venerdì 23 dicembre 2011

LIVE REPORT - “Dirty Trainload” (17 dicembre 2011, Parkway Bikers, Bari)

Riesco finalmente a vedere dal vivo prima di Natale, dopo averne letto in rete le gesta, i miei concittadini pluriacclamati Dirty Trainload, un duo (sino all’altro giorno) di blues work in progress con all’attivo due cd, “Rising Rust”  e “Trashtown” di cui abbiamo puntualmente parlato qui su Distorsioni. Concittadini a dir la verità per metà perché al chitarrista, il buon Bob Cillo, che conosco da una vita,
si accompagna da un po’ di tempo Livia Monteleone, una blues-lady che divide il suo tempo tra Italia e California. Bob Cillo è un amico dell’ambiente musicale barese con cui ho avuto il piacere di suonare (anche dal vivo) per un breve periodo in cui si mise su un progetto rock-blues abbastanza rumoroso ed incasinato, The Backdoor Friends, naufragato inesorabilmente per eccessiva forza centrifuga ed accidenti esistenziali. Cillo è uno strumentista che non ha mai dormito sugli allori cercando sempre con vari musicisti del panorama pugliese e non (Marco Del Noce, Martino Palmisano, Pino Montecalvo) soprattutto negli ultimi anni, nuove alchimie sonore per la sua cultura basica di blues, ma soprattutto non è mai stato uno di quei bluesmen tutti di un pezzo affetti dal morbo del purismo, nutrendo un grande amore anche per certo punk garage e per il rock storico oltraggioso e deviante (Stooges, Velvet Underground, Mc5, Blue Cheer).

Pur essendo fondamentalmente un grande cultore della tradizione e delle radici blues, il nostro da un po’ di tempo si diverte ad innestarlo su ritmiche artificiali trafficando con drum machines analogiche e loops, contando sulle performances vocali di Livia Monteleone (anche banjo, harmonica e percussioni varie), una direzione che mi ha lasciato un po’ perplesso già recensendo Trashtown: collezionano nel frattempo numerose esibizioni anche in Europa ed America. Come succede spesso nel frattempo, e forse per colpa dell’enfasi eccessiva di qualche addetto ai lavori o di un milieu artistico locale troppo generoso, le etichette affibbiate ai Dirty Trainload hanno cominciato ad abbondare e ad essere davvero troppe: blues lo-fi, garage blues, punk blues, alternative blues, sino ad un colorito, autoprogrammatico, ed anche un po’ ambizioso ‘The Dissident Blues Collective’. A prescindere dalle etichette, a parere di chi scrive, una performance live è un po’ come una cartina al tornasole di tutte le buone intenzioni di una band, e quella a cui ho assistito non si può dire abbia fatto un po’ di chiarezza almeno nel sottoscritto, contribuendo a farmi capire in quale dei suddetti generi siano meglio collocabili i Dirty Trainload. Per buona parte del concerto a far la parte del leone è stata proprio la drum machine di cui sopra, nel senso che il suo volume eccessivo aveva il sopravvento su tutto il resto, sulla voce della Monteleone - interessante senza dubbio - come sulla chitarra di Cillo, che sembravano del tutto asservite al suo monotono e pedissequo incedere. Il risultato per la prima mezzoretta , tre quarti d’ora è stato di una freddezza e piattezza notevoli nonostante la buona volontà dei due D.T..

L’impressione è che i due non riescano a conciliare la ripetitività del ritmo artificiale con il calore e le variazioni della chitarra elettrica e della voce. I Dirty Trainload in realtà erano in tre, debuttando con loro un batterista salernitano, Antonio Marino, che però stranamente non ha fatto altro che doppiare esattamente il ritmo della drum machine, sortendo un effetto davvero incomprensibile ed inconcludente. Le cose sono migliorate solo quando Cillo si è riscaldato un po’ ad ha ‘imposto’ i fraseggi concitati della sua bella, fragorosa chitarra a tutto il contesto sonoro. Può darsi, come mi ha suggerito un amico, che gestire ‘live’ un’apparecchiatura elettronica e dei loops possa rivelarsi a volte problematico: credo comunque che l’equilibrio che i D.T. cercano tra il calore espressivo del blues, del country e ritmi artificiali vintage sia ancora piuttosto lontano. Mi dispiace esprimermi in termini critici nei confronti di un amico, ma il contrario sarebbe un’ipocrisia; purtroppo a queste dolenti note se ne deve aggiungere un’altra: Bob Cillo ha deciso di cimentarsi anche alla voce (di sua spontanea volontà o spinto da qualcuno?) e il risultato non è assolutamente dei migliori, e uso un’espressione eufemistica: scusami Bob (e te lo dico da amico), ma che senso ha forzare la voce, imitare toni rugginosi e sporchi per somigliare a un vecchio bluesman di colore? La storia insegna che solo quando si è mediata (o violentata!) la grande lezione dei padri del blues di colore con le frustrazioni e la sensibilità degli artisti di razza bianca si sono raggiunti grandi risultati. A dirla tutta penso che il buon Bob Cillo dovrebbe fare un passo indietro e riflettere sul senso di che i suoi esperimenti hanno assunto.
Wally Boffoli

 Dirty Trainload My Space

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