martedì 28 giugno 2011

LIVE REPORT: Bob Dylan and His Band (22 Giugno 2011, Alcatraz, Milano)

Arriviamo all’Alcatraz intorno alle 19 per un concerto che, annunciato come uno degli eventi dell’anno, ha fatto registrare il tutto esaurito (circa 2500 persone) già da tempo e troviamo già una discreta folla ad aggirarsi intorno al locale. Entriamo e subito notiamo l’estrema eterogeneità di gente che ci circonda, tra genitori con bambini, ragazzotti indie probabilmente alla ricerca della serata evento e comunque un locale che si riempie molto rapidamente.
Alle 21.10, senza alcun tipo di act di supporto, il concerto inizia, Bob Dylan entra in scena con la sua band composta da cinque elementi tra cui il fedele Charlie Sexton alla chitarra e Donnie Herron alla viola, mandolino e tastiere ed attacca subito con Leopard-Skin Pill-Box Hat seguita da When I Paint My Masterpiece. La sorpresa, se così si può definire, dato che questo tour era stato annunciato dalla stesso Dylan come una serie di concerti in cui le canzoni del suo repertorio sarebbero state stravolte, è nel sentire subito una impostazione blues molto ritmica che si protrarrà per tutto il concerto.
Dylan si alterna tra tastiere, chitarra e armonica aggirandosi per il palco sempre in maniera sobria, quasi distaccata (e in effetti, in tutta la serata non si rivolgerà mai al pubblico se non nel finale per presentare i membri della band), mentre sul tessuto di pezzi interminabili la band intreccia ritmiche soul, blues, honky tonk, arrivando in un paio di occasioni a farmi pensare che forse il nostro negli ultimi tempi abbia ascoltato un paio di dischi dei Gun Club o della John Spencer Blues Explosion. I brani si susseguono per circa un’ora e mezza in cui Bob non si ferma un attimo (e qui ha tutta la mia ammirazione e invidia) con brani quali Summer Days, Can't Wait (che scalda un po’ il pubblico presente), Visions Of Johanna, rimanendo sempre in atmosfere che respireremmo in Louisiana o nelle più sperdute cittadine del centro degli Stati Uniti, quelle più roots e meno vissute dal turista distratto, perché questa serata è all’insegna soprattutto di musica della tradizione americana, ma con un pubblico che tutto sommato non si dimostra molto pronto ad assimilare gli stravolgimenti degli arrangiamenti delle canzoni proposte, che si chiudono con Ballad Of A Thin Man.
Arriviamo agli encore che, come tutte le date di questo tour sono tre, vale a dire i classiconi Like a Rolling Stone, All long the watchtower e Blowin’ in the wind tutte (in particolare l’ultima) rese in maniera talmente stravolta da riuscire a far sì che la gente non riesca praticamente a cantarle, per terminare poi con tutta la band, Bob in testa, a salutare e ringraziare il pubblico. Sono le 23, si accendono le luci ed iniziamo lentamente a defluire: l’impressione che mi resta è di un concerto che ha visto la gente un po’ freddina probabilmente perché non preparata a un concerto del genere. Ma Bob ci aveva avvisato: ‘Quando ero giovane facevo cose da vecchio. Ora, più divento vecchio più faccio cose da giovane’ e questa è proprio l’impressione che ne ho ricavato, la sensazione che il nostro non abbia tanto voglia di suonare sempre le stesse venti canzoni (per la cronaca a fine serata ne conteremo 17) allo stesso modo tutte le sere, che abbia voglia di sperimentare, se così possiamo dire, anche a costo di risultare ostico, a dispetto di una popolarità che comunque gli consente sempre di avere un gran numero di fans vecchi e nuovi. Ecco, sono fuori dal locale, mi sto ponendo un po’ di domande ma, probabilmente: ‘ … my friend, the answer is blowin’ in the wind’; solo che credo che stasera molti non l’abbiamo sentita.
Ubaldo Tarantino

Foto di Ubaldo Tarantino

bob dylan exit from Alcatraz 06/22/2011
BOB DYLAN Performance at Gramy Awards 2011
Bob dylan Live 2011 Melbourne, Australia

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