtà loro, i New Dada, e gli altri gruppi spalla, credo 6, suonarono solo un brano a testa!
Quando i Fab Four arrivarono, ci ha raccontato l'Armando, UNO CHE C'ERA, attaccarono gli spinotti delle chitarre ad una mega (allora) amplificazione che faceva impallidire quella dei gruppi-spalla e partirono in quarta .
C'erano anche esponenti importanti della musica italiana tra i quali il maestro Armando Trovajoli lì vicino al palco, che a quello start senza esitazioni rimasero fulminati !
Armando ci ha raccontato di come, tra le urla isteriche dei fans Paul, John, George e Ringo suonassero quasi a memoria e d'istinto, di come durante I Feel Fine John, che aveva qualche difficoltà con il famoso riff iniziale, si fece sostituire per poco da George...giusto il tempo di mettere a posto la sua chitarra, e tante altre cose come la loro paura di suonare e Roma all'Adriano il 27 Giugno successivo!

Grazie Armando, UNO CHE C'ERA !



PASQUALE 'WALLY' BOFFOLI

venerdì 26 ottobre 2007

Live-Report / Esteri/ ROBERT BELFOUR & DUKE GARWOOD, Londra 27 Aprile 2007, Spitz Blues Festival

Questo articolo di Bob Cillo, noto chitarrista e musicista barese blues-rock (Trinity, Backdoor Friends, Dirty Trainload..) é il suo debutto in questo magazine, più volte da me perorato.
Naturalmente non poteva trattarsi che di un pezzo riguardante un artista blues, in tal caso due attraverso un lungo ed esauriente live-report londinese sul giovane stupefacente Duke Garwood e Robert Belfour, anziano bluesman affiliato alla Fat Possum, l'etichetta americana che forse più di ogni altra bada ormai da parecchi anni alla salvaguardia del delta-blues originario più incontaminato ma apertissima anche a progetti di blues moderno 'deviato'.
Grazie Bob....un debutto alla grande .....benvenuto!

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ROBERT BELFOUR, IL CONCERTO PIÙ STRANO CHE IO ABBIA MAI VISTO

Lo Spitz è un piccolo club nel cuore di Londra dove ogni anno l’associazione “Not the Same Old Blues Crap”, (ovvero “Non la solita vecchia merda blues”) organizza un festival dedicato alle nuove tendenze del blues.
Il programma del festival è dunque incentrato su artisti con un’attitudine decisamente propensa alla sperimentazione di terreni insoliti ma con radici profondamente legate al blues.
Ospiti di onore dell’edizione 2007 sono stati due vecchi bluesman veraci come T-Model Ford e Robert Belfour, riconosciuti, insieme al compianto R.L. Burnside, come ispiratori della generazione di musicisti blues formatisi all’ascolto dei CD prodotti dalla “cult label” Fat Possum.
E’ la sera del 27 Aprile, dedicata a “the Wolfman”, mr. Robert Belfour.
Apre Duke Garwood, geniale musicista londinese che strega subito il pubblico creando con il solo aiuto della sua chitarra semi-acustica un’atmosfera tesa e pregna di emozioni magiche destinate a rimanere a lungo impresse nel mio animo. Non esito a definire il suo “Emerald Palace”, un album imperdibile, il miglior CD prodotto nel 2007 che mi sia capitato tra le mani. La sua non è una musica di facile ascolto e meriterebbe ben più profonde dissertazioni che risulterebbero prolisse in questa sede.
Mi limiterò a consigliarvi una ricerca su youtube.com, dove troverete delle brevi clip rubate durante i suoi live e naturalmente una incursione sulla sua pagina myspace(myspace.com/dukegarwood) dove troverete ben 4 brani di assaggio estratti da “Emerald Palace”.
E’ ora atteso sul palco mr. Belfour, headliner della serata.
Di sicuro un vecchio bluesman nero del Mississippi non ha bisogno di dimostrare nulla a nessuno e non necessita di entrate trionfali sul palco, ma la flemma di Belfour sembra un po’ eccessiva, quasi ostentata: zoppicando, con un bastone alla mano ed una grossa borsa a tracolla, guadagna lentamente la sedia al centro del palco. Anche lui come Garwood è solo con la sua chitarra, nessuna band di back-up.
Di sicuro effetto il suo abbigliamento, un completo giacca – pantaloni viola scuro indossato su una coloratissima camicia dalle fantasie psichedeliche con cravatta variopinta ed immancabile cappello.
Proprio mentre tutti aspettavano che il Wolfman facesse vibrare finalmente il primo accordo dalla sua chitarra acustica, ecco che dice: “no, un momento, aspettate: ho dimenticato qualcosa”. Inizia quindi a piegarsi per frugare, sempre con movimenti rilassati e flemmatici, nella borsa a tracolla poggiata per terra al lato della sua sedia; dopo un lungo tramestio, intervallato da frasi come “mannaggia, non ricordo dove l’ho messo”, tira fuori un asciugamani e spiega: “sapete io quando suono, sudo e quindi mi è indispensabile un asciugamani”!
Poggia finalmente le mani sulla chitarra ma scuote subito il capo: “No, non va, non va, è scordata”. Quindi indugia ancora in una spiegazione: “Sapete, io non uso gli accordatori, odio gli accordatori; uso soltanto le mie orecchie perché bisogna che la chitarra suoni giusta per me…” comincia poi a smanettare le meccaniche della chitarra in maniera più o meno casuale. Sono ormai passati diversi interminabili minuti da quando Belfour è entrato in sala, quando finalmente inizia a suonare.
Le interruzioni però sono frequenti, c’è qualcosa che ancora non lo convince, scuote il capo: l’accordatura della chitarra non è come lui la vuole e le regolazioni dell’amplificatore non lo soddisfano. “Devo fare in modo che tutto vada bene, devo rendere tutto giusto per voi e così invece non va bene…”, continua a manipolare le meccaniche ma adesso si aggiungono anche le manopole dell’ampli, mosse assolutamente a casaccio: basti pensare che muove anche le manopole del canale libero, su cui la chitarra non è attaccata e che quindi non hanno alcun effetto sul suono prodotto dallo strumento!
Inizia a sorgere il sospetto che il vecchio lupo stia giocando a qualche strano incomprensibile gioco perché tra smanettamenti ed inutili spiegazioni trascorre una buona metà dei brani in scaletta senza che lo show decolli.
Tra regolazioni di meccaniche e manopole le combinazioni sembrano infinite, e risulta difficile pensare che ormai Belfour riesca a trovare la “combinazione magica” che tanto sta cercando e per cui tutto debba suonare, come dice lui, “right”, nel modo giusto.
Ma ad un tratto qualcosa sembra cambiare; come in un dilatato sound check ogni brano comincia stranamente a suonare in maniera più convincente e coinvolgente del precedente.
Sembra che il nostro abbia avuto bisogno di un interminabile warm-up, man mano che lo show va avanti il Wolfman comincia a mostrare le zanne, liberando il suo inconfondibile suono acustico ma possente, ricco del pathos che solo un bluesman DOC sa infondere.
Comincia un’ascesa esponenziale ed inarrestabile, ma proprio quando Belfour cominciava a riscaldarsi per davvero, la scaletta del suo show giunge al termine e si congeda dal pubblico. Alle richieste di bis risponde placidamente: “Va bene, datemi un po’ di pausa per riposarmi, tra 20 minuti torno”.
Trascorrono più di 30 minuti e molti abbandonano la sala senza attendere l’annunciato bis. Londra, in confronto a molte nostre città, non è particolarmente “nottambula” e la sala perde una buona metà dell’audience.
Ma una strana sorpresa attende, quasi a premiarli, i fedelissimi rimasti in attesa del bis: quando rientra sul palco, il Wolfman fa sul serio. Non è più propenso a cincischiare con asciugamani, manopole e meccaniche, adesso finalmente tutto è sistemato, tutto è “right” e si comincia a suonare per davvero!
Tira fuori il suo inconfondibile stile chitarristico sicuro, pesante e percussivo, la sua voce calda e profonda; adesso le zanne sono pronte ad affondare nella carne.
In realtà sembra che il concerto sia stato solo un lungo sound-check e che con il bis sia iniziato in realtà il vero show. A dispetto delle probabilità matematiche sembra che Belfour abbia finalmente trovato la combinazione magica che cercava, ora è all’apice della sua vena interpretativa e adesso suona e canta in maniera davvero impressionante: quando si lancia in una cover di “Boogie Chillen” di John Lee Hooker, sembra di avere davanti la reincarnazione di “The Hook”, non esagero!
Adesso che l’incantesimo si è creato il pubblico non vuole più lasciarlo andare e lui non ha alcuna intenzione di sbattere la porta in faccia alla gente che lo acclama e continua a sfoderare brani micidiali con la presenza sonora di un’orchestra. A un tratto si alza, depone la chitarra nella custodia e fa per congedarsi ma gli applausi fragorosi lo commuovono, quasi gli fanno venire le lacrime agli occhi e lasciare il palco adesso gli sembra impossibile. Torna a sedersi, riprende il suo strumento ed attacca il jack, si continua!
Ormai Belfour è inarrestabile. Le luci sul palco si spengono e si accendono le luci in sala, il messaggio degli organizzatori è chiaro: si è sforato l’orario in cui è permesso fare musica senza rischiare denunce. Ma lui non ha alcuna intenzione di deludere il pubblico di fedelissimi che continua ad applaudirlo e ad incitarlo e continua imperterrito con l’entusiasmo di un ragazzino fino a quando manca poco che Rupert Orton, il direttore artistico del festival, vada a staccargli fisicamente il jack dalla chitarra!
Insomma è stato sicuramente il concerto più anti-convenzionale, informale e meno ortodosso che io abbia mai visto, ma è stata proprio questa anti-convenzionalità a rendere quella notte indimenticabile e ricca di magia.
La lezione è chiara: il blues, quello vero, nato nei cortili fangosi del Mississippi tra le baracche degli agricoltori di colore, non può essere irreggimentato in percorsi prestabiliti. Non può essere suonato con una chitarra accordata con accordatore elettronico o con ampli regolati da un fonico, non può attenersi ad orari, scalette e percorsi usuali. Quando la musica proviene veramente dal cuore è indisciplinata, nasce quando uno non se l’aspetta, non può essere eseguita “a comando” secondo schemi e canoni stabiliti in nome della “professionalità”.
Una risposta ai mega-concert in cui nulla è lasciato al caso, tutto deve essere organizzato nei minimi dettagli e pre-ordinato con perfetta efficienza; una risposta importante, nell’era dei brani “radiofonici” da tre minuti e della musica ascoltata attraverso le suonerie dei cellulari. Il blues vero, quello cresciuto dalla terra, è lontano anni luce da questo mondo ed è proprio per questo che oggi ancor di più ha ragione di esistere e di proclamare la sua diversità rifiutando facili omologazioni.
Se volete portare a casa una preziosa testimonianza della musica di Belfour, procuratevi il CD “Pushin My Luck”, edito dalla Fat Possum Records nel 2003, un autentico capolavoro.


BOB CILLO

martedì 23 ottobre 2007

Recensioni / Italiani / Nuove labels : La MK Records ed i TEARS AND RAGE



E' sempre un piacere per chi scrive parlare di nuove realtà, soprattutto se provengono dal Sud: in questo caso trattasi di una nuova etichetta, la cosentina MK Records, Musikart, che debutta sul mercato con due dischi molto diversi tra loro: Digli di no, ottimo hip hop, del rapper Mirko Filice, in arte Kiave e Welcome Inside, primo album dei Tears and Rage.
La predisposizione di questa nuova label é molto agguerrita, animata com'é dalla voglia di riscossa di artisti che sono stati penalizzati dal solo fatto di operare nel sud, decisa a rivalutare palchi e strutture meridionali.
E non hanno tutti i torti quelli della MKrecords: a pensarci bene (e non dico nulla di nuovo!) buona parte della migliore musica storicamente parlando é giunta dai sud di tutto il mondo...o sbaglio?
Altro merito non indifferente quello di offrirci un piccolo squarcio positivo e costruttivo di una regione italiana che in questo momento é al centro delle cronache per fatti non proprio piacevoli!



(Pasquale Wally Boffoli)



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TEARS AND RAGE : WELCOME INSIDE (2007 /MK records)


Prima produzione in assoluto della nuova label calabrese MKrecords, Musikart e debutto anche dei Tears and Rage, Welcome Inside inaugura direi alla grande il progetto cosentino: disco rock dai chiari ascendenti anni '70, che già dall'iniziale utopica Revolution in my head, con quella calda armonica e la chitarra/voce trascinanti di Joe Santelli rivendicano vibrazioni southern antiche e più recenti : Allmann Brothers... Black Crowes.. Ed anche se il messaggio di fondo del disco e della bio della band può risultare eccessivamente utopistico, perché ritengo sia piuttosto difficile per come siamo conciati sperare in una nuova 'summer of love', rimane la realtà di otto brani decisamente ispirati e suonati bene, intrisi di romanticismo 'rivoluzionario' fatto più di lacrime mi pare che di odio.
La rabbia si tocca con mano nella succitata Revolution in my head ma soprattutto nella concitata e battagliera Never.
Empty glass, I'v looked for your eyes, Welcome inside vivono di arcobaleni blues e dolci armonie decisamente figlie di un'estetica pacifista vecchia di 40 anni, ma più che mai vagheggiata dalle nuove generazioni.
Il mood liquido ed intrigante di questi brani in alcuni momenti mi ricorda il 'nuovo' romanticismo melodico di quel filone rock italiano che fa a capo a bands come Le Vibrazioni (ho detto una bestemmia?).
Ma la differenza qui la fa uno come Joe Santelli, davvero una grossa sorpresa per me: non tanto come (pur valido) vocalist quanto come strumentista e compositore. Il suo impeto esecutivo, la passionalità irrefrenabile che profonde nei suoi soli chitarristici, che siano duri o slide, gli permettono davvero di cavalcare il vento, parafrasando l'episodio più notevole in senso assoluto di Welcome Inside.
L'epica Ride the wind é figlia sia della magia armonica dei '60 che della durezza hard dei '70, pur con connotati vagamente stoner: si stenta a credere ascoltandola che a creare questi sei minuti e passa di inebriante bellezza rock senza tempo sia una band italiana!
I due strumentali, lirici e meditabondi, Lyn ed Empty glass part II sono un'ennesima conferma di quanta poesia siano capaci i keyboards e le corde (Joe Santelli) dei Tears & Rage.
Dalla Calabria uno dei dischi italiani di rock (revival?...direi di no!) più notevoli di fine 2007.
Bravi, avanti così!

http://www.mkrecords.it/
http://www.tearsandrage.com/
www.myspace.com/tearsandrage

PASQUALE 'Wally' BOFFOLI

domenica 21 ottobre 2007

News / Punk 77 - 07 : a compilation by Tre Accordi Rec./ Self

Punk 77-07: A Italian Tribute to thirty years of r'nr' swindle: questo il titolo del doppio cd col quale la Tre Accordi Records in accordo con la Self celebreranno i trent'anni di vita del movimento punk.
23 covers punk più o meno note ad opera di altrettante bands italiane.
Al doppio cd sarà allegata una rivista! Il tutto ad un prezzo decisamente abbordabile: meno di dieci euro.
Mentre scrivo praticamente dovreste già trovarlo in vendita nei negozi di dischi e nelle edicole e noi di Music Box non ci lasceremo sfuggire l'occasione per festeggiare questo anniversario decisamente importante prima che il 2007 volga al termine.
Recensione on-line nei prossimi giorni su Music Box.

http://www.treaccordi.com/
http://www.self.it/ita/default.php

Wally

Recensioni / Esteri / Il primitive-blues di C.W.STONEKING'S : KING HOKUM (Voodoo Rhythm Rec.-2005) by Pasquale 'Wally' Boffoli'



Tra le ultime produzioni della svizzera Voodoo Rhythm , King Hokum di C.W.Stoneking's é davvero cartina al tornasole della proverbiale estetica, in questo caso primitive-blues della label di Rev.Beat Man.
Non a caso lo slogan dell'etichetta é ' We make a junkie out of everybody'.
C.W.Stoneking's, americano svezzato in Australia dagli aborigeni ha suonato per molto tempo blues per le strade di Melbourne prima di forgiare il suo pathos che, ascoltando i polverosi solchi di King Hokum, si capisce pesca a piene mani nel profondo gotico (come sottolineano le info V.R.) blues rurale del sud americano degli anni '20 e '30.
Sembra impossibile nel nuovo millennio ascoltare qualcuno (bianco per giunta!) cantare come Robert Johnson o Leadbelly senza orpelli, accompagnandosi con una chitarra spoglia e cruda: flash di duro lavoro nei campi di cotone, invocazioni diaboliche e toni da predicatore del Vecchio Testamento.
E così i toni indolenti e gracchianti da vecchio grammofono di Way out in the world, Bad luck everywhere you go, Rich man's blues, Dodo blues resuscitano brandelli di blues ancestrale, lo stesso che con i suoi toni faringitici Tom Waits ci sputa in faccia da anni a sbronze avvenute, lo stesso che si può ascoltare anche nei dischi dell'americana Fat Possum.
Un arrapantissimo ritorno alle blues-roots mai troppo benedette, in adorabile solitudine quello di Stoneking’s; in alcuni episodi il nostro si fa accompagnare dalla Primitive Horn Orchestra con steel guitar, jug trombone e clarinetto come in Don’t go dancin’, Dodo blues, On a Christmas day, Handyman blues rievocando antiche funeral-marchs e le primissime forme di jazz; in You took my thing and put it in your place invece ingaggia un più che allusivo duetto erotico con una pimpante donnina.
Se amate la purezza incontaminata dei padri 'icone' forgiatori del blues d'inizio XX° secolo questo
disco vi farà vibrare.
In caso contrario é probabile vi parrà un'inutile anacronistica masturbazione musicale!

http://www.voodoorhythm.com/

sabato 20 ottobre 2007

BOOK REVIEWS - Paola De Angelis: "Journey to the stars - i testi di Nick Drake" (2007, Arcana Edizioni)

Nick Drake é una delle mie fisse da sempre! Come ogni buon rocker (anziano e veterano per giunta!) la parte più lirica e decadente del mio cuore emerge ogni volta che riascolto le sue magiche ballate !
Un mito, senza ombra di dubbio, ma non di quelli fatui fatti di adesivi e t-shirt etc ... un mito che chiunque abbia superato gli anta si porta nell'anima discretamente ma con indefessa emotività! Per fortuna un mito che resiste nel tempo ed un artista che le nuove generazioni stanno scoprendo e scopriranno per la prima volta, grazie anche all'iniziativa di cui qui si parla!
Ecco perché pubblico con molto piacere il comunicato che mi ha inviato Massimo Bernardi, noto giornalista romano, collaboratore tra l'altro di uno dei migliori magazine rock on-line italiani, http://www.musicletter.it/ (come il sottoscritto) e conduttore radiofonico (Radio Stereonotte!).
Buona lettura a tutti (Wally Boffoli)



Paola De Angelis, "Journey to the stars - I testi di Nick Drake" (con un contributo di Simone Lenzi dei Virginiana Miller), Arcana - Collana: Testi - pp. 250, Euro 14,00 - ISBN 978-88-7966-441-7 - uscita nelle librerie: 2 novembre 2007

«Drake è uno degli intoccabili della musica inglese: un bardo diffidente i cui tre album, usciti tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, sono diventati una pietra di paragone per qualsiasi cantautore armato di chitarra acustica, propensione bucolica e un approccio alla malinconia ingannevole e delicato». (The Times)

Quando, la notte del 25 novembre 1974, Nick Drake morì per overdose di antidepressivi nella casa dei suoi genitori a Tanworth-in-Arden, nel Warwickshire, aveva 26 anni e tre splendidi dischi all'attivo. Aveva vissuto la sua breve esistenza (e la sua ancor più breve carriera di cantautore) nell'ombra, praticamente ignorato dal pubblico e dai media: eppure nelle sue canzoni malinconiche e autunnali sapeva alternare la fragilità degli outsider alla solitudine bucolica, il rifiuto della modernità alla riflessione sulla fugacità del tempo.
Più di trent’anni dopo, per la prima volta in questo volume viene affrontata l’analisi dei suoi testi, impregnati di cultura letteraria: dai romantici ai poeti inglesi del dopoguerra, e di un personalissimo simbolismo legato alle stagioni e ai colori della terra.
Il culto intorno a questo menestrello solitario e incompreso, definito il “Bob Dylan inglese”, è cresciuto a dismisura: citato dai musicisti più disparati come influenza imprescindibile – dai R.E.M. a Paul Weller, dai Cure (che proprio a un suo verso debbono il loro nome) fino ai Belle & Sebastian –, oggetto di biografie e documentari che hanno tentato di ricostruire la sua figura sfuggente. I suoi album e le sue canzoni vengono oggi regolarmente citate come must dalle riviste specializzate.

Nel 2007 ricorrono i 35 anni dall’uscita dell’ultimo album ufficiale di Nick Drake, "Pink Moon".

(Paola De Angelis - giornalista, conduttrice radiofonica di programmi storici per la Rai - Stereonotte , Music Club, Boogie Nights, Storyville, Fuochi e Il Cammello di Radio 2traduttrice, collabora con diverse testate, tra cui Alias – il Manifesto, D – La Repubblica, Il Mucchio Selvaggio)
http://www.arcanalibri.it/

giovedì 18 ottobre 2007

Recensioni / Esteri / THE PRETTY THINGS : Balboa Island (Cote Basque/Cadiz Music/Venus Dischi) - 2007 by Pasquale 'Wally' Boffoli

E' proprio necessario spiegare chi sono stati The Pretty Things tra i '60 ed i '70? Forse sì! Alle nuove generazioni! Sempre che abbiano voglia di saperlo!
Diciamo per sintetizzare che nella prima metà dei '60 hanno conteso agli Stones insieme ad Animals e Yardbirds lo scettro di miglior band beat/r&b della nascente scena rock britannica, o british invasion in virtù di un grande e selvaggio cantante Phil May e di un chitarra solista, Dick Taylor, che proveniva dagli Stones e che dava lezioni di blues a Keith Richards ed Hilton Valentine.
Dopo un apprendistato di due album per la Fontana sulle covers dei padri del blues e del rock&roll (non lungo quanto quello dei R.Stones) e dopo un ottimo Emotions, nel quale cercavano attraverso un beat trasversale nuove direzioni melodiche e compositive scrivono con S.F.Sorrows un pezzo di storia rock incidendo l'antesignano di concept-albums di lì poco a venire come Tommy degli Who ed Arthur dei Kinks!
Lo riproporranno dal vivo agli Abbey Road studios nel 2003 .
Questo nuovo Balboa Island, dopo varie collaborazioni ed incisioni dal vivo negli anni 80 e 90 é il loro vero primo album in studio degli ultimi 8 anni, nonché l'undicesimo dei loro 43 anni di carriera.
Possiamo considerarlo un sunto musicale ed esistenziale in tal senso con flash vividi di un glorioso passato: The beat goes on, In the beginning, Livin' in my skin, nei quali vibranti toni autobiografici sono più che palesi:
l'urgenza malinconica della voce di Phil May soprattutto rinverdisce i fasti degli inizi!
Balboa Island é un album che solo i veterani del rock sapranno apprezzare con dedizione d'ascolto : in più di un episodio riemerge l'antica oscura energia pre-punk impregnata di blues urbano, ma anche di folk maturo e blues rurale.
Come gli otto minuti di (Blues for) Robert Johnson, omaggio ad uno degli indiscussi maestri del british blues, che sconfinano ad onor del vero nell'autocompiacimento esecutivo: si fatica un pò a stargli dietro!
Altrettanto deep/dark la lunga cover acustica della dylaniana The Ballad of Hollis Brown; coinvolgenti le altre covers emotive di Feel like goin' home e Freedom Song.
Altrove The Pretty Things ritrovano la leggerezza espressiva freakbeat delle pagine migliori di Emotions e S.F.Sorrows: in Dearly Beloved, Balboa Island, Mimi, Pretty Beat.
Balboa Island: un piccolo avvenimento che sarà magari liquidato con poche battute dalla stampa che conta.
Ma vi pare poca cosa un nuovo disco nel 2007 (senza che lo spirito originario sia andato perso) dell'unica band della 60s "British Invasion" che suona ancora con la line-up originale (unica eccezione il chitarrista Frank Holland con loro dal 1992) ?
Dopo alcuni ascolti, nonostante uno spirito autocelebrativo un pò accentuato speri che May, Taylor e c. non saranno così cinici dal farci aspettare altri otto anni per regalarci un altro timeless album così denso e generoso.
Si astengano i fans ad oltranza delle nuove fatue bands-meteora britanniche.

http://www.cotebasquemusicgroup.com/

http://www.myspace.com/alllightup
http://www.scaruffi.com/vol1/prettyth.html
http://www.venusdischi.com/

lunedì 15 ottobre 2007

Recensioni / Italiani / MOLTHENI :Io non sono come te ( La tempesta dischi / Venus) 2007 by Pasquale 'Wally' Boffoli


Basta ascoltare un qualsiasi disco di Moltheni (uno per tutti… Splendore Terrore!), per rimanere sedotti dalla sua quieta, lucida e disperata concezione della vita e dei rapporti umani, veicolata da una voce piena di pathos discreto, fragile, perfidamente inquietante.
I temi sempiterni dell’amore, della morte, della solitudine sono affrontati da Moltheni con un’ apparente rinuncia ansiogena che fa pensare ad un perenne stato di ‘nirvana’.
Dopo la stupenda ed ispirata Toilette Memoria Moltheni incide per La Tempesta Dischi/Venus un mini-cd, Io non sono come te dal quale prima di tutto mi pare traspaia una diffusa gentile misoginia .
Tu è croce e delizia impietoso del rapporto a due, decisamente sbilanciato verso la croce..! Un’analisi a cuore aperto nella quale Moltheni riesce con eleganza unica ad usare metafore non certo ortodosse come
‘…è come pulirsi il culo con foglie d’ortica!’
Dopo l’iniziale strumentale Risveglio, rilassato ed evocativo, il disco vede fluire affascinanti strutture guitars-keyboards di preziosi collaboratori attraverso Giorni Cattivi, Io non io, gravide del tipico pessimismo lirico metafisico di Moltherni.
I seguenti versi di Montagna nera sono emblematici di un’incessante ricerca di pace interiore, un percorso arduo che certamente Moltheni continuerà a seguire prima di riuscire a raggiungere davvero il ‘nirvana’ :

' …dillo a me che non sono come lei / figlio di una montagna nera / dimmi che io non sono come te / figlio di una montagna nera’ .



PASQUALE BOFFOLI