venerdì 18 marzo 2011

HOWE GELB & A BAND OF GYPSIES: “Alegrias” ( 2011 Fire Rec./Goodfellas)

Howe Gelb, sotto qualunque veste si presenti, solista, Giant Sand, The band of Blacky Ranchette, OP8, è artista vero e sincero, la sua musica ti fa respirare l’aria assolata del deserto dell’Arizona mentre ascolti storie di amori impossibili e meravigliosi e di illusioni perdute, di viaggi e di tramonti assolati, ma ciò che stupisce è la sua voglia di non fermarsi mai, di trovare nuove strade per la sua musica, la sua apertura mentale che lo porta via via ad incontrarsi con esperienze musicali diverse. Così è stato con il gospel per “Snow angel” del 2006 o per i musicisti danesi che hanno rimpiazzato i due Calexico Convertino e Burns in alcuni album del nostro, o per le collaborazioni con songwriters del calibro di M.Ward o Richard Buckner, e adesso è la volta del flamenco. Frutto di una permanenza nella città andalusa di Cordoba è questo "Alegrias", uscito per la spagnola Eureka un anno fa e adesso pubblicato dalla Fire per il mercato mondiale, dopo il successo ottenuto dal disco in Spagna.
Nell’album, che contiene 12 brani, di cui 4 composti per l’occasione e 8 presi dal repertorio di Gelb e presentati in un nuovo arrangiamento, il musicista di Tucson si fa accompagnare dal virtuoso della chitarra Raimundo Amador e da altri musicisti raggruppati sotto il nome di Band of Gypsies e mixare dal fido John Parish. Gelb non è uno sperimentatore, ma piuttosto innerva il suo songwrigting con gli umori e le suggestioni che sa cogliere nelle musiche che lo affascinano, così il suo country del deserto si sposa con il ritmo dell’orchestra gitana di flamenco, ma mantiene il senso di indolenza e di sommessa malinconia tipico della sua musica, come nell’iniziale 4 Doors Maverick in cui le chitarre e il cajon, tipica percussione delle orchestre di flamenco, accompagnano quasi con timidezza la voce roca di Gelb o in Uneven Light of Day dove l’incontro fra le chitarre flamenche e la voce calda e ruvida di Gelb, contrappuntata dal coro, crea un’affascinante atmosfera sognante sotto la luce abbagliante della luce del sole dell’Andalusia e dell’Arizona, che sembra accendersi ancor di più con gli inserti della chitarra elettrica.
E se in brani come Saint Conformity (da "Confluence") Gelb con la voce più roca che mai, quasi alla Tom Waits, canta un blues sporco da deserto che si avvicina moltissimo allo stile dei Giant Sand, in altri invece l’influenza andalusa è più marcata come in Cowboy Boots on Bottle Stone (da "The Listener"), abile gioco fra la voce di Gelb e la chitarra di Raimundo Amador in un’atmosfera tipicamente gitana con le voci del coro femminile che incitano alla festa.
Lo si sarà capito, qui il flamenco viene come scarnificato (There Were Always Horses Coming), depurato del suo aspetto più drammatico e teatrale e anche della sua indubbia forte carica erotica ed emozionale, tutto questo resta appena accennato, e quando la focosità mediterranea tenta di venir fuori viene ricondotta dentro gli orizzonti morali della frontiera americana. Ma questo non limita, anzi accresce il fascino del disco e di questo incontro fra due culture lontane che trovano qui un punto di equilibrio nella capacità dei musicisti di dialogare fra loro senza che prevalga un unico punto di vista.

Ignazio Gulotta

1 commento:

Anonimo ha detto...

adoro Howie gelb ma non sopporto il flamenco.... chissà se questo album mi farà cambiare idea!

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