giovedì 12 aprile 2007

La TOP 3 della settimana, in collaborazione con UNDERGROUND, THE MUSIC STORE - Via Nicolò Dell'Arca n.3/A 70121 BARI -

Inauguriamo su MusicBox una nuova rubrica : la Top 3 della settimana, ovvero tre dischi a nostro parere tra i più validi usciti non necessariamente però in settimana. Diciamo in tempi (giorni, settimane, mesi) recenti !
Ci limiteremo ad una didascalia critica succinta ed indicativa, rimandandovi ad una recensione passata o prossima in cui saranno sviscerati più compiutamente i contenuti del dischi segnalati.
Non ci saranno voti in calce, non ci sono mai piaciuti !
Top 3 sarà on-line a giorni variabili ogni settimana, in collaborazione con UNDERGROUND THE MUSIC STORE di Ninni Portoghese, Via Nicolò Dell'Arca 8/a 70121 BARI .
(Tf. 080 5721239 - email : underground.bari@fastwebnet.it ).
Tuttii dischi segnalati sono disponibili o richiedibili presso UNDERGROUND BARI.
( a cura di Pasquale Boffoli e Ninni Portoghese) .
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LA TOP 3 della settimana (n°1) :



1) THE STOOGES : THE WEIRDNESS

IGGY POP ed i fratelli Asheton ci riprovano (come tanti di questi tempi!) a 34 anni da Raw Power.
Sano e stagionato rock&roll e molto mestiere !
Già recensito .







2) THE CHROME CRANKS : DIABOLICAL BOOGIE

I terribili newyorkesi CHROME CRANKS, scioltisi negli anni '90 ripropongono il loro crudo noise-blues in una doppia antologia di singoli e materiale raro . Anche 3 video. Imperdibile !
Di imminente recensione.










3) GRINDERMAN

Il nuovo feroce side-project di NICK CAVE insieme ad Ellis, Casey e Sclavenus. L'altra faccia del Cave lirico degli ultimi lavori con i Bad Seeds. Già recensito.

mercoledì 11 aprile 2007

Collaborations: Live Report / Esteri / THE JAM Reunion at Sonar, Colle Val d'Elsa, Siena - 24 Marzo 2007 by Nico

Arriviamo al Sonar verso le 22.00, dopo un viaggio di un’ora in corriera da Firenze e l’alcool che già cominciava a circolare in corpo…
Il locale presenta due stanzoni interni, il primo con bar, e il secondo con consolle, palco e backstage per le band.
Nello stanzone esterno, per i fumatori, troviamo le distro e i primi arrivati della serata. Skins, skingirl e qualche mod. La band a quell’ ora era ancora in hotel mentre noi aspettavamo con ansia, sapendo comunque che mancavano quasi 2 ore all’inizio del concerto. Intanto i due dj che si alternano preannunciano l’ottimo set che godremo in seguito: ska, northern soul, skinhead reggae, mod79.
Poco dopo mi siedo ad un tavolo nella zona fumatori con delle amiche, e dalla tenda che divide il locale dall’esterno entrano in fila, con in mano parte della strumentazione Dave Moore, Bruce Foxton, Russel Hastings, Rick Buckler e un altro paio di ragazzi che li accompagnano.
Il primo e il terzo sono i nuovi acquisti della band, rispettivamente chitarra/tastiera e voce/chitarra. Nei loro volti si leggono i 30 anni di rock’n’roll, passati dalla nascita dei Jam, però appaiono come degli adolescenti con qualche ruga in più, con la stessa voglia di spaccare il culo a tutti di tre decenni fa.
Mi accorgo che il locale si sta lentamente riempiendo: mods, rockers, skinheads; gente di ogni tipo e sottocultura, quasi fosse una riappacificazione delle Bank Holidays di Brighton…
Sono ormai le undici e mezza passate. Le luci si spengono, la gente affluisce verso il palco e si accendono i fari sulla band.
Mi faccio strada tra la gente e mi piazzo al bordo del palco, fortunatamente alto solo una sessantina di centimetri, così che posso godermi lo spettacolo.
La band esordisce con ‘The Modern World’, vero e proprio anthem della cultura mod post-60s. La voce di Hastings è incredibilmente uguale a quella di Weller (molti mi odieranno) e le dita di Foxton viaggiano sul manico del basso come se stesse scrivendo appunti su un qualsiasi pezzo di carta.
‘David Watts’, ‘Butterfly Collector’, ‘News of the World’ e ‘Down in the Tube Station at Midnight’ alcuni degli altri pezzi storici riproposti dal quartetto, mentre ogni tanto il pubblico inneggia un ‘We are Mods!’ che ricorda le scene di ‘Quadrophenia’, quando il folto gruppo di modernisti in parka vede dei rockers entrare in un bar, attaccandoli.
A metà concerto un black out della back line (infatti le luci esterne erano accese) interrompe lo show, lasciando un momento di pausa alla band che si rifugia nel camerino alla nostra destra, creando un andirivieni di ombre sul palco, quando finalmente, dopo una quindicina di minuti si torna alla normalità.
Il funk di ‘Start!’ e il punk rock di ‘Going Underground’ fanno da chiusura al concerto, due pezzi che coinvolgono il pubblico in maniera incredibile. A questo punto il gruppo saluta e ringrazia l’audience tornandosene nel backstage e, come sempre, la fine vera e propria dello show viene annunciata dal ritorno del dj set, in questo caso ‘Time for Action’ dei Secret Affair.
La serata prosegue con pezzi di northern soul, ska, skinhead e mod reggae, gente che balla col sudore alla fronte e principi di rissa. Io che aiuto i ragazzi dell’organizzazione a mettere sul furgone la strumentazione. Facciamo per andare nel backstage ma i quattro se ne sono già andati in hotel, lasciandoci un po’ di amaro in bocca, ma ci mettiamo poco a dimenticare questo insignificante aneddoto per ricordarci di quello che abbiamo appena vissuto, vale a dire uno dei più bei concerti della nostra vita.
Questo è un punto di vista soggettivo dell’evento, con ovviamente commenti soggettivi.
So infatti di molti ragazzi, soprattutto mods, che hanno ‘boicottato’ il concerto, per il fatto che non si riconoscono nella riunione dei Jam senza Paul Weller, primo cantante/chitarrista, fondatore e compositore della maggior parte dei pezzi del trio.
Molti di questi ragazzi preferirebbero probabilmente godersi un concerto solista di Weller, anziché vedersi i ‘nuovi Jam’. Si tratta di scelte legate ad una certa ideologia e s soprattutto di gusti. Io non potevo sicuramente perdermeli.

Nico, g.eb@libero.it

martedì 10 aprile 2007

THE METEORS

Discografia essenziale :


CD






IN HEAVEN (Edsel /1981)







WRECKIN' CREW (ID / 1983)







BASTARDS SONS OF ROCK % ROCK DEVIL (Hellraiser / 1997)







WRECKIN' LIVE (Castle / 2003)







DON'T TOUCH THE BANG BANG FRUIT (Anagram / 2007)























DVD :




ATTACK OF THE CHAINSAW MUTANTS/
HELL IN THE PACIFIC (Cherry Red / 2004)




INTERNATIONAL WRECKERS Live (Raucous / 2005)

Collaborations: Live Report / Esteri / THE METEORS, Transilvania Horror Café, Milano - 10 Marzo 2007 by Nico


Un nuovo amico, Nico e questo vuole che vi basti ci regala due preziosi live-report recenti:
The Meteors ( ho perso il conto da quanti anni calcano i palchi), re del rockabilly più bastardo, più propriamente psychobilly (che hanno praticamente inventato insieme ai Cramps!) .
Roba per stomaci, orecchie e cuori forti !
Qui sopra ne trovate anche una discografia essenziale.
E poi THE JAM riuniti ma senza Paul Weller. Più su ne troverete il resoconto ...
e che il rock & roll sia con voi (P.B.)
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THE METEORS, i Re dello Psychobilly tornano a far tappa nel bel paese dopo un anno di assenza dai palchi italiani, pur non avendo mai smesso di suonare in giro per l’Europa e per il mondo, toccando per l’ennesima volta gli Stati Uniti, in quello che pare essere un consueto incontro estivo con gli ‘adepti’ americani.
La serata promette bene. Il locale si riempie in poco tempo, presentando un pubblico più vasto rispetto all’anno precedente. Volti giovani e nuovi si mischiano a quelli della vecchia guardia psychobilly e rockabilly italiana, gente che ha girato posti e visto bands che molti possono solo sognare.
La serata viene aperta dai milanesi Snakes, giovane band psychobilly molto promettente, con influenze ‘old school’ (termine che non dovrebbe nemmeno essere menzionato quando si parla di questo genere).
Ottimo show, come sempre. Migliorano di volta in volta e riescono sempre a offrire un grande spettacolo.
Verso le 23.00 la situazione si calma, nonostante l’affluenza di gente non si plachi. Intanto dj Virgil offre un’ottima colonna sonora alla serata – psychobilly, rockabilly, country, garage, surf -, che proseguirà per buona parte della notte.
Circa 30 minuti dopo mi piazzo sotto il palco, ahimè dietro le transenne, che hanno sempre caratterizzato i locali milanesi, creando così un distacco nel rapporto, secondo me fondamentale, tra band e pubblico.
Dopo un veloce soundcheck di contrabasso, con fonici che smanettano su mixer, amplificatori e compressori vari, sul palco si crea quella tipica calma prima della tempesta, una suspence che ho provato solo ai loro concerti.
Entrano tutti assieme, Wolfgang Hordemann si siede alla batteria, Simon Linden, l’ultimo arrivato nel trio, prende in mano il contrabasso e Paul Fenech, inventore dello Psychobilly, scrittore di uno dei più importanti, cupi e diabolici capitoli del rock’n’roll, afferra la chitarra come se fosse un’arma contro l’umanità e, con i suoi occhi assatanati, minaccia il pubblico come se fosse l’ultimo concerto della loro vita.
Rockabilly Anfetaminico: questo è quello che si ascolta con i Meteors. Oppure Rockabilly Mutante o Psicosi Rockabilly. Può esser definito in qualsiasi modo, ma in ogni caso Puro Psychobilly.
La scaletta presenta pezzi che negli ultimi anni in pochi son riusciti ad ascoltare: ‘Shout so Loud’, ‘Graveyard Stomp’, ‘My Kinda Rockin’’, ‘If You Don’t Wanna Fuck Me Baby’; alternate ai grandi classici della band: ‘I Don’t Worry About It’, ‘Blue Sunshine’, ‘The Crazed’, ‘Hell Ain’t Hot Enough for Me’ e la conclusiva ‘Wrecking Crew’, che richiama a sé in un unico coro le decine di psychobilly presenti.
Potenti come sempre, Paul Fenech si dimena sul palco mentre Hordemann e Linden suonano imperterriti, meccanici, dimostrando come sempre di essere la miglior band psychobilly di sempre.

O T M A P P NICO





mercoledì 28 marzo 2007

Recensioni / Esteri / THE STOOGES : The Weirdness (Virgin Records - 2007) by Pasquale Boffoli

Un nuovo album in studio dei grandi STOOGES di IGGY POP a distanza di 34 anni dall’ultimo selvaggio Raw Power (1973). La notizia, nota ormai da tempo era di quelle che creano nei fans vecchi e nuovi grandi aspettative ed anche una certa ansia in questi anni di penuria di vere icone rock.
D’altronde ci si chiedeva da più parti, dopo le discusse e controverse reunions di New York Dolls ma anche unanimemente promosse dalla critica come Radio Birdman se gli Stooges potessero produrre dopo tanti anni un disco all’altezza della loro fama.
Antefatti non erano certo mancati perché Iggy è praticamente dal 2003 che ci sta lavorando a questa reunion: nel suo ultimo disco in studio di quell’anno, Skull Ring, dove collaborava con molti esponenti della nuova scena punk incise con i fratelli Ron e Scott Asheton e Mike Watt quattro brani per nulla disprezzabili, soprattutto Skull Ring e Dead Rock Star, che ha eseguito con essi anche dal vivo nel corso di un’intensa attività concertistica per il mondo più o meno dal 2004 in poi.
Nel 2005 i riformati Stooges toccarono anche l’Italia ed il 17 Giugno fummo travolti a Melpignano (Le) da uno dei loro infuocati shows di cui vi riferiremo ampiamente tra poco! Ma l’anno prima la rivista rock Creem aveva prodotto un dvd, Live In Detroit, un micidiale show nella loro città natale che accanto ad un adrenalinico (come sempre) Iggy Pop mostrava un Ron Asheton notevolmente rimpinguito (gli anni passano per tutti!) ma padroneggiante un solismo ancora bruciante e molto cattivo ed una sezione ritmica folgorante (Scott Asheton – drums e Mike Watt-bass, ex-Minutemen).
Stessa formazione di questo nuovo THE WEIRDNESS, registrato agli Electrical Audio di Chicago nell’ottobre del 2006 da Steve Albini, un nome di primo piano nel rock (il math-rock per essere precisi) degli ultimi due decenni, musicista e chitarrista anche lui in formazioni fondamentali come Rapeman, Big Black e Shellac.
Albini, a differenza dei nitidi brani di Skull Ring ha lasciato cucinare i nuovi brani di Iggy, Ron e Scott nel loro brodo naturale : il suono di The Weirdness è sporco, dal sapore fortemente live, quasi in presa diretta; lo si nota sin dall’iniziale Trollin’, Iggy già concitato e sprezzante,saturo del chitarrismo di Ron Asheton. La ritmica di Ron e Mike minacciosamente funky e tutti sussulti è in bella evidenza nella seguente You Can’t Have Friends e già si respira dopo due brani più il climax grezzo ed anarchico di un Raw Power che la crudezza lapidaria e devastante di album epocali come Stooges e Fun House.
Naturalmente i dejà vu sono inevitabili e Trollin’ suona un po’ come novella No Fun.
Il tasso d’eccitazione rimane inalterato nelle successive ATM, My Idea Of Fun, Free & Freaky, Greedy Awful People anche se purtroppo la qualità della scrittura di questi brani mostra la corda, e sa molto di mestiere (cosa evidente anche nei loro nuovi shows), soprattutto in The End Of Christianity, e si rimane nel dubbio atroce se versi come ‘ My Idea Of Fun is killing everyone…’ o ‘Free & Freaky in the U.S.A….’ corrispondano ad una Weirdness ancora autentica di Iggy o siano degli autocompiaciuti slogans. Credo la verità stia nel mezzo soprattutto se si pensa che il nostro amatissimo rocker il 21Aprile compie 60 anni….e continua a spargere caos sui palchi di mezzo mondo come fosse liquido seminale !
Paradossalmente tra gli episodi più riusciti come songwriting poniamo quelli meno concitati e più riflessivi come l’omonima autobiografica The Weirdness, lenta e seducente come un blues, e Passing Cloud, morbosa e notturna song dalla struttura stratificata, con il sax del vecchio compagno Steve Mackay dai connotati alquanto glam : due brani in cui Iggy ha opportunità di sfoggiare profondi e caldi moduli vocali maturati durante una carriera solistica ormai lunghissima.
Appare molto più convincente Iggy in tali frangenti, piuttosto sfocate e scontate invece le sue performances in ATM, The End Of Christianity, Greedy Awful People.
Più aggressivo e viscerale, viscido come Dio comanda Iggy in My Idea Of Fun, She Took My Money, Mexican Guy e I’m Fried, proprio quei brani in cui Ron Asheton , impeccabile nel corso dell’intero album, si supera wah-wah sugli scudi in una serie di interventi devastanti ; la sua chitarra ed il suo marchio inconfondibili sono ormai nel 2007 un timeless totem della storia rock!
I’m Fried conclude decisamente alla grande ripristinando nel finale quel caos originario Stooges che tanto avevamo rimpianto, magma sonoro con il sax urlante di Mackay attorcigliato al solo assassino di Ron Asheton.
Bentornati !


www.myspace.com/iggyandthestooges

http://www.virginrecords.com/


PASQUALE BOFFOLI

lunedì 26 marzo 2007

Recensioni / Esteri / GRINDERMAN (Mute Rec.-- 2007) by Pasquale Boffoli


Nick Cave aveva inaugurato il sodalizio ristretto a quattro Bad Seeds dal 2005, girando per concerti con l’ambigua sigla 'solo performance’; con questa formula l’avevamo ammirato a Modena, al Parco Novisad in quell’anno, con Warren Ellis che giganteggiava a mò di acido Paganini fuori di testa del nuovo millennio e con una sezione ritmica solida come la roccia ed estremamente pulsante, Martyn Casey al basso e Jim Sclavunos alla batteria.
Così rivisitavano con pathos essenziale e crudo classici vecchi e nuovi dei Bad Seeds; una bella sorpresa certo, ma nulla lasciava presagire che la rinnovata fame di verginità ed asciuttezza sonora dell’australiano l’avrebbe portato a concepire insieme ai suddetti musicisti nel 2006, nei Rak e Metropolis studios in Londra un lavoro così eclettico e brutalmente sonico come questo GRINDERMAN; tutt’altra cosa dai sontuosi ed affollati ensemble e dagli arrangiamenti gospel del doppio Abattoir Blues/The Lyre of Orpheus (2004).
Un primate goffo ed impaurito è il simbolo del nuovo progetto, mentre il nome è stato tratto da un verso di un blues di Memphis Slim, segnali inequivocabili della necessità iniziale di primitivismo espressivo emersa dall’affiatamento e dal costante gomito a gomito esistenziale ed artistico dei quattro in questi ultimi due anni.
Questa prerogativa è palpabile ed attuata sin dall’iniziale tribale Get It On, introdotta da un talkin’ ipocondriaco e blasfemo di Cave che subito non dà adito a compromessi ed equivoci.
E’ di sesso che i quattro stanno blaterando? Questa è la netta sensazione: quel che è certo è la furiosa chitarra cui Nick mette subito mano, sorretto da una ritmica incredibilmente ansiogena! Questa è la prima novità di Grinderman, prodotto dal combo ancora una volta con Nick Launay (dopo Abattoir Blues): Nick Cave sorprendente e feroce chitarrista, come confermato dalla seguente tesissima No Pussy Blues, un punk-blues esasperato culminante in una fiammata ossidrica altamente ustionante più che un guitar-solo, il simulacro di Ron Asheton evocato e disossato di qualsiasi fattezza armonica. Ed è ancora sesso disperato a motivare quello che è l'episodio più selvaggio e stordente del disco; dopo due brani sono già chiare due cose: l’estrema lucidità della loro debordante aggressività nulla ha a che fare con l’informale caotico primitivismo dei Birthday Party, come più di qualcuno ha scritto, quanto è filtrata dall’enorme sensibilità artistica maturata da Cave &Bad Seeds negli ultimi 25 anni.
E poi non è il ‘solito’ grande ed ispirato Cave il vero protagonista di Grinderman, pur autore di tutte le liriche del disco ed artefice di performances vocali sporche e cattive di cui avevamo perso memoria: qui fa gioco di squadra ed a colpire al cuore sono i ‘suoni’ ! I suoni straniti delle chitarre e delle tastiere vintage di Cave ed Ellis (fendocaster, hohner guitaret, electric bouzouki) incatenate le une alle altre, in nettissimo primo piano e spesso filtrate, che danno vita ad un’abbacinante, cruda e moderna psichedelia, addirittura sperimentale come nella meditabonda ed ipnotica Electric Alice, dove il seducente impasto cromatico plasma un’inedito psycho-jazzismo.
I quattro rispondono solo ai canoni mutanti della loro creatività, ed ecco che si procede a sussulti : Grinderman fa il paio con il rifiuto seriale di stereotipi di Electric Alice ed è l’episodio più inquietante; un dark-blues catacombale dalle nette ascendenze velvetiane, inchiodato alla viola elettrica minimale di Warren Ellis. Lo spettro di John Cale si aggira per nulla furtivamente, siamo al cospetto di una Venus in furs del nuovo millennio mille volte più insidiosa, Cave predicatore diabolico a raccontarci di miserie ‘umane’, troppo umane.
Un’opera a sussulti dicevamo: si torna a scossoni palpitanti con Depth Charge Ethel, dal refrain contagioso e coretti power-pop e poi ancora riluttanti rapporti con l’altro sesso, attraverso la minimale Go Tell The Women (Cave sardonico crooner) e la classica (I Don’t Need You To) Set Me Free, sulla stessa linea ispirativa di Abattoir blues, chitarre sinuosamente psichedeliche, quasi uno scampolo di Byrds/Beatles ’66-’67. Torna il Cave più lirico nell’esigua Man In The Moon, mentre la frenetica Honey Bee (Let’s Fly To Mars) ristabilisce il mood impetuoso che aveva marchiato i primi due brani.
La martellante Love Bomb, con un riff di chitarra psycho-killer conclude perfidamente, dopo la sofferta e malsana When My Love Comes Down introdotta e striata da sonorità aliene, quella che si spera sia solo l’opera prima di Grinderman, motivati da seriale e cruda esigenza di sperimentazione e da carismatica ricerca interiore.
Per ora Nick Cave tornerà ai suoi Bad Seeds al completo, l’ha detto lui !

http://www.grinderman.com/
www.myspace.com/grinderman

PASQUALE BOFFOLI

mercoledì 14 marzo 2007

Live / Esteri: THE CHESTERFIELD KINGS - Sonar, Colle Val d'Elsa (Siena) - 1° Marzo 2007 by Slania De Pau e Gianni Sanna


Ed ecco a voi finalmente il live-report sui CHESTERFIELD KINGS al Sonar di Siena del 1° Marzo come annunciatovi nel mio pezzo sulla band, composto dai miei amici di Sassari Slania De Pau e Gianni Sanna, con tanto di belle foto originali scattate dalla nostra inarrivabile Sixties Garage Girl !
Non é un mistero che esiste nella bellissima Sardegna un grande interesse per il sixties-garage ed una scena molto vivace e produttiva di bands tra le quali Rippers ed Hangee V.
Slania De Pau ne é grande conoscitrice ed animatrice, oltre che d.j. durante molti concerti garage isolani e creatrice in rete di ITALIA GARAGE, una room sixties molto attiva.
Ringrazio quindi davvero di cuore Slania ed il consorte Gianni (altrettanto esperto) per questo appassionato live-report, attendendo da loro un pezzo sulla scena garage sarda e sassarese.
Un caro saluto a tutta la room...e non dimenticate di cliccare (dopo aver letto il pezzo) sul filmino sui Kings realizzato a Siena da Slania. (P.B.)
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RITORNO AL FUTURO !
I Kings di Rochester catapultati nella scena attuale rock'n'roll dal '79 al 2007. La loro verve iniziale e’ rimasta intatta! Il tempo non ha scalfito questi re di pietra. Greg Prevost un po’ glam soprattutto nell’acconciatura , giacca rossa a pois neri, al collo foulard bianco a pois rossi, fusò neri e Beatle Boots a tacco alto, Andy “ pure sixties style” bassista eccezionale, sorridente dallo sguardo pulito sono i membri originali, ma l’intesa con i due nuovi Chesterfield Kings e’ notevole: il virtuoso chitarrista Paul Morabito ha assimilato perfettamente il ventennale lavoro del predecessore, ottimo alle percussioni il giovane e tenace Mike Boise.
Dal vivo spaccano! si sente subito, l’inizio del gig con “I’m not talkin” con il basso pulsante , sono freschi e concentrati per un ottima rendition di “Five years ahead of my time” dove la loro perizia tecnica nei suoni risulta grandiosa come sempre. I Chesterfield Kings pescano con oculata abilità da un po’ tutti gli album senza deludere gli appassionati del suono psych-punk. “I don’t understand”nuovo cavallo di battaglia irradia il nostro corpo assetato di sonorità sixties garage .
La porta del tempo si apre … e come per incanto inizia la stupenda “Outside Chance”, la loro musica va oltre... siamo ancora storditi dalla pura bellezza del basso ipnotico che introduce “Don’t blow your mind” (non presente in scaletta). Certe cose sono impossibili da sentire su disco, come il feeling tra musicisti e pubblico le note avevano a volte delle fissità che producono un effetto notevolmente psichedelico, dei mid-tempo e degli arresti improvvisi di ritmo che sembravano fluire come energia nei corpi di chi seguiva la musica.
Dal vivo sono migliori che in studio, la voce bellissima non ha perso tono, danno pathos ad ogni singola nota, soprattutto Andy Babiuk con il suo basso a goccia, Greg durante il concerto ha usato svariati strumenti musicali (harmonica, Mellotron, maracas e tamburelli) e dei piatti in miniatura per enfatizzare i passaggi musicali venati di viscerale rhym’n’blues.. non un accenno di stanchezza… sinuoso come una pantera ed energico come un giaguaro, salti e spaccate per un cinquantenne che sembra abbia bevuto dalla fontana dell’eterna giovinezza… quale il rock’n’roll e’ !!.
Alla fine del concerto enormi psych-balls rimbalzavano dal palco al pubblico entusiasta e divertito con scoppio finale e coriandoli argentati a cascata .
Spesso durante il concerto Greg si univa agli appassionati e scendeva come un Dio dall’Olimpo in mezzo a noi poveri mortali. I Chesterfield Kings del 2007 sono un ottimo gruppo, fresco ed energico sobrio e chiaramente psych-punk. .. Il loro suond è un distillato dei migliori gruppi Sixties Garage con una forte impronta RollingStoniana pur mantenendo la loro originalità.
Dopo varie sbandate a regola d’arte ritornano al suono dei gruppo Faro come: Blues Magoos, Electric Prunes e Chocolate Watch Band, già dall’album “ Where the action is” e continuano con i loro magic tours ad incantarci ...
La tracklist del concerto al Sonar :
1) I'M NOT TALKIN’
2) 5 YEARS AHEAD OF MY TIME
3) NON ENTITY
4) TRANSPARENT LIFE
5) I'M ROWED OUT
6) JOHNNY VOLUME
7) COME BACK ANGELINE
8) I'LL GO
9) I DON'T UNDERSTAND
10) OUTSIDE CHANGE
11) RUNNING THROUGH MY NIGHTMARE
12) FLASHBACK
13) BAD WOMAN
14) ROCK'N'ROLL MURDER
15) I'M SO CONFUSED
SLANIA, GIOVANNA, MATTIA con i CHESTERFIELD KINGS

http://www.youtube.com/Cavegirl66

http://www.thechesterfieldkings.com

SLANIA DE PAU e GIANNI SANNA

Sixties Culture / THE CHESTERFIELD KINGS: The Mindbending Sounds of...and a miny-story ! by Pasquale Boffoli


Certamente THE CHESTERFIELD KINGS da Rochester (N.York) insieme a THE FUZZTONES sono stati dagli anni '80 in poi (ed oggi più che mai) i maggiori alfieri del sixties-garage revival; ma credo non abbia più senso parlare di revival perché Greg Prevost (lead vocal), Andy Babiuk (bass), i membri storici nonché compositori di tutti i brani dei Kings e c. ne hanno fatto da sempre oltre che ragione artistica uno stile di vita a tutti gli effetti, come del resto Rudi Protrudi dei Fuzztones. Senza ombra di dubbio sono insieme a lui a livello internazionale i portatori 'sani' viventi più attendibili ed illustri della sixties-culture e delle sue raw e wild-sides, riproposte nei loro dischi ma soprattutto dal vivo con grande approccio modernista checché ne dicano i soliti detrattori.
Trattasi la loro di vera ed indefessa professione di rarissima fede che dura ormai da più di 25 anni; una missione di cui beneficiamo tutti noi appassionati, la stessa cosa che succede in Italia con un personaggio imprescindibile come Massimo dalPozzo e le sue Misty Lane e Teen Records, di cui abbiamo parlato in questo musicbox nei mesi scorsi.
The Chesterfield Kings hanno fatto quattro date 'live' in Italia tra il 28 febbraio ed il 3 marzo di quest'anno; noi vi riferiamo nel pezzo successivo a questo del loro act del 1° marzo al Sonar di Colle Val d'Elsa (Siena) grazie alla gentile disponibilità di due amici sassaresi, grandi appassionati di garage, Slania De Pau e Gianni Sanna che erano lì.
Qualcosa però prima sui Kings per i neofiti che leggono ('dejà vu' credo per i garage-fans di qualsiasi età!).
L'ultima fatica discografica di Prevost, Babiuk, Mike Boise (drums) e Paul Morabito (guitars), The Mindbending Sounds of... risale al 2003, pubblicato dalla Sundazed ma é stato ristampato recentemente dalla Wicked Cool, che pubblicherà pare prestissimo anche il loro nuovo lavoro già pronto.
The Mindbending Sounds of... é un ottimo album nel quale i Kings oltre naturalmente a riproporre tutti i clichés garage a loro cari mettono a punto un sound psichedelicamente profondo e denso, moderno e timeless allo stesso tempo: grandi sovraincisioni e lavoro in studio, brani molto cadenzati ed ipnotici, felice vena compositiva. Trip Through Tomorrow, Running Through My Nightmares, Mystery Trip, Disconnection, Transparent Life, mai frenetici ma carismaticamente magnetici vedono la proverbiale stentorea sguaiatezza vocale di Greg Prevost sposarsi ad una ricchezza timbrico-strumentale sorprendente, con Andy Babiuk impegnato ad una moltitudine di accessori vintage, Bijou dulcimer, baritone guitar, hohner pianet (un pò il Brian Jones della situazione) e Paul Morabito che si produce in alcuni soli riverberati da antologia oltre che alle tastiere.
Le sorprese poi non mancano : il grande Jorma Kaukonen (Jefferson Airplane, Hot Tuna...) alla lead-guitar in Mystery Trip e Death Is The Only Real Thing.. stile inconfondibile, quasi a gettare un ponte con un passato irripetibile.
E Little Steven che collabora a vario titolo (producendolo) ad I Don't Understand, perfetto gioiello pop-psyche, sorta di Kicks del nuovo millennio, l'episodio più radio-friendly dell'album. Little Steven, che ne firma anche le liner-notes a mò di pigmalione spirituale, si sa, é divenuto negli ultimi anni il guru del garage americano con il suo progetto Underground Garage cui i C.Kings hanno partecipato. Dal 6 novembre al 1° Dicembre hanno partecipato in America all'Underground Garage Rolling Rock & Roll Show Tour insieme a numerose bands tra cui New York Dolls e Supersuckers, 20 date itineranti tra la west e la east coast, il che li ha riportati notevolmente agli onori delle cronache.
Tra le maggiori citazioni disseminate nei brani di The Mindbending... come non nominare Seeds, Electric Prunes, ed ancora una volta, inevitabilmente, i Rolling Stones degli anni '60 (da sempre vera e propria monomania artistica di Prevost e c.): la dura Flashback inizia con un riff chitarristico ed un one-two di Greg praticamente fotocopiate dalla Jumpin' Jack Flash della premiata ditta Jagger-Richards e alla fine di Mystery Trip Prevost farnetica come Jagger negli undici minuti della famosa Goin' Home (Atfermath,1966).
Del resto avevano o no copiato la copertina originale di Atfermath nel loro lavoro Let's Go Get Stoned (Mirror/1994), quello con la cover di Street Fighting Man?
Questo lavoro conteneva anche un'ottima cover di I'm not talkin', che conoscevamo dall'adolescenza nella versione al fulmicotone degli Yardbirds.
Rollingstoniani sino al midollo, soprattutto lui, Greg Prevost, nel distorcere vocali e parole, sboccato quanto e più del suo totem Jagger.
Di eseguire covers i C.K. ne hanno fatto attraverso gli anni un'arte (alternandole però sempre a brani originali) giunta al culmine dello splendore con Where The Action Is! (Sundazed /1999), quando ancora militavano i due chitarristi Jeff E Ted Okolowctz: tra le altre, inarrivabili edulcorate/calligrafiche versioni di Happenings ten years time ago (Yardbirds), I'm not like everybody else (Kinks), I'm five years ahead of my time (Third Bardo), 1-2-5 (Haunted), Sometimes good guys don't wear white (Standells).
Dei Chesterfield Kings rimangono imperdibili anche opere come il primissimo grezzo Here Are The Chesterfield Kings (Mirror/1983), dove la loro conoscenza della materia sixties era già lapalissiana, il seguente Stop (Mirror/1985), nel quale la piegano con grande efficacia ad originali (Babiuk in primis) agili e penetranti come I cannot find her, She told me lies e Cry your eyes out.
La loro versatilità nel maneggiare l'immarcescibile archivio sonoro di cui ormai sono custodi fedeli é confermata da Don't open til doomsday (Mirror/1987), con originali come Selfish little girl, Everywhere, Ain't no use a testimoniare di un marchio di fabbrica inconfondibile; ma in Social end product il suono si indurisce notevolmente, tendenza confermata dal lavoro successivo The Berlin wall of sound (Mirror/1990), che fa registrare un innamoramento dei Kings per un suono molto più metallico, molto vicino al primo punk americano dei '70 (Stooges, N.Y.Dolls, Heartbreakers...) ed al rock&roll più puro. In genere questo non é album molto amato dai fans e dalla critica (o sbaglio?) eppure fa registrare vere e proprie scariche di adrenalina come Who's to blame, Dual action, Sick and tired of you, Love, hate, revenge o Pills, una baldanzosa cover dei Dolls ed é inoppugnabile segnale di grande eclettismo che li porterà nello stesso anno a pubblicare Drunk on muddy water, sempre per la Mirror, dove rivisitano il blues acustico ed elettrico e nel 1997 a prendere una sbandata per la musica surf. I 32 brani di Surfin' rampage, doppio su vinile (Mirror/1997) sono un'ennesima bizzarra incursione dei re di Rochester negli scampoli della musica giovanile, questa volta tra i '50 ed i '60.
Nel 1999 chiudono il cerchio tornando alla grande con rinnovata perizia e convinzione al sixties-garage, con Where the action is (di cui sopra) che praticamente contiene per intero Tripin out (The many moods of C.K.) un e.p. di sixties covers uscito solo su vinile nel 1997 per l'etichetta spagnola Imposiblle a supporto del loro tour ispanico.
Per concludere non si può tralasciare la preziosa compilation Night of the living eyes (Mirror/1989), contenente A and B-sides e live-songs risalenti al primissimo periodo della band, tra fine '70 e primi '80, compreso il loro primo 45 del 1979 I ain't no miracle worker.
PASQUALE BOFFOLI

lunedì 12 marzo 2007

Recensioni / Italiani / FORTHYTO : Seeming Calm ( Splasc(H) Records/I.R.D.) 2006


Scrivo davvero volentieri di Seeming Calm, prima avventura sonora dei FORTHYTO di Vito Quaranta, chitarrista, compositore, ricercatore e didatta musicale pugliese di rara competenza e dalla frenetica attività. Seeming Calm è stato realizzato a Bari, nei Sorriso Studio, tra la fine del 2005 ed i primi mesi del 2006: i suoi 11 brani sono un’intelligente sequela di grande bellezza compositiva, timbrica e pathos esecutivo, all’insegna di moduli jazzistici mai ortodossi, contaminati da sobri segmenti sperimentali (loop conduction) di sapore ambient ad opera dello stesso chitarrista.
L’iniziale The Unexpected Visitors (at Lope’s House) é davvero intrigante in tal senso, gravida di sagge suggestioni Eno-dipendenti.
Quaranta, splendidamente coadiuvato in questo progetto da alcuni bravissimi musicisti molto conosciuti nel circuito pugliese, in particolare barese (Davide Penta – basso acustico ed elettrico; Michele Campobasso – keyboards; Giuseppe Tria – drums & various percussions; Pippo ‘Ark’ D’Ambrosio – assorted percussions), sfoggia per l’intera opera un chitarrismo estremamente versatile ed emozionale, non sterilmente virtuosistico, esplorando in brani come The Train of Clouds, Hymn, The Last Goodbye fascinose e variegate sfaccettature armoniche, sia che si produca all’elettrica che all’acoustic o nylon string guitar.
I suoi avventurosi solo elettrici conquistano in progressione spazi armonici scandagliandoli con lo stesso trasognato fascino di un Pat Metheny, ma spesso proprio nei tre brani succitati cede ad un’urgenza più spiccatamente rock.
A volte l’avvolgente interazione poliarmonica tra le sue corde e le creative tastiere di M.Campobasso ricorda i cromatismi indimenticabili del Canterbury-sound, (…Matching Mole, Hatfield & North, National Health). I moods diversi e le svolte stilistiche inaspettate in uno stesso brano sono sorprendenti, come in The Fair of the Obvious che racchiude un inserto ‘flamenco’ (con tanto di hand-claps) originalissimo, o come la gioiosa ‘brasileira’ Masnada che chiude con la tenera saudade di un coro di bambini (della Scuola Elementare De Amicis di Mola di Bari).
Ma dove Quaranta eccelle è nell’acoustic guitar: la sua tecnica è calda ed intimamente lirica, sia che faccia uso strepitoso di ‘glissati’ ed ‘armonici’, come nella lenta e rarefatta Heart of Swallow o nella chiaroscurale commovente The Secrets of the Trees, sia quando passa alla nylon string guitar: ascoltatela in Deep Waves, altro episodio topico di Seeming Calm, una crepuscolare ballata di rara bellezza classica, accompagnata da archi splendidamente arrangiati; sembra un outtake strumentale di un disco di Nick Drake.
Vito ‘Forthyto’ Quaranta infine ha anche una passionaria vocalità che ricorda curiosamente il vecchio Peter Gabriel e che (a parte alcuni brevi emblematici inserti tra un brano e l’altro) straripa solo nell’impetuosa A Life in a Day.
L’apparente serenità marina di Seeming Calm, con un evocativo ‘ fischio trattato’ del chitarrista conclude sobriamente un lavoro che a più riprese traduce attraverso lunghe digressioni, pregevoli sperimentalismi cromatici e temi guida ora pacati ora vibranti le profonde suggestioni del mare, del cielo, della natura e della gente della terra di Puglia. Un disco che necessita di ripetuti ascolti per essere apprezzato in tutto il suo stratificato fascino poetico, che ecletticamente trascende con lucida maturità limiti di generi e di etichette.
PASQUALE BOFFOLI

www.forthyto.com

mercoledì 28 febbraio 2007

THE JAM : la Reunion - Direction Reaction Creation Ear Books - Collaborations : Wellerism by Francesco Ficco


Gli indimenticati ed indimenticabili The Jam tornano in questi giorni agli onori della cronaca : Bruce Foxton (bass) e Rick Buckler (drums) a 25 anni dallo scioglimento della storica e fondamentale band neo-mod e pare per celebrare i 30 anni dall'esordio seminale di In The City hanno riformato la band. Si parla di un tour di 19 date dal 2 al 27 maggio in Inghilterra, ma in marzo saranno in Italia, per riproporre tutto il repertorio classico; il 22 al Jailbreak di Roma (che stasera ospita i grandissimi Chesterfield Kings!), il 23 al Velvet Rock Club di Giais (Pn), il 24 al Sonar di Colle di Val d'Elsa (Si).
Paul Weller non ci sarà ; ha spiegato Buckler a Billboard : ' ...Paul ha chiuso ogni comunicazione con noi dal 1982 per motivi tutti suoi. So che lui sapeva della reunion e che non gli interessava".
Sarà rimpiazzato alla voce e chitarra da Russell Hastings dei The Gift, la cui somiglianza con Weller sembra sia incredibile e da Dave Moore; speriamo si riveli una reunion valida e non un fuoco fatuo!
Ma c'é dell'altro : nel novembre del 2006 é uscito Direction Reaction Creation Ear Book, ristampa del cofanetto di 5 cd stampato dalla Polydor nel 1997: 117 brani, praticamente tutte le registrazioni studio in ordine cronologico, compresi tutti i singoli e b-sides, molte rarità (brani eseguiti da Weller in solitudine) e demo. La Ear Books l'ha notevolmente impreziosito con uno stupendo book di 120 pagine formato grande, prodigo di esaurienti liner-notes, una completa gig-list della band, cronologia e discografia, tantissime foto rare e memorabilia.
Davvero ' the ultimate Gift for any Jam fan' .
Noi di MusicBox celebriamo questi due avvenimenti con questo esauriente pezzo sulla parabola artistica dei JAM scritto ed inviatomi da Francesco Ficco, focalizzato soprattutto sulle liriche sfaccettate ed incisive del giovane Paul Weller, componenti fondamentali dei brani della band, specchio fedele del disagio della gioventù anglosassone mod tra i '70 e gli '80, ma anche dell'inquietudine esistenziale del front-man dei Jam.
Francesco Ficco é uno storico mod cosentino grandissimo fan ( come me...) dei JAM e di PAUL WELLER, nonché leader da sempre della garage-band calabrese THE KARTOONS.
Grazie Francesco per questo excursus rivelatore sui Jam e sulla poetica di Paul Weller. (P.B.)
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WELLERISM : PAUL WELLER NEI TESTI DEI JAM .

La sincerità che traspare dalle liriche di PAUL WELLER è disarmante, schietta, diretta come un calcio nelle palle, ed allo stesso tempo malinconica, a tratti struggente in alcune delle pagine più personali.
Vale la pena citare subito alcune delle sue più belle canzoni, che affrontano svariati argomenti tutti di estrema attualità: Little Boy Soldiers, sulla guerra e lo stillicidio dei ragazzi soldato (la generazione dei nostri padri, per intenderci); The Eton Rifles, sulla sovversione politica come atteggiamento esteriore e di falsi ideali. Saturday’s Kids, sulla generazione di teenagers frequentatori di squallidi centri commerciali inglesi. Pretty Green, sulla consapevolezza che senza soldi non si può fare niente in una società come questa. La rabbia che esce da questi testi non è semplice spirito ribelle, è rabbia che ‘colpisce’, diretta a scuotere coscienze addormentate e automatiche, e aprire gli occhi di tutti noi. Proprio come le corde della sua chitarra, in perfetta corrispondenza tra quello che Weller canta ed il suo stile chitarristico, aspro, essenziale e sempre diretto, ‘sanguinante‘ di feedback .

Era il 1977 quando Paul Weller, Rick Buckler e Bruce Foxton vennero alla ribalta della scena musicale inglese col nome di Jam, dopo vari mesi passati a suonare nei pubs dei dintorni di Londra, precisamente a Woking. Lo stesso Weller ha ammesso che la svolta avvenne dopo aver assistito ad un concerto dei Sex Pistols, alfieri albionici del punk.
Ed è proprio sul suono punk, ma filtrato attraverso chitarre Rickenbacker, che i JAM stendono il loro tappeto sonoro basato su velocità, precisione e stile (parametri per eccellenza della cultura mod), azzeccando i primi singoli ed un album d’esordio che ha fatto scuola e rimane un caposaldo di tutto il periodo dell’esplosione del punk in Gran Bretagna.
Ma i Jam fecero molto di più per la buona tradizione del rock inglese: trasformarono il loro sound in qualcosa di raffinato, soprattutto a partire dal terzo album All Mod Cons del 1980 (lavoro fondamentale per la loro carriera, gradevole ed essenziale, con molti riferimenti ai padri indiscussi del genere, come Beatles, Who e Kinks, ai quali tributarono il brano David Watts), arrivando a fare emergere naturalmente il loro personalissimo stile compositivo e di grandi arrangiatori con capolavori come Setting Sons e Sound Affects, due album imprescindibili sempre presenti nelle migliori classifiche di musica pop.
Ma se la musica era di grande impatto sonoro, i testi di Weller ebbero un ruolo fondamentale nel contribuire al successo della band, e meritano un dovuto approfondimento utile ad apprezzare appieno il fenomeno Jam.
Quale altro gruppo suonava un eccellente power pop chitarristico e nello stesso tempo muoveva critiche dure e dirette alla borghesia inglese?Il periodo del debutto di In The City è contrassegnato da testi ribelli e anticonformisti, come la canzone che darà il titolo all’album successivo The
Modern World. Canzoni che parlano di storie personali e di gruppo vicine alla cultura dei mods, molte basate sull’insofferenza con la quale ogni ‘kid’ inglese poteva dire di avere qualcosa in comune, ma che colpivano dritte al ‘bersaglio’ sociale.
All’epoca Weller aveva 18 anni, ma nei testi di stampo giovanile già emerge una vena poetica non comune: la poesia come forma d’arte ha sempre affascinato Paul Weller.
Con il terzo LP All Mod Cons gli orizzonti si allargano ad una serie di tematiche dal tipico sapore inglese dolce amaro. Argomenti che possono trovarsi nelle liriche di un altro musicista inglese dei 60s che ha molto influenzato il giovane Weller nel modo di scrivere: Ray Davies, leader dei Kinks.
Chiari scenari di una società bigotta e arrivista descrivono personaggi nella vita quotidiana di sempre, che Weller senza giudicare racconta nella sua cruda e amara realtà: l’impiegato comune o la casalinga; il primo della classe o lo stesso adolescente immerso nella cultura mod, punk o skin che fosse.
Un tema molto caro a Weller è quello della diversità, del diritto di esprimere la propria individualità su tutto il resto della società, vista come piatta e bigotta, omologata ai costumi imposti come regole sociali. Non dimentichiamo che a quei tempi la censura inglese vietava l’uso di parole come ‘fuck’ o ‘shit’ in televisione ed alla radio (una volta, durante alcune registrazioni alla BBC recentemente pubblicate, i Jam dovettero cambiare alcune parole troppo esplicite di The Modern World) e se pure Londra sembrava essere il centro dell’universo, le leggi e la mentalità comune non erano così permissive. Town Called Malice, ad esempio, è ancora un quadro triste della provincia inglese, dove una certa classe sociale aspira ad una vita di falsa tranquillità, ed alle casalinghe che si sentono sole non rimane che prendersi una piccola fuga dalla realtà. Sempre dalla parte dei più deboli, Weller fa da specchio all’anima della società del suo tempo, mostrando dolori e difetti senza inutile retorica. Pronto a denunciare ingiustizie sociali e paranoie imposte dalla società britannica, ma anche pronto a sputare sul ‘music business’ o su come si può diventare ricco e famoso per poi essere dimenticato una volta passata la festa (To be someone) anche se il divertimento goduto è bastato a ripagare il protagonista (Didn’t we have a nice time).
La denuncia della violenza urbana cantata in Down in the tube station at midnight ha una portata visiva eccezionale, le sensazioni e le emozioni descritte scorrono davanti agli occhi dell’ascoltatore.
Bisogna infine ricordare testi di un’enfasi poetica non comune, come English Rose o Fly, dedicati alla sua fidanzata.

Nel 1982 Paul Weller scioglie i Jam dopo avere dato alle stampe il canto del cigno The Gift, album atipico per lo standard del gruppo, ma contenente canzoni molto belle e liriche sempre in sintonia con i tempi. Di lì a poco formerà gli Style Council, che gli porteranno una fama internazionale, ma questa è un’altra storia.
L’eredità che lasciano i Jam è enorme; le giovani band inglesi di oggi riconoscono di essere state influenzate musicalmente dal gruppo di Weller, Foxton e Buckler, e questo contribuisce, se ce ne fosse ancora bisogno, a non lasciare dubbi nel considerarli di diritto parte fondamentale della storia del rock inglese.

FRANCESCO FICCO

http://www.thejam.org.uk/

http://it.wikipedia.org/wiki/The_Jam

sabato 17 febbraio 2007

Recensioni / Italiani ; TORQUEMADA : Tales From The Bottle ( Insecta Rec./ Fleisch Agency, 2007)

Quando un disco mi entusiasma lo recensisco sempre con passione, particolarmente se si tratta di una band italiana.
E' decisamente il caso dei bergamaschi TORQUEMADA, un trio noise dal tiro micidiale: questo é quanto sprigionato dai brani di TALES FROM THE BOTTLE, il loro album d'esordio uscito da poco.
Ringrazio perciò sentitamente Nora Bentivoglio della Fleisch Agency che ne cura le sorti per avermeli fatti conoscere e ricambio con questa recensione con la quale li segnalo caldamente a tutti i lettori di questo music-blog.
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It’s Going inaugura alla grande TALES FROM THE BOTTLE, album d’esordio del trio bergamasco TORQUEMADA, uscito per l’Insecta Records (Udine) verso fine gennaio, e subito si stenta a credere di trovarsi al cospetto di una band italiana: un riff di basso assassino (Davide Perucchini, cui va il merito della registrazione e realizzazione tecnica del disco in locations bergamasche) introduce un sound esasperato quasi live, il vocalismo alcoolico ed abbruttito del chitarrista Alfonso Surace e continui bruschi cambi di tempo.
It’s Going già evoca atmosfere infernali ed esistenziali estreme e va a sfociare felicemente in Figure It Out, a mio parere uno degli episodi più felici del disco, in cui i Torquemada riescono a fondere noise, attitudine dark e frenesia punk trasfigurando il tutto in una sorta di sfrenato e diabolico boogie di cinque minuti.
Ma anche il seguente Industrialnoisepostrock, sintomatico sin dal titolo, è emblematico di come il trio bergamasco sia abilissimo nel far confluire nel proprio sound le derive soniche più disparate.
Il sabba continua con il seguente torrido e strisciante Infernalcoholic Man : a questo punto è chiaro che i tre abbiano una predilezione per i chiaroscuri, i pieni ed i vuoti; dato confermato dalla martellante Times.
Non lasciano tregua all’ascoltatore con Plug e Me & My Cat : riffs chitarristici ossessivi e squadrati, voce esasperata, basso cupo e vero albero motore la drums polimorfa di Luciano Finazzi. Facendo mente locale, se vogliamo individuare nei particolari ascendenti e coordinate stilistiche : in tutti questi brani pesantezza stoner, furore grunge vanno a braccetto con la geometricità implacabile degli Shellac, ma a parer mio anche in parte con la brutalità noise-blues degli indimenticati americani Chrome Cranks.
I potenti Torquemada mi ricordano molto sul versante del furore esecutivo un altro grande ed eclettico gruppo noise italiano, One Dimensional Man.
La frastagliata Superrodeo Frog mette in scena improvvisi stop e silenzi (caratteristica presente anche in altri brani); la finale WHO? é una tormentata song segnata ancora una volta da rallentate minacciose estasi dark, una sorta di sublimazione finale dell’atmosfera sulfureo-tossica che si respira nei precedenti otto brani.
Davvero un esordio sorprendente Tales From The Bottle, e se alzare il gomito dà risultati come questo…beh, allora Alfredo, Luciano, Davide continuate imperterriti a riempire i bicchieri e non lasciateli mezzi pieni !
Un plauso finale all’artwork diabolicamente etilico-erotico di Daw .

PASQUALE BOFFOLI

http://www.insectarecords.com/
http://www.torquemada.tk/
http://www.myspace.com/iltorquemada

venerdì 16 febbraio 2007

From The Past / TOM WAITS: "Blood Money & Alice" (Anti/Epitaph, 2002)

Il monumentale triplo "ORPHANS" (recensito in questo music-blog), uscito sul declinare del 2006 ha risvegliato inesorabilmente in tantissimi fans la febbre TOM WAITS, (forse avrete capito essere uno degli artisti internazionali preferiti in assoluto dal sottoscritto), per la quale non esiste antibiotico alcuno ! Ho cosi fatto mente locale : anche nel 2002 l'imprevedibile Tom aveva fatto uscire a sorpresa in contemporanea due stupendi lavori, "BLOOD MONEY" e "ALICE" e sono andato a risentirmeli: poi mi sono ricordato che ne feci uno speciale per MusicBoom, un sito cui allora collaboravo, e sono andato a cercarmelo . Ecco come lo introducevo : "... Tom Waits- mood per nottambuli e nostalgici perduti / ... questa non é più solo musica: é arte, pittura camuffata, teatro, poesia...vita!". Dopo nel 2004 Waits ha pubblicato l'ottimo REAL GONE, che aveva un approccio diverso. Qui vi ripropongo con qualche modifica dettata dal tempo trascorso la mia doppia recensione di "BLOOD MONEY" e "ALICE"  del 2002, raccomandandovi vivamente di andare a riscoprire questi due lavori, e se non li conoscete di recuperarli: sono un tassello imperdibile nella lunga trama artistica di questo songwriter imprescindibile del nostro tempo!

SOLDI SPORCHI DI SANGUE e FAVOLE-NUVOLE!

Due dischi di Tom Waits che escono in contemporanea! La notizia quando iniziò a trapelare qualche tempo fa, mandò i fedelissimi dell'impareggiabile songwriter (ed anche chi scrive!) in 'brodo di giuggiole'. Waits é come un male oscuro: una volta che ne rimani infettato non solo é impossibile trovarne l'antidoto, ma non vuoi proprio trovarlo! Il suo microcosmo musicale é ormai da tempo fuori dai trends e dai corsi e ricorsi che abbondano nel rock e pop-system: chiuso in se stesso, claustrofobico, burbero, esso é il risultato di un percorso eclettico e personalissimo che ha permesso agli iniziali profondi amori blues e jazz be-bop (con filo diretto con la beat-generation letteraria degli anni '50) di incrociarsi strada facendo con le suggestioni della cultura mitteleuropea dei primi decenni del '900, il cabaret di Kurt Weill in primo luogo.
Quello che pareva agli occhi dei puristi un connubio se non impossibile perlomeno azzardato é divenuto invece tenacemente e semplicemente 'Tom Waits mood', atemporale e sospeso perennemente come un equilibrista sul filo sottile delle emozioni.
Mule Variations (1999) era stato un disco carnoso e terreno, ombrosamente blues: BLOOD MONEY ed ALICE, ricavati da due lavori teatrali rappresentati in Europa nel 2.000 con la regia di Robert Wilson ed interamente musicati da Waits in simbiosi con la sua preziosa ed amata compagna Kathleen Brennan, sono invece calati in una densa dimensione espressionista, e portano impressi come un marchio i segni della colonna sonora.
Soprattutto Blood Money che dei due dischi é il più sagomato ed incisivo: contiene le canzoni che hanno sottolineato la piéce teatrale Woyzeck, tratta dall'omonimo lavoro del poeta realista George Buchner che narro' nell'800 per la prima volta nella letteratura tedesca l'esistenza infelice di un uomo del popolo. Tom Waits dimostra di andare musicalmente a nozze con queste tematiche grottesco/tragiche, forte dell'apporto di un pugno di strumenti e strumentisti magicamente sintonizzati sulla stessa lunghezza d'onda immaginifica: i fiati multiformi di Colin Stetson e Bebe Risenfors, l'harp del veterano Charlie Musselwhite, l'insostituibile ex-Canned Heat Larry Taylor al basso e poi marimbe, celli ... oltre il solito campionario/antiquariato di Tom, pump organ, toy piano, chamberlain e l'incredibile calliope, che dà il nome anche ad uno strumentale.
Ecco allora la marcia marziale di Misery Is The River Of The World, con voce da lupo mannaro, le altrettanto perentorie God's Away On Business e Starving In The Bell Of A Whale che sembrano sottolineare crudamente l'inevitabilità del destino; incedere quasi da processioni religiose hanno invece When The World Is Green e Another Man's Vine, attraversate da una malinconia indicibile, un senso di scoramento che appartengono solo al blues così come l'ha forgiato Waits nel corso dei suoi dischi... Completano il quadro di Blood Money alcune tenere, rudi, introverse ballate nella miglior tradizione di Tom, Coney Island Baby, Lullaby, The Part You Throw Away, un paio di porzioni strumentali dal sapore astratto e straniante ed un'incredibile finale, A Good Man Is Hard To Find nella quale il nostro gigioneggia vocalmente (ma proprio tanto!) come un novello Louis Armstrong.
Se si escludono alcuni episodi come Reeperbahn, Kommienezuspadt e Table Top Joe, nei quali ritorna il Tom Waits più sarcastico e mitteleuropeo, il tono generale di Alice, il secondo lavoro ispirato al racconto di Lewis Carroll ne riflette bene il contenuto favolistico ed irreale.
La produzione e il suono stesso di brani lenti ed oppiacei come Barcarolle, I'm Still Here, We're All Mad Here, Flower's Grave é molto meno fisico di Blood Money, quasi velato e placentale. Si ha l'impressione di attraversare una silente oscura foresta dagli alti fusti, accompagnati dalle melodie indolenti e dalla struggente intensa poesia di Lost In The Harbour, Watch Her Disappear, Fish & Bird, Poor Edward, No One Knows I'm Gone sino all'indicibile bellezza dei soffusi toni blues di Alice con un inarrivabile sax-solo di Colin Stetson.
La serie di strumentisti in Alice si allunga e prevalgono i toni languidi e nostalgici del violino, crepuscolari della viola e del cello, la solitudine serale e notturna del piano e delle tastiere di Tom.
Quelle di Alice sono favole dal fascino torbido, oscuro, finite male . Due dischi diversi ma complementari che ripropongono clamorosamente il fascino malato del songwriting di Tom Waits, un uomo, un artista con i piedi ben piantati ed intrecciati con le profonde radici della terra ma con la testa persa tra spessi banchi di nuvole sulfuree ed extraterrene.
PASQUALE BOFFOLI

lunedì 12 febbraio 2007

Sixties Culture / Collaborations : THE STORY OF SKIP BIFFERTY ( 1968) - 2 cd reissue ( Castle Music / 2003) by Marcello Rizza

Dopo un lungo fisiologico intervallo del blog (c'est la vie!) eccovi un altro ottimo scampolo di Sixties Culture made in England del nostro Marcello Rizza. Un patrimonio immenso che, per fortuna, non finiremo mai di esplorare e riscoprire!
Un'eccellente band pop-sike (così si dice da un pò !) quella degli SKIP BIFFERTY .
Il loro unico lavoro del 1968 é stato ristampato nel 2003 in doppio cd dalla Castle Music con molte appendici: riascoltato oggi risulta ancora eclettico e carismatico, ma ve ne parla meglio Marcello qui di seguito.
Gli Skip Bifferty, originati dalla crisi dei Chosen Few (già insieme dal 1962), nella formazione definitiva erano Graham Bell (lead vocal), Mick Gallagher (organ), John Turnbull (guitar), Colin Gibson (bass), Tommy Jackman (drums).
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Questo album l’avevo già da alcuni anni ed era da me considerato come uno dei migliori della mia collezione sixties. Ma esso consta di 14 brani, mentre il CD, tra bonus track, BBC Sessions e brani registrati sotto il nome di Alan Hull, Heavy Jelly e Griffin, ne ha ben 40! Che sorpresa risentire l’album ridigitalizzato!
Intendiamoci…io sono un accanito sostenitore del suono analogico. La sua rotondità, la sua pienezza, la sua “imperfezione” vengono riprodotti dal mio Gold Ring (testina) - Micro Seiki (piatto) – AGI Canadese (preamplificatore) – Yamaha M1 (amplificatore) – JBL (coppia diffusori) in maniera calda e dalla dinamica coinvolgente. Se il vinile, oltre al suono, avesse anche la comodità del CD non l’avrei mai rimpiazzato nelle mie preferenze sugli acquisti.
Insomma…il vinile come una autovettura d’epoca…bellissima, con tutti i suoi rumori e i suoi difetti…ma per uno come me che macina musica a casa, sul lavoro e tantissimo in macchina, l’autovettura d’epoca è il lusso della gita fuori porta.

Ma torniamo a THE STORY OF SKIP BIFFERTY, doppio CD della Castle Music. I primi 14 brani racchiudono lo stupendo album originale del 1968. E’ un opera che credo conoscono in molti e che tratterò qui concentrandomi più sui meno conosciuti brani acclusi al CD. Giusto le mie impressioni per dire che trovo il lavoro svolto dai SKIP BIFFERTY geniale, multiforme seppur coeso, psichedelico di quella british psychedelia romantica che tanto mi tocca il cuore. Un album comunque che appare come un prodotto maturo, privo delle ingenuità, a volte anche affascinanti, dei gruppi medi del periodo British.
Chitarra che spesso tiene il ritmo con la batteria, così come, con la stessa tecnica anche più esasperata, fanno i July nel loro altrettanto splendido secondo lavoro (qualcuno ha notizie del primo lavoro?), pianoforte, chitarra elettrica, la splendida voce di Bell, i coretti…questi gli strumenti importanti. Una buona dose di ironia, poi, non guasta mai.
E’ infatti con brani come “Gas board under dog” che ti viene voglia di ballare, al passo con i loro coretti scherzosi, con la rara “voce narrante” e con il banjo iniziale che da l’incipit per il ritmo del pezzo. Con “Yours for at least” invece ci si cala perfettamente nel tipico sound beatlesiano, come peraltro in qualche altro brano…d’altronde siamo nel periodo!.
Il pianoforte è invece lo strumento principale in un brano melodico e dal sapore vagamente epico come “Follow the path of the stars”. Sempre il pianoforte a farla da padrone, fin dal’incipit, nel bellissimo brano "Jeremy Carabine”, anche se la chitarra elettrica, nella parte centrale del brano, si merita un plauso. Negli extra tracks spicca il loro primo brano edito, “On love”, dove la chitarra elettrica è predominante ma è già presente l’ironia e la predilezione ai giochetti recitati in coro. In “Happy Land” troviamo la più classica delle pop-sike con tanto di violini e l’allegria della canzonetta poco impegnata. Bellissima la seguente cortissima “Reason to live”, molto intimista e dai cori e cadenze alla Nirvana (quelli british!). “This we shall explore” è forse la mia preferita delle bonus track; inizia come un classico brano beatlesiano ma poi diventa assolutamente originale e personale.
E’ però dal secondo CD che vengono le sorprese. Le BBC Sessions sono veramente interessanti. Sopprassiedo nella descrizione dai brani già presenti nell’album, anche se ottimamente eseguiti in versioni alternative. Parto invece subito con “The Hobbit” che è assolutamente stupenda! Le note la danno come ispirata al racconto di Lewis Carrol “Alice nel paese delle Meraviglie”, ma resto perplesso perché il titolo cita invece i personaggi simpatici ed eroici dell’opera di Tolkien. Forse mi sfugge qualcosa o traduco male l’inglese delle note. Anche “Once” è particolare e si distingue per i ricami preziosi della chitarra acustica, sebbene nella parte centrale, come spesso nei loro brani, la chitarra elettrica si mette in vetrina con onore. “Aged aged Man” ricorda molto, nella iniziale interpretazione col pianoforte, la sigla dei vecchi telefilm della famiglia Addams, anche se dopo pochi secondi già la forma canzone classica beat torna prepotente. Con “Disappointing day” ritorna la classica pop-sike version, con tanto di coretti e pianoforte…ma c’è canzone e canzonetta…e questa è canzone! C’è poi una versione della sempre verde “Don’t let me be misunderstood” che si intuisce essere molto bella, rallentata e resa finanche triste. Dico “si intuisce” perché la registrazione, probabilmente tratta da un acetato rovinatissimo, rende difficile avvicinarsi al brano se non con lo spirito di chi cerca assolutamente “ancora qualcos’altro”.
Con “In the morning” si ritorna all’anima psichedelica british del gruppo, ma anche qui la qualità della registrazione lascia molto a desiderare. Che bello il brano “I am the noise in your head”! Pubblicato con il nome Griffin, viene fuori questo pezzo di 4 minuti decisamente maturo e intelligente, veramente prezioso e con una line-up allargata che rende più complessa la costruzione del tessuto musicale. Anche le soluzioni cantate appaiono più moderne, e sembra a tratti di sentire i Jefferson Airplane un po’ più duri. Sempre come Griffin, fanno un pezzo molto d’intrattenimento, delicato e tratteggiato dalle solite chitarra acustica e pianoforte.

MARCELLO RIZZA

http://www.alexgitlin.com/npp/skipb.htm

http://bandtoband.com/index.php?Page=Search&BandId=6830